mercoledì 5 maggio 2004

Cina

il manifesto 5.5.04

Viaggio nel laboratorio della nuova Cina, dove tutto è possibile. Al padrone

Là dove Mao è soltanto il portafortuna

A Shenzhen, dove la Cina guarda Hong Kong dall'alto di un grattacielo mentre gli dà lezioni di capitalismo e braccia da sfruttare. I sogni ad alta tecnologia di un luogo inventato

ANGELA PASCUCCI, INVIATA A SHENZHEN




La Diwang Mansion, nel cuore di Shenzhen, è alta 383 metri. Piatta e stretta con due torrette in cima che sembrano bulloni domina la skyline della città, una selva eterogenea di edifici nei quali sembra essersi sbizzarrito un esercito di architetti, e non sempre dei migliori. Da lassù l'occhio abbraccia tutta l'area, da nord a sud, dove si vede Hong Kong. Con un colpo d'occhio si abbracciano «i due mondi di "un paese, due sistemi"», come declama un testo pubblicitario che in tono lirico e molto cinese chiede «Quali sono le differenze e le somiglianze tra la capitalista Hong Kong e la socialista Shenzhen? Pensateci e diventerete più saggi di prima». In attesa dell'illuminazione, la prima e immediata considerazione, dedotta dai discorsi e dagli scritti, è che l'énclave «socialista» quanto a capitalismo pensa di aver cominciato a dare qualche lezione al suo vecchio modello, che sta perdendo colpi, e anche al mondo intero. Quanto al socialismo, il discorso si fa davvero complicato, come dimostra l'incontro con il dottor Tai, 42 anni, alto dirigente della Shenzhen Telecom Engineering, società pubblica, costola di China Telecom, alla quale fornisce in esclusiva servizi di installazione e manutenzione di centraline per la telefonia fissa e mobile di area. Nel mega ufficio con salotto del giovane manager di stato, dietro la scrivania, campeggia un ritratto di Mao, sopra una cartina in oro zecchino di Shenzhen. La sorpresa dei visitatori per una simile iconografia, di questi tempi, meraviglia Tai. Il Presidente non sta lì come ispiratore politico, spiega, ma in funzione di nume tutelare. Un apotropaico, insomma, come se ne vedono (sempre meno per la verità) sui taxi e i pulmini del trasporto pubblico. Quello sguardo fermo, l'aria serena del vecchio saggio, conferiscono al Grande Timoniere una forza protettiva che il manager trova rassicurante. Ma ci sarà pure un'adesione ideologica, vista la portata storica del leader. Tutt'altro, risponde.



Se ci fosse ancora Mao...



Se Mao fosse ancora vivo, dice tra le facce per la verità scandalizzate dei cinesi presenti, lui non sarebbe lì e la Cina sarebbe come l'Iraq di Saddam Hussein o la Cuba di Castro. Un paese povero di retroguardia oppresso da un dittatore, non la grande potenza economica e politica che sta diventando grazie all'intuizione di Deng e all'attuale leadership, quella sì da Tai assai apprezzata. Arrivato molti anni fa da Xian, per lavorare agli uffici delle poste, la sua discreta conoscenza dell'inglese lo ha sbalzato lì un paio d'anni fa, del tutto casualmente, come responsabile del settore investimenti e allargamento del giro d'affari.



L'ingegner Tai, aria scanzonata e ciuffo ribelle, sembra appagato, ma si avverte un'inquietudine. Il mercato di Shenzhen, per la sua ditta, è ormai completamente saturo. Non c'è abitante dell'area che non abbia telefono, fisso o mobile, e occorre guardare a nuovi mercati. All'interno, le nuove tecnologie, come la trial band, assai rischiose e poco fruttuose nel medio periodo. All'esterno, una politica di investimenti nelle province più arretrate, o all'estero. Tra i paesi più appetibili India e Pakistan che, dice, danno un 25-30% di profitti. Ma la vera gallina dalle uova d'oro è il Vietnam, che potrebbe garantire tassi di guadagno fino al 100%. Si vedrà. Alle spalle c'è pur sempre un gigante come China Telecom, che straripa di soldi, grazie alla sua posizione di monopolio. Certo, prima o poi bisognerà fare i conti con le regole di liberalizzazione del Wto, ma i sommi dirigenti, par di capire, troveranno il modo di risolvere il problema e scantonare il più a lungo possibile.



Un paio d'ore trascorse a tavola, diverse bottiglie di birra e qualche giro di morra cinese tirano fuori qualcosa di più dal personaggio. Fare il manager pubblico in una Cina come quella di oggi non è semplice. Tai lamenta i molti vincoli di un'impresa pubblica rispetto a quelle private. Licenziare, ad esempio, pur in un luogo senza freni come Shenzhen, è quasi impossibile. In due anni non è riuscito a mandare via nessuno dei suoi 500 dipendenti, mentre è stato costretto ad assumere personale sotto la pressione dei suoi capi. E' pur vero però che i salari, nel settore statale, sono mediamente inferiori del 30% a quelli del settore privato. Ma ciò vale anche per il suo stipendio. Al fondo si capisce che ciò che opprime Tai è l'essere sottoposto a una serie di spinte contraddittorie, esercitate a vari livelli, che lui può solo subire. L'orgoglio di far parte di una potente compagnia pubblica non gli manca, ma forse non gli basta.



C'è un'altra genia di cinesi che invade a ondate Shenzhen e subito si ritira. Quella dei turisti e dei consumatori che a frotte battono i numerosi centri commerciali in cerca di buoni affari. La città ha fama di essere un eldorado per lo shopping, anche se è cara. E tuttavia sempre meno di Hong Kong, da cui partono spedizioni di acquirenti (anche se per la verità i numerosi centri commerciali, tutti uguali, sono tutt'altro che affollati). Il passaggio di confine di Luo Hu, dove arriva il treno che parte dalla stazione centrale di Hong Kong distante 40 minuti, è attraversato da un flusso costante in entrambe le direzioni, che nelle ore di punta si gonfia ogni cinque minuti, cioè ogni volta che un convoglio arriva o parte.



Molti abitanti di Hong Kong hanno comprato casa qui, dove costa meno, e partono per andare al lavoro dall'altra parte ogni mattina. Altri hanno invece qui hanno trovato lavoro, visti i tempi grami dell'ex colonia, e fanno anch'essi i pendolari in senso inverso. Eppure al confine c'è un effettivo doppio controllo da attraversare, con tanto di visto da esibire per gli stranieri. Ma i varchi diversificati (ce ne sono anche per i cittadini di Taiwan) sveltiscono le procedure e in pochi minuti gli assembramenti si dissolvono. Da questa rinnovata mescolanza, nascono nuove alleanze societarie o si rafforzano le vecchie. L'intreccio è forte. Nell'intero Guangdong, sono installate circa 36mila compagnie di Hong Kong, che danno lavoro a cinque milioni di persone. .



L'impresa di Cheng



Cheng, 32 anni, ex operaio tessile, racconta l'impresa creata da lui insieme a un gruppo di connazionali mettendo in piedi nel 1999 una joint venture con una società di Hong Kong piuttosto malconcia che produceva circuiti integrati. E' nata così la E-City P.C.B. Co., che ha un ufficio per gli approvvigionamenti a Hong Kong, un altro per il marketing a Shenzhen e la fabbrica di circuiti nel Guangdong, a pochi chilometri da Canton. Cheng ha un ruolo cruciale, general manager per le vendite. Lavora a Shenzhen perché, dice, è qui che le compagnie straniere vengono a cercare i fornitori migliori e a prezzi più bassi.



Ci riceve nel suo ufficio al 24esimo piano di un condominio di lusso ai limiti della zona speciale. Il lusso si evince dalla cancellata di cinta e dalla presenza di due piscine (vuote), ma per la verità anche in questo edificio relativamente nuovo già compaiono i primi segni di una decadenza che sconfina nell'incompiuto, segni che colpiscono buona parte della città, come se la fretta con cui sono state costruite facesse invecchiare rapidamente le strutture.



La E-City ha fior di clienti, il gotha dell'elettronica mondiale, da Sony a Philips a Sharp, almeno stando al suo materiale pubblicitario. Ma è solo negli ultimi due anni che gli affari vanno a gonfie vele. La E-City ha 600 dipendenti, di cui 500 sono operai e 100 ingegneri, concentrati nella fabbrica del Guangdong, ad appena cento chilometri dall'ufficio. Ci si arriva con un'ora di automobile dall'autostrada per Canton, che taglia il mitico delta e con lo Humen Bridge, lungo 5 chilometri, scavalca l'immenso nastro grigio del Fiume delle perle. Lungo la strada si costeggia Changan, dove si concentrano le fabbriche di Taiwan. Nella zona dell'estuario, ci dicono, i taiwanesi sono almeno un milione.



Nel tratto finale la fabbrica dell'E-City, collocata in piena campagna sulle rive di un affluente del grande fiume, si raggiunge attraverso strade dissestate. L'impianto è una serie di grandi capannoni circondati da distese di banani, verdissimi sulla terra scura del meridione, e da catapecchie, mai sfiorate dal boom economico del Guangdong. Nel primo dei capannoni, le grandi lastre dei circuiti, non ancora ritagliate, vengono immerse nelle vasche ricolme di solventi chimici che le preparano alla successiva lavorazione. L'edificio è rudimentale, con ampie fessure e aspiratori ma l'aria è aspra e soffocante, insopportabile dopo pochi minuti. Giovani operai arrampicati sui bordi delle vasche muovono a mano le lastre nel liquido. Un lavoro pesante, quasi primitivo. L'immaterialità delle nuove tecnologie ha un nucleo molto materiale. .



Acque torbide, odore pesante



Un impianto di depurazione, dall'aria vetusta, ripulisce le acque di trattamento prima di scaricarle nel fiume. Ma, a dispetto del settore di controllo degli inquinanti situato in prossimità del fiume, un odore pesante si innalza dalle rive lambite da acque torbide. Il signor Yuan, responsabile della produzione e dunque della fabbrica, spiega che l'anno prossimo sarà costruito un nuovo impianto per raddoppiare la produzione da 250mila a 500mila metri quadrati di circuiti, e dovranno farlo qui, perché cambiare sito obbligherebbe a osservare regole ambientali più strette. Negli altri capannoni, si produce. Si spezzano le lastre, si stampano i circuiti. In un settore, quello dove si concentra il grosso del lavoro, non si può entrare.



Anche qui operaie/i emigrati, giovanissimi, senza famiglia, ospitati nei dormitori della fabbrica, 700 yuan (circa 70 dollari) al mese tutto compreso. Colpisce nei loro visi l'aria grave, silenziosa. A domande più insistenti sulla qualità del lavoro, il manager risponde che i rapporti con il sindacato (l'unico, quello ufficiale) sono buoni e che «qui si rispettano i diritti umani». Al ritorno verso Shenzhen, è già notte. Ai lati dell'autostrada, le fabbriche emergono dal buio, intervallate dai dormitori dalle cui finestre spuntano fitti gli abiti da lavoro appesi alle grucce. E' una teoria pressoché continua che scorre per decine e decine di chilometri. Luce a giorno nei reparti, sagome umane al lavoro dietro alle vetrate. Sarà pure transizione, ma verso dove?



(2-fine. La prima puntata è stata pubblicata il 27 aprile)

martedì 4 maggio 2004

«all'improvviso arriva la paura»

ricevuto da P. Cancellieri



Il Manifesto martedì 4 maggio 2004

Cultura

I virus della paura

Dalle nuove malattie un colpo alla ragione e un altro all'immaginazione

di FRANCO VOLTAGGIO




In un celebre frammento di Archiloco, singolare figura di poeta greco «trasgressivo» del VII secolo a.C., leggiamo: «all'improvviso arriva la paura» (ex aélptou o phóbos anérchetai). Se possiamo fare solo deboli ipotesi sul contenuto e la natura dell'opera di cui ci resta solo questo semplice verso, ci è forse possibile azzardarci a confutare la traduzione consueta dell'originale ex aélptou, «all'improvviso», sostituendola con quella letterale, dall'inatteso, rubando, magari un po' grossolanamente, il mestiere ai filologi e prendendoci tutta la libertà consentita alla nostra condizione di semplici lettori. Archiloco sembra allora trasmetterci un preciso messaggio: un affetto così sconvolgente, qual è la paura, pare sopraggiungere da qualcosa che viene avvertito come esterno, lontano e inaspettato. A quanto ci risulta, inaspettati e venuti da lontano sono avvertiti in Occidente soprattutto i virus, responsabili di gravi epidemie. E' stato così per l'antrace, che terrorizzò gli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, per la Sars scoppiata e diffusa nel 2003, per la «influenza dei polli», che oggi tanto intriga l'opinione pubblica, e, infine, qualche anno fa per la patologia prodotta dal virus ebola. Poco importa, a questo punto, se non sempre quelli che il pubblico chiama «virus» rientrino nella categoria dei microrganismi così propriamente detti (il patogeno dell'antrace, per la precisione, è un batterio, il Bacillus anthracis). Sono infatti indistintamente percepiti dall'immaginazione popolare quali «virus», cioè «veleni», conservando con ciò l'antico significato che la parola latina virus ha in Virgilio, Lucrezio, Plinio il Vecchio, Seneca. Con lo sgomento che provocano attivano una complicazione importante, per l'appunto la paura di massa, la quale fa immediatamente una vittima, degna di attenzione: la tenuta, già per altri versi tanto deteriorata, delle relazioni umane e politiche. Di qui la necessità di qualche riflessione speculativa che mobiliti la vecchia buona filosofia nella battaglia contro le emozioni da virus. Per cominciare, può essere utile provarci a discriminare tra ragione e immaginazione. La ragione, quella spicciola, ci dice innanzitutto che sarebbe sensato prestare ascolto alle informazioni e assicurazioni dei singoli medici e delle istituzioni sanitarie. Ma questo non convince i molti, specie perché le istituzioni sono screditate. In genere un'emergenza epidemica trova il governo e la sanità pubblica profondamente addormentati nello stesso letto. E' generalmente così in Italia, ma è stato così anche negli Stati Uniti almeno in un'importante occasione: come non ricordare lo sciagurato comportamento dei Centers for Diseases Control americani che battezzarono l'Aids «The Gay Syndrome», «la malattia degli omosessuali»? Ci occorre un altro tipo di ragione, quella critica che, come è suo antico costume, procede non per certezze preconcette, ma per interrogativi.

Perché «virus» nuovi o presunti tali colpiscono la nostra immaginazione? Proprio perché sono nuovi. Questa risposta suona indubbiamente come la scoperta dell'acqua calda, ma va posta perché stimola a porci domande non banali: che cos'è l'immaginazione? Quale relazione corre tra immaginazione e ragione? Per rispondere al primo interrogativo, dobbiamo riferirci alla cultura rinascimentale. Leonardo da Vinci sosteneva che tutte le forme di letteratura, riassunte nella poesia, sono costruzioni di immagini, così che il poeta è, in definitiva, fratello naturale del pittore (ut pictura poësis). Per lui, come per tanti dotti del tempo, l'immaginazione è la facoltà umana di produrre immagini (vis imaginitiva). In un'età segnata dal trionfo delle arti figurative e, in particolare, dalla pittura, si pensava che la funzione dell'artista, soprattutto del pittore, non fosse tanto quella di riprodurre con fedeltà le cose reali, magari abbellendole o al contrario rendendole orride, quanto piuttosto quella di creare nuovi oggetti, destinati poi a esistere di un'esistenza propria al pari degli oggetti naturali. In larghissima misura, gli artisti del Rinascimento fecero di questa idea un vero programma di lavoro. Non si spiegherebbe altrimenti un autentico miracolo come La melanconia di Dürer: una figura di donna, di una giovinezza in procinto di sfiorire, seduta mestamente su una larga pietra squadrata che, con il mento appoggiato alla mano guarda cupa davanti a sé, circondata da una quantità di strani oggetti, mentre un cane, altrettanto mesto, è accucciato ai suoi piedi. La malinconia diventa, a questo punto, non semplicemente il soggetto di un'incisione di strepitosa bellezza, ma un inedito oggetto reale, che sembra suggerire come l'infelicità dell'anima possa essere un inquietante spirito femminile, capace di trovare ricetto nel corpo di uomini e donne.

Questa visione perversa dell'eterno femminino veicola l'idea, in parte riprodotta in numerosi trattati medici dell'epoca che descrivono la malattia come un insieme di sintomi, svogliatezza, persistente senso di debolezza e di inferiorità, morbosità, che la tenacia del pregiudizio ritiene tipico appannaggio delle donne. La vis imaginativa rinascimentale operò, tra l'altro, la trasformazione delle grandi malattie epidemiche in entità malvagie (tale era la peste che si immaginava come uno scheletro armato di falce e sempre sul punto di correre di landa in landa) che bastava evocare perché irrompessero in una comunità disseminando la morte. Così, per esempio, Paracelso racconta, nel De vita longa, il caso di due fratelli, l'uno residente in Italia, l'altro in Francia, il primo morto di peste, il secondo colpito e deceduto per il medesimo morbo solo per averne appreso, con sbigottimento, la notizia. Come dire che per lui pensare la peste, evocarla e renderla operante fu tutt'uno.

Se non ci lasciamo prendere la mano dallo scientismo, che è altra cosa dall'autentico spirito scientifico, e non liquidiamo con un'alzata di spalle il racconto di Paracelso, forse arriviamo a disporre degli elementi per rispondere al secondo interrogativo. La lezione che Paracelso, suo malgrado, ci dà è la seguente: l'immaginazione produce immagini e queste, corpi non meno intensi e vividi degli oggetti reali, producono concetti che guidano a farsi un quadro complessivo della realtà. Il processo di produzione dei concetti, in questo caso, non differisce affatto da quello che ci conduce a formarci il concetto di casa o quello di albero. Con una sola differenza, che è però determinante: il quadro, con le sue immagini, mentre ritrae un soggetto spaventato davanti a qualcosa di nuovo è falso o meglio scorretto, perché manca degli elementi di criticità e di pazienza che sono associati a un corretto sentire le cose. E' in altre parole un pregiudizio. Claude Bernard, invocato solitamente come il campione della razionalità scientifica in medicina, sosteneva che il corretto ragionamento medico ha luogo unicamente quando «si sente giustamente» e affermava: «i pazzi ragionano perfettamente, ma non sentono giustamente». L'immaginazione resta la base di ogni ragionamento, scientifico, o più o meno assennato; e ciò che segna lo spartiacque tra la ragionevolezza e il suo contrario è l'assenza di criticità, la cui origine è, generalmente, la paura, fonte di ogni nevrosi, la quale conduce ad allucinare le immagini produttive di scenari deformati del reale. E' quanto, a nostro parere, è accaduto e continua ad accadere con i «virus».

Scomodando Jung - autore, tra l'altro, di uno straordinario saggio, Paracelso come fenomeno spirituale (1942) - rammentiamo che non vi è essere umano che non disponga, oltre alla propria immaginazione con la quale elabora un corredo di immagini che lo guidano a formarsi un pensiero, giusto o sbagliato che sia, su quanto accade, anche di un bagaglio di immagini che gli vengono tanto dalla cultura di appartenenza, quanto, forse soprattutto, dal retaggio della specie. Queste figure - essenziali per la costruzione delle stesse idee scientifiche -comprendono tuttavia anche vere e proprie visioni, quasi idee «fossili», che sono autentici veicoli di paura e disagio collettivi. Tra queste ci sono le figure evocate dalle parole «malattia» ed «epidemia», voci il cui uso in medicina contrassegna, rispettivamente, una qualsiasi individualità clinica e un morbo che colpisce una popolazione (per solito, come si teorizza dal tempo di Ippocrate, in coincidenza con l'evenienza di stress ambientali, soprattutto climatici); ma che, nell'immaginario collettivo, hanno un ben diverso significato: «malattia» è l'opera di un «malo», uno spirito malvagio che si diverte a tormentare il nostro corpo; «epidemia» è la «visita» che un'entità soprannaturale fa a una popolazione per punirla di una qualche sua colpa (e del resto l'originario termine greco, epidemía, significava letteralmente «visita a un demo»). L'occorrenza di un'epidemia scatena di conseguenza, in quanti ne sono colpiti, un generale senso di colpa.

In generale, va detto, il senso di colpa è sempre colpevole. Lo è in più di un senso: perché individui e comunità hanno sempre, comunque, uno scheletro nell'armadio di cui farsi perdonare; lo è, soprattutto, perché il senso di colpa è talmente angoscioso da spingere chi lo prova ad assolversi, a declinare ogni responsabilità, e, infine, a scaricare la colpa sugli altri. Come sempre accade con i meccanismi nevrotici, si tratta di processi che, dall'alba della specie in poi, si ripetono invariabilmente, ma, ovviamente, l'untore, di volta in volta imputato, cambia con il variare del contesto storico complessivo. L'Occidente, preso nel suo complesso, sembra aver trovato il suo untore nella Cina e ha razionalizzato l'individuazione del presunto colpevole denunciando i disastri ambientali provocati dalla Repubblica Popolare Cinese, e la mancata accortezza mostrata dalle locali autorità sanitarie prima di fronte all'epidemia di Sars, ora di fronte alla «influenza dei polli». Al di là del fatto che pionieri nella devastazione ecologica sono stati (e continuano a essere) i grandi Paesi dell'Occidente, i quali parlatro non brillano certo per accortezza sanitaria, c'è da chiedersi se queste accuse non nascondano per avventura qualche altra cosa. Qualcosa di antico e qualcosa di nuovo.

Tenuto conto del fatto che l'immaginario collettivo è sì un insieme di contenuti prevalentemente (ma non del tutto) inconsci, ma è, tuttavia, diversamente modulato dalla storia specifica delle grandi comunità, può essere utile rammentare che per l'occidentale medio «Oriente» continua a essere sinonimo di qualcosa di misterioso e sconcertante, addirittura il «buio dello spirito» - è così che lo vedeva Hegel nella sua filosofia della storia - un'abissale tenebra in cui non alberga né la coscienza, né, di conseguenza, il senso di responsabilità attiva. A questa superstizione antichissima si associa però un nuovo timore. L'Oriente si identifica, per tanti, con la Cina, il paese continente che, al tempo della «rivoluzione culturale», alimentava speranze e paure (forse qualcuno dei lettori ricorderà un vecchio film di Marco Bellocchio, La Cina è vicina) e che oltre trent'anni fa, nelle sue corrispondenze dall'estero, Alberto Moravia assimilava alla figura del «convitato di pietra». Se l'Occidente resta, come nella metafora di Moravia, il protagonista di un continuo libertinaggio ai danni della natura e del proletariato, il gigante asiatico è ora però espressione di una colossale potenza destinata a trasformarsi nel terzo polo dell'economia mondiale, un polo che, coalizzando le risorse economiche e umane dell'intera Asia, può imporre muove regole e forse, chissà, annullare le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione. E' il caso di stupirsi, allora, se nell'immaginario collettivo occidentale alla rassicurante e pacifica immagine di milioni di contadini cinesi armati di cucchiaini da te per dragare i loro grandi fiumi si è ora sostituita quella di folle di untori «gialli» che aggrediscono l'Occidente portando con sé innumerevoli virus?

Nessuno può ovviamente pretendere che autorità pubbliche impartiscano lezioni di filosofia a un pubblico spaventato, tanto meno in Italia. Non lo saprebbero fare ed è bene che non lo facciano perché, se si attentassero a farlo, sarebbero capaci di ben altro, come, ad esempio, adottare la sciagurata strategia dei moniti e divieti quali quelli riprodotti sui pacchetti di sigarette, che lungi dallo scoraggiare il «vizio» del fumo, hanno sinora semplicemente umiliato ed emarginato milioni di infelici cittadini. Ad accogliere il nostro sommesso invito dovrebbero essere semmai i maîtres à penser, che qui si vuole stimolare a scorgere nel problema una delle chiavi di decifrazione di quella «modernità» che tanto li intriga.

psicologi lombardi(la pubblicità è l'anima del commercio...)

Yahoo! Notizie Adnkronos 3.5.04

Salute: a Maggio Consulenze Gratis Da Psicologi Lombardi




Milano, 3 mag. (Adnkronos) - Porte aperte per tutto il mese di maggio negli studi degli psicologi lombardi, per consulenze gratuite e informazioni sulla salute mentale. E' stata presentata oggi a Milano la seconda edizione della 'Settimana del benessere psicologico', estesa per la prima volta da sette a 30 giorni dedicati al benessere mentale. Bastera' telefonare al numero verde 800.430.400 per prenotare una consulenza presso lo psicologo della propria citta' o quello piu' vicino a casa. Inoltre - ha spiegato oggi Robert Bergonzi, presidente dell'ordine degli psicologi lombardi - convegni e seminari aperti al pubblico sono stati organizzati a Milano e in tutte le province della Lombardia. ''Obiettivo - ha spiegato Bergonzi - informare i cittadini sull'utilita' della consulenza psicologica. La fase preventiva, infatti, e' decisiva: bisogna intervenire per tempo sulle cause del malessere psicologico, fin dalle scuole. Purtroppo gli psicologi passano nelle scuole italiane solo il 5% delle ore lavorate, contro il 25% della media europea''. E non va meglio nei luoghi di lavoro. ''Lamentiamo anche una disattenzione da parte del Parlamento - ha detto Bergonzi - sulle nostre proposte per una graduale 'convenzionabilita'' delle spese per l'assistenza psicoterapeutica''. All'incontro di oggi e' stata presentata anche la prima polizza italiana sulle cure psicoterapiche. ''Grazie ad un accordo con il Movimento Psicologi Indipendenti - ha detto Lorenzo Bifone, direttore generale di UniSalute Spa - e' nata 'Serenamente', che garantisce anche il rimborso delle cure psicoterapiche''. Nella prima edizione della 'Settimana del benessere' a consultare gli esperti lombardi sono state soprattutto donne (70,7%) dai 26 ai 45 anni. Grazie alla collaborazione dell'ATM (Azienda Trasporti Milanesi), locandine pubblicitarie della manifestazione sono state affisse sui mezzi pubblici milanesi, e uno spot tv verra' diffuso nelle stazioni della metropolitana. (Mar/Adnkronos Salute)

stress da routine

Il Messaggero Lunedì 3 Maggio 2004

Una ricerca di un’equipe di psicologi rivela l’angoscia di molti Quelli che a tavola con il partner o i genitori preferiscono tacere

Pranzo in famiglia, la noia è servita

Per un italiano su 4 è un incubo. L’ideale? Mangiare da soli davanti alla tv

di ELENA CASTAGNI




ROMA - Ma chi glielo fa fare agli italiani di continuare a ritrovarsi a tavola, famiglie intere, tre generazioni come minimo, sedute intorno allo stesso tavolo con lo scopo di passare una bella giornata di festa, ma con la consapevolezza mal celata di non poterne più? Se sono veri - è gli esperti confermano - i risultati di una ricerca della rivista Riza psicosomatica, sarebbe meglio abolire il rituale del pranzo della domenica perché sei volte su dieci si trasforma in un incubo collettivo dove i commensali neanche riescono a parlare tra loro, mentre l’ansia cresce, ci si concentra sul cibo, e si cade vittima di quello che gli esperti chiamo “l’ingrasso emotivo”.

Non solo la tavola delle feste è responsabile di questa sindrome che colpisce in particolare i maschi (64 per cento) soprattutto i single di età compresa tra i 28 e i 34 anni. Anche la cenetta a due spesso finisce in un mutismo consumato davanti a una pizza e una birra, con lei e con lui che neanche si sfiorano con lo sguardo, preda di noia e ansia, interpreti di una pesantezza così assoluta da contagiare anche gli ignari vicini di tavola.

Già, per un italiano su quattro, cenare con la fidanzata o con i genitori è un incubo, anche se il 27 per cento neanche si ribella, perché è comunque una consuetudine impossibile da evitare, ma due su dieci la vivono come una terribile incombenza.

Il perché di tanta tortura va ricercato nel fatto che tra i vari commensali non ci sarebbe un vero legame affettivo, solo una conoscenza superficiale alimentata da conversazioni superficiali, quando pranzo non si traduce in un vero e proprio interrogatorio per i ragazzi costretti a dire ai genitori sempre le solite cose (come è andata la scuola? sei stato interrogato? come era il compito in classe? con chi esci oggi? e così via) che i più decidono di dribblare con un mugugno.

Innocui, ma ugualmente pesanti, sono i problemi di lavoro che gli italiani portano a tavola: silenzio, tanti pensieri e cibo ingurgitato senza neanche gustarne il sapore, è il quadretto che ne esce. E’ inquietante invece scoprire che tre su dieci tacciono perché troppo concentrati su loro stessi, oppure perché provano completo disinteresse per gli altri commensali.

Forse sono proprio questi ultimi che si pentono di non aver rifiutato l’invito finché erano in tempo e che cercano di estraniarsi per tutta la durata del pasto. Ma la maggior parte (il 24 per cento) si concentra sul cibo e mangia senza sosta per poi confessare, una volta abbandonata la tavola, di sentirsi appesantito fino alla nausea. Come se non bastasse il tasso di colesterolo alzato a colpi di creme e condimenti, ci sono anche i sensi di colpa e una forte sensazione di ansia che colpiscono il 22 per cento dei commensali. Niente a che vedere con l’immagine della famiglia felice riunita intorno alla tavola (solo il 19 per cento si definisce sazio e contento). Una fotografia di altri tempi, certamente più dilatati di questi, con meno richiami all’esterno per le giovani generazioni. Infatti, gli intervistati salvano solo le cene e i pranzi con gli amici, mentre l’ideale è rappresentato dalle pasti solitari davanti alla tv: un momento catartico contro lo stress della vita di tutti i giorni.



Il Mattino 3.5.04

Gli italiani grassi per noia:

mangiano per non parlare




Tra una portata e l’altra noia, ansia e silenzi imbarazzati. Oppure la tv accesa. Così gli italiani, per soffocare gli sbadigli e sfogare la tensione dei pasti in famiglia, si gettano sul cibo e diventano vittime di quello che gli esperti chiamano l’ingrasso emotivo. A rivelarlo è un’indagine di Riza psicosomatica secondo la quale, almeno in 6 casi su 10 i pranzi e le cene degli italiani, siano essi in famiglia, con i parenti o anche in coppia, sono sempre più silenziosi. Ci si riempie la bocca di continuo pur di non dover essere obbligati a parlare. Insomma, la tavola, da luogo in cui portare la gioia di stare in compagnia, si è trasformata - secondo l’indagine - nel luogo nel quale esplodono le frustrazioni e domina la noia.

Cina e Stati Uniti

Corriere della Sera 4.5.04

Il governatore Zhou: le riforme procedono, però a zig-zag. I danni ecologici

Credito facile e grattacieli vuoti La tigre cinese ora vuole frenare

Stretta sulle banche statali. Ma anche l’America teme la fine del boom

di Massimo Gaggi




SHANGHAI - VACILLA l´ultimo pilastro della leadership americana nel mondo, il primato nella scienza. L´Asia tallona la supremazia degli Stati Uniti anche in questo campo: brevetti, scoperte, invenzioni, formazione universitaria. Dopo aver svuotato "dal basso" l´industria tecnologica americana, portandole via le mansioni operaie, le potenze asiatiche ora alzano il tiro e lanciano la sfida a un livello superiore. Le aiuta involontariamente la guerra di George Bush al terrorismo: le restrizioni ai visti negli Stati Uniti incoraggiano un´emigrazione alla rovescia, il "ritorno dei cervelli" in Cina e in India, due giganti in pieno boom economico. Anche l´esplosione della spesa militare americana è sotto accusa perché sacrifica gli investimenti pubblici nell´istruzione. Una responsabilità a parte spetta all´integralismo religioso del presidente, che ostacola la sperimentazione scientifica in campi come le cellule staminali.

Il New York Times apre la prima pagina con questo allarme: "U.S. is losing its dominance in the sciences", gli Stati Uniti stanno perdendo il loro dominio nelle scienze.



Il sole tramonta nella foschia di Shanghai, ma il cantiere nel quale si costruisce la seconda torre dell’hotel Shangri-la non si ferma. Dalla mia camera nella prima torre, lo spettacolo è impressionante: le gru continuano a girare nell’oscurità, gli operai montano le travi d’acciaio sotto la luce dei riflettori.

All’una di notte conto ancora quattro cascate di scintille, le squadre dei saldatori. Ma l’albergo non è pieno. Il giorno dopo chiedo al manager il perché di tutta questa fretta. «Sa, anche quest’anno l’economia deve crescere al 9%» è la disarmante risposta.

Fino a qualche settimana fa la Cina preoccupava l’Occidente per la rapidità della sua crescita che sottrae lavoro a molti Paesi industrializzati e sconvolge i mercati delle materie prime, a cominciare da petrolio, acciaio e carbon-coke.

Si chiedeva al governo guidato da Wen Jiabao di azionare la leva del freno, anche per ridurre il surriscaldamento del sistema finanziario, e di rivalutare il renmimbi, anche per rendere le merci cinesi un po’ meno competitive. Gli economisti americani ed europei studiavano le mosse del governo soprattutto per capire fino a che punto fossero sinceri gli impegni presi per rallentare il ritmo di crescita e guidare la trasformazione di un’economia pianificata in un vero sistema di mercato.

Quando, alla fine del primo trimestre 2004, i dati hanno mostrato che il Pil cinese continua a crescere a una velocità poco inferiore al 10% annuo, furono in molti a concludere che il governo aveva mentito, dato che un’economia pianificata e centralizzata non può finire fuori controllo. Ma il governo ribadì il suo impegno e la banca centrale iniziò a intervenire sul sistema creditizio. In pochi giorni il clima è mutato: le Borse asiatiche (e non solo) hanno reagito con forti ribassi all’ipotesi di una frenata cinese; gli esperti hanno cominciato a temere un rallentamento troppo brusco che potrebbe togliere carburante alla ripresa internazionale fin qui alimentata proprio da Pechino, e in parte dagli Usa.

Cosa sta accadendo? La sensazione è che la tecnocrazia al governo abbia chiara la percezione dei rischi che corre l’economia cinese e stia cercando di pilotare una sorta di «atterraggio morbido», che però non è detto che riesca pienamente. Anche perché, se il potere centrale è effettivamente molto forte, il controllo dei venti o trenta dirigenti di Pechino che davvero «contano» su un Paese sterminato e sovrappopolato, non può essere così capillare. Non è, del resto, storia recente: un antico proverbio dice che il dragone (cioè l’impero) è potente, ma i serpenti (i feudatari al potere nelle varie province) sanno come sopravvivere ai suoi artigli.

Qualche giorno fa, il passaggio-chiave: la banca centrale, verificato che gli istituti - che col loro credito facile sono stati i veri «fuochisti» dell’economia cinese - anche a marzo avevano incrementato i prestiti addirittura del 20%, ha invitato tutti a voltare pagina. E la Commissione che controlla il sistema creditizio ha deciso di inviare squadre di ispettori in tutte le sette province del Paese per controllare che la disposizione venga realmente eseguita e che l’esposizione si riduca, in particolare nei settori più esposti: acciaio, industria automobilista e settore immobiliare, il cui boom, soprattutto a Shanghai e nelle zone di nuova urbanizzazione, sta producendo molta inflazione.

Insomma, la volontà di frenare sicuramente c’è: il governo teme davvero un surriscaldamento dell’economia, comincia a calcolare anche i danni ambientali prodotti da un’industrializzazione «selvaggia» e capisce che il disordine creato nel mercato mondiale delle materie prime danneggia i suoi stessi partner commerciali. Ma la frenata non può essere troppo pronunciata perché il Paese ha comunque bisogno di un certo livello di crescita per creare i nuovi posti di lavoro (circa 15 milioni l’anno) necessari per fronteggiare l’incremento demografico e i flussi migratori dalle campagne.

Che la manovra riesca è però tutto da vedere: alcune riforme sono state impostate, ma si procede a zig-zag, come dice il governatore della Banca centrale, Zhou Xiaochuan. Dal mercato del lavoro vengono flebili segnali che possono far sperare in qualche forma di riequilibrio tra Cina e Paesi avanzati, nel lungo periodo. Oggi il salario di un operaio di Shanghai in media è otto volte più basso rispetto all’Occidente. E, soprattutto in alcuni settori come le costruzioni, vige una sorta di «caporalato» che rende il lavoro tanto «flessibile» quanto privo delle più elementari garanzie. Ora qualcosa sta cambiando. A esempio a Pechino, dove tre milioni di lavoratori emigrati dalle campagne ricevono incarichi precari, è stato vietato il subappalto dei lavori a società che non garantiscono i requisiti minimi di sicurezza e spesso non pagano nemmeno i loro dipendenti. E gli operai che oggi vengono pagati una volta l’anno, dovranno ricevere il salario mensilmente. Non molto, visto dall’Europa, ma un cambiamento significativo per la Cina. Dove per alcune professionalità (a esempio gli ingegneri laureati in America che tornano in patria) si cominciano a pagare retribuzioni comparabili con quelle di altri Paesi industrializzati.

Se nel mondo del lavoro qualcosa si muove, dalle banche per ora non vengono indicazioni incoraggianti. Abituate a operare come rami della pubblica amministrazione che garantisce tutti i loro crediti, le quattro grandi banche cinesi hanno continuato per anni a erogare cifre enormi ai clienti, prevalentemente aziende di Stato, senza curarsi della redditività dei progetti finanziati. Cinque anni fa lo Stato destinò il 3% del reddito nazionale a un loro massiccio rifinanziamento (270 miliardi di yuan, circa 27 miliardi di euro, al cambio di oggi). Dovevano entrare nel sistema finanziario internazionale con un adeguato grado di patrimonializzazione. Ma la musica non è cambiata: pressate anche dai governi delle singole province, desiderosi di sostenere lo sviluppo, queste banche hanno continuato a finanziare di tutto. Così Pechino ha appena dovuto spendere ben 45 miliardi di dollari per rifinanziare due di queste banche. Ora, però, il sentiero si è fatto stretto: l’elevato livello dei crediti «in sofferenza» o già inesigibili - ufficialmente il 21% del totale, ma c’è chi ritiene che siano più del doppio - richiederebbe infatti una frenata brusca che verrebbe pagata a caro prezzo dall’economia cinese e da quella internazionale. Una frenata troppo morbida rischia invece di non allontanare il pericolo di un « meltdown » finanziario.

E così ieri sul «New York Times» Thomas Friedman ha trasformato la sua corrispondenza sulla Cina in una preghiera (ironica fino a un certo punto) al Padre Celeste, affinché mantenga i governanti cinesi forti e in buona salute fino all’età di 120 anni, capaci di governare con saggezza un processo di riforme economiche che consenta alla Cina di crescere per sempre al 9 per cento l’anno. Scavalcando, uno alla volta, tutti gli altri grandi protagonisti dell’economia mondiale, America compresa.



Repubblica 4.5.04

Dalle pubblicazioni sulle riviste specializzate al numero dei brevetti, gli americani perdono terreno

Vacilla il primato Usa nelle scienze ora la ricerca si fa in Asia ed Europa

L'allarme sulla prima pagina del New York Times: "Il mondo ci sta per raggiungere"

Le restrizioni ai visti favoriscono il ritorno dei cervelli in Cina e in India, giganti in ascesa

DAL NOSTRO INVIATO FEDERICO RAMPINI




Il quotidiano denuncia la sottovalutazione generale delle «conseguenze per l´occupazione, l´industria, la sicurezza nazionale o il dinamismo della vita culturale del paese». «Il resto del mondo ci sta raggiungendo», conferma John Jankowski della National Science Foundation, l´agenzia federale che studia proprio i trend della scienza. L´allarme è fondato su dati e indicatori precisi. Una misura della competizione internazionale nel sapere è il numero di brevetti. Qui gli Usa conservano una lunghezza di vantaggio su tutti, ma il margine si assottiglia di anno in anno, con un calo dal 60 al 52% in un ventennio, mentre in alcuni settori specifici i paesi asiatici sono già passati in testa.

Un altro indicatore che gli esperti guardano con attenzione è il numero di pubblicazioni su riviste scientifiche. Qui il sorpasso è già accaduto. Nella fisica, per esempio, gli studi americani sono caduti dal 61% del totale vent´anni fa, al 29% oggi. Il direttore della Physical Review, Martin Blume, rivela che la Cina è ormai passata in testa con più di mille studi presentati all´anno, e afferma che lo stesso sta accadendo in altre discipline avanzate.

Il New York Times cita Diana Hicks del Georgia Institute of Technology, secondo cui il ritmo dell´ascesa asiatica nella scienza e nell´innovazione tecnologica «è incredibile, studi e brevetti salgono in modo stupefacente». Il giornale mette sotto accusa il provincialismo di un´America che si crede il centro del mondo, e talvolta ignora i progressi altrui. Ricorda l´esempio delle missioni su Marte: la notizia che la sonda europea ha individuato tracce di metano nell´atmosfera è stata ignorata dai mass media americani, troppo intenti a esaltare le prodezze della missione Nasa.

L´opposizione democratica cavalca l´allarme, il capogruppo al Senato Tom Daschle parla di un «momento di svolta», in cui si moltiplicano «i segni che il primato americano nel mondo scientifico è scosso». La proliferazione delle spese militari in passato ha avuto effetti benefici anche sul progresso tecnologico, e tuttora la ricerca a scopi bellici riceve 66 miliardi di dollari di finanziamenti all´anno. Ma il peso della guerra in Iraq sui deficit pubblici costringe a tagli dolorosi e gravidi di conseguenze in altri campi: 21 agenzie federali su 24 che si occupano di ricerca scientifica hanno visto i propri bilanci decurtati, le tre che si salvano sono quelle che si occupano esclusivamente di missioni spaziali e sicurezza nazionale.

La priorità alla sicurezza si ritorce contro la scienza in un altro modo. Una conseguenza dell´11 settembre è stato il giro di vite sulle procedure per i visti d´ingresso agli stranieri. I nuovi controlli hanno allungato a dismisura i tempi di rilascio anche per i visti di studio. Questo rallenta e ostacola l´arrivo di quei talenti stranieri - docenti, ricercatori o studenti - che da sempre contribuiscono alla forza delle università americane. Il numero di laureati stranieri che hanno presentato domanda per un dottorato di ricerca negli Usa nel prossimo anno accademico è sceso del 25%. Pochi giorni fa un summit d´emergenza ha portato i rettori delle principali università americane alla Casa Bianca, per tentare di porre un riparo a questa emorragia di cervelli. Ma la paura di attentati e l´inefficienza dell´Immigration Service hanno creato un collasso burocratico da cui è difficile uscire in tempi rapidi.

L´impatto negativo della nuova politica dei visti coincide con una fase in cui emergono come nuovi poli d´attrazione la Cina e l´India, due tradizionali serbatoi d´emigrazione qualificata verso gli Usa. Negli anni ?90 un terzo delle nuove imprese fondate nella Silicon Valley - il centro californiano delle tecnologie avanzate - era stato creato da imprenditori-scienziati di origine asiatica. Oggi una parte di loro stanno tornando a casa, attirati dall´opportunità di usare la propria esperienza americana nella "nuova frontiera" del boom asiatico. Ormai per molti giovani laureati provenienti da Cina, India, Corea, Taiwan, anche se hanno già in tasca il visto Usa la prospettiva è cambiata. Un dottorato a Berkeley, Stanford o Harvard è solo una tappa prima di tornare a far carriera in patria, non l´anticamera dell´emigrazione negli Stati Uniti. A questa inversione di tendenza contribuiscono le stesse multinazionali americane. Da Ibm a Microsoft, da Intel a Hewlett Packard, tutte investono in Cina non più solo per crearvi fabbriche con manodopera a buon mercato, ma per costruire centri di ricerca avanzata, design, progettazione. La grande paura americana dell´offshoring assume di colpo un significato nuovo. Non sono solo posti di lavoro che vengono trasferiti sull´altra sponda del Pacifico, ma la stessa ricetta-chiave della leadership americana nel mondo. Giappone, Taiwan e Corea del Sud già rappresentano da soli un quarto di tutti i brevetti industriali registrati sul mercato americano, Cina e India sono sulla buona strada. «Ci stanno raggiungendo - dice la vicepresidente del Council on Competitiveness, Jennifer Bond - e gli americani farebbero bene a non addormentarsi sugli allori».



AP 3.5.04 (dall'articolo del New York Times)

SCIENZA, GLI USA STANNO PERDENDO IL DOMINIO MONDIALE (NYT)

Crescono l'Europa e la Cina, effetto della globalizzazione




Roma, 3 mag. (Ap) - I primi a stupirsene sono stati gli stessi analisti americani, ma la tendenza è in atto e i dati la confermano: gli Stati Uniti stanno perdendo il dominio incontrastato nel campo della scienza e della tecnologia. Il resto del mondo - in particolare l'Europa e l'Asia - sta rapidamente colmando un "gap" che sembrava invalicabile, e anzi pareva destinato ad allargarsi. Lo scrive il New York Times, che cita i pareri di esperti governativi e privati americani e fa l'analisi di una serie di "indicatori" del progresso scientifico: i brevetti, il numero delle pubblicazioni, i premi Nobel. La conclusione la tira senza girarci intorno John E. Jankowski, analista della National Science Foundation: "Il resto del mondo ci sta raggiungendo", dice. "Il primato nelle scienze non è più appannaggio dei soli Stati Uniti".

Il mondo nel suo complesso di certo ne trarrà beneficio, dice ancora l'esperto. Ma i grandi profitti derivanti dall'eccellenza tecnologica saranno sempre più condivisi, e anche la concorrenza nella produzione scientifica si farà più difficile, perché gli Usa non saranno più - come ora - una calamita irresistibile per tutte le menti migliori.

Da che cosa emerge la tendenza alla recessione della scienza made in Usa? In primo luogo - scrive il NYT - dall'indicatore più importante non soltanto dal punto di vista culturale, ma soprattutto economico: il numero di brevetti nelle alte tecnologie che vengono concessi nel mondo. Fino a qualche decennio fa erano tutti, con pochissime eccezioni, concessi a centri di ricerca americani. Oggi, gli Stati Uniti conservano la maggioranza, ma risicata: il 52 % dei brevetti è americano, Europa ed Asia si dividono quasi tutti gli altri.

Ancor più indicativo e preoccupante è il declino riguardante un altro indicatore specifico, il numero delle pubblicazioni scientifiche accolte dalle riviste specializzate. Negli ultimi vent'anni, da una maggioranza di articoli firmati da riceratori Usa che comunicavano i loro risultati innovativi, si è passati a una netta minoranza. Significativo il caso della Physical Review, tempio della ricerca in campo fisico-matematico: soltanto il 29 per cento degli articoli oggi esce da ricerche compiute in laboratori americani. Nel 1983 erano il 61 per cento.

Declino anche nei premi Nobel dedicati alle discipline scientifiche. Scorrendo gli Albi d'Oro dagli anni Sessanta ai Novanta, si leggono soltanto nomi di ricercatori operanti negli Usa, con poche sporadiche eccezioni. A partire dal 2000, il 51 % dei riconoscimenti è andato a ricercatori europei.

Di tutto questo, scrive il NYT, si ha poca percezione negli Stati Uniti, tanto a livello di pubblico che a livello politico. E' difficile scalzare l'immagine, ormai da tempo acquisita, del dominio scientifico Usa. I media sono abituati a non tener conto di quanto avviene all'estero, e non hanno percepito la sgradevole novità.

Il giornale cita un esempio: pochi mesi fa, la sonda marziana dell'Esa, l'agenzia spaziale europea, scoprì tracce di metano nell'atmosfera del pianeta, ovvero un forte indizio della presenza di microrganismi viventi. Negli Usa la notizia non è neppure passata, perché il pubblico era bombardato dalle immagini dei due robot della Nasa che passeggiavano nei deserti marziani.

Secondo gli analisti Usa, il futuro apparterrà sempre più a nazioni non americane. La Cina, col suo aggressivo programma spaziale, viene vista come il concorrente più temibile. Il numero di pubblicazioni da parte di scienziati cinesi è aumentato vertiginosamente in pochi anni, e continua ad aumentare.

passioni, emozioni e scienza:due libri

Il Gazzettino Martedì, 4 Maggio 2004

LIBRI

Cercando di entrare nel cuore di uno scienziato

di RICCARDO CALIMANI




(...)

Le passioni possono essere all'origine del pensiero scientifico?



A questa domanda risponde positivamente Nicolas Witkowski con un bel volume "Storia sentimentale della scienza", edito da Raffaello Cortina. E possibile trovare in queste pagine matematici persiani che risolvono difficili equazioni cantando le lodi del vino, ingegneri rinascimentali che, se, in un caso, riescono a risolvere un problema, in altre dieci situazioni falliscono clamorosamente, maestri del pensiero, che non solo svelano principi matematici della filosofia naturale, ma anche contemporaneamente rivelano morbosi segreti, per non parlare degli evoluzionisti che celebrano gli amori delle piante e di altre storie amene. Il risultato di questa lettura è quello di mostrare l'importanza delle emozioni rispetto al progresso scientifico.



Un libro sulle emozioni



"Alla ricerca di Spinoza" di Antonio Damasio, edito da Adelphi, è un brillante saggio che, attingendo ai risultati più recenti delle neuroscienze cognitive, offre una risposta ad interrogativi classici:da dove nascono i sentimenti? Che cosa sono? Da queste domande scaturisce un'indagine estremamente stimolante che sposta il dibattito, ben noto, sul rapporto mente-corpo inserendolo in un nuovo scenario concettuale che coinvolge la totalità della natura che ci circonda.

lunedì 3 maggio 2004

un libro su Schopenhauer(si tratta della ristampa di un libro già uscito nel '97)

Repubblica 3.5.04

FILOSOFIA

SCHOPENHAUER GLI ANNI RUGGENTI DEL PENSIERO DEL '900

di FRANCO VOLPI




Schopenhauer è uno di quei pensatori irregolari, eccentrici, difficili da ricondurre alla propria epoca. La sua stella spunta all'improvviso nella costellazione del kantismo, ma, anziché seguirne l'evoluzione verso l'idealismo, se ne distacca bruscamente e apre con il concetto di Volontà un'orbita nuova. Da lui hanno origine Wagner, Nietzsche e quella metafisica del pessimismo che tanta parte ha avuto nella formazione dell'anima tedesca e nella cultura europea del Novecento. La sua fortuna, incominciata tardi, dopo i "Parerga e paralipomena" (1851), fu osteggiata dalla filosofia universitaria. Almeno finché essa fu dominata dall'idealismo, che di Schopenhauer fu acerrimo avversario, e finché le fu possibile farlo. Cioé fino a quando anch'essa fu costretta a prendere atto del successo che la sua opera mieteva presso il vasto pubblico. Le cose, tuttavia, non cambiarono molto. Schopenhauer fu letto da scrittori, letterati e artisti come Flaubert e Maupassant, Strindberg e Hamsun, Tolstoj e Cechov, Svevo e De Chirico. E poi da Karl Kraus, Thomas Mann, Kubin, Hesse, Musil, Benn, Thomas Bernhard, Borges e altri ancora.

Tra i grandi filosofi contemporanei, invece, solo Wittgenstein fu suo appassionato e segreto ammiratore. Non diversa né migliore la situazione italiana. Da noi Schopenhauer fu coltivato in seno a quella che - rispetto al neoidealismo imperante di Croce e Gentile - si potrebbe chiamare "l'altra filosofia italiana del Novecento": da Rensi e Martinetti fino a Colli. Ma non possiamo vantare una vera tradizione di studi schopenhaueriani. La bella traduzione del libro di Safranski sopperisce dunque a una lacuna [questa lacuna non c'era: il libro era già uscito nel '97 per La Nuova Italia ed è reperibile nelle biblioteche, adesso è uscito per Longanesi. Ndr].

È la migliore ricostruzione della vita e dell'opera di Schopenhauer oggi in circolazione, e al tempo stesso un avvincente spaccato su quegli "anni ruggenti della filosofia". È un saggio con la verve di un romanzo, scritto con passione da questo ex insegnante diventato scrittore per necessità, da quando fu licenziato per il cosiddetto Berufsverbot, la legge che negli anni Settanta vietò in Germania il ruolo statale a chi non fosse fedele alla costituzione (quindi, con teutonica inferenza, a chiunque era comunista).

domenica 2 maggio 2004

«Cubismo, rivoluzione e tradizione»una mostra che si prepara a Ferrara.(un'anteprima di Simona Maggiorelli)

quotidiano EUROPA, sabato 1 maggio

IL CUBISMO IN MOSTRA A FERRARA

di Simona Maggiorelli




info: www3.comune.fe.it/mostre



L'onda lunga di una delle ultime, e più importanti, rivoluzioni che hanno attraversato l'arte europea. In palazzo dei Diamanti a Ferrara, dal 3 ottobre, la storia dell'innovazione radicale apportata dal cubismo. Attraverso un centinaio di opere, l'affascinante passaggio da una pittura come mimesi e riproduzione fedele del reale, a una pittura che è espressione e sintesi di un vissuto interiore del pittore nel rapporto con il mondo. Non più descrizioni, più o meno ispirate, di paesaggi e cose in dettaglio. Ma linee, cubi, triangoli, cercando di sfondare la superficie degli oggetti rappresentati alla ricerca di strutture più nascoste e profonde. Depositando su tela la traccia interiore, che rapporti e esperienze hanno lasciato nella psiche dell'artista. Un'avventura dell'arte iniziata nel 1908 quando Braque e Picasso dettero il la al movimento, a partire da un'opera decisiva come le "Demoiselles d'Avignon", quadro laboratorio, di lunga e tormentata

esecuzione in cui Picasso, sviluppava la lezione di Cézanne, scomparso un anno prima, fra suggestioni di arte africana e primitiva e molta ricerca sui volumi, sulla scomposizione delle forme. Intorno agli studi che portarono a quest'opera di importanza nodale la mostra ferrarese aggrega un centinaio di capolavori: opere dei fondatori, Picasso, Braque, Léger e Gris e di artisti che aderirono al movimento, come Gleizes, Metzinger e Dufy, ma anche di pittori e scultori che furono influenzati dal cubismo, da Duchamp a Mondrian. La mostra, anticipano i curatori, documenterà come i cubisti attuarono la loro rivoluzione a partire dai soggetti e dai generi della tradizione, come il ritratto, il paesaggio, la natura morta. Così all'inizio del percorso ci saranno i primi ritratti cubisti firmati da Braque e Picasso di una serie di personaggi del loro entourage, di donne amate, come la bella Fernande che Picasso ritrasse nel famoso "Donna con il vaso di mostarda" del 1910. A testimonianza dei mutamenti che rapidamente andava subendo l'anatomia delle figure. E tra le opere più significative degli anni Dieci, perlopiù quasi monocromi, uno dei quadri più riusciti di Leger, "Nudi nella Foresta". Al centro della sezione dedicata alla natura morta cubista, una scultura policroma di Henri Laurens, "Bottiglia di rum", mentre uno spazio importante sarà riservato ai papiers collé, invenzione con cui i cubisti sovvertirono ogni regola di rappresentazione. Fra i filoni collaterali e niente affatto marginali, i lavori che i cubisti fecero per il teatro, composizioni di gruppo, tra cui il monumentale "Rugby" di Lhote e, a chiudere il percorso, un'insieme di opere risalenti all'ultima stagione del movimento quando, alle soglie degli anni Venti, ancora Gris riusciva a distillare in stile cubista opere interessanti come "Chitarra e fruttiera".

la comunicazione nei bambini da 0 a 3 anni

Gazzetta di Parma senza data

Un'iniziativa dell'Università

Come comunicano i bimbi fino a 3 anni:

uno studio nei nidi

di M. Chiara Illica Magrini




FIDENZA - Nei prossimi mesi a Fidenza l'attenzione sarà posta sui più piccoli. Anzi, piccolissimi, grazie al progetto di ricerca accolto dall'amministrazione comunale che vedrà impegnate le psicologhe Arianna Bello (dottore in ricerca sul linguaggio infantile) e Silvia Stefanini (dottoranda), nell'osservazione dei bambini da 0 a 3 anni presso il servizio educativo dell'asilo nido.

La ricerca si concentrerà e indagherà sulle prime fasi di sviluppo del linguaggio nei contesti di vita quotidiana dei bambini. Gli scopi: arrivare con strumenti innovativi ad un effettivo miglioramento del servizio educativo, nella tutela e nel rispetto dei bambini.

Perché questo risulti possibile, una particolare attenzione sarà posta anche sul dialogo tra ricercatori e operatori del settore, perché si possa creare una situazione di scambio fruttuoso e favorire così una migliore preparazione degli operatori stessi. Senza dimenticare quanto un tale impegno possa rappresentare un valido sostegno alla prevenzione in un campo, come quello della comunicazione, che risulta essere di estrema importanza già dalle prime fasi di sviluppo, nonché offrire un concreto aiuto al ruolo di genitore.

Le risultanze della ricerca verranno infatti esposte in un incontro finale con i genitori, già coinvolti in una prima fase della ricerca che li vedeva impegnati nella somministrazione di un questionario appositamente redatto,che ha fornito importanti indicatori senza rendere così necessario l'intervento del ricercatore nell'ambito famigliare.

Gli strumenti utilizzati per la raccolta dei dati sono stati scelti e accuratamente calibrati «a misura di bambino», perché risultino rispettosi e garantiscano la massima attenzione, e di questo si compiace il sindaco Massimo Tedeschi che ribadisce l'importanza dell'interesse posto anche sul percorso di crescita dei «mini-cittadini».

Alla presentazione del progetto erano presenti anche l'assessore alla Cultura, Maria Pia Bariggi; l'assessore alla Pubblica Istruzione, Eros Amadasi; e la coordinatirice Gennari. L'iniziativa, attivata dal Centro per la Ricerca sui disturbi neurocognitivi del bambino presso la sezione di fisiologia diretta dal Prof. Giacomo Rizzolatti (Dipartimento di Neuroscienza dell'Università di Parma), è stata resa possibile grazie alla partecipazione dell'Istituto di Scienza e Tecnologia della Congnizione del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma (C.N.R.); ed al contributo dell'Ufficio Pastorale delle Famiglie della Diocesi di Parma, e della Fondazione Monte Parma. Fidenza rappresenterà uno dei primi Comuni che vedrà attuato un intervento di questo tipo, (la prima sperimentazione si è realizzata a Roma), nella naturale speranza di poter vedere, in futuro, un coinvolgimento più esteso a livello nazionale su temi non trascurabili come quello dell'infanzia e della crescita.

anche i fitoterapeuti vogliono occuparsi di depressione

Yahoo! Salute Domenica 2 Maggio 2004, 9:00

Iperico, mai assumerlo senza prescrizione medica

Di Staibene.it




La pianta dell'iperico, chiamata anche "erba di San Giovanni", è molto comune nelle nostre campagne, e fiorisce nel mese di giugno. Se si lasciano macerare le sommità fiorite in olio d'oliva, si otterrà un lenitivo cutaneo dalle proprietà antinfiammatorie e cicatrizzanti.

Ma l'iperico è noto soprattutto per le sue proprietà antidepressive. I costituenti chimici più importanti sono: flavonoidi, iperforina, ipericina e pseudoipericina, un olio essenziale e la melatonina. Da circa trent'anni si conoscono le proprietà antidepressive dell'estratto secco della pianta.

"L'effetto - spiega Fabio Firenzuoli, presidente dell'associazione nazionale medici fitoterapeuti e responsabile del laboratorio di fitoterapia dell'ospedale San Giuseppe di Empoli - è confermato da numerosi trials clinici controllati, tanto che oggi è disponibile come specialità medicinale con obbligo di prescrizione medica. Il meccanismo d'azione è abbastanza complesso: inibizione della ricaptazione della serotonina, noradrenalina e dopamina. Per questo l'iperico trova oggi indicazioni nel trattamento medico di sindromi depressive di lieve e media entità, depressione stagionale e depressione da sindrome climaterica. Viene anche utilizzato nei pazienti affetti da attacchi di panico".

"Gli effetti collaterali sono realmente molto scarsi. Tra questi anche la fotosensibilizzazione (ma per dosaggi di molto superiori a quelli terapeutici). L'iperico invece potenzia gli effetti farmacologici dei farmaci antidepressivi di sintesi e determina la comparsa della sindrome serotoninergica (agitazione, confusione mentale, ipomania, turbe della pressione arteriosa, tachicardia, brividi, ipertermia, tremori, rigidità, diarrea)".

sabato 1 maggio 2004

dal New York Times del Primo Maggio:«Maya Sansa è la nuova immagine dell'Italia»

The New York Times 1.5.04

The New Italian Icon

By A.O. SCOTT




There was a time, not long ago, when Italian movies -- and Italian movie stars -- arrived on our shores with pleasing regularity. That country's great actresses, in particular -- Anna Magnani, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Sophia Loren, to commence a list that easily could fill this page - became international icons of Mediterranean womanhood, vivid embodiments of earthy sensuality, maternal passion, histrionic suffering and volcanic capriciousness. But since the 1970's, Italian cinema has turned inward, toward quiet domestic drama and solemn political inquiry, and it has, with the exception of the occasional sentimental crowd-pleaser (''Il Postino,'' for instance), slipped out of fashion.



This is a shame, because the quality and breadth of Italian screen acting is as impressive as ever. Perhaps the most abundant support for this claim can be found in ''The Best of Youth'' a six-hour film by Marco Tulio Giondana, originally made for Italian television, which will be released theatrically by Miramax in July. The film, which follows a middle-class Roman family from the mid-1960's to the year 2000, features a cast of extraordinarily capable actors, none of them familiar faces. The most striking face, surely, belongs to Maya Sansa, a 28-year-old actress of Iranian and Italian descent who seems to carry in her dark eyes and soulful features a dramatic tradition that reaches back into antiquity and forward into the global cinematic future.



In ''The Best of Youth,'' her character, Mirella Utano, is a Sicilian photographer who arrives in the middle of the story, befriending one of the main characters, a handsome and volatile police officer. The sight of her sitting on a sun-flooded cafe terrace momentarily lifts his despair. Her subsequent appearances, always surprising, always welcome, bring with them the promise of connection, continuity and happiness to a family and a nation racked by the trauma and division of the 1970's.



In Marco Bellocchio's ''Good Morning, Night,'' shown at last year's New York Film Festival, Sansa is, by contrast, an icon of loneliness and torment. She plays one of the perpetrators of the era's most notorious political crimes -- the kidnapping and murder of the Christian Democratic leader Aldo Moro in 1978 -- and she seems to absorb all of that decade's agony into her sensitive face and delicate frame.



In these two films, Sansa, an actress of exquisite restraint, tiptoes in the footsteps of the great screen divas of the past. There is nothing melodramatic, let alone operatic, in her presentation, but her quietness is its own kind of charisma. The best Italian movies these days tend to be thoughtful, graceful and humane, and Sansa, for all her modesty, may be the ideal star to carry them to the wider world.

incidenza dell'anoressia e della bulimia in Piemonte

La Stampa 1.5.04

Riconoscere anoressia e bulimia

di Marco Accossato




Saranno in distribuzione a giorni, in tutte le farmacie di Torino e della provincia, 65 mila opuscoli gratuiti dal titolo «Anoressia Bulimia». E’ il contribuito che l’associazione Pr.A.To - acronimo di Prevenzione Anoressia Torino - darà all’attività del Centro Amenorree nato circa un anno fa all’ospedale Sant’Anna di corso Spezia, primo esempio italiano di équipe mista di ginecologi, endocrinologi, neuropsichiatri infantili e psichiatri specializzata nel prevenire le conseguenze devastanti dei disturbi alimentari.

In Piemonte 700 mila ragazze sono nell’età a rischio anoressia. Ogni anno, nella nostra regione, si registrano tra i 180 e i 360 nuovi casi di anoressia e tra i 360 e i 550 di bulimia. Il rifiuto del cibo, come l’abbuffarsi per poi vomitare, sono due aspetti di uno stesso problema: «Otto volte su dieci - spiega il professor Roberto Rigardetto, direttore dell'Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell'Università di Torino e specialista del centro torinese - dietro un disturbo dell'alimentazione c'è un rapporto difficile in famiglia che all'inizio il pre-adolescente o l'adolescente riesce a compensare, ma oltre un certo limite esplode nell'anoressia o nella bulimia». «Il problema - aggiunge Rigardetto - è che una famiglia in crisi si concentra sull'aspetto fisico del problema, mentre deve essere aiutata a spostare l'attenzione a monte, sulle cause dei disturbi organici».

L'obiettivo del Centro nato nel 2003 al Sant'Anna è prevenire: tre ambulatori, un day service con tre lettini dove vengono visitate le pazienti, sottoposte ai test ormonali, alle ecografie e alle densitometrie ossee. Accanto al professor Rigardetto lavorano il professor Carlo Campagnoli - promotore del Centro - e il professor Secondo Fassino, direttore del centro pilota dei disturbi del comportamento dell'Asl 3.

Il contributo concreto dell’associazione Pr.A.To presieduto da Evelina Christillin non si fermerà al prezioso opuscolo da 34 pagine, redatto da alcuni soci fondatori e pubblicato col contributo della Fondazione Crt: mercoledì 26 maggio, dalle 17 alle 19, nell’aula magna dell’Istituto Avogadro, è organizzato un incontro durante il quale saranno descritti fra l’altro i tipici segnali d’allarme dell’anoressia e della bulimia. «Il 15 per cento delle ragazze anoressiche, ancor oggi, non ce la fa a superare la malattia e muore», ricorda il professor Rigardetto. «La prevenzione si basa innanzitutto sull’informazione - sottolinea la presidente Christillin -. Genitori, medici, insegnanti e operatori sociali devono essere sensibilizzati a riconoscere i segni di disagio, i comportamenti, i sintomi che sono espressione precoce di una possibile anoressia, indirizzando i giovani alle strutture sanitarie adeguate».



Repubblica ed. di Torino 1.5.04

Parte la campagna di prevenzione promossa dall´associazione "Prato": conferenze nelle scuole, distribuiti centomila opuscoli

Anoressia, in calo l'età

La soglia dei disturbi si abbassa a 11-12 anni

Sette ragazze su cento hanno una condotta alimentare scorretta

di TIZIANA CATENAZZO




Cresce l´emergenza anoressia e bulimia: 100 nuovi casi all´anno, a Torino, mentre in Piemonte sono 700 mila i soggetti a rischio; 1400 quelli affetti da anoressia conclamata e 5000 i bulimici. Ogni anno il numero dei nuovi casi passa da 180 a 360, per l´anoressia, e da 360 a 550 per la bulimia. E intanto la soglia di inizio dei disturbi si abbassa agli 11-12 anni. Ne hanno parlato ieri mattina all´ospedale Sant´Anna i soci fondatori di Pr.A.To, associazione per la prevenzione dell´anoressia a Torino: Evelina Christillin, che la presiede, Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per la cura dei disturbi da comportamento alimentare (Dca), e Carlo Compagnoli, promotore del Centro amenorree nato l´anno scorso internamente all´ospedale. Per ribadire l´importanza della prevenzione e della diagnosi precoce di questi ?malesseri da benessere´: genitori, medici, insegnanti e operatori sociali devono riconoscere i segni di disagio, i comportamenti e i sintomi per indirizzare i giovani alle strutture sanitarie. Da qui, la campagna di informazione con il contributo della Crt: un testo informativo - distribuito in più di 100 mila copie attraverso le farmacie, medici di base, associazioni femminili, l´Unitre - e una serie di incontri di approfondimento, a partire dal 26 maggio all´Itis Avogadro. Il Centro amenorree del Sant´Anna è attivo da quasi un anno, e vi operano ginecologi, psichiatri e psicologi. «Abbiamo preso in carico 65 ragazze sopra i 18 anni- spiega Carlo Campagnoli - per un percorso diagnostico e un primo intervento psicologico motivazionale. Come prevenzione abbiamo visitato finora 183 ragazze con amenorrea da sottopeso, di cui 40 minorenni: due giovanissime presentavano già uno stato di deperimento tale da suggerire un immediato ricovero, mentre cinque maggiorenni sono state inviate al Centro Dca dell´Università, e 151 al day service. La valutazione psicologica ha evidenziato una situazione a rischio per il 77% delle minorenni e del 59% delle maggiorenni, e l´esame densitometrico ha rilevato che per il 50% delle minorenni la massa ossea è nettamente carente». Uno studio condotto l´anno scorso nelle scuole superiori piemontesi ha dimostrato che le ragazze sottopeso sono circa il 17%, e che il 7% di loro presenta una condotta alimentare problematica.

comico laicismo e trasgressione nella civiltà araba e islamica

La Stampa TuttoLibri 1.5.04

Tra fiori del bacio e del coito, è il laico Iraq la culla della trasgressione araba

di Egi Volterrani




RIDONO gli arabi? Sì, ridono, ridono…più o meno come noi: più o meno. Certo la risata come effetto scatenato dalla creazione (o dalla invenzione) comica non si accompagna bene con fanatismo, integralismo, attitudini accidiose. Ma fanatismo e integralismo, nel mondo islamico, accomunano solo una ben modesta minoranza di individui, che è ancora esigua: in gran parte, dipende da noi (noi occidentali) non alimentarne la crescita con le nostre paure, con i nostri pregiudizi e le nostre generalizzazioni. Senza risalire alla Santa Inquisizione, fanatismo e integralismo hanno del resto caratterizzato, attraverso i secoli, un vasto settore della nostra produzione letteraria. Però, e qui sta il "più o meno", mentre "da noi" gli astrusi sproloqui moralisti di Bierce, contro il Valzer e contro il Diavolo che ci infila in mezzo la coda, oggi, fanno schiattare i più dalle risate, "da loro", nel mondo arabo, nessuno ride, piuttosto trema, quando legge le teorie wahabiste o la fatwa per Salman Rushdie. Ciò deriva da un atteggiamento di profonda diffidenza e ben radicato che la religione islamica manifesta nei confronti della creazione letteraria (che di sua natura è incompatibile con l'islam-rivelazione). Ma questo dovrebbe essere oggetto di un'altra chiacchierata, sul rifiuto della Jahilyya, della cultura araba preislamica. In tutte le culture, il comico è legato al paradosso, alla spacconata, alla sproporzione, eccetera. Ma soprattutto alla trasgressione. Nella cultura islamica, secondo il grande poeta siriano Adonis, anche la poesia vive soltanto nella trasgressione. E, come la poesia, dunque, meglio se il comico è insolito e inventato e se è avvolto da un pur diafano alone di mistero. Nel mondo mediterraneo, arabo, turco e europeo, fin dai tempi antichi, i cantastorie, il teatro dei pupi e quello dei burattini (in Egitto Karaguz), le storie infinite come quelle di Giufà (Djiufar in arabo, Gioanìn, quello senza paura, in Piemonte, personaggi indagati bene da Francesca Corrao in numerose pubblicazioni), i Novellieri (dal "Decamerone" a "Le Cento e una notte", da "Lo Cunto de li Cunti" alle "Mille e una Notte") sono stati vettori di stereotipi del comico e del satirico ai quali si ricorre tuttora. Testi di tal genere, o con la stessa funzione, o destino, non mancano nella letteratura araba più antica. Addirittura preislamici e ancora oggi citati sono i racconti di taverna di Tarafa, e le satire ciniche di Al Harit. Dopo l'avvento dell'Islam, la culla della poesia anche di vena umoristica è stato l'Iraq, di tutto il mondo arabo il paese di maggior spessore culturale, il più laico e trasgressivo, dove sono fioriti gli spiriti più liberi. Poesia raffinata, umorismo e trasgressione convivono nell'opera di Abu Nuwas (Bassora, 757-815). Elegantissime e sorprendenti sono le metafore di Hariri (Bassora, 1054-1122) nelle sue Maqamat (Sedute). Al Jawzi, nato a Bagdad nel 1117, è il primo classico letterario dell'umorismo arabo tradotto in una lingua occidentale, in italiano, con il suo "Il sale nella Pentola", (Il leone verde, Torino, 2003). Grande fama ebbe ed ha ancora il testo di Ali al-Baghdadi (XIV sec.) sulle astuzie delle mogli infedeli ("Gli Splendidi Fiori del Bacio e del Coito"). Dopo l'arrivo dei Turchi (a Bagdad nel 1055), fiorirono le epopee cavalleresche, delle quali la più nota, "Il Romanzo di Baibars", racconta le spacconate di quel sultano mamelucco e potrebbe ricordare "Il Morgante Maggiore" di Luigi Pulci. Dunque, "così ridevano". E ancora ridono, ma non solo di ricordi. Venendo infatti alla letteratura araba recente, pochi hanno riso per il "Pessottimista", romanzo pacifista umoristico di Emil Habibi, sindaco arabo di Betlemme: con le migliori intenzioni, il lettore è scoraggiato dal tema che ispira quel libro, la guerra di Palestina: un tema a dir poco sinistro. Anche i classici della letteratura araba moderna, come Kateb Yacine, per quanto in un complesso contesto di satira politica ("Il Cadavere Accerchiato", Epoché Edizioni, Milano, 2004), ricorrono a stereotipi classici, come l'asino che "fa" le monete d'oro, o la polvere d'intelligenza, che ricorda il vestito nuovo dell'imperatore. Ma l'ironia sfrenata e caustica di Abu Abed, libanese dal baffo nero e il turbante rosso, viaggia sulle pagine di Internet e diverte quotidianamente gli arabi di tutte le generazioni (Abuabed.net). Della letteratura umoristica araba contemporanea, il testo che più mi è piaciuto è stato "Le Notti di Azed", di Lotfi Akalay (Bompiani, 1997). Più volte ho pianto dal ridere, dove l'autore dimentica di aver fatto morire la madre del protagonista e la fa ricomparire con grande nonchalance, quando sostituisce sotto il culo di un personaggio una poltrona con un divano, perché serve così, in un batter di ciglio. E poi accende la luce in stanze sature di gas e nulla accade, e assicura imperturbabile che un tale "quel giorno ha viaggiato per una settimana attraverso la Spagna". Il tutto nel racconto di un drammatico rapporto di coppia, in un Marocco dove conta soltanto il denaro…

civiltà precristiana: il riso, cosa divina

La Stampa TuttoLibri 1.5.04

Sull’Olimpo, il riso era incontenibile

di Silvia Ronchey




PLATONE condannava Omero per avere osato raccontare «il riso inestinguibile ("asbestos gelos") degli dèi». Aveva un'enormità tale, quel riso, quando esplodeva fra gli immortali, una tale potenza, da sconvolgere il filosofo. La gamma del riso olimpico era vasta e variegata. C'era il riso d'ordine, come l'ha chiamato Cristiano Grottanelli, quel riso di esclusione che ridimensiona e umilia figure anomale e basse, come Efesto e Tersite. C'era il riso rituale, come Vladimir Propp ha classificato quello di Demetra alla vista di Baubo, la vecchia oscena. C'era anche il riso dell'ira, come quando Era dalle bianche braccia ride con le labbra aggrottando le sopracciglia nere. Ma in genere quando scoppiavano a ridere gli dèi dell'Olimpo si torcevano e si sbellicavano. La prima grande, collettiva, liberatoria risata degli dèi pagani è quella che Odisseo narra ai Feaci nel settimo canto dell'Odissea. Quando Afrodite tradì Efesto con Ares, il Sole fece la spia. Lo sposo tradito scese furibondo nella sua fucina e forgiò delle catene fortissime, che nessuno avrebbe potuto infrangere, sottili però come fili di ragno, che nessuno avrebbe potuto scorgere. Vi imbozzolò il talamo della sua casa, poi finse di partire. Quando Ares e Afrodite andarono a letto, una volta entrati restarono immobilizzati, incapaci di muovere anche solo le dita del piede. C'è chi dice che la scena di Ares, Afrodite e Efesto abbia un significato esoterico, legato all'armonia cosmica e alla musica delle sfere. I due divini amanti erano anche oggetti astrali. Sia quel che sia, appena Efesto li chiamò, gli dèi si raccolsero sulla soglia di bronzo e rimasero per un attimo immobili nel portico a guardare. Poi scoppiarono in un incontenibile "fou rire" di cento memorabili versi. L'ultima grande, collettiva, liberatoria risata degli dèi echeggia in un'opera successiva alla loro morte, denunciata dal sacerdote delfico Plutarco, quando era già nato Cristo. «Il grande dio Pan è morto», aveva scritto. Quattro secoli dopo, Giuliano, l'imperatore filosofo, sognò di richiamare gli dèi in vita, restaurando il paganesimo o meglio imponendo all'impero una religione universale, sincretistica, in cui il Sole degli orientali si confondesse con lo Zeus degli ellèni, il dio filosofico di Platone con quello dei galilei. Giuliano non riuscì nel suo tardivo progetto, ma scrisse un pamphlet intitolato I Cesari o Il Simposio o I Saturnali. In quelle pagine riunì di nuovo per l'ultima volta sull'Olimpo gli antichi dèi, in occasione appunto della festa romana in cui il mondo per un giorno va alla rovescia. E invitò a unirsi a loro gli imperatori divinizzati, per scegliere chi far salire come re del carnevale pagano sul trono di Zeus. Il satiro Sileno faceva da buffone. Giulio Cesare era altezzoso, Ottaviano un camaleonte, Tiberio un vecchio satiro, Vespasiano uno spilorcio, Tito un libidinoso, Domiziano un pazzo da legare con un collare di ferro, Adriano assorto in riflessioni senza capo né coda. Nella descrizione di Giuliano solo Alessandro Magno, ospite d'onore, e Marco Aurelio, il cesare filosofo, si salvavano dalle beffe con cui il satiro faceva ridere i vecchi dèi ridestati dal loro sonno. Ma non era nulla rispetto agli imperatori che dovevano ancora venire. Nulla, in particolare, rispetto a Costantino. Il primo imperatore cristiano è ammesso solo come uditore, per indegnità, ma aspetta baldanzosamente il suo turno. Ipnotizzato dalla dea Lussuria, vanta distrattamente le sue vittorie. Sono state provvisorie come i giardini di Adone, ribatte Sileno. Quando Ermes gli chiede che cosa si proponesse, Costantino confessa: «Possedere un mucchio di soldi, per spendere molto e soddisfare i miei desideri e quelli dei miei amici». Sileno scoppia a ridere: «Volevi fare il banchiere e non ti sei accorto di avere fatto una vita da cuoco e da pettinatrice». Risate. Il gioco è finito. Ora ciascuno deve scegliersi un dio. E' l'ultimo quadro della rappresentazione del Simposio di Giuliano l'Apostata. Il trasformista Costantino non trova un modello di vita abbastanza flessibile tra gli dèi dell'Olimpo. Sono tutti, come direbbero gli anglosassoni, un tantino troppo square: la coerenza al proprio carattere è imperativa nella definizione della divinità pagana come nel comportamento dei suoi fedeli. Così, il fondatore di Costantinopoli butta le braccia al collo a Lussuria, che lo traveste da donna e lo porta a Perdizione. Lì i due incontrano Gesù Cristo, sempre disponibile al perdono, che grida come un imbonitore: «Chi ha corrotto, chi ha ucciso, chi è stato maledetto e respinto da tutti, venga qui, venga fiducioso! Lavandolo con quest'acqua, lo purificherò in un attimo! E anche se ricade nelle stesse colpe, qualche preghiera e gli concederò di ritornare puro!». Un riso incontenibile, un "asbestos gelos", si alza dall'uditorio. L'ultimo riso degli dèi.

Richard Dawkins: l'importanza del darwinismo

Repubblica 1.5.04

LE TAPPE PRINCIPALI

UN GRANDE SCIENZIATO SPIEGA CHE COSA È STATA LA CONQUISTA DARWINIANA

PERCHÉ DIFENDO L´EVOLUZIONE CONTRO IL PERICOLO OSCURANTISTA


Le prove. I fossili ci dicono che la vita si è evoluta sulla Terra per più di 30 milioni di anni. Un arco di tempo impensabile per la mente umana

La vita. In che modo gli esseri viventi hanno iniziato a esistere? La risposta di Darwin è che sia entrato in gioco il caso, ma non un singolo e unico caso

di RICHARD DAWKINS




Le scoperte di Darwin sono, al pari di quelle di Einstein, universali ed eterne, mentre le conclusioni cui giunsero Marx e Gesù sono limitate e caduche. All´inizio del ventunesimo secolo, la reputazione di Darwin tra i più importanti biologi della storia (in opposizione ai non-biologi influenzati da preconcetti religiosi) è tuttora eccelsa come lo è da quando è morto. Persino il Papa si è espresso, inequivocabilmente, in suo favore.

Qual è, allora, l´enigma di Darwin? Quale la sua soluzione? Di tutti i trilioni e trilioni di modi di cui le parti di un corpo dispongono per potersi mettere insieme, soltanto un´infinitesima minoranza dà la possibilità di vivere, di procacciarsi il cibo, di nutrirsi e di riprodursi. E´ vero, vi sono molti esseri viventi diversi - almeno dieci milioni, se contiamo il numero delle singole specie oggi viventi - ma per quanto numerosi essi possano essere, vi saranno pur sempre molti più infiniti modi di non-essere!

Possiamo pertanto concludere con ragionevole certezza che gli esseri viventi sono miliardi di volte troppo complessi - troppo statisticamente improbabili - per aver iniziato a vivere per mera casualità. Ed è del tutto improbabile che siano stati "creati" poiché l´esistenza del Creatore stesso sarebbe ancora più inverosimile. In che modo, dunque, hanno iniziato a esistere gli esseri viventi? La risposta esatta - la risposta di Darwin - è che sia entrato in gioco il caso, ma non un caso unico, un distinto episodio casuale. Ciò che si è verificato è piuttosto tutta una serie di piccoli episodi casuali, ciascuno di essi talmente piccolo da essere un plausibile prodotto di quello che lo aveva preceduto, episodi occorsi l´uno dopo l´altro, in sequenza. Questi minuscoli avvenimenti casuali furono prodotti da mutazioni genetiche - errori occasionali - occorse nel materiale genico. Molti dei cambiamenti conseguenti furono deleteri e condussero alla morte. Una minoranza di essi invece risultò rappresentare un piccolo progresso, che portò a migliorare la sopravvivenza e la riproduzione. Tuttavia questo processo di selezione naturale, questi cambiamenti che risultarono essere vantaggiosi alla fine si diffusero in tutte le specie diventando la norma. Il quadro complessivo era quindi pronto per la piccola trasformazione successiva del processo evolutivo. Dopo un migliaio circa - supponiamo - di questi piccoli cambiamenti in serie, in cui ciascuna trasformazione costituiva la premessa di quella successiva, il risultato finale divenne, grazie a un processo di accumulo, ben più complesso per potersi dire il prodotto di un unico episodio casuale.

Sebbene teoricamente sia possibile che un occhio si sviluppi dal nulla, con una singola evoluzione molto fortunata, in pratica ciò è inconcepibile. Occorrerebbe una fortuna smisurata, che implichi simultaneamente delle trasformazioni in un gran numero di geni. Possiamo dunque escludere una simile coincidenza pressoché miracolosa. E´ invece perfettamente plausibile che l´occhio così come esso è oggi si sia evoluto a partire da qualcosa di molto simile ad esso ma non del tutto, un occhio per così dire appena un po´ meno sofisticato. Con lo stesso ragionamento, questo occhio appena un po´ meno sofisticato si è evoluto a partire da un occhio leggermente meno sofisticato ancora, e così via. Se si tiene conto di un numero sufficientemente grande di differenze sufficientemente piccole tra una fase evolutiva e la precedente, si dovrebbe essere in grado di delineare l´evoluzione di un occhio intero, complesso e funzionante, a partire dalla nuda pelle. Quante fasi intermedie è lecito postulare? Ciò dipende dal tempo con il quale abbiamo a che fare. E´ dunque esistito un tempo sufficientemente lungo affinché dal nulla si sviluppasse in piccole fasi successive un occhio?

I fossili ci dicono che la vita è andata evolvendosi sulla Terra per più di tremila milioni di anni. E´ del tutto inconcepibile per la mente umana abbracciare una simile immensità di tempo. Per nostra natura - e per nostra fortuna - noi consideriamo la nostra aspettativa di vita come un periodo di tempo sufficientemente lungo, ma non possiamo ragionevolmente sperare di vivere neppure un secolo. Sono trascorsi 2000 anni da quando visse Gesù, un periodo di tempo sufficientemente lungo per rendere indistinta la differenza che intercorre tra storia e mito. Riusciamo a immaginare un milione di simili archi di tempo, che si susseguono snodandosi all´infinito? Supponiamo che avessimo voglia di scrivere l´intera storia su un unico lungo rotolo di carta: se stipassimo tutta la storia dopo Cristo su un metro di questo rotolo di carta, quanto lunga dovrebbe essere la parte di esso dedicata alla storia prima di Cristo, fino all´origine dell´evoluzione? La risposta è che la parte di storia ante Cristo si estenderebbe da Milano a Mosca.

Si pensi alle implicazioni di tutto ciò nei confronti della moltitudine di trasformazioni evolutive che possono essersi compiute. Le razze canine domestiche - i pechinesi, i barboncini, gli spaniel, i san Bernardo e i chihuahua - derivano tutte dai lupi, in un arco di tempo misurabile in centinaia, al massimo migliaia di anni: non più di un paio di metri lungo la strada del rotolo di carta da Milano a Mosca. Si pensi alla moltitudine di trasformazioni necessarie a passare da un lupo a un pechinese. E ora si moltiplichi questa moltitudine di trasformazioni per un milione: così facendo, diventa agevole ritenere che un occhio possa essere nato da un non-occhio attraverso fasi impercettibili.

Si sostiene spesso che affinché possa esservi un occhio è necessario che esistano tutte le parti di un occhio, oppure l´occhio non sarà funzionante. Metà occhio, così si ritiene, non è molto meglio che non avere l´occhio tout court. Non si vola con mezza ala. Non si può udire con mezzo orecchio. Pertanto non può esservi stata una serie di evoluzioni intermedie successive che hanno portato all´occhio, all´ala o all´orecchio moderno. Questo tipo di ragionamento è così superficiale che ci si può soltanto chiedere quali siano le ragioni inconsce per volerci credere. E´ ovviamente falso che un mezzo occhio sia inutile. Chi soffre di cataratta e si è sottoposto alla rimozione chirurgica del cristallino non può vedere molto bene senza occhiali, ma vedrà comunque molto meglio di chi non ha del tutto gli occhi. Senza un cristallino non si mette a fuoco un´immagine precisa, ma si può tuttavia evitare di inciampare in un ostacolo e si può identificare la sagoma di un predatore in agguato.

Il ragionamento analogo - che non si possa volare con una mezza ala - è smentito anch´esso, da un vasto numero di animali che riesce con successo a effettuare dei voli o dei movimenti più o meno planati, e tra essi mammiferi di taglie diverse, lucertole, rane, serpenti e calamari. Molti diversi tipi di animali che vivono sugli alberi hanno tra i loro arti dei lembi di pelle che costituiscono quasi delle porzioni di ala. Se si cade da un albero, qualsiasi lembo di pelle, qualsiasi ulteriore superficie del corpo che aumenti l´area di impatto può salvare la vita. Per quanto piccolo o grande sia questo lembo di pelle, deve pur sempre esserci una soglia critica in corrispondenza della quale, se si cade da un albero di quella altezza, la vita sarebbe stata salva proprio ed esclusivamente in virtù di una superficie di pelle lievemente maggiore. Quindi, quando i discendenti di questo esemplare avranno evoluto un lembo di pelle appena più grande, le loro vite saranno salve grazie a una superficie appena maggiore di quella necessaria a salvarli se fossero caduti da un albero appena più alto. E così via, per fasi impercettibilmente graduali, per centinaia e centinaia di anni, si è arrivati all´ala nella sua completezza.

Occhi e ali non possono essersi evoluti in un´unica fase. Sarebbe stato come avere la fortuna di trovare il numero della combinazione che apre il forziere di una grande banca. Ma se si girassero a caso i quadranti del forziere, e ogni volta che ci si avvicina alla combinazione esatta la porta del forziere si aprisse di una sola fessura alla volta, ben presto si riuscirebbe ad aprire il forziere. In sostanza, questo è il segreto di come l´evoluzione per mezzo della selezione naturale abbia raggiunto ciò che ci pareva del tutto impossibile realizzare. Ciò che non può plausibilmente derivare da predecessori molto diversi, può plausibilmente derivare da un predecessore solo leggermente diverso: ammesso che vi sia una serie sufficientemente lunga di predecessori solo leggermente diversi, da una cosa se ne può ottenere una qualsiasi altra.

L´evoluzione, dunque, è teoricamente capace di svolgere il compito che, una volta, pareva essere prerogativa di Dio. Ma c´è qualcosa che comprovi che l´evoluzione ha effettivamente avuto luogo? La risposta è sì. Le prove sono assolutamente sovrabbondanti. Milioni di fossili sono reperibili esattamente nei luoghi ed esattamente alla profondità alla quale dovremmo attenderci di trovarli se l´evoluzione avesse avuto luogo. Cosa ancora più significativa, non un singolo fossile è mai stato trovato laddove la teoria evoluzionistica non si sarebbe mai aspettata di trovarlo, sebbene abbia anche potuto verificarsi un caso di questo tipo: un mammifero fossile nella roccia così antico da precedere addirittura i pesci, per esempio, sarebbe stato sufficiente a confutare l´intera teoria evoluzionistica.

Le modalità di diffusione degli animali viventi e delle piante sui continenti e nelle isole del mondo sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di rilevare qualora si fossero evoluti da antenati comuni per fasi lentissime e graduali. Le modalità di somiglianza tra gli animali e le piante sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di riscontrare se alcune specie fossero parenti stretti e altre parenti più lontani tra loro. Tutto ciò era molto convincente già all´epoca di Darwin. Oggi, grazie a quanto ci comprova la genetica molecolare, si dovrebbe essere dei dementi per dubitarne. Le prove a favore dell´evoluzione sono così schiaccianti che per salvare la teoria della creazione occorrerebbe presumere che Dio abbia deliberatamente lasciato un´enorme quantità di indizi per far sì che sembrasse che avesse avuto luogo l´evoluzione. In altre parole, i fossili, la distribuzione geografica degli animali, la disposizione dei codici del Dna e così via sarebbero soltanto una gigantesca truffa. E c´è qualcuno che abbia voglia di venerare un Dio capace di simili inganni? E´ sicuramente più rispettoso, e scientificamente plausibile al tempo stesso, considerare le prove per quello che sono. Tutte le creature viventi sono imparentate tra loro, tutte discendono da un unico remoto progenitore che visse oltre 3.000 milioni di anni fa. L´evoluzione è un dato di fatto, ed è uno dei più importanti dati di fatto che conosciamo. Privare i bambini dell´opportunità di apprenderla sarebbe un barbarismo educativo da epoche buie.



Traduzione di Anna Bissanti

darwinismo, cristianesimo e "darwinismo sociale"

Repubblica 1.5.04

Chi ha paura di quest'uomo?

perché attaccano le sue teorie

Le tesi evoluzioniste del grande scienziato sono da anni fatte oggetto di pesanti accuse dai creazionisti

Anche nel nostro paese il dibattito ha toccato toni da crociata e minacciato il futuro dell´insegnamento

di Umberto Galimberti




In una lettera del 1872 indirizzata al paleontologo scozzese Hugh Falconer, Charles Darwin scriveva che «la sua teoria dell´evoluzione sarebbe stata rifiutata in blocco dai creazionisti che l´avrebbero considerata pura spazzatura, robaccia (rubbish)». Centocinquant´anni dopo, la profezia, almeno qui da noi, si è avverata, e la teoria darwiniana dell´evoluzione, che oggi neppure il magistero ecclesiastico contesta, ha rischiato di essere eliminata dai testi scolastici che, alla spiegazione scientifica dell´evoluzione, avrebbero dovuto preferire la narrazione mitico-simbolica della creazione.

Di questo si è discusso ampiamente in questi giorni sui nostri giornali, per cui non vale qui la pena di ritornare, se non per rimarcare l´enorme fatica che fa la scienza a prendere piede nella nostra cultura, per una sorta di malinteso "umanismo" che, sotto la falsa apparenza di nobilitare l´uomo, nasconde almeno due truci intenzioni che qui vorremmo evidenziare.

La teoria creazionista, concependo l´uomo a immagine di Dio, gli conferisce il privilegio del dominio incontrastato sull´intera natura. Leggiamo infatti nel primo libro della Bibbia: «Poi Iddio disse: facciamo l´uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza; domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere della terra e sopra tutti i rettili che strisciano sopra la sua superficie» (Genesi 1,26).

Per la mentalità greca antica questa concezione sarebbe stata considerata la più alta espressione di Hybris, di tracotanza, di inaudito oltrepassamento del limite. E questo perché, per il greco antico, la natura «che nessun uomo e nessun Dio fece» (Eraclito) rappresentava quello sfondo immutabile le cui leggi, regolate dal vincolo della necessità (ananke), costituivano il punto di riferimento da cui trarre indicazioni per il governo della città e per la buona conduzione di sé. Qui Platone è stato chiarissimo: «Anche quel piccolo frammento che tu rappresenti, o uomo meschino, ha sempre il suo intimo rapporto col cosmo e un orientamento a esso, anche se non sembra che tu ti accorga che ogni vita sorge per il Tutto e per la felice condizione dell´universa armonia. Non per te infatti questa vita si svolge, ma tu piuttosto vieni generato per la vita cosmica» (Leggi 903 c).

All´opposto della mentalità greca, la tradizione giudaico-cristiana concepisce la natura non come lo sfondo immutabile su cui l´uomo deve regolarsi, ma come il prodotto della "volontà" di Dio che l´ha creata a disposizione della "volontà" dell´uomo, a cui è concesso l´incontrastato dominio.

Questa concezione del "dominio", che non è greca ma giudaico-cristiana, se un tempo era compatibile con le dimensioni della terra e la scarsa densità della popolazione umana, oggi, a rapporto invertito, non è più praticabile. E sulla base della tradizione giudaico-cristiana, che ha sempre concepito la morale come una regolatrice dei rapporti fra gli uomini, non disponiamo di una morale che si faccia carico degli enti di natura, come la salvaguardia dell´aria, dell´acqua, della vegetazione, del clima, del mondo animale, con particolare riferimento alle specie in via di estinzione non per selezione naturale, ma ad opera dell´uomo.

E allora a me viene il dubbio che la teoria evoluzionista darwiniana, che, al pari del pensiero greco, colloca l´uomo nella grande catena dell´essere senza accordargli alcun privilegio rispetto alle altre specie viventi, sia messa a tacere a favore della teoria creazionista non tanto per salvaguardare la dignità dell´uomo fin dalla sua origine divina, quanto per garantirsi, in nome di Dio, il dominio incontrastato sulla terra come vuole l´insensibilità del profitto, del denaro e del mercato oggi globalizzato.

A fianco di questa prima malcelata intenzione, che vuole legittimarsi su base religiosa, ce n´è una seconda, ancora più truce, che utilizza impropriamente la teoria evoluzionista di Darwin per giustificare gli stessi risultati a cui è approdata, probabilmente suo malgrado, la teoria creazionista.

Volendo riassumere in una formula la teoria di Darwin potremmo dire: «L´ambiente propone e la selezione dispone». Ciò significa che l´ambiente (che comprende tanto l´ambiente fisico quanto gli altri viventi) agisce sull´organismo che, per conseguire il successo riproduttivo, si adatta a cambiamenti evolutivi o, in caso di insuccesso, si estingue. Per Darwin c´è dunque un´unica causa dell´evoluzione, il cui meccanismo, per dirla in modo un po´ truculento, è quello del carnefice o del boia che rimuove gli individui inadatti una volta emersi quelli adatti, seguendo processi che pazientemente si possono identificare.

Questa teoria, che Darwin aveva limitato all´ambito biologico, è stata impropriamente estesa all´ambito sociale e, sotto la denominazione di "darwinismo", si è fatta passare per "legge naturale", per cui anche nella società il pesce grosso può mangiare il pesce piccolo.

Equiparare l´evoluzione sociale all´evoluzione naturale significa riconoscere libertà illimitata a chi è più forte, accettazione indiscussa della disuguaglianza, nessun intervento dello Stato per aiutare i più svantaggiati, con tutto ciò che ne consegue praticamente in ordine all´assistenza agli anziani, lo sfruttamento delle donne e dei minori, le cure mediche a chi non dispone di risorse, l´istruzione a chi non può permetterselo, fino alla malattia, la fame e la morte per chi non ha denaro. E´ evidente che qui a garantire la «sopravvivenza del più adatto» non sono più le risorse biologiche come prevede la teoria di Darwin, ma le risorse economiche, ossia la ricchezza e la potenza che la ricchezza garantisce.

Il capitalismo non controllato, il mercato non regolato, la mancata distribuzione della ricchezza attraverso la tassazione che garantisce lo stato sociale sono le espressioni più evidenti della teoria biologica darwiniana impropriamente applicata alla società. Marx (che proprio a Darwin intendeva dedicare Il Capitale) propose di correggere il darwinismo sociale con il progetto comunista che, naufragato nella sua versione integrale in Russia e in Cina, ha consentito in Europa la creazione di uno stato sociale che oggi vediamo sottoposto a una continua limatura nei paesi capitalisti, e del tutto assente nel resto del mondo.

A questo punto risulta a tutti evidente che gli esiti finali della teoria creazionista, che prevede il dominio incontrastato dell´uomo sulla terra, e l´impropria applicazione alla società della teoria evoluzionista di Darwin vanno perfettamente d´accordo, perché l´astuzia della ragione, coniugata alla malafede, fa sotterraneamente camminare in perfetta armonia gli esiti pratici di teorie che in superficie vengono presentate come opposte e inconciliabili.

L´assenza di cultura, di pensiero e di riflessione critica del nostro tempo, mescolata all´egoismo individuale completano il quadro desolante di un´umanità che all´uso della terra ha sostituito l´usura, e al rispetto dell´uomo il diritto della forza. La storia a questo punto ribolle, come sempre accade quando il suo artefice, l´uomo, regola la sua vita sul registro animale.