domenica 9 maggio 2004

Pietro Ingrao

Corriere della Sera 9.5.04



ROMA - Sul palco il leader degli «ultrasinistri», come Pietro Ingrao chiama con affetto i compagni di strada di Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione sale da presidente in pectore.



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PUGNO ALZATO -Ingrao, classe 1915, entra col pugno alzato, schiena dritta e piccoli passi scanditi da una lunga standing ovation . «Che un uomo con la sua storia decida di essere coinvolto in questa impresa è un fatto enorme» dirà emozionato Bertinotti. Della Quercia di Fassino il grande vecchio del comunismo italiano dice di non condividere nulla, mentre tutto (tranne la tentazione di andare al governo con Prodi) apprezza del Bertinotti di oggi. A cominciare dalla «necessaria» rottura con lo stalinismo.

«Veniamo da una storia grande e terribile, non possiamo andare verso il futuro senza una rottura chiara e irrevocabile con ciò che ha impedito alla nostra storia di essere, per tanta parte dell’umanità, una storia di liberazione» scandisce Bertinotti nel passaggio più applaudito.

(...)



Corriere della Sera 9.5.04

E Ingrao: il comunismo? Non è solo storia, riguarda il futuro


«Mao diceva che la nostra vittoria avrebbe causato milioni di morti»

«Castro? Mai piaciuto. All’Avana, pure gli stabilimenti balneari erano dello Stato. Mi appariva così assurdo, il comunismo dei bagnini. E delle condanne a morte».

Incontro con Pietro Ingrao, 89 anni, al congresso di fondazione della «Sinistra europea»

intervista di Aldo Cazzullo




Il delegato slovacco è in maglietta, il boemo in camicia rossa. Pietro Ingrao ha spessi calzettoni grigi, devono avergli detto di coprirsi bene vista la giornata incerta. Comunisti nuovi e antichi di 16 Paesi fondano alla Domus pacis il partito della Sinistra europea e ne fanno presidente Bertinotti, insieme con pacifisti, cattolici, no global: un partito «né marginale né residuale», che non sia ex di nulla, ancorato a una visione romantica del comunismo che non è stato ma forse sarà. Ingrao è venuto per questo. «Per me comunismo è una parola politica sino a un certo punto. Non riguarda solo la storia ma l’avvenire. È la speranza di un mondo migliore, che non mi ha mai abbandonato e come vede muove ancora molta gente». Ingrao è qui perché rivendica l’interpretazione movimentista del comunismo, e un poco anche quella confusionaria (a guardarla dall’esterno ovviamente). Si riparte da lontano, molto da lontano. Bertinotti condanna lo stalinismo, applaudono tutti anche i perplessi come i delegati boemi, applaude pure Ingrao. Ma non avevate già risolto con il XX Congresso del Pcus, 48 anni fa? «Lo stalinismo è stato un errore così grande che è bene ribadirne il rigetto. Io stesso ho riconosciuto lo sbaglio dopo qualche tempo, ma le cose non erano così semplici. La figura di Stalin non ha un solo volto. Io ho partecipato dell’emozione per la sua morte, perché Stalin era il vincitore del nazismo, l’uomo che aveva preso Berlino. Non ho saputo rompere in tempo, e ora l’età mi restituisce il peso del più grande errore della mia vita. Ma fu un errore diffuso, Togliatti ad esempio era un grande ammiratore di Stalin, e Krusciov ci rimproverò per questo con violenza».

L’alleanza europea della sinistra antagonista appare a Bertinotti l’anticipo di quanto potrà accadere in Italia: Rifondazione, verdi, cossuttiani (assenti) e sinistra Ds (rappresentata dal portavoce Mussi) uniti per contare di più nell’alleanza con Prodi. «Ma sarà una trattativa molto, molto difficile - profetizza Ingrao -. Mi sembrano posizioni così distanti. Io mi trovo bene qui tra gli ultrasinistri; Fassino non so. E anche D’Alema mi pare molto cambiato. L’ho conosciuto a Pisa quando organizzava le lotte del '68, era un buon comunista, figlio di un compagno, ma ora mi sembra piuttosto un centrista. Eppure quando Occhetto annunciò che avrebbe cambiato nome al partito, mentre io ero in Spagna a seppellire la Ibarruri, ricordo che D’Alema espresse le sue giuste perplessità». Chi le piace allora? Castro? «Di Castro ho un’opinione niente affatto buona, e non da ora. Quando andò al potere passai un mese a Cuba, e non mi piacque. Mancava, come dire...». La libertà? «Libertà è una parola grossa. Diciamo che mancava l’articolazione, la differenza. Una voce che non fosse la sua. I comizi li faceva solo lui: ore e ore da solo sul palco. Per riprenderci andavamo a fare il bagno, nelle conche sulla spiaggia dell’Avana. Chiedevo: di chi sono questi stabilimenti? Dello Stato, mi rispondevano. Mi appariva così assurdo. Il comunismo non poteva essere lo Stato che fa il bagnino. Tantomeno lo Stato che condanna a morte».

Tutto quanto appare forse un po’ tardivo, l’autocritica, il rimpianto, l’altra possibilità. Si dicono comunisti anche i cinesi, il primo ministro è qui a Roma. «Ma il loro è un centralismo soffocante» dice Ingrao. Mao invece... «Lo incontrai per la prima volta nel novembre del 1957, dopo il XX congresso e prima della rottura tra sovietici e cinesi: fu l’ultima grande riunione dell’Internazionale comunista. Mao venne a trovare Togliatti e me nella dacia dove alloggiavamo. Era un uomo di grande suggestione, però disse cose terribili: il comunismo vincerà, al prezzo di centinaia di milioni di morti. Mi parve eccessivo. Per fortuna non è andata così». I morti sono stati meno, e il comunismo non ha vinto. «Ma non mi pare che il mondo abbia sconfitto la barbarie. Mi hanno impressionato le immagini della tortura in Iraq. Mi sono ricordato che quando cospiravamo contro il fascismo la nostra paura più grande erano gli interrogatori violenti. Poi arrivarono i nazisti. Via Tasso. La pensione Iaccarino. Anche loro puntavano non solo a far male ai corpi, ma a umiliare il prigioniero, a negarne l’umanità. Ricordo un compagno di 19 anni che si impiccò in carcere per timore della tortura». Furono gli americani a mettere fine a quell’orrore, però. Come si possono accostare ai nazisti? Bush sarà a Roma il 4 giugno a commemorarne la liberazione, Bertinotti annuncia che il partito si unirà alla protesta. «E farà bene. La memoria non è mai separata dal presente. Bush è il capo dell’impero e io non sono nulla, ma se potessi gli chiederei solo: come è stato possibile?».

I delegati dell’Est sono giovanissimi. I palestinesi non sono potuti venire tranne uno, che piange sul palco. Ingrao compirà novant’anni il prossimo 30 marzo. Ha imparato da poco ad andare in motorino, però stavolta il partito gli ha mandato un’auto. «Che vuole, è la vanità umana. Finire sui giornali. Io ho cominciato da giornalista, il 26 luglio del ’43. Quand’ero direttore dell’Unità inventai la diffusione volontaria: anziché al mare, i militanti andavano con le copie sotto il braccio a farsi insultare nei condomini borghesi. L’Unità di oggi non mi dispiace, è sciolta, vivace, però i confronti mi deprimono. Sono diventato deputato nel ’48, ho presieduto la Camera negli anni di piombo, ma non c’è mai stato tra gli schieramenti un clima cupo e chiuso come ora. Gli anni dello scelbismo sono stati durissimi, la polizia sparava sugli operai, però in Parlamento si parlava. Se il mattino accadeva un fatto importante, la sera De Gasperi o il ministro venivano a riferire. Da quanto tempo si attende che Berlusconi spieghi in aula cosa farà in Iraq? Delle torture avete discusso?». Giordano, capogruppo di Rifondazione, fa segno di no.

In platea c'è un altro grande vecchio, Mario Monicelli. Curzi, Manisco, Ritanna Armeni. Israeliani e iracheni i più applauditi. Freccero. Aderiscono la Pds partito erede della Sed di Honecker e la rete Lilliput, il Pcf con la leader Marie-Georges Buffet e la teologa Adriana Zarri. Finlandesi, ciprioti e due delegazioni venezuelane. Agnoletto in giacca e cravatta. Lo slogan è sessantottino, «ce n’est qu’un debut» , ma è un inizio velato di malinconia, a giudicare dai libri sulla bancarella: Euro kaputt ; Game over . La sfida al G-8 ; La fucilazione dell’alpino Ortis ; Il pensionato furioso ; Rifondare è difficile ; La strage infinita . L’Indonesia dal pogrom anticomunista al genocidio di Timor Est ; Lamento in morte di Carlo Giuliani . Marco Ferrando leader dell’opposizione trotzkista distribuisce in proprio la sua opera, L’altra Rifondazione. Anche Ingrao ha la cravatta, un gilet azzurro, una rasatura affrettata che gli ha lasciato qualche ciuffo di peli bianchi. «Buon viaggio compagne e compagni» chiude il neopresidente europeo Bertinotti.

«Ecco, il movimento è importante - chiosa Ingrao -. Questa operazione è necessaria, per rispetto del passato e per preparare l’Europa a modo nostro. Il comunismo per me è speranza, è futuro, perché io sono comunista. Spero anche Bertinotti». Giordano fa segno di sì, va a sapere se è vero.

Pietro Barcellona

Repubblica, ed. di Palermo 9.5.04

Pietro Barcellona. Il professore comunista che indaga sull'attualità


Docente di diritto all'Ateneo di Catania è stato segretario cittadino e deputato del Pci. Dal 1997 non ha più alcuna tessera

Ateo e autodidatta i suoi grandi amori sono sempre stati la filosofia la psicanalisi la politica e la pittura

dilettante: Sono un dilettante di professione: mi interesso di tante cose, ma sempre a mezzo servizio

marxismo: Capisco rivedere il marxismo, ma i Ds stanno troncando ogni rapporto con la giustizia sociale

di AUGUSTO CAVADI




DA 40 anni partecipa al dibattito culturale e politico europeo, insistendo soprattutto sul paradosso dello Stato che si proclama difensore del cittadino ma, in realtà, lo impoverisce dei legami sociali e lo trita nei propri meccanismi. I titoli di alcuni libri, come L´individualismo proprietario del 1987, sono diventati formule di uso comune. Conosciutolo in qualche convegno, avevo ricavato l´impressione di una persona autorevole («Più che parlare, pensa a voce alta» commentava una studentessa alla fine di una sua conferenza), ma un po´ scostante.

Adesso, per la prima volta, incontro Pietro Barcellona senza l´apparato ufficiale di tavoli e pedane che lo innalzano - e un po´ lo isolano: e mi sembra più piccolo, più accessibile. Direi - con quel sorriso da bambino furbo ma mite - un po´ indifeso.

Gli chiedo se la sua vocazione originaria siano stati i libri o le battaglie politiche. «Tutto è cominciato con una lite. Mio padre mi aveva iscritto dai Salesiani e, in effetti, ho trovato un bravo religioso che insegnava filosofia. Ma, quando gli ho detto che il peccato originale era solo un´invenzione per mantenere la gente in stato di soggezione, abbiamo rotto. Diventai ateo, ma anche autodidatta. Un conoscente mi concesse di spulciare fra gli scaffali dove i libri dell´Einaudi aspettavano di essere distribuiti per la Sicilia orientale: e fu per me la scoperta del mondo. Procedevo nel disordine più totale: folgorato da Kierkegaard, saltavo da Freud alla teologia protestante del XX secolo, senza conoscere Hegel. Avvertii la vera passione della mia vita: indagare con curiosità il mio tempo, fare - per dirla con Foucault - la diagnosi dell´attualità. Mi confrontavo anche con il padre di un mio amico, il professor Giacobbe, indimenticabile figura di ebreo comunista. Dopo la laurea mio padre impose un ultimatum: o diventi insegnante entro pochi anni o vieni a lavorare nel mio studio di avvocato. Mi gettai allora a capofitto nel diritto, vinsi la cattedra universitaria e mi resi autonomo: potevo spaziare intellettualmente, senza rendere conto a nessuno, inseguendo i miei interrogativi più disparati. Da allora sono rimasto un dilettante di professione: mi interesso di tante cose, ma sempre a mezzo servizio. Con serietà, ma solo per diletto». Uno dei suoi primi scritti tocca l´economia e il grande Federico Caffè lo chiama per dirgli: «Il saggio d´interesse, che è l´argomento del tuo saggio, non l´hai capito bene: ma per il resto hai intuizioni davvero interessanti». La filosofia, la psicanalisi (soprattutto mediata da Castoriadis, l´esule greco che fonda a Parigi - con Lefort e Morin - la celebre rivista "Socialismo o barbarie"), la politica: questi tre amori ne fanno un meticcio della ricerca.

Ma nel 1973 la svolta della sua vita: l´intreccio intellettuale si complica, e si arricchisce, diventando anche impasto con la pratica. Barcellona organizza a Catania un convegno europeo sull´uso alternativo del diritto. Secondo il suo stile - guardare i saperi andando oltre i saperi - vuole soppesare il diritto per svelarne presupposti impliciti e conseguenze sociali. La risonanza dell´avvenimento (Laterza pubblica gli interventi più significativi) gli attira le ire dei fascisti: dunque anche minacce, anche aggressioni. Il Pci, vedendolo isolato all´interno di una facoltà «che è stata sempre conformista e tradizionalista», gli propone la tessera: un modo per proteggerlo, ma anche per fruirne la vivacità propositiva. Accetta ed è subito cooptato nel comitato regionale. «Conobbi Ingrao, ne divenni amico, seguii le sue richieste: segretario cittadino del partito, poi membro laico al Csm, poi parlamentare. L´esperienza della prassi mi ha arricchito come uomo e come pensatore. Venivo da una famiglia borghese, non parlavamo neppure il dialetto, avevo una visione astratta della società. Come militante fui costretto a immergermi nella concretezza del "popolo" effettivo. Ingrao mi aveva raccomandato che, da segretario cittadino, avrei dovuto almeno incendiare il municipio: mi limitai a occuparlo con i senza-casa delle periferie. In giro per le sezioni mi facevano mangiare il "sangele", una sorta di budello pieno di sangue bovino: poi, a casa, stavo davvero male. Però questa contaminazione vitale mi liberava dal radicalismo dei teorici. Gradualmente, ma irreversibilmente, capivo che la politica è mediazione nel senso alto della parola: meglio amministrare decentemente una città che morire da eroi all´opposizione. Tutto ciò ha modificato anche il mio modo di vedere il mondo: non da una sola angolazione, ma da molte e differenti».

Gli chiedo come visse la svolta del Partito comunista alla Bolognina. «È stata una scelta devastante - risponde - Che il marxismo dovesse essere ripensato non c´era dubbio. Ma Occhetto ha inanellato un errore dopo l´altro. Intanto, all´interno, ha travisato la posizione di quanti da anni lavoravamo con Ingrao, al Centro per la riforma dello Stato, per una revisione delle dottrine classiche in chiave critica: ha accusato di "conservatorismo" proprio noi che avevano ideato e realizzato le aperture più coraggiose, coinvolgendo ad esempio gli indipendenti di sinistra come Rodotà. Poi, all´esterno, ha cominciato a chiedere perdono per crimini che il Partito comunista italiano non ha mai perpetrato. Si è vergognato di una tradizione gloriosa. Ero e sono convinto, al contrario, che il Pci - come del resto la Dc - non sono stati bande di delinquenti, ma i pilastri della democrazia italiana. Il Pci non è stato mai leninista: se mai, ma senza dogmatismi, gramsciano».

Eppure, «più ingraiano di Ingrao», Barcellona resta nel partito per altri cinque anni. Non va con Rifondazione («Credevo nella necessità di non frantumare l´unità. E poi non mi ha mai convinto l´estremismo di Bertinotti: la politica non si fa sperando di non arrivare mai al potere, se no è testimonianza»). Accetta, uscito Ingrao, di presiedere il Centro per la riforma dello Stato: ma - «a riprova del fatto di essere uno sciamano, non un capo» - «combino un po´ di guai e mi sfiduciano. Tra l´altro, in quegli anni, sono stato molto critico verso l´inedito matrimonio fra sinistra e giustizialismo. Il Pds ha dimenticato la differenza fra diritto e politica, affidando ai magistrati il compito di abbattere gli avversari. Ha dimenticato che il giudice deve reprimere i reati individuali, non riformare i sistemi. Cancellare il confine fra la giustizia e la politica significa aprire la strada al berlusconismo: farsi le leggi a propria misura, in nome del consenso elettorale, è la perversione opposta, ma simmetrica, di chi ha delegato al protagonismo dei giudici la lotta politica. Urge ristabilire la differenza fra la regola e la forza: altrimenti ci condanniamo definitivamente all´imbarbarimento della vita civile consumato da Bush a livello mondiale e dai suoi mediocri imitatori a livello nazionale».

Dal 1997 non prende più nessuna tessera: «Capisco rivedere il marxismo, io stesso adesso mi definirei comunista solo in quanto ho una visione umanistica del cosmo. In quanto penso che l´uomo in carne e ossa debba avere la priorità rispetto alle leggi dell´economia capitalistica. Ma non si può abbandonare anche questa priorità per inseguire le mode americane. Su questo punto aveva ragione Augusto Del Noce quando avvertiva, da cattolico molto tradizionalista, che se il comunismo storico avesse perduto ogni fondazione etica si sarebbe ridotto all´alienazione del consumismo. Che hanno fatto i Ds? Stanno troncando ogni rapporto con la giustizia sociale?». Senza più tessere in tasca, da «comunista privato», si dedica a due progetti che gli stanno molto a cuore.

Il primo lo riguarda come docente dell´Università di Catania dove, con altri colleghi, si attiva per la fondazione del Centro Braudel perché «il Mediterraneo è un meraviglioso laboratorio di coesistenza degli opposti. È il luogo dove il conflitto non è negato, ma - come nella tragedia - rappresentato. E, per ciò stesso, in qualche misura, controllato». Mi consegna un dossier con la programmazione del Centro: gruppi di ricerca in varie università europee, colloqui internazionali, corsi di dottorato, master. Vedo che ricorre insistentemente la questione del rapporto fra globalizzazione e processi locali. «In effetti - aggiunge - il mondo si cambia a partire dalla propria relazione col vicino di casa: troppe persone sono generose con gli abitanti del Chiapas e fetenti col venditore ambulante dell´angolo».

Del secondo ambito di attività, che lo riguarda nella sfera più privata, parla con un pizzico di pudore ma con la malcelata soddisfazione di chi si appresta a stupire ancora una volta. «Sì, lo confesso con piacere: sono anche un pittore. Ho esposto in varie città, di recente anche a Roma e a Firenze. Sarei contento di far conoscere i miei quadri pure a Palermo. Ma, secondo i luoghi, bisognerebbe operare una selezione. Forse certi nudi risulterebbero troppo audaci?».

L´accenno alla pittura non è una nota, per così dire, di colore. Forse è l´esplicazione migliore di quello che, nel corso della conversazione, Barcellona mi aveva sottolineato come il filo rosso della sua caleidoscopica riflessione: «La minaccia epocale è oggi lo scientismo che comprime tutto alle sole dimensioni della scienza e della tecnica. Il mito americano ha successo presso i superficiali perché esalta lo strapotere dell´uomo sulla natura. Ma questo è gravemente riduttivo dell´uomo stesso. Non siamo riducibili solo al razionale e al funzionale: siamo anche magma immaginativo, macchina di simboli, eredità mitica».

«l'indifferenza di Caino»

Corriere della Sera 9.5.04

L’indifferenza di Caino

di ENZO BIAGI




Tema di questi giorni: la tortura. Protagonisti: gli Usa. Vittime della crudeltà: i prigionieri iracheni. Certe storie si ripetono. Trent’anni fa, a Parigi, andai a trovare Henri Alleg, alla redazione dell’ Humanité . Lo avevano arrestato ad Algeri durante l’estate 1957. Fu preso dai paracadutisti di Massu, lo portarono a El Biar, che era un posto di raccolta per quelli del Fronte di liberazione.

Alleg, piccolo, un po’ rotondo, sorridente, mi raccontò: «I fatti? Venivamo denudati, legati a un’asse marcia per i vomiti di quelli che c’erano passati prima, e poi lasciati così per ore, con certi tipi attorno che ci incitavano a parlare. Speravano bastasse la paura. Niente? E allora si passava agli esercizi, all’elettricità. Appendevano il prigioniero per i piedi, lo bruciavano con torce di carta: lo hanno fatto anche con me. Quando si sono contemplate delle cose orribili, quando le hai guardate, vissute su di te, si spera soprattutto che ciò non debba mai accadere ai tuoi figli, a nessuno su questa terra».

Ne parlai con Pierre Vidal-Naquet: insegnava storia romana all’università e aveva pubblicato un saggio sul problema. «Sono le ideologie stesse che prendono un aspetto totalitario. Si può torturare quando si crede di avere ragione, e sono molti quelli che credono di essere possessori della verità. E, quando si è tutori di una certezza, si ha la tendenza a imporla a chi non la riconosce».

La sociologia, la psicologia, la scienza spiegano quasi tutto, anche l’indifferenza e lo spirito di legittimità di cui è pervaso Caino che in qualche modo si presenta addirittura nelle vesti del salvatore e sempre dell’idealista.

Si è inventato anche un linguaggio: in gergo militare si dice «assumere informazioni», in quello giuridico e poliziesco «porre domande»; «torturare» è un verbo che si coniuga soltanto riferito ad altri.

vedere... toccare...

Repubblica 9.5.04

LO STUDIO

I risultati di un esperimento sui non vedenti

"La vista e il tatto ci trasmettono la stessa immagine"

La ricerca è stata svolta dall'ateneo di Pisa con la risonanza magnetica




ROMA - Guardare un oggetto con gli occhi o toccarlo con le mani: per il cervello non esiste molta differenza. L´immagine della realtà, ricostruita dal nostro organo del pensiero, non cambia se a fornire informazioni è un senso piuttosto che un altro. Questa la conclusione di uno studio dell´università di Pisa (in collaborazione con uno psicologo dell´università di Princeton) apparso a marzo su Proceedings of the national academy of sciences. «Abbiamo dimostrato - sintetizza Pietro Pietrini, coordinatore dell´equipe - che è possibile «vedere con le mani». Quando un non vedente o un uomo bendato analizzano la forma di un oggetto, poniamo una bottiglia, toccandolo con i polpastrelli, nella loro corteccia cerebrale si forma l´immagine della bottiglia. Quest´immagine è sostanzialmente identica a quella di una persona che osserva la bottiglia con gli occhi. Cambia il canale di afferenza delle informazioni, ma non il risultato finale».

I risultati sono stati ottenuti utilizzando immagini di risonanza magnetica. Ai volontari, in parte vedenti (bendati negli esperimenti), in parte non vedenti dalla nascita, è stato chiesto di riconoscere al tatto degli oggetti comuni come bottiglie o scarpe e delle maschere che rappresentavano dei visi. La scoperta, prosegue Pietrini, «apre la strada a nuove strategie di riabilitazione dei non vedenti». Le capacità di adattamento delle persone prive della vista già oggi rappresentano uno degli esempi più evidenti di plasticità cerebrale. «I nostri risultati - si legge nell´articolo - dimostrano che il cervello è organizzato in maniera molto più complessa rispetto a quanto sapevamo finora. Quella che siamo abituati a chiamare corteccia «visiva» appare in realtà indipendente dalla modalità sensoriale che fornisce informazioni.

(e.d.)

sabato 8 maggio 2004

...ma hanno mai saputo interpretare un sogno?

La Gazzetta del Sud 8.5.04

Catania Psicanalisti e filosofi a convegno

Sogni e pensiero creativo






«Il sogno: immagine artistica e pensiero creativo» è il titolo del convegno organizzato all'hotel Sheraton di Catania mercoledì 19 maggio alle 9,30 dal Comune e dall'associazione “Amici della collina” con il patrocinio dell'Ordine degli psicologi della regione siciliana, dell'Asl 3 e della facoltà di Psicologia dell'Università di Palermo. L'importanza dell'attività onirica nella lettura della proiezione psichica è evidenziata, con sfumature diverse, da Sigmund Freud e Carl Gustav Jung.

Ne discuteranno i relatori: Angela Maria Di Vita - Pa - (“Affetti e sogno nella vita femminile”); Ferdinando Testa - Ct - (“Il sogno dello spicanalista”); Roberto Ortoleva - Ct - (“Sogno e archetipo”); Robert Mercurio - Roma - (“Il sogno terra damnata e humidumradicale”); Salvina Artale - Ct - (“Il sogno nell'antica Grecia”); Maria Teresa Giraffa - Ct - (“Sogno e dimensione religiosa); Aurora Pollicina - Ct -(“Gli animali del sogno”); Rosario Puglisi - Ct - (“Sogno e patologia”); Luciano Perez - Roma - (“Le immagini sacre nei sogni”); Pasqualino Ancona - En - (“Il sogno nella diagnosi psichiatrica”). Chairmen: Bent Parodi e Daniele La Barbera. Saluti di Gaetano Sardo, assessore alla Cultura; Carlo Romano, ds Asl 3; Fulvio Giardina, presidente ordine psicologi; Orazio Licciardello, presidente corso di laurea in scienze psicologiche (Enna) e Ferdinando Testa, presidente dell'associazione “Adc”.

quanto abbiamo di meglio:scambi culturali

Corriere della Sera 8.5.04

La cultura italiana sbarca a Pechino «Così restaureremo la Città Proibita»

Nella capitale, la prima multisala: «Cinecittà». E apre un museo archeologico

Verso Oriente

di Paolo Conti




ROMA - La cultura italiana sbarca in Cina su due fronti. La prima multisala cinematografica di Pechino da 14 schermi, che verrà aperta in uno dei principali centri commerciali, si chiamerà «Cinecittà»: sarà gestita dal marchio italiano di Cinecittà Holding attraverso la sua società di gestione Mediaport. Un’opportunità senza precedenti per la futura distribuzione e diffusione del cinema italiano come per quello europeo. Secondo fronte: Italia e Cina lavoreranno insieme al grandioso progetto di restauro del padiglione della Suprema armonia, il cuore della Città Proibita famoso in Italia grazie al film «L’ultimo imperatore» di Bernardo Bertolucci. Ed è solo il segmento di un accordo, raggiunto dal ministero guidato da Giuliano Urbani, ben più ampio e che prevede la realizzazione del futuro Museo archeologico di Pechino, la consegna al nostro Paese entro le Olimpiadi del 2008 di uno «Spazio Italia» di mille metri quadrati nei nuovi ambienti del Museo nazionale cinese e che sarà destinato ad esporre stabilmente i simboli della nostra cultura (dall’archeologia passando per la moda o la gastronomia e per finire con la Ferrari). Ancora: un secondo progetto di restauro per la città portuale di Tien-Sin (dov’è nato il primo ministro Wen Jiabao), che conserva il quartiere primo ’900 della vecchia concessione italiana.

L’esordio dell’intesa è fissato per il 6 giugno, quando il presidente Carlo Azeglio Ciampi, durante la sua visita ufficiale a Pechino, inaugurerà al Museo nazionale cinese la mostra «Civiltà romana» con 150 pezzi (tra marmi, bronzi, frammenti di affreschi, plastici ricostruttivi per esempio della Casa del poeta tragico di Pompei o dell’Anfiteatro di Pozzuoli) che proverranno da Roma (musei Capitolini, museo Nazionale romano) e da Napoli (museo Archeologico nazionale).

A Ciampi sta molto a cuore anche una seconda visita: quella al Centro nazionale del restauro cinese, nato anni fa col sostegno del nostro Istituto centrale del restauro (quando era diretto dallo scomparso Michele Cordaro) e con i fondi della Cooperazione, e che ora ha avviato il suo primo corso di formazione per 68 studiosi di tutte le 18 province cinesi. Anche in questi locali si parla italiano, buona parte dei docenti vengono dal nostro Paese.

La prima bozza di un programma congiunto è nata da una visita del ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani nel novembre 2002 a Pechino. Poi i contatti col suo omologo cinese, Sun Jiazheng, sono continuati concentrandosi soprattutto sul meraviglioso padiglione della Suprema armonia: 2377 metri quadrati di grande arte in legno a vista o laccato, pietra locale, mattone scuro. La struttura risale al 1400 come l’intera Città Proibita (vasta ben 720.000 metri quadrati) anche se la costruzione che conosciamo è sostanzialmente quella rimaneggiata nel 1644. Sui troni dell’aula si sono seduti 24 imperatori della fine della dinastia Ming e dell’intera dinastia Ching. Il ministero italiano ha organizzato sei spedizioni ad alto livello amministrativo, guidate via via dal direttore generale per l’archeologia Giuseppe Proietti (che ora svolge anche le funzioni di segretario generale del ministero), dal direttore generale per il patrimonio architettonico e il paesaggio Roberto Cecchi, dal direttore dell’Istituto centrale del restauro Caterina Bon Valsassina. Sono partiti geologi, chimici, restauratori del legno e della pietra, architetti, fotografi.

Il piano di lavoro è a ottimo punto. Il rilievo tridimensionale, affidato alla Sat Survey srl di Marghera (con la sponsorizzazione della Cm Sistemi di Roma) è già pronto: in tremila ore di lavoro uno scanner con laser tridimensionale ha realizzato una «nuvola» composta da milioni di punti che ha permesso una riproduzione fedelissima (nei colori come nelle strutture) del padiglione dal quale la Cina è stata politicamente pilotata per mezzo millennio. Durante i primi dieci giorni di giugno i tecnici del ministero procederanno con i primi saggi sulla pietra: analisi del degrado, possibili soluzioni tecniche. Entro la fine di settembre verrà consegnato il piano del progetto, destinato all’approvazione dei ministeri cinese e italiano. Se tutto andrà come previsto, l’Italia collaborerà concretamente con la Cina per il restauro più suggestivo del mondo intervenendo sui danni provocati dal tempo sia al legno che ai materiali duri.

Giuliano Urbani, che visiterà la Cina nei primi giorni di luglio, è entusiasta: «C’è grande soddisfazione per un’occasione straordinaria che viene offerta all’Italia e per il prestigio dei luoghi. Soprattutto c’è la fortissima speranza che questi accordi aprano la via a cooperazioni anche economiche e avviino un flusso di turismo culturale nei due Paesi».

Il direttore generale Proietti tiene a precisare un punto: «Tutta l’intesa si sviluppa su un piano assolutamente paritario tra Italia e Cina». Ed è sempre Proietti a immaginare uno scenario che inorgoglirebbe Cesare Brandi, che nel 1939 fondò l’Istituto centrale: «A Pechino, intorno al padiglione, potrà nascere un cantiere-scuola in cui i nostri tecnici aiuteranno i giovani cinesi ad apprendere il metodo italiano di restauro».

Un passaggio culturale sottolineato da Roberto Cecchi: «Con questo progetto la Cina si allinea ai canoni occidentali, e in particolare della scuola classica italiana, del restauro conservativo. È una questione molto rilevante, come si sa, di filosofia e insieme di tecnica». In Cina come in Giappone ha spesso prevalso la tendenza «sostitutiva», cioè un approccio non conservativo ma radicalmente ricostruttivo in caso di danni ai beni culturali. L’accordo con l’Italia segna invece una completa inversione di tendenza.

Proietti anticipa un ultimo programma per il futuro: «Una grande mostra parallela sull’impero romano e sull’impero Han». Periodo che, per la precisione storica, copre dal 206 avanti Cristo al 206 dopo Cristo. Ancora Proietti: «Il parallelismo nasce dal fatto che i cinesi individuano nell’antica cultura cinese la radice dell’Oriente e in quella romana la base dell’Occidente». Un bel racconto (soprattutto inedito) per due capitali piene di storia come Pechino e Roma.

venerdì 7 maggio 2004

Science: uomini e scimmie

APCOM 7.5.06 - 01:10

MEDICINA/ LA SEROTONINA AGISCE SU DISTURBI DEL COMPORTAMENTO

La sua mancanza causerebbe gravi disordini psichiatrici




Roma, 7 mag. (Apcom) - La diminuzione dei livelli di serotonina, un neurotrasmettitore molto importante, nelle zone frontali del cervello sarebbe la causa di molte malattie psichiatriche, come i disordini ossessivo-compulsivi, la schizofrenia e certe forme di comportamenti derivanti dalla tossicodipendenza.

Gi? si sapeva dell'importante ruolo della serotonina e della possibile associazione tra la mancanza di questa sostanza chimica e problemi psichiatrici, ma mai prima d'ora si era considerato questo problema in riferimento ad una specifica zona del cervello. Hannah Clarke dell'Università di Cambridge, Cambridge, in Gran Bretagna, riferisce in una ricerca pubblicata sulla rivista Science che per verificare tale ipotesi, ha diminuito i livelli di serotonina nella corteccia frontale del cervello di alcune scimmie, in una zona deputata all'apprendimento, alla concentrazione, alla presa di decisioni e alla pianificazione del futuro.

Le scimmie hanno mostrato subito dei cambiamenti, con comportamenti meno flessibili e con evidente coercizione a ripetere all'infinito certe azioni, piuttosto che adattarsi alle circostanze. I ricercatori riferiscono che i comportamenti osservati a seguito della diminuzione dei livelli di serotonina sono gli stessi osservati nell'uomo quando è colpito da disordini psichiatrici.



copyright @ 2004 APCOM

cristiani:«ama il prossimo tuo...»altri massacri anche in Indonesia, in Thailandia, in Sudan

Repubblica 7.5.04

Miliziani cristiani hanno attaccato la comunità musulmana

Secondo la Croce Rossa ci sono almeno 630 vittime

Nigeria, scontri a Yelwa

centinaia di morti

Case in fiamme a Yelwa




 YELWA - Almeno 630 persone sono morte nel massacro di Yelwa, nella Nigeria centrale, dove domenica scorsa la locale comunità musulmana è stata attaccata da miliziani cristiani. Lo hanno detto oggi testimoni e un responsabile della Croce Rossa, presso una fossa comune.

"La cifra è esatta - ha detto Abdu Mamairiga, responsabile della Croce Rossa per la gestione delle catastrofi nazionali in Nigeria - Tutti i corpi sono stati riuniti presso la residenza del capo (locale) e sono stati sepolti dietro ad essa". Gli abitanti di Yelwa parlano di 630 vittime ma per l'esponente della Croce Rossa "potrebbero essercene altri". D'altro canto l'agenzia France Presse ha riportato il racconto di un dirigente locale, Yakubu Haruna, vicino a un terrapieno di 50 metri per 10 servito da fossa comune: "Abbiamo sepolto oltre 630 persone - ha dichiarato Haruna - Alcune sono state seppellite dietro alle loro case".

Domenica la polizia aveva riferito di un attacco, portato da miliziani cristiani dell'etnia Tarok contro la comunità islamica di Yelwa, che aveva causato almeno 67 vittime. Ma con il passare dei giorni il bilancio si è aggravato fino a comprendere centinaia di vittime. Testimoni hanno riferito di decine di cadaveri mutilati e straziati per le strade, mentre migliaia di abitanti scandivano slogan islamici e invocano vendetta contro gli assalitori.

Il sanguinoso raid si inquadra nelle tensioni interetniche e interconfessionali che nei mesi scorsi hanno fatto diverse centinaia di morti nei villaggi al confine fra gli stati di Plateau e Taraba, nella Nigeria centrale. Da mesi nella zona è riesplosa la tradizionale rivalità fra i musulmani Fulani, che sono allevatori di bestiame, e i cristiani Tarok, che sono invece agricoltori. La maggior parte delle vittime risultano uccise a coltellate o perite nei roghi delle loro abitazioni date alle fiamme.

«Cesare o dio?»la vocazione teocratica di cristianesimo e islamismo

La Stampa 7.5.04

IL WORLD POLITICAL FORUM OGGI ALLA KERMESSE TORINESE. TEMA: STATO E RELIGIONI, RAPPORTO DI INCONTRI E SCONTRI

PADRONI del SACRO

di Mario Baudino




(...)

Il filosofo Emanuele Severino porta al dibattito una analisi piuttosto spietata su quella che chiama la "vocazione teocratica" delle religioni. "È indubbia per l'Islam - dice -, ed è meno accentuata in altri culti, ma ben presente nella tradizione cristiana". Non come qualcosa di estraneo al messaggio evangelico. Anzi: "Sta proprio nell'affermazione di Gesù di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio".

Questa frase è stata letta perlopiù come un rivoluzionario invito alla divisione dei poteri, ma una lettura del genere, spiega Severino, rappresenta solo "l'intenzione esplicita della Chiesa, a partire da quanto diceva San Tommaso sull'autonomia di fede e ragione. Nonostante questo, il cristianesimo in sé persegue una teocrazia, e i fondamentalismi ne sono la prova. A Cesare non si può dare qualcosa che sia contro Dio, perché Gesù dice anche che non si possono servire due padroni, Dio e mammona. Quindi lo Stato non può essere contro Dio, e Cesare non può che essere cristiano". Per il filosofo Ragione, Stato, Fede, Dio sono le categorie su cui si sviluppa la nostra storia. E il modo in cui si strutturano ci riguarda da vicino. "Il nemico dell'Islam non è allora l'Occidente, cui peraltro appartiene. È la contemporaneità filosofica che dice: "l'agire umano è destinato a procedere senza vincoli". Sembra un problema antico, e invece è attualissimo: Cesare e Dio, Cesare o Dio?

(...)

il catto-freudismo di un filosofo "laico" e "di sinistra"il prof. Cacciari e il «male radicale»

Repubblica 7.5.04

COMMENTO

Il male radicale

di MASSIMO CACCIARI




ECCOCI a ripetere per l'ennesima volta la medesima domanda: com'è possibile? Per carità di patria, fingiamo pure di ignorare quante Abu Ghraib siano perfettamente attive nel mondo in questo stesso momento, in quante cosiddette carceri si consumino i delitti incidentalmente e ingenuamente fotografati in Iraq. Come se non avessimo letto i resoconti di Amnesty International. Come non sapessimo tutti i motivi, anche quelli inconfessati e inconfessabili, per cui alcune potenze non hanno aderito alla Corte penale internazionale.

La Corte penale internazionale dovrebbe avere giurisdizione sui criminali di guerra, sui genocidi, sui delitti contro l'umanità. Ipocrisia sconfinata: mai si è chiacchierato tanto di diritti umani e mai si è forse così alacremente lavorato a costruire un mondo inumano.

Inumano? La retorica offende le vittime più dei torturatori. La realtà cruda è un'altra: solo quando lo scopriamo in tutta la sua oscenità, solo quando è sbattuto in prima pagina, ci ridestiamo al male radicale che ci affligge, che è proprio esclusivamente di noi uomini. Ma per volgerne via subito lo sguardo e consolarci dicendo che mai saremmo capaci di quegli atti. Che essi, appunto, non appartengono all'umano. E a chi allora? All'animale, forse? Assolutamente no. Agli angeli? Neppure, credo. Guardiamo allora in faccia l'orrore di queste immagini, se vogliamo tentare di conoscere noi stessi. Allora soltanto potremo sperare di oltrepassare la condizione che rende possibile l'orrore, per cui continuamente esso fa ritorno.

È la condizione della paura, dell'ignoranza che genera paura. Della paura che genera odio. Tutto ciò che lo istiga e ispira, tutto ciò che dissimula sotto la maschera di intolleranze liberatrici la prepotenza del credersi e proclamarsi superiori, tutto ciò che ritiene nemico ogni prossimo che non si identifichi a noi, sta oggettivamente dalla parte dei torturatori. Tutto ciò che combatte il terrore con le armi del terrore non ha alcun diritto di giudicare i criminali di Abu Ghraib. Ma proprio per questo, pietà per i torturatori. Non solo perché non sanno quello che fanno e si fanno. Pietà anche per la nostra natura che in loro si disvela secondo la più perfetta misura della sua miseria. Essa consiste essenzialmente nel credere che la propria superiorità (e perciò la propria stessa sicurezza) si esprima nella capacità di abbassare l'altro, di umiliarlo. Che la nostra vittoria consista nella totale sconfitta di chi ci ha affrontato. In questa fede trova fondamento il nostro male radicale. I torturatori di Abu Ghraib non sanno che la tortura innalza, invece, la vittima; che il terrore che infliggono non rifletterà, alla fine, che la loro stessa angoscia impotente. Quando i vincitori vedono nell'annichilimento del nemico la misura della propria forza, la loro vittoria è destinata a trasformarsi in impotente prosecuzione della guerra.

Forse anche a loro nelle scuole e nelle accademie tutto ciò era stato insegnato. Umano, troppo umano: comprendere ciò che sarebbe bene, e tanto a parole esaltarlo quanto contraddirlo nei fatti.

giudici, psichiatri, prigioni

La Stampa 7.5.04

SECONDO I GIUDICI IL RICOVERO NON SERVE

«L’ospedale psichiatrico è inutile per un omicida»

di A.Gaino




«L’ospedale psichiatrico giudiziario è soltanto un luogo di contenimento e non anche di cura. Non si può mandarvi a vivere per 5 anni un imputato di omicidio giudicato totalmente infermo di mente e attualmente ricoverato in una comunità psichiatrica protetta».

La legge, quando si tratti di soggetti socialmente pericolosi come in questo caso, non detta alternative al vecchio manicomio giudiziario. Perciò la prima Corte d’assise ha sollevato un’eccezione di costituzionalità che, se accolta dalla Consulta, potrebbe rivelarsi dirompente per il «sistema custodialistico» degli ospedali psichiatrici giudiziari e la pessima fama che li circonda. Il caso è quello del ventiseienne Davide Santoli che, il 20 ottobre 2002, uccise a coltellate il padre a Cambiano. A conclusione del dibattimento, accusa e difesa hanno concordato che il giovane non può essere punibile e il pm Manuela Pedrotta ne ha chiesto l’internamento in un ospedale psichiatrico giudiziario. I giudici hanno rinviato la sentenza per evitare che le terapie cui è sottoposto Santoli in una comunità psichiatrica protetta (i pazienti sono sorvegliati e non possono venirne via) «siano interrotte con pregiudizio della sua salute e dei piccoli miglioramenti prodotti dal complesso trattamento terapeutico cui è sottoposto».

La Corte ha disposto una perizia (lo psichiatra scelto, Mauro Nannini, ha ribadito la diagnosi per Santoli di «perdurante schizofrenia paranoide») e ascoltato gli specialisti che hanno seguito in precedenza Santoli al «Fatebenefratelli» di San Maurizio Canavese e poi nella nuova «struttura chiusa». E ieri ha emesso l’ordinanza scritta a quattro mani dal presidente Franco Giordana e dal giudice a latere Pier Giorgio Balestretti: «Sia la Corte Costituzionale a pronunciarsi se vada privilegiata la sola esigenza di sicurezza sociale» e «o non si debba piuttosto tener conto sia di questo profilo sia del dovere di curare tutti i cittadini, come la carta costituzionale prevede».

un altro esempio dello stile del pensiero della scuola pisana:«biochimica amorosa»

La Stampa 7.5.04

L’amore che cambia i sessi

di Maria Chiara Bonazzi




LONDRA. L’INNAMORAMENTO rende le donne temporaneamente più simili agli uomini e gli uomini più simili alle donne. Il testosterone è il grande equalizzatore di un rapporto di coppia ai suoi albori: secondo Donatella Marazziti, psichiatra dell'Università di Pisa, i livelli di questo ormone scendono nei maschi e aumentano nelle femmine durante il periodo iniziale di esaltazione, rendendo entrambi i sessi più disposti a chiudere un occhio sui difetti reciproci. E' come se la biochimica amorosa procrastinasse per un anno o due gli inevitabili bisticci del sabato pomeriggio, quando lei vuole andare a vedere i mobili e lui non transige sulla partita di calcetto.

Tanto dura, infatti, l'idillio ormonale fra due innamorati, durante il quale i livelli di testosterone che convergono sembrano scongiurare per il momento le battaglie termonucleari nella guerra fra i sessi. La ricerca, stralciata dalla rivista britannica «New Scientist», ha paragonato 12 uomini e 12 donne che si erano innamorati nel corso degli ultimi 6 mesi con altri 24 volontari single o coinvolti in una relazione di lunga durata. I livelli di testosterone delle coppie novelle non sembrano ricollegabili all’aumento dell’attività sessuale, la cui frequenza era simile fra le coppie veterane. La cosa strana è che, secondo altri studi, la quantità di testosterone nei maschi dovrebbe aumentare con l’amore fisico, anziché diminuire. Evidentemente, in questa fase, la natura insegna a ciascun sesso a vedere il mondo con gli occhi dell’altro, anche se foderati di prosciutto.



Repubblica 7.5.04

Ricerca italiana pubblicata su New Scientist: nei primi mesi di una relazione maschio meno macho, femmina più mascolina

L'amore? Uno scambio di ormoni


Ecco la "chimica" della passione: uomini e donne più simili

Lo studio effettuato all´Università di Pisa da Donatella Marazzita

Durante l'innamoramento il livello di testosterone diminuisce nell'uomo e aumenta nella donna

L'indagine su 12 coppie insieme da non più di sei mesi a confronto con 12 coppie di lunga durata

di ENRICO FRANCESCHINI




LONDRA - Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, dicono qualche volta gli psicologi per spiegare le differenze tra i due sessi. Ma quando un uomo e una donna si innamorano, di colpo è come se appartenessero entrambi allo stesso pianeta. Ad affermarlo è il "New Scientist", prestigiosa rivista scientifica britannica, che cita i risultati di una ricerca effettuata all´università di Pisa da una studiosa italiana, Donatella Marazzita. La quale ha scoperto che, durante la fase dell´innamoramento, il livello di produzione del testosterone, l´ormone maschile associato con l´idea di virilità e aggressività, diminuisce considerevolmente nell´uomo e aumenta considerevolmente nella donna. In pratica, secondo la dottoressa Marazzita, l´uomo diventa meno «macho» e la donna diventa più mascolina: «E´ come se i due sessi, all´improvviso, registrassero un calo delle proprie caratteristiche originali per acquisire un po´ delle caratteristiche del partner». Insomma, quando si innamorano, per effetto di un cambiamento ormonale, uomo e donna diventano più simili, più reciprocamente comprensivi: dunque non c´è da stupirsi se, nei primi mesi di una relazione sentimentale, maschio e femmina vanno d´amore e d´accordo.

La ricerca ha misurato i livelli ormonali in un gruppo di 12 coppie che si erano innamorate da non più di sei mesi, mettendoli a confronto con quelli di 12 coppie di lunga durata. Il calo di testosterone negli uomini e l´aumento nelle donne si è sempre puntualmente verificato nelle coppie insieme da poco tempo. Qualche studioso obietta che il mutamento ormonale potrebbe dipendere dal fatto che, nella prima fase di una relazione, le coppie hanno rapporti sessuali più frequenti. Ma la dottoressa Marazzita assicura di avere controllato che la frequenza dei rapporti sessuali nei due gruppi fosse la stessa. E del resto altre ricerche indicano che, come conseguenza di un alto numero di rapporti sessuali, il testosterone negli uomini dovrebbe aumentare, non diminuire. Una ulteriore conferma del fenomeno è stata ottenuta misurando dopo un paio di anni i livelli ormonali delle medesime 12 coppie di innamorati. Il fenomeno era scomparso: gli uomini avevano ripreso a produrre testosterone in abbondanza, e le donne a produrne molto poco. Ciascun sesso era tornato alle proprie caratteristiche originali.

Bellone, LE SCIENZE di Maggio e il Tempo

Le Scienze maggio 04

Il tempo prima del tempo

di Enrico Bellone




Ci sono domande che sembrano non avere età. Esistono, infatti, sin da quando Homo sapiens ha lasciato documenti scritti sulla natura circostante. Hanno cambiato forma di generazione in generazione: ma la loro sostanza è un’invariante dei nostri codici di comprensione, e tale rimane anche nei periodi in cui questi codici subiscono mutamenti forti.

Nell’età di Galilei si stampavano immagini in cui un essere umano cercava di far passare un’asticciola o una mano al di là dei confini dell’universo. E l’immagine conteneva un quesito che ancora oggi permane nel senso comune: ovvero, se il cosmo ha un confine, quali cose popolano lo spazio situato al di là del confine stesso? Nel 383 a.C. nasceva a Stagira il grande Aristotele, secondo il quale il mondo non aveva avuto un principio. Il cosmo era eterno, e non aveva allora senso parlare di un istante iniziale prima del quale non fosse esistito il tempo. Anche oggi, quando qualcuno parla dell’universo in espansione, molte persone si chiedono che cosa c’era prima del big bang, e dove stava. E quando si dice «prima», «che cosa» e «dove», si evocano il tempo, la materia e lo spazio. Come aveva scritto Einstein, nel nostro linguaggio siamo abituati a usare queste tre parole come nomi di entità che si possono pensare come se fossero tra loro indipendenti. Ed è noto che, a suo avviso, avremmo dovuto invece imparare a dire, più semplicemente, che «il mondo è, e non diviene». Una lezione difficile da apprendere, anche nella chiave ottimistica per cui, come Einstein annotava, la scienza è un affinamento del senso comune, anche quando ci appare da esso estranea.

Se ora torniamo al big bang, incappiamo in buone ragioni per credere che si stiano aprendo nuovi scenari post-einsteniani. Ce ne parla Gabriele Veneziano nell’articolo che pubblichiamo a pagina 40. È un articolo che esce in contemporanea con «Scientific American», e che si inserisce nel quadro dei contributi che la nostra rivista regolarmente dedica al problema cosmologico. Vi si inserisce con una doppia valenza: è innovativo, ed è scritto in modo magistrale. Per quanto riguarda l’aspetto innovativo, veda il lettore. Ricordando però che, se oggi si può discutere in forme nuove del big bang, ciò dipende dal fatto che sul finire degli anni sessanta fu lo stesso Gabriele Veneziano a elaborare un modello sulle particelle nucleari che sta alla radice della teoria delle stringhe. Sulla magistralità, essa poggia sulla semplicità argomentativa. Veneziano dimostra infatti che si può scrivere bene di faccende intricate, a patto di conoscere benissimo il problema e di voler farsi capire.

Capire da chi? Da tutti coloro che, pur non lavorando sulle frontiere della fisica, possiedono quella cultura di sfondo che consente loro di porsi domande profonde e di cercarne non soluzioni definitive tra le braccia di qualche filosofia prima, ma soluzioni sempre più generali nella tradizione classica della filosofia naturale. La tradizione, per l’appunto, degli Aristotele, dei Galilei e degli Einstein.

in un documentario, una intervista a Marco Bellocchio

Libertà 7.5.04

Stasera il video su Vegezzi
(*)




Stasera alle 21.30 nel Salone Nelson Mandela della Camera del Lavoro di via XXIV Maggio a Piacenza verrà presentato in anteprima (ingresso libero) il documentario “La rivolta e l'incanto” su Nello Vegezzi realizzato per l'associazione Kairòs dal regista piacentino Stefano Sanpaolo, con la collaborazione di Mario Sgorbati, Ettore Sola, Federica Ravera. Presenta interviste a Marco e Piergiorgio Bellocchio.



(*) scultore, pittore e poeta dialettale piacentino



(c) 1998-2002 - LIBERTA'

giovedì 6 maggio 2004

"La fonte meravigliosa" disponibile anche a Firenze

per i fan di Ayn Rand

siamo lieti di segnalarvi la ristampa del suo romanzo cult

"La Fonte Meravigliosa"




disponibile a Roma

presso la LIBRERIA AMORE E PSICHE

e a Firenze, come sempre,

da STRATAGEMMA



gemelli e Psicologia di Torino

Repubblica 6.5.04

Una ricerca della facoltà di Psicologia sull'intelligenza dei bambini

I gemelli? Uguali agli altri


Comparati i risultati di 200 soggetti e 50 coppie di fratelli

Nessuna differenza tra chi vive in città o in campagna

di VERA SCHIAVAZZI




I gemelli comunicano peggio degli altri bambini perché vivono "chiusi" in un piccolo mondo a due? I ragazzini di città sono più vivaci intellettualmente di quelli dei piccoli centri? O, ancora, l´attività mentale cresce automaticamente col progredire dell´età? Ecco altrettanti luoghi comuni che una ricerca partita dalla facoltà di Psicologia di Torino e dedicata all´intelligenza dei bambini si accinge a sfatare. A condurla è la professoressa Liana Valente Torre, che indaga insieme alla sua équipe sui piccoli dai due anni e mezzo ai 12 anni. L´obiettivo è quello di fissare gli standard italiani, cioè i parametri più adeguati per il nostro contesto sociale e culturale, del più importante test in questo campo, il K-ABC di Kaufman, già adottato da anni in Spagna, in Francia e in molti altri paesi.

«Stiamo comparando i primi dati raccolti su 200 bambini e 50 coppie di gemelli - spiega Valente Torre - e prevediamo di pubblicare presto i risultati completi. Ma fin d´ora possiamo anticipare che la tendenza statistica che dimostrerebbe maggiori difficoltà comunicative e linguistiche nei gemelli non appare confermata. Non è tutto: poiché il test misura sia le capacità logiche di ciascun individuo sia quelle apprese a scuola, cioè le conoscenze, stiamo giungendo alla conclusione che i bambini di 5 anni appaiono spesso più attivi rispetto a quelli di 11, ovviamente in riferimento alla loro età. In altre parole, è come se la scuola, mentre da un lato accresce le conoscenze, dall´altro non stimolasse un certo tipo di capacità logiche. Infine, indagando anche in alcuni piccoli paesi dell´area torinese, abbiamo riscontrato che non ci sono differenze nei livelli di intelligenza di questi bambini con quelli nati e cresciuti in città». I test sono stati realizzati in modo anonimo, ma i genitori che lo desiderano potranno conoscere i risultati e sentirseli illustrare dagli esperti.

Guidi «combatte»

ricevuto da P. Cancellieri



Yahoo! Salute giovedì 6 maggio 2004

Malattie mentali: per combattere lo stigma

Il Pensiero Scientifico Editore




È partito oggi il programma nazionale di comunicazione ed informazione contro lo stigma ed il pregiudizio nei confronti delle malattie mentali, con il coinvolgimento della scuola. Questa mattina presso la sala convegni dell’ex ospedale psichiatrico S.Maria della Pietà a Roma si è tenuto un convegno sul tema dello stigma e del pregiudizio presieduto dal Sottosegretario alla salute Antonio Guidi. Hanno partecipato responsabili regionali, esperti e docenti.

Il sottosegretario Guidi, in uno scambio con i giornalisti, ha sottolineato l’alto valore culturale della lotta allo stigma e ha detto che “oggi è un momento estremamente significativo in quanto parte un progetto educativo importante”. Il programma, infatti, promosso dal Ministero della Salute e dal Ministero dell’Istruzione, vedrà coinvolte le scuole italiane che potranno così implementare i propri programmi sulla salute con temi legati alle malattie mentali e si potrà utilizzare la creatività degli studenti e dei docenti per produrre messaggi comunicativi da inserire nel programma di comunicazione vero e proprio.

In collaborazione con il Ministero dell’istruzione, Università e Ricerca è già stato realizzato il primo sondaggio sulle conoscenze e gli atteggiamenti dei giovani rispetto alle malattie mentali. Una parte importante del programma spetta alla comunicazione perché, come ha detto il Sottosegretario Guidi “spesso la cattiva informazione rende un cattivo servizio al superamento del pregiudizio”.

il trattamento delle malattie psichiatriche

una segnalazione di Licia Pastore



Repubblica 6.5.04

Lettere

La medicina dell'anima

di CORRADO AUGIAS




Egregio dottor Augias, questa è la storia di Raffaele, 28 anni, un lavoro che andava bene, amici cari, svaghi, un nuovo amore. Una vita carica di promesse. Poi la malattia: definita "attacchi di panico" da uno psichiatra di chiara fama. Una terapia durante la quale Raffaele, che conviveva ancora con la madre separata da circa 25 anni dal marito, è migliorato. Sospensione della terapia. Ma, a sospensione appena avvenuta, una crisi psicotica impone un "ricovero obbligatorio". L'ospedale di zona non ha posti e lo invia alla clinica universitaria dove Raffaele è tenuto sotto osservazione e rinviato poi all'Asl di appartenenza. Lì un altro psichiatra parla di depressione bipolare curabile con farmaci. Al rientro del medico capo, Raffaele gli viene affidato. La madre chiede un colloquio. L'impatto è duro. Il medico capo non crede alla depressione di Raffaele. Dodici giorni dopo, periodo in cui Raffaele ha cominciato ad aprirsi, il ragazzo tenta il suicidio. Il medico capo informa la madre e con durezza le chiede al telefono cosa abbia portato quel giorno al figlio. La donna risponde: pigiami e asciugamani; il rasoio lo hanno in dotazione solo i suoi infermieri! La storia della complessa e sofferta separazione dal marito viene ascoltata distrattamente. Date le insistenti richieste di Raffaele sul padre, la madre telefona all'ex marito chiedendogli di raggiungerla a Torino perché parli anche lui con i medici e sia vicino al figlio in un tale momento. Raffaele ha così il permesso di uscire ogni giorno dalle nove del mattino alle nove di sera con i genitori e manifesta il desiderio di andare con il padre in Calabria per un certo periodo; lo psichiatra acconsente. Il medico capo assicura che sentirà Raffaele al telefono ogni settimana e che parlerà anche con il padre! Così avviene, telefonicamente gli viene anche cambiata la terapia. Dopo circa un mese Raffaele, che aveva sospeso le cure eludendo il controllo paterno, si impicca in una casa disabitata di proprietà di suo padre. Questa è la storia di Raffaele, dottor Augias, ma è anche la storia di una psichiatria superficiale, grossolana e approssimativa. Una psichiatria ottocentesca, e da terzo mondo. Questa storia, invece, è accaduta a Torino un anno fa. Le chiedo di farla conoscere, affinché si ponga riparo se sarà possibile. Una madre, la mamma di Raffaele.



Lucia Intartaglia

lucia. intartaglia@aliceposta. it



La tremenda verità è che per il trattamento delle malattie psichiatriche siamo rimasti a metà cammino nonostante un "progetto obiettivo" abbia stabilito le strutture territoriali e ospedaliere di cura e di riabilitazione, realizzate solo in minima parte. Un progetto alternativo presentato mesi fa dal Polo di centrodestra conteneva d'altra parte indicazioni così generiche da far temere la possibilità di reintrodurre sistemi coercitivi che nessuno vorrebbe più vedere. In nessun campo clinico, come nella psichiatria, ciò che aiuta di più è un rapporto stretto e consapevole tra medico e malato. Gli psichiatri più consapevoli sanno che, accanto ai farmaci, la vera cura consiste in questa trasmissione di fiducia che solo un vero medico sa e può dare. Se interpreto bene le straziate parole della signora Intartaglia proprio questo è mancato a Raffaele.

oltre che in Sudan, a Mindanao...:anche in Nigeriaguerre di religione oggile stragi "in nome di dio"

Liberazione 6.5.05

A Yelwa nello stato del Plateau. E' l'ultimo e più pesante atto di un sanguinoso scontro etnico

Nigeria, l'assalto dei tarok cristiani ai fulani islamici: una carneficina

di Fulvio Fania




Ducento o trecento uccisi, una carneficina che il segretario della organizzazione islamica "Jama'atu Nasril Islam" non esita a definire genocidio, sollecitando un'inchiesta giudiziaria sul feroce attacco scatenato domenica sera da bande armate dell'etnia cristiana tarok contro la popolazione fulani, che è di religione islamica. E' accaduto nella città di Yelwa, nello Stato centrale nigeriano del Plateau. L'esercito è intervenuto con 600 soldati aprendo a sua volta il fuoco - secondo alcuni testimoni in modo indiscriminato - e ha imposto il coprifuoco. Non è stato però finora in grado di aggiornare il numero dei morti. In un primo tempo i militari avevano parlato di 67 persone ammazzate ma martedì le strade erano ancora piene di cadaveri e mutilati, mentre le famiglie provvedevano direttamente alla sepoltura dei propri cari, rendendo così più difficile un bilancio esatto.

E' invece certo che questa tragedia è stata soltanto l'ultimo e più pesante atto di uno scontro etnico che dura da molto tempo e aveva già causato circa quattrocento morti dall'inizio dell'anno. «Allah ci vendicherà. I pagani hanno ucciso il nostro popolo», rispondono ai cronisti delle agenzie internazionali le vittime dell'assalto. I loro nemici sono infatti a prevalenza cristiana, molti i cattolici insieme ad altri di varia denominazione pentecostale o protestante. Le fonti cattoliche non minimizzano l'accaduto ma avvertono che l'identità religiosa è soltanto una componente della «faida», come la definisce il vescovo della capitale Jos, Ignatius Ayau Kaimaga, intervistato dall'agenzia missionaria Misna. Le due etnie si contendono la terra: la popolazione tarok, che è contadina e stanziale, considera forestieri e usurpatori i fulani, che invece sono soprattutto allevatori e pastori. Non per caso, il portavoce della comunità islamica ha chiesto al governatore dello Stato di chiarire da dove sia partito l'ordine ai "non indigeni" di lasciare la città. E per non indigeni si intenderebbero appunto i fulani, nonostante che abitino la regione da un secolo.

«Non c'è niente di religioso in queste violenze», afferma il vescovo, «il termine genocidio è male utilizzato, spesso questi scontri iniziano da una rappresaglia per furto di bestiame mentre i rapporti tra cristiani e musulmani non sono poi così tesi». Il presule assicura di intrattenere personalmente buone relazioni con la comunità della moschea.

Ma in tutta la Nigeria il clima è arroventato anche sotto il profilo religioso. In dodici stati del nord è stata introdotta la legge islamica e, dove i cristiani sono in maggioranza, si fa strada un fondamentalismo opposto. E' cristiano anche il presidente federale Olusegun Obasanjo, il primo civile dopo quindici anni di regime militare. Ben diecimila persone dal 1999 hanno perduto la vita in scontri etnici nel Paese che conta 120 milioni di abitanti, 36 stati e circa 250 etnie.

Sembra che a Yelwa i tarok aspettassero da tempo un pretesto per vendicarsi di un attacco subìto per mano dell'etnia avversa nei mesi scorsi. Nella stessa zona, infatti, erano morti una novantina di cristiani a fine febbraio e 48 persone erano perite nei successivi scontri interetnici. Altri venti erano state travolte a fine marzo. Secondo la ricostruzione del parroco l'occasione per sferrare una aggressione "risolutiva" da parte dei guerrieri cristiani sarebbe stata offerta da un gruppo di ragazzi fulani che, raggiunta una chiesa in un villaggio a venti chilometri dal capoluogo, avrebbero suonato le campane a raccolta per richiamare i cristiani e quindi avrebbero sparato contro di loro. Un episodio, quest'ultimo, che le stesse fonti cattoliche giudicano non particolarmente sanguinoso. Ne è però seguita la tremenda rappresaglia sugli abitanti della zona musulmana di Yelwa.

"bulimia nervosa"

una segnalazione di Paolo Izzo



Agenzia Radicale 6.5.04

Il Trattamento Integrato della Bulimia Nervosa

di Maurizio Mottola




Mercoledì 5 maggio 2004 si è svolto a Napoli all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici il corso di formazione IL TRATTAMENTO INTEGRATO DELLA BULIMIA NERVOSA, organizzato dall’Unità Operativa Salute Mentale del Distretto Sanitario 44 Azienda Sanitaria Locale Napoli 1. Molteplici le relazioni svolte:



· Inquadramento nosografico;

· Profilo neuroendocrino;

· Profilo neurorecettoriale;

· La terapia nutrizionale;

· La terapia farmacologia;

· Il trattamento integrato in ambiente residenziale riabilitativo;

· L’approccio cognitivo-comportamentale;

· Il panico di “oziare sugli allori”: l’impossibilità del “riconoscere il bicchiere mezzo pieno”;

· Setting familiari nei disturbi bulimici;

· L’esperienza di terapia di gruppo ad orientamento cognitivo-comportamentale presso l’U.O.S.M. – D.S. 44 ASL NA 1.




“Mal di cibo”: mangiare sempre meno fino a smettere del tutto oppure divorare grandi quantità di cibo e poi liberarsene con il vomito sono espressioni di un insieme di patologie strettamente collegate tra loro e per questo raggruppate come “disturbi del comportamento alimentare” (DCA). Queste malattie si stanno estendendo a fasce di soggetti sempre nuovi: in Italia sono 460.000 le donne di età compresa tra i 12 ed i 25 anni affette da disturbi di questo tipo, che corrispondono a circa il 10% della popolazione femminile. I casi nuovi ogni anno sono 8.000, senza distinzione di classi sociali.

Quanto a bulimia ed anoressia in senso stretto, ben 65.000 sono i malati gravi, in particolare tra le giovani donne di età compresa tra i 12 ed i 18 anni, e negli ultimi tempi è stata segnalata una progressiva diffusione del problema anche in ambiti ritenuti in precedenza non coinvolti e cioè gli adolescenti maschi e -da ultimo- le bambine sotto i 12 anni e le donne oltre i 40 anni.

Chi è affetto da bulimia nervosa ha lo stesso desiderio di magrezza dell’anoressico, ma ha un comportamento meno “disciplinato”, più impulsivo e non riesce a tollerare la disciplina ferrea richiesta da un’alimentazione ridotta. Per questo motivo si riempie di cibo in modo abnorme, costringendosi poi ad eliminarlo attraverso il vomito e facendo uso di lassativi e diuretici oppure praticando esercizio fisico prolungato o digiuno e sentendosi “in colpa” per la propria “incapacità” di raggiungere il grado di magrezza desiderato. Si tratta di un disturbo serio e nello stesso tempo subdolo, dal momento che chi ne è affetto tende a mentire ed a negare drasticamente l’esistenza del problema e dal momento che non vi sono sul fisico -a differenza dell’anoressia- effetti vistosi che possano mettere in allarme: la persona bulimica infatti non è soggetta a particolari variazioni di peso.

Per la possibile guarigione di tali disturbi occorre un approccio multidisciplinare che comprenda la convergenza della terapia nutrizionale, della terapia farmacologia, della psicoterapia individuale e di gruppo e nei casi particolarmente gravi il ricovero in ambiente residenziale riabilitativo.

mercoledì 5 maggio 2004

mediain tempi duri per i freudiani, scende in campo la tv:per «divulgare la psicanalisi alle masse»

La Stampa 5 Maggio 2004

MEDICI, AMORI E PSICANALISI

ALTRO CHE REALITY

di Alessandra Comazzi




SE non si considera la tv quale mera sentina di nequizie o mezzo di obnubilamento generale, si amano i telefilm. E' una regola aurea. Chi ama la tv , ama i telefilm, grazie ai quali si ride, si riflette, si imparano l'America (i telefilm sono americani per antonomasia) e le contraddizioni della società contemporanea (...)

Caratteristica comune dei telefilm di ultima generazione è l'introduzione consapevole della psicanalisi. Nei «Soprano», tutta la storia comincia proprio di lì, da Gandolfini che va in analisi, e dunque l'influenza del vecchio Freud è resa esplicita. Ma ci sono altri modi, più ammiccanti, per divulgare la psicanalisi alle masse. Fondamentale il supporto tecnico. Si vedono, adesso, delle vere e proprie materializzazioni dell'inconscio. «Scrubs», a esempio, si intitola una serie parodica dedicata ai medici, l'altra faccia di «E. R.» (ce n'è un'altra ancora, quella di «Nip/Tuck», dove i dottori, chirurghi plastici, non sono simpatici umoristi, ma cinici profittatori). Dunque «Scrubs», sottotitolo «Medici ai primi ferri», si svolge in un ospedale, protagonisti alcuni giovani tirocinanti, circondati da medici anziani e perfidi, da inservienti frustrati e gaglioffi. Spesso accade che il pensiero di qualcuno di loro si stacchi dalla sua mente per essere rappresentato in una sorta di storia parallela alla «Sliding doors». Espediente simile è adottato in «Keen Eddie», le avventure di un detective americano esportato a Londra: la segretaria di Scotland Yard è una signora in grigio che si indovina provocante sotto i tailleur. Ogni volta che la vede, il protagonista immagina di possederla, immagina le sue provocazioni: inesistenti nella realtà, forse reali nella reciproca trasmissioni di pensieri e sensazioni.

Non si tratta di espedienti seduttivi? Oh, moltissimo. Ma non sono soltanto espedienti, c'è anche sostanza, scaltrissima sostanza. I telefilm sanno creare abitudine e affezione e cambiano con il mutare della società, hanno introdotto droga, disagio giovanile, polizia corrotta, emarginazione, ricerca scientifica (C.S.I.), il ruolo della donna (com'è adorabilmente contraddittoria l'avvocato Ally McBeal). Tremate, tremate, le adorabili streghe di «Sex and the City», donne liberate dal maschio, ma non dalla sua ossessione, o almeno necessità, stanno per tornare (dal 19 su Fox) nella loro sesta, ultima avventura; e non dimentichiamo che il rassicurante «Friends», nasce da una «vicenda madre» di omosessualità femminile. Non solo le persone, anche i luoghi identificano le serie: la New York di «NYPD» (New York Police Department, il dipartimento di polizia della città), per dire, è brutta sporca e cattiva, affatto lontana dall'immagine patinata che tanto amiamo in Woody Allen.

Uno dei telefilm contemporanei più interessanti è «Six Feet Under», protagonista una famiglia di becchini, padre improvvisamente defunto, madre tradizionale anche nei tradimenti (scoperta postuma), figli antagonisti, figlia con problemi di adattamento giovanile, un fidanzato poliziotto gay, una fidanzata massaggiatrice shatsu con famiglia intellettuale disastrata (pure) dalla psicanalisi, inconscio materializzato attraverso i trapassati che acquistano nuova vita. Sarà paradossale, ma questo è il mondo vero, signore e signori, non quello dei reality.



5 Maggio 2004

I PIU’ AMATI, DAI «SOPRANOS» A «LAW AND ORDER»

Un rito come la Messa

di Claudio Gorlier




VENTIQUATTRO ore di trasmissione settimanale; novanta milioni di telespettatori: è questo il primato negli Stati Uniti della serie «Law and Order», ormai presente anche in Italia in più di un canale. Il «New York Times» sostiene che il suo inventore e padrone, Dick Wolf, è l’uomo più potente della televisione americana. «Law and Order» è cominciato nel 1990, e lo segue ora «Criminal Intent». Non dimentichiamo che Wolf è anche il creatore e realizzatore di «Miami Vice». A 56 anni, dopo aver pensato di diventare romanziere, Wolf, con ottimi studi in Università prestigiose, ha finito con il trasferire la sua vena sul piccolo schermo, e ha fatto centro.

Per definire «Law and Order» conviene rifarsi al giudizio di una delle sue star, l’ormai famoso Jerry Orbach: «E’ un rituale, come la Messa in latino». Osservazione paradossale fino a un certo punto: la serie si rincorre, per così dire, in una specie di reazione a catena, sostanzialmente intercambiabile; una sezione aurea della società americana, con una sua inquietudine tesa e moraleggiante, ma senza alcuna indulgenza. Il tema ricorrente è quello della violenza sessuale: la polizia la individua, la magistratura la persegue inflessibilmente. Da una parte e dall’altra, bianchi, africano-americani, ispano-americani, occasionalmente italo-americani, immigrati. Siamo in pieno, inesorabile «Politically correct».

Ma attenzione: «Law and Order» non nasconde la paura, anche se tenta di esorcizzarla per voi che lo guardate. Inoltre, non risparmia nessuno: ricchi e potenti senza scrupoli o psicotici, privi di morale; giudici incapaci o corrotti. Anche nella sua versione popolare, la cultura americana rifiuta il compromesso accomodante. Vi sconvolge, ad onta dell’integrità e del successo frequente dei suoi protagonisti. Wolf risponde parafrasando una famosa battuta di Humphrey Bogart: «Questo è lo scrivere, stupido».

L’altra serie televisiva di successo, negli Stati Uniti, è sicuramente «The Sopranos», incentrata sulle vicende di una famiglia di italo-americani mafiosi. Negli ultimi mesi, su «The Sopranos» sono stati scritti ben sei libri, scomodando addirittura Aristotele, Nietzsche e Machiavelli. In Italia, la serie ha incontrato due ostacoli: la si può vedere di massima con la parabola, su Fox, e urta la nostra sensibilità nazionale, ogni volta che gli americani toccano l’argomento scottante della mafia. Ma attenzione: si spinge ben oltre gli schemi del «Padrino» di Mario Puzo. Il protagonista, interpretato da uno splendido James Gandolfini, è assalito da sensi di colpa, dalle memorie paterne, dall’angoscia del rapporto con il figlio ragazzino, che intuisce ma non sa. Così, ricorre alla psicanalista, di cui si innamora. La psicanalisi rimane una suprema icona americana, e, se ci pensate, la televisione finisce per porsi come una sorta di tormentosa - o magari sentimentale - introiezione dei nostri problemi quotidiani.

Così «Law and Order», accanto a «N.Y.P.D. Blue», che a sua volta ci consegna i tormenti e gli antagonismi che possiedono gli stessi poliziotti, uomini e donne, diviene un insistente microcosmo, e forse, con i suoi rimandi letterari che sfuggono a molti telespettatori, quasi subliminali, a somiglianza di «The Sopranos» si presenta come un ponte tra i generi, un «metatesto», come è stato osservato. «The Sopranos» è stato definito «un simbolo delle nostre patologie nazionali»; un ritratto insieme del maschilismo e del femminismo. Secondo un altro critico sono questi i programmi televisivi che porteranno gli Stati Uniti nell’era del multiculturalismo, traghettandoli da un mondo vecchio a un mondo nuovo. Insomma: autentiche, pregnanti favole moderne, con la famiglia quale centro. David Chase, creatore e produttore di «The Sopranos», ha spiegato in un’intervista che lo scandalo Parmalat lo ha confermato nell’idea che anche le grandi corporazioni possono avere, al loro interno, struttura famigliare.

I dilemmi investono anche l’intimità del privato, a cominciare dal sesso. Qui «Law and Order» e «The Sopranos» finiscono per incontrarsi, e il rituale trova una sanzione, diversa ma complementare, in un momento supremo: la confessione. Questo effetto specchio può sembrare tipicamente americano ma, tutto sommato, sembra in qualche modo funzionare anche per noi

libertà vs. democrazia

Corriere della Sera 5.5.04

Esce il nuovo saggio di Luciano Canfora: perché è falsificata la citazione di Tucidide nel preambolo della Costituzione europea

Libertà contro democrazia. Già ai tempi di Pericle

di LUCIANO CANFORA




Che la democrazia sia un’invenzione greca è opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione europea (diffusa il 28 maggio del 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo - tra i più autorevoli, l’ex presidente francese Giscard d’Estaing - hanno pensato di imprimere il marchio greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.). Nel preambolo della Costituzione europea le parole del Pericle tucidideo si presentano in questa forma: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». È una falsificazione di quello che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso ad una tale «bassezza» filologica. Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin), esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque non c’entra il «potere», e men che meno «il popolo intero»)». Pericle prosegue: «Però nelle controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà» (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi «democrazia» e «libertà».

Pericle fu il maggior leader politico nell’Atene della seconda metà del V secolo a.C. Non ha conseguito successi militari, semmai ha collezionato sconfitte in politica estera, ad esempio nella disastrosa spedizione in Egitto, dove Atene perse una flotta immensa. Però fu talmente abile nel conseguire e consolidare il consenso, da riuscire a guidare quasi ininterrottamente per un trentennio (462-430) la città di Atene retta a «democrazia». Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo «popolare» definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perché Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non è parola gradita alla parte popolare, la quale usa senz’altro popolo (dèmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della «maggioranza», nondimeno da noi c’è libertà.

(...) Quella che alla fine - o meglio allo stato attuale delle cose - ha avuto la meglio è la «libertà». Essa sta sconfiggendo la democrazia. La libertà beninteso non di tutti, ma quella di coloro che, nella gara, riescono più «forti» (nazioni, regioni, individui): la libertà rivendicata da Benjamin Constant con il significativo apologo della «ricchezza» che è «più forte dei governi»; o forse anche quella per la quale ritengono di battersi gli adepti dell’associazione neonazista newyorkese dei «Cavalieri della libertà». Né potrebbe essere altrimenti, perché la libertà ha questo di inquietante, che o è totale - in tutti i campi, ivi compreso quello della condotta individuale - o non è; ed ogni vincolo in favore dei meno «forti» sarebbe appunto limitazione della libertà degli altri. È dunque in questo senso rispondente al vero la diagnosi leopardiana sul nesso indissolubile, ineludibile, tra libertà e schiavitù. Leopardi crede di ricavare questa sua intuizione dagli scritti di Linguet e di Rousseau: ma è in realtà quello un esito, un apice della sua filosofia. Linguet e Rousseau dicono meno. È un punto d'approdo, inverato compiutamente soltanto nel nostro presente, dopo il fallimento delle linee d’azione e degli esperimenti originati da Marx. La schiavitù è, beninteso, geograficamente distribuita e sapientemente dispersa e mediaticamente occultata.

(...) Per ritornare dunque al punto da cui siamo partiti, i bravi costituenti di Strasburgo, i quali si dedicano all’esercizio di scrittura di una «costituzione europea», una sorta di mansionario per un condominio di privilegiati del mondo, mentre pensavano, tirando in ballo il Pericle dell’epitaffio, di compiere non più che un esercizio retorico, hanno invece, senza volerlo, visto giusto. Quel Pericle infatti adopera con molto disagio la parola democrazia e punta tutto sul valore della libertà. Hanno fatto ricorso - senza saperlo - al testo più nobile che si potesse utilizzare per dire non già quello che doveva servire come retorica edificante, bensì quello che effettivamente si sarebbe dovuto dire. Che cioè ha vinto la libertà - nel mondo ricco - con tutte le terribili conseguenze che ciò comporta e comporterà per gli altri. La democrazia è rinviata ad altre epoche, e sarà pensata, daccapo, da altri uomini. Forse non più europei.

ricerca: declino dell'Occidente

Corriere della Sera 5.5.05

Ecco gli scienziati d’Oriente che fanno tremare l’America

In Cina 750 mila ricercatori: un numero decuplicato in soli vent’anni L’India produce i migliori software del mondo e ora punta sulle nanotecnologie

di Giovanni Caprara




Il mondo della ricerca americana teme il sorpasso da parte dell’Europa ma soprattutto dei Paesi asiatici, Cina e India in testa. L’allarme lanciato dalla National science foundation è legato all’indebolimento interno in alcuni settori, ma in particolare alla vivace crescita scientifica e tecnologica dimostrata da nazioni «in via di sviluppo». Il segnale più forte è arrivato con l’invio in orbita del primo taikonauta cinese Yang Liwei nell’ottobre del 2003, segno inequivocabile dello sviluppo raggiunto in aree come la scienza dei materiali, l’elettronica, l’informatica. Dopo le distruzioni provocate dalla rivoluzione culturale e dal governo della «banda dei quattro», Pechino ha costruito un mondo scientifico che ora sostiene l’impetuoso sviluppo economico. La ricerca è una priorità nazionale e ad essa sono dedicati 63 miliardi di dollari, che pongono la Cina al terzo posto negli investimenti nel settore alle spalle di Usa e Giappone.

Negli ultimi vent’anni il numero degli scienziati è cresciuto dieci volte: oggi sono 750 mila e con un’età molto bassa. Solo l’Accademia delle scienze cinese, spina dorsale del sistema, e diretta dall’ingegnere Lu Yongxian, governa un esercito di 60 mila scienziati impegnati nella ricerca di base e tecnologica. Il permesso, poi, alle multinazionali di installare nel Paese laboratori ha consentito di finanziare con denaro straniero la formazione di «cervelli», come Lu Ke dell’Istituto di ricerca dei metalli di Shenyang, provincia di Liaoping, leader negli studi di nuovi materiali conduttori; o come Chih-chen Wang, dell’Istituto di biofisica di Pechino, di fama per le ricerche sulle proteine.

Anche l’India ha trasformato la ricerca in priorità sostenuta in prima persona dal presidente Abdul Kalam, che prima di essere eletto nel 2002 fu «fondatore» delle attività spaziali indiane. Adesso l’India dispone di vettori spaziali concorrenti di americani, cinesi e russi nel trasporto dei satelliti civili. Ma l’India, culla di matematici, è anche il Paese che esprime i migliori softwaristi del mondo, ed è in grado di produrre supercomputer con potenze di elaborazione analoghe a quelle americane. E’ grazie a questi strumenti che New Delhi ha potuto varare le «Aree di ricerca ad alta priorità» che riguardano nanotecnologie, neuroscienze, ricerca climatica. Fra i nomi illustri, il professor Rao, presidente del Nehru Centre for advanced scientific research di Bangalore, esperto di chimica dei fullereni; o il professor Mashelkar, direttore del Council scientific and industrial research di New Delhi, famoso per le ricerche sui polimeri. Con queste capacità Cina e India stanno ridisegnando la scena, inquietando prima di tutto gli Usa.

Severino: utopia ed eresia

La Stampa 5 Maggio 2004

PRESENTATO IL «PROGETTO ITALIA» DELLA TELECOM

Dove il pensiero si fa bellezza

di Fiorella Minervino




UN «Grand Tour» alla ricerca non soltanto delle città del Bel Paese, del loro patrimonio, della bellezza, dei monumenti, bensì del pensiero che ha originato tutto ciò. È questo il viaggio speciale e prezioso, promosso da Telecom Progetto Italia, presentato ieri nell’affollatissima sala di Piazza degli Affari da Marco Tronchetti Provera, presidente della Telecom, dal filosofo Emanuele Severino e da Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Franco Parenti. La scelta delle città è caduta su Cosenza, Perugia, Trieste, Ferrara (...) una serie di eventi artistici assai varia (...) legati al tema «Utopia ed eresia».

Di Cosenza, mirabile città patria spirituale di Tommaso Campanella, Gioacchino da Fiore, Telesio, legata ai fermenti filosofici creativi dell’Accademia Cosentina nel ‘500, ha parlato con un avvincente discorso Severino, riflettendo sullo stretto rapporto che lega il pensare e l'agire dell’uomo: sono gli scopi che determinano le azioni umane, senza scopi non realizzeremmo nulla. La società attuale tende tuttavia a mutare, trasformare o allontanare gli scopi, così è necessaria una valorizzazione di essi, riconoscendo la priorità del pensiero. Il filosofo ha poi spiegato la differenza fra l’etimologia della parola Utopia, «non luogo», cioè scopo presente nella mente e che deve realizzarsi, come indicava Tommaso Moro, e il termine Eresia, dal verbo «scegliere», preesistente al Nuovo Testamento e come tale riferito a chi ha scelto di non essere cristiano e dunque eretico: una parola ambigua, quasi che la Cristianità non esigesse una scelta. Una civiltà come la nostra non puo prescindere dal passato, ha continuato Severino, cioè deve ricorrere al pensiero con funzione di guida, anche per la tecnica.

(...)

Wen Jiabao in Italia

una segnalazione di Licia Pastore



Il Messaggero Mercoledì 5 Maggio 2004

ARRIVA domani in Italia ...il premier cinese Wen Jiabao

di GIANNI SOFRI
*




ARRIVA domani in Italia, per una visita ufficiale di tre giorni, il premier cinese Wen Jiabao, all’interno di un tour europeo che lo ha portato, o lo porterà, anche in Germania, Belgio, Gran Bretagna, Irlanda e alla sede della Ue. Nella prima metà di giugno il Presidente Ciampi compirà una visita di una settimana in Cina.

Primo ministro dal marzo 2003, geologo e ingegnere di formazione, Wen fa parte del gruppo di tecnocrati che occupano i posti chiave nella “quarta generazione” dei dirigenti cinesi del dopo-Mao. Nel marzo di quest'anno è salito alla ribalta con un importante discorso che annunciava una svolta nella politica economica della Repubblica popolare cinese: una svolta subito sancita ufficialmente dalla sessione annuale dell'Assemblea Nazionale del Popolo.

Il vertiginoso sviluppo degli ultimi anni (una crescita del 9,1% nel 2003) ha prodotto o aggravato contraddizioni e problemi, con il rischio crescente di tensioni sociali: una crescita incontrollata della disoccupazione a fronte di quella di un ceto di nuovi ricchi e ricchissimi; squilibri territoriali (le province costiere hanno un Pil che è mediamente quattro volte superiore a quello delle province dell'interno), tra città e campagna (il reddito delle città è almeno tre volte superiore a quello delle campagne). Si aggiungano i milioni (da 100 a 200, a seconda delle valutazioni) di migranti soprattutto giovani che, lasciati i loro villaggi, conducono nelle grandi città un'esistenza precaria: un vero esercito industriale di riserva, ma anche una mina vagante sul terreno sociale. E ancora, i molti danni che uno sviluppo incontrollato sta portando agli equilibri ambientali; e per finire ma in realtà l'elenco potrebbe continuare a lungo c'è il problema dell'energia che lo sviluppo richiede: lo scorso anno, la Cina ha visto aumentare del 31% le sue importazioni di petrolio, del quale è divenuta il secondo consumatore mondiale, dopo gli Stati Uniti, ma prima del Giappone.

La nuova linea proposta da Wen Jiabao ha inteso affrontare per la prima volta questo insieme di problemi: in primo luogo, attraverso un raffreddamento dello sviluppo, che secondo il governo dovrebbe attestarsi quest'anno sul 7%. Ma Wen ha anche invitato a «cambiare il modo della nostra crescita economica», cercando uno sviluppo più equilibrato, più attento alla qualità (e non solo ai record numerici), capace di controllare lo sfruttamento delle risorse e il degrado ambientale, soprattutto di garantire una distribuzione più equa tra le diverse province e tra città e campagna (indirizzando maggiormente gli investimenti dello Stato verso l'agricoltura). Se la proprietà privata era già riconosciuta dal 1999, le si è conferita oggi, con una revisione della Costituzione dell’82 (già più volte emendata), una certezza giuridica (l’“inviolabilità”), che offra maggiore tranquillità agli investitori. Agli imprenditori privati si riconosce non più solo una generica collaborazione all’economia pubblica, ma il carattere di “costruttori dell'opera socialista”. Secondo il “Pensiero” dell'ex Presidente Jiang Zemin, entrato a far parte della Costituzione, il Partito non rappresenta più soltanto i lavoratori e le forze patriottiche, ma “le forze produttive avanzate”, “la cultura cinese avanzata” e “gli interessi della schiacciante maggioranza del popolo cinese”: un'altra apertura nei confronti degli imprenditori privati.

La revisione che l'Assemblea ha approvato - con il 99% dei voti - riguarda anche i diritti dell'uomo, che la Costituzione della Rpc ora “rispetta e protegge” ufficialmente (ma non si vede ancora bene con quali conseguenze pratiche). Ci sono forti dubbi, tra gli osservatori, su questo ampio insieme di innovazioni: dubbi che vertono soprattutto sulla reale possibilità del governo di dar loro attuazione. E' tuttavia importante che vengano ufficialmente riconosciuti, per la prima volta, problemi e contraddizioni che accompagnano il “miracolo” economico cinese di questi anni, e se ne cerchino i rimedi.

Per gli imprenditori italiani (anche se assai meno che per quelli di altri Paesi europei), la Cina è sede di delocalizzazioni, outsourcing e aperture di negozi, che interessano i settori più disparati, dalla meccanica all'arredamento, dall'alta moda ai gioielli e persino al prosciutto sudtirolese. Ma è fonte anche di molte e contraddittorie preoccupazioni che comprendono la contraffazione di prodotti stranieri, i vantaggi “sleali” delle esportazioni cinesi, l'incremento continuo del consumo cinese di materie prime (dal petrolio all'acciaio al carbone), con il conseguente aumento dei loro prezzi sul mercato internazionale; ma anche il timore crescente di una possibile “bolla” cinese dopo la crescita degli ultimi anni.

In alcune interviste degli ultimi giorni, Wen Jiabao ha tentato di rassicurare i suoi interlocutori politico-economici. Ha ricordato come il 55% delle esportazioni cinesi provengano da imprese in cui è presente il capitale straniero, e che nel 60% dei casi lavorano materiali provenienti dall'estero. Ha promesso di aumentare la tutela della proprietà intellettuale e di punire le contraffazioni.

Alla fine di gennaio, il Presidente della Repubblica Hu Jintao venne ricevuto a Parigi in pompa magna, in occasione dell'apertura ufficiale di un “Anno della Cina”: una sorta di lungo festival della cultura cinese ufficiale, con grandi mostre e manifestazioni di ogni genere. Molti parlamentari, soprattutto verdi e una parte dei socialisti, disertarono vistosamente l'Assemblea Nazionale quando Hu vi tenne il suo intervento, intendendo così protestare contro il silenzio di Chirac sul problema dei diritti umani (altri affidarono la protesta a una lettera). Si parlò, su alcuni giornali, di una vera e propria onta per la patria dei diritti dell'uomo. Fra l'altro, il Premio Nobel 2000 per la Letteratura Gao Xingjiang, che vive a Parigi da molti anni, è stato escluso, in omaggio all'ospite, da ogni manifestazione dell'“Anno della Cina”.

Dopo di allora, malgrado l'inserimento nella Costituzione del rispetto dei diritti dell'uomo, non si può certo dire che dalla Cina siano arrivati segnali incoraggianti. Il 5 marzo è stato arrestato un vescovo cattolico. Alla fine dello stesso mese sono state arrestate, sia pure solo per pochi giorni, Ding Zilin e altre due “madri della Tiananmen”. E soprattutto, pochi giorni fa, Pechino ha bruscamente deluso le aspirazioni dei democratici di Hong Kong: malgrado le sue prerogative speciali, la città non potrà eleggere a suffragio universale i propri rappresentanti nelle elezioni del 2007 e 2008. L'anno scorso, ben 5.343 cinesi hanno presentato domanda di asilo politico in altri Paesi (solo da cittadini turchi è venuto un numero maggiore di domande).

Questo sarà dunque, prevedibilmente, uno dei due temi di cui si parlerà fra il 6 e il 9 maggio prossimi: con più probabilità sui giornali che negli incontri ufficiali. Nei quali prevarranno invece i problemi economici. E' di meno di un mese fa la notizia che una Compagnia aerea cinese ha confermato l'acquisto di 21 Airbus, mantenendo una promessa fatta da Hu Jintao a Chirac. Il governo italiano avrà anch'esso qualcosa da farsi promettere?



* Professore di Storia contemporanea e dell’Estremo Oriente, Università di Bologna

Cina

il manifesto 5.5.04

Viaggio nel laboratorio della nuova Cina, dove tutto è possibile. Al padrone

Là dove Mao è soltanto il portafortuna

A Shenzhen, dove la Cina guarda Hong Kong dall'alto di un grattacielo mentre gli dà lezioni di capitalismo e braccia da sfruttare. I sogni ad alta tecnologia di un luogo inventato

ANGELA PASCUCCI, INVIATA A SHENZHEN




La Diwang Mansion, nel cuore di Shenzhen, è alta 383 metri. Piatta e stretta con due torrette in cima che sembrano bulloni domina la skyline della città, una selva eterogenea di edifici nei quali sembra essersi sbizzarrito un esercito di architetti, e non sempre dei migliori. Da lassù l'occhio abbraccia tutta l'area, da nord a sud, dove si vede Hong Kong. Con un colpo d'occhio si abbracciano «i due mondi di "un paese, due sistemi"», come declama un testo pubblicitario che in tono lirico e molto cinese chiede «Quali sono le differenze e le somiglianze tra la capitalista Hong Kong e la socialista Shenzhen? Pensateci e diventerete più saggi di prima». In attesa dell'illuminazione, la prima e immediata considerazione, dedotta dai discorsi e dagli scritti, è che l'énclave «socialista» quanto a capitalismo pensa di aver cominciato a dare qualche lezione al suo vecchio modello, che sta perdendo colpi, e anche al mondo intero. Quanto al socialismo, il discorso si fa davvero complicato, come dimostra l'incontro con il dottor Tai, 42 anni, alto dirigente della Shenzhen Telecom Engineering, società pubblica, costola di China Telecom, alla quale fornisce in esclusiva servizi di installazione e manutenzione di centraline per la telefonia fissa e mobile di area. Nel mega ufficio con salotto del giovane manager di stato, dietro la scrivania, campeggia un ritratto di Mao, sopra una cartina in oro zecchino di Shenzhen. La sorpresa dei visitatori per una simile iconografia, di questi tempi, meraviglia Tai. Il Presidente non sta lì come ispiratore politico, spiega, ma in funzione di nume tutelare. Un apotropaico, insomma, come se ne vedono (sempre meno per la verità) sui taxi e i pulmini del trasporto pubblico. Quello sguardo fermo, l'aria serena del vecchio saggio, conferiscono al Grande Timoniere una forza protettiva che il manager trova rassicurante. Ma ci sarà pure un'adesione ideologica, vista la portata storica del leader. Tutt'altro, risponde.



Se ci fosse ancora Mao...



Se Mao fosse ancora vivo, dice tra le facce per la verità scandalizzate dei cinesi presenti, lui non sarebbe lì e la Cina sarebbe come l'Iraq di Saddam Hussein o la Cuba di Castro. Un paese povero di retroguardia oppresso da un dittatore, non la grande potenza economica e politica che sta diventando grazie all'intuizione di Deng e all'attuale leadership, quella sì da Tai assai apprezzata. Arrivato molti anni fa da Xian, per lavorare agli uffici delle poste, la sua discreta conoscenza dell'inglese lo ha sbalzato lì un paio d'anni fa, del tutto casualmente, come responsabile del settore investimenti e allargamento del giro d'affari.



L'ingegner Tai, aria scanzonata e ciuffo ribelle, sembra appagato, ma si avverte un'inquietudine. Il mercato di Shenzhen, per la sua ditta, è ormai completamente saturo. Non c'è abitante dell'area che non abbia telefono, fisso o mobile, e occorre guardare a nuovi mercati. All'interno, le nuove tecnologie, come la trial band, assai rischiose e poco fruttuose nel medio periodo. All'esterno, una politica di investimenti nelle province più arretrate, o all'estero. Tra i paesi più appetibili India e Pakistan che, dice, danno un 25-30% di profitti. Ma la vera gallina dalle uova d'oro è il Vietnam, che potrebbe garantire tassi di guadagno fino al 100%. Si vedrà. Alle spalle c'è pur sempre un gigante come China Telecom, che straripa di soldi, grazie alla sua posizione di monopolio. Certo, prima o poi bisognerà fare i conti con le regole di liberalizzazione del Wto, ma i sommi dirigenti, par di capire, troveranno il modo di risolvere il problema e scantonare il più a lungo possibile.



Un paio d'ore trascorse a tavola, diverse bottiglie di birra e qualche giro di morra cinese tirano fuori qualcosa di più dal personaggio. Fare il manager pubblico in una Cina come quella di oggi non è semplice. Tai lamenta i molti vincoli di un'impresa pubblica rispetto a quelle private. Licenziare, ad esempio, pur in un luogo senza freni come Shenzhen, è quasi impossibile. In due anni non è riuscito a mandare via nessuno dei suoi 500 dipendenti, mentre è stato costretto ad assumere personale sotto la pressione dei suoi capi. E' pur vero però che i salari, nel settore statale, sono mediamente inferiori del 30% a quelli del settore privato. Ma ciò vale anche per il suo stipendio. Al fondo si capisce che ciò che opprime Tai è l'essere sottoposto a una serie di spinte contraddittorie, esercitate a vari livelli, che lui può solo subire. L'orgoglio di far parte di una potente compagnia pubblica non gli manca, ma forse non gli basta.



C'è un'altra genia di cinesi che invade a ondate Shenzhen e subito si ritira. Quella dei turisti e dei consumatori che a frotte battono i numerosi centri commerciali in cerca di buoni affari. La città ha fama di essere un eldorado per lo shopping, anche se è cara. E tuttavia sempre meno di Hong Kong, da cui partono spedizioni di acquirenti (anche se per la verità i numerosi centri commerciali, tutti uguali, sono tutt'altro che affollati). Il passaggio di confine di Luo Hu, dove arriva il treno che parte dalla stazione centrale di Hong Kong distante 40 minuti, è attraversato da un flusso costante in entrambe le direzioni, che nelle ore di punta si gonfia ogni cinque minuti, cioè ogni volta che un convoglio arriva o parte.



Molti abitanti di Hong Kong hanno comprato casa qui, dove costa meno, e partono per andare al lavoro dall'altra parte ogni mattina. Altri hanno invece qui hanno trovato lavoro, visti i tempi grami dell'ex colonia, e fanno anch'essi i pendolari in senso inverso. Eppure al confine c'è un effettivo doppio controllo da attraversare, con tanto di visto da esibire per gli stranieri. Ma i varchi diversificati (ce ne sono anche per i cittadini di Taiwan) sveltiscono le procedure e in pochi minuti gli assembramenti si dissolvono. Da questa rinnovata mescolanza, nascono nuove alleanze societarie o si rafforzano le vecchie. L'intreccio è forte. Nell'intero Guangdong, sono installate circa 36mila compagnie di Hong Kong, che danno lavoro a cinque milioni di persone. .



L'impresa di Cheng



Cheng, 32 anni, ex operaio tessile, racconta l'impresa creata da lui insieme a un gruppo di connazionali mettendo in piedi nel 1999 una joint venture con una società di Hong Kong piuttosto malconcia che produceva circuiti integrati. E' nata così la E-City P.C.B. Co., che ha un ufficio per gli approvvigionamenti a Hong Kong, un altro per il marketing a Shenzhen e la fabbrica di circuiti nel Guangdong, a pochi chilometri da Canton. Cheng ha un ruolo cruciale, general manager per le vendite. Lavora a Shenzhen perché, dice, è qui che le compagnie straniere vengono a cercare i fornitori migliori e a prezzi più bassi.



Ci riceve nel suo ufficio al 24esimo piano di un condominio di lusso ai limiti della zona speciale. Il lusso si evince dalla cancellata di cinta e dalla presenza di due piscine (vuote), ma per la verità anche in questo edificio relativamente nuovo già compaiono i primi segni di una decadenza che sconfina nell'incompiuto, segni che colpiscono buona parte della città, come se la fretta con cui sono state costruite facesse invecchiare rapidamente le strutture.



La E-City ha fior di clienti, il gotha dell'elettronica mondiale, da Sony a Philips a Sharp, almeno stando al suo materiale pubblicitario. Ma è solo negli ultimi due anni che gli affari vanno a gonfie vele. La E-City ha 600 dipendenti, di cui 500 sono operai e 100 ingegneri, concentrati nella fabbrica del Guangdong, ad appena cento chilometri dall'ufficio. Ci si arriva con un'ora di automobile dall'autostrada per Canton, che taglia il mitico delta e con lo Humen Bridge, lungo 5 chilometri, scavalca l'immenso nastro grigio del Fiume delle perle. Lungo la strada si costeggia Changan, dove si concentrano le fabbriche di Taiwan. Nella zona dell'estuario, ci dicono, i taiwanesi sono almeno un milione.



Nel tratto finale la fabbrica dell'E-City, collocata in piena campagna sulle rive di un affluente del grande fiume, si raggiunge attraverso strade dissestate. L'impianto è una serie di grandi capannoni circondati da distese di banani, verdissimi sulla terra scura del meridione, e da catapecchie, mai sfiorate dal boom economico del Guangdong. Nel primo dei capannoni, le grandi lastre dei circuiti, non ancora ritagliate, vengono immerse nelle vasche ricolme di solventi chimici che le preparano alla successiva lavorazione. L'edificio è rudimentale, con ampie fessure e aspiratori ma l'aria è aspra e soffocante, insopportabile dopo pochi minuti. Giovani operai arrampicati sui bordi delle vasche muovono a mano le lastre nel liquido. Un lavoro pesante, quasi primitivo. L'immaterialità delle nuove tecnologie ha un nucleo molto materiale. .



Acque torbide, odore pesante



Un impianto di depurazione, dall'aria vetusta, ripulisce le acque di trattamento prima di scaricarle nel fiume. Ma, a dispetto del settore di controllo degli inquinanti situato in prossimità del fiume, un odore pesante si innalza dalle rive lambite da acque torbide. Il signor Yuan, responsabile della produzione e dunque della fabbrica, spiega che l'anno prossimo sarà costruito un nuovo impianto per raddoppiare la produzione da 250mila a 500mila metri quadrati di circuiti, e dovranno farlo qui, perché cambiare sito obbligherebbe a osservare regole ambientali più strette. Negli altri capannoni, si produce. Si spezzano le lastre, si stampano i circuiti. In un settore, quello dove si concentra il grosso del lavoro, non si può entrare.



Anche qui operaie/i emigrati, giovanissimi, senza famiglia, ospitati nei dormitori della fabbrica, 700 yuan (circa 70 dollari) al mese tutto compreso. Colpisce nei loro visi l'aria grave, silenziosa. A domande più insistenti sulla qualità del lavoro, il manager risponde che i rapporti con il sindacato (l'unico, quello ufficiale) sono buoni e che «qui si rispettano i diritti umani». Al ritorno verso Shenzhen, è già notte. Ai lati dell'autostrada, le fabbriche emergono dal buio, intervallate dai dormitori dalle cui finestre spuntano fitti gli abiti da lavoro appesi alle grucce. E' una teoria pressoché continua che scorre per decine e decine di chilometri. Luce a giorno nei reparti, sagome umane al lavoro dietro alle vetrate. Sarà pure transizione, ma verso dove?



(2-fine. La prima puntata è stata pubblicata il 27 aprile)