domenica 16 maggio 2004

il potere dei papi

La Stampa Tuttolibri 15.5.04

Il potere temporale dei papi: la leggenda e la propaganda

Lo storico Vian ripercorre la donazione di Costantino e i rapporti fra il Trono e l'Altare, fino al '900

di Silvia Ronchey




L’influenza politica del papato di Roma non ha eguale nelle altre confessioni cristiane. Prova ne sia che catalizza l'ostilità musulmana più di ogni altra. Tre anni dopo la caduta di Costantinopoli, nel 1461, Enea Silvio Piccolomini, un avventuroso, disincantato, coltissimo intellettuale prestato alla politica ecclesiastica, propose al sultano Mehmet II «di convertirsi e di ricevere da lui la corona di Costantino». Enea Silvio era deluso dall'imperatore Federico III, di cui pure era stato segretario e al quale doveva la folgorante carriera che lo aveva portato al soglio pontificio con il nome di Pio II. L'impero tedesco era in quel periodo riottoso ad assecondare il suo progetto militare di salvataggio o parziale recupero nel seno di Pietro della civiltà cristiano-bizantina, dettato da una prospettiva geopolitica peraltro chiaroveggente, che vedeva nell'occupazione islamica del Mediterraneo orientale l'inizio di un insanabile e devastante scontro di civiltà. Ma con quale autorità Piccolomini, per cercare di attenuarne le conseguenze, avrebbe potuto attribuire il titolo di Costantino a colui che aveva usurpato nel sangue il trono di Costantinopoli? Paradossalmente, proprio in base alla leggendaria donazione con cui il primo imperatore cristiano-bizantino, al momento di trasferire la capitale dell'impero alla neofondata Costantinopoli, avrebbe conferito a papa Silvestro I la sovranità su Roma, il suo senato, le sue dignità e ogni regno estraneo alla sfera d'influsso di Bisanzio. In realtà, spiega Giovanni Maria Vian nel bellissimo libro intitolato appunto La donazione di Costantino, la formazione del potere temporale dei papi è un fenomeno storicamente inverso, non causa ma conseguenza del venire meno dell'autorità imperiale in Italia tra il V secolo e la metà dell'VIII, e non certo per una rinuncia di Costantino, all'apogeo della sua potenza. Inversione che basta a giudicarla "storicamente mitica". Sul carattere apocrifo della donazione non è stato in effetti mai necessario attendere l'opera, polemica quanto filologicamente esemplare, di Lorenzo Valla, il quale non trovò del resto particolare ostilità in Vaticano. Arnaldo da Brescia aveva denunciato il falso già nel 1152. I dubbi non erano e non sarebbero mancati mai, riguardo non solo alla sua autenticità ma anche alle modalità della sua invenzione. Che avvenne forse nelle cancellerie vaticane quando i longobardi stringevano i possedimenti pontifici da Nord e da Sud, consigliando alla Chiesa l'alleanza con Carlo Magno e la sua incoronazione a imperatore d'occidente. O forse proprio in ambiente ecclesiastico franco, poiché non fu mai chiaro a quale dei due poteri quell'incoronazione convenne. La leggenda narra che Costantino, malato di lebbra e pronto a mondarsi del suo male in una piscina di sangue di fanciulli sgozzati, secondo gli empi consigli dei sacerdoti capitolini, fosse fermato da Silvestro e consegnato alla "piscina della grazia" con un battesimo che subito lo guarì - anche se in realtà sarebbe avvenuto venticinque anni più tardi, sul letto di morte. La conversione avrebbe portato alla legittimazione del culto cristiano, poi divenuto religione di stato, ma soprattutto alla dichiarazione del primato di Roma sulle altre sedi vescovili e infine alla donazione. Grande illustrazione di questa leggenda sono mosaici e affreschi dell'XI e XII secolo eseguiti a Roma, soprattutto nella loggia del Laterano e ai Santi Quattro Coronati, dove l'iconografia della cerimonia enfatizza nei simboli il primato del papa sul sovrano. Dice bene Vian: a Roma la donazione non è solo "una storia di testi, ma anche di splendida propaganda artistica". Dando conto della polemica mai sopita tra costantiniani e illuministi sino alla fine del potere temporale dei papi, Vian non trascura il contesto internazionale ma privilegia la storia d'Italia: la più segnata dalla donazione, in quanto fonte di legittimità del potere temporale del papato. Da Napoleone a Pio VII, ma soprattutto da Gioberti a Cavour fino ai Patti Lateranensi e al "Tevere più largo" di Spadolini, da Roncalli a Montini fino a Luciani e Wojtyla, la storia d'Italia e dei "papi non più re" viene ripercorsa e rivisitata, e ogni sua ideologia riesumata e sottoposta a una puntuale, autoptica, ostinata revisione, e la dialettica tra pensiero laico e cattolico illuminata, grazie all'indomita filologia di Vian, da più di una rivelazione.

Joan Mirò

La Stampa Tuttolibri 15.5.04

JOAN MIRO’ Il calligrafo del cielo stellato

di Marco Vallora




GRANDE, grandissimo Mirò. Proprio perché sempre libero, arioso, nocchiere superbo ed insieme umìle dei propri grandiosi «vuoti» dipinti, che sino alla sua scomparsa, quasi centenaria, veleggiarono spumeggianti sulle ciglia cedevoli e stupefatte delle pareti del mondo. Senza mai un intoppo fastidioso, un irrigidimento ideologico, una sclerosi del gusto, parola che i soloni della surrealtà spesso ostentano ancora di disprezzare. È questo, soprattutto, che stupisce in lui, se lo si compara ad altri maestri del moderno, che invece hanno subito inciampi e cadute vertiginose nella torpida vecchiaia, irrigimentata o mercantile (basterebbe pensare a Max Ernst l'onirizzato, o talvolta a Derain e soprattutto a Chagall). Mirò no. Da buon metafisico e meditatore orientale, da calligrafo del cielo dipinto-stellato, non smette mai di rigenerarsi e di snellire i propri commerci con la realtà ed i dialoghi generosi con il proprio inconscio. Un subconscio altamente bambino, che non vuole, bretonianamente o freudianamente, sapere, insegnare, indottrinare. Lasciatemi «sporcare» quella parete, sembra ripetere ogni volta, palazzeschianamente, questo palombaro di nuvole dell'immaginario e di un formicolante pre-conscio, narrativo ed insieme poetico. Perché, come capita in questa bella rassegna parigina para-cronologica e musicale, senza troppa zavorra documental-filologica, per lasciar meglio staccare da terra questi aerostati in forma di tela, a materializzarsi sono come dei frammenti vaganti d'una lunga trama di stoffa interiore, che ogni tanto l'immaginario felice di Mirò «stacca» e confeziona. E non importa che le tele debbano essere immensi tappezzamenti celesti, slacciati da ogni gomèna della realtà, oppure piccoli frammenti di juta, scritta dalla sua febbrile grafia onirica, senza indossare mai la museruola soffocante del Surrealismo. No, non ci sono rapporti di valore e tabelle di tonalità, in questo suo viaggiare libero e notturno, quietamente ventoso e sempre cordiale (quale lezione per i nostri astrattisti respiranti e anti-geometrici, i Licini e i Soldati, i Melotti e i Novelli!). Così come non ci sono gerarchie di arti alte o minori, nobili od applicate. E se non sapessimo come vanno le cose delle arti, e le leggi inesorabili del far mostre, potremmo anche scegliere la via della benevolenza e pensare che Como abbia pensato di partire proprio là dove finiva Parigi, mostrando intanto e soprattutto l'ultimo periodo del maestro di Barcellona, quello più lirico e «scritto» (su cui curiosamente il Pompidou un po' troppo sorvola). Ma poi in particolare, Como, la città della seta, abbonda festosa in ceramiche, arazzi, affiches e tessuti (ovviamente molto più facili da ottenere) però non è il caso questa volta di storcere il naso, perché Mirò è grande («fare questa serie come d'un sol fiato») ogni volta che il suo polso-mentale si piega a sfiorare una superficie, una qualsivoglia «stoffa», sforbiciata dall'inesauribile pezza della sua fantasia. Ecco: chissà perché già dire «sforbiciato» suona termine troppo rude e violento, per quella sua lievità gentile e parigina. Talvolta ci si può domandare, sbagliando, come un artista così aereo e sopra-celeste possa fuoriuscire dalla tradizione scura e penitenziale dei Cervantes, degli El Greco, di Goya, insomma essere spagnolo. Ma è un errore, ovviamente, intanto perché Mirò sta piuttosto dalla parte cristallina dei Pedro Salinas, degli Azorin, dei Planetts e di Lorca e d'un musicista disincarnato come Mompou, poi non dimentichiamo quanta ferocia gongoresca ci sia pure in lui, anti-franchista ed anarcheggiante. E non solo nei suoi primi, feroci, ritratti di famiglia, «crudele opera di dissezione», quasi cubisteggiante, per dirla con lo studioso Roland Penrose (amico di Picasso, da cui Mirò si sentiva talvolta distaccato e polemico). Anche in certe sue partiture astratte, burrascose e martellate (ma lui non ama la parola astratto e prende le distanze dal «concreto», diciamo così «pelato», di Arp e Brancusi) per esempio la Ballerina che ascolta l'organo in una cattedrale gotica, o Gente nella notte guidata dalle tracce fosforescenti delle lumache, l'Interno Olandese I (che è un ovvio sfottò al gelido neo-plasticismo di Mondrian, ritornando verso le stanze musicali di Steen e von Ostade, ma popolandole di bruchi alla Bosch) oppure la Scala della fuga, così poco alla Klee, ci si rende conto che l'ispanità di Mirò risale molto più a monte degli scurori di Zurbaran e Velazquez. Verso le tracce prestoriche delle sculture iberiche od i resti dell'arte romanica catalana, tanto amata. E così si spiegano le anatomie poli-occhiute, i «capitipèdes», ovvero le sue teste pluri-piedate, le almanaccate «mitologie» della sua calligrafia celeste. Unico precetto «quello di Jarry, che si sia in queste tele un grande humour e grande poesia».

venerdì 14 maggio 2004

alessitimia

Yahoo Notizie - Adnkronos Salute Venerdì 14 Maggio 2004, 18:40

Salute: 16% Italiani Non Trova Parole Per Spiegare Emozioni




Roma, 14 mag (Adnkronos Salute) - Sedici italiani su cento non trovano le parole per spiegare le loro emozioni. E non sanno dire come e perche' stanno male. Colpa dell'alessitimia, questo il nome scientifico del disturbo. A descriverlo sono i medici internisti italiani, riuniti al congresso Fadoi, in corso a Roma. ''L'alessitimia - spiega il professor Dario Manfellotto, Dirigente del Centro dell'ipertensione dell'ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma - e' presente nel 55% dei pazienti colpiti da ipertensione, con una percentuale che cresce con l'aumento della pressione arteriosa. Ma a soffrire di questo disturbo e' anche il 33% dei malati psichiatrici. Considerando la popolazione italiana nella sua totalita', il dato piu' preoccupante e' che l'alessitimia interessa 16 persone su cento''. Manfellotto, che ha condotto uno studio sul rapporto ipertensione-alessitimia, presentato al Congresso, afferma anche che questa malattia crea grandi problemi nei pazienti che non riescono a spiegare al medico i loro disturbi e quindi cominciano le terapie piu' tardi. I soggetti con alessitimia vedono aumentato il rischio di conseguenze anche gravi. Uno studio americano ha evidenziato che un soggetto con alessitimia colpito da infarto chiede aiuto piu' tardi rischiando maggiormente la vita. Al congresso Fadoi si e' anche parlato della depressione che si nasconde in corsia. Sono stati presentati i risultati di uno studio pilota condotto in Sicilia - coordinato dal professore Salvatore Di Rosa e condotto dal dottor Salvatore La Carrubba di Palermo - che ha interessato tremila pazienti, ricoverati in 32 divisioni di Medicina Interna. I dati definitivi, presentati al Congresso, hanno evidenziato che i soggetti maggiormente depressi al momento del ricovero nelle divisioni di medicina interna sono donne, anziani e pazienti affetti da malattie cerebrovascolari. Non sono emerse significative differenze tra ospedali grandi e piccoli. Lo studio e' attualmente in fase di follow-up: si stanno controllando i pazienti, a distanza di tempo dalla dimissione. Si vuole conoscere lo stato di salute di questi pazienti per valutare se la depressione e' legata a un peggioramento delle malattie preesistenti o all'insorgenza di nuove patologie. (Red-Ife/Adnkronos Salute

storia:chi fu veramente Nerone, ricordato come il folle e feroce persecutore dei cristiani...

Il Gazzettino 14.5.04

NERONE. DUEMILA ANNI DI CALUNNIE E FALSITÀ




Con grandi strombazzamenti è annunciato per il 23 e il 24 maggio il kolossal televisivo "Nerone", prodotto dalla Lux, che andrà in onda su Rai Uno. Dalle anticipazioni, piene zeppe di errori anche puerili, si può star certi che si tratta della solita "patacca" che segue, sia pur con qualche aggiustamento, la "leggenda nera" di questo imperatore.

Sono tali e tante le fandonie e le sciocchezze circolate su Nerone che per smentirle tutte ci vorrebbe un libro. Io l'ho scritto, nel 1993, e si intitola "Nerone. Duemila anni di calunnie".

Cominciamo dalle più grosse. Non fu Nerone a incendiare Roma. Nessuno storico serio, né antico né, tantomeno moderno, lo ha mai sostenuto. Da quell'incendio, che fu casuale, Nerone, che si appoggiava soprattutto sul favore della plebe, aveva solo da perdere perché l'imperatore di Roma era considerato comunque il nume tutelare della città. È vero invece, come ammette lo stesso Tacito, che Nerone si impegnò con tutte le sue forze per domare l'incendio guidando personalmente i soccorsi con operazioni degne di una moderna protezione civile. E ricostruì Roma, che era una selva di pericolanti grattacieli in legno, in pietra ignifuga e secondo un piano che è il primo piano urbanistico organico per una grande città dell'antichità. Nerone non perseguitò i cristiani in quanto tali. In fatto di religione era tollerantissimo, secondo la migliore tradizione romana. Il fatto è che i cristiani, che allora erano dei fanatici estremisti, ebbero la cattiva idea di gioire per l'incendio (per loro Roma era Sodoma) e alcuni di metterci anche una manina per attizzarlo meglio. Per quello che le autorità avevano qualche ragione di ritenere un atto terroristico (il più grave di tutti i tempi), dei circa 3000 cristiani presenti a Roma ne furono inquisiti 300, un terzo venne assolto, gli altri condannati. Nel resto dell'Impero nessun cristiano fu toccato. Non si trattò quindi di una persecuzione religiosa.

Nerone non uccise, ubriaco, la moglie Poppea, incinta, con un calcio nel ventre. Nerone amava teneramente la moglie e desiderava ardentemente un figlio. Un atto autolesionista del genere è inimmaginabile in un uomo che - si vada a vedere la Domus Aurea - aveva una concezione solare e serena della vita.

E si potrebbe continuare. Ma il punto non è nemmeno questo. La realtà è che Nerone fu un grande uomo di Stato. Durante i quattordici anni del suo regno l'Impero conobbe un periodo di pace (due sole guerre, risolte più con l'appeasement che con le armi) di prosperità, di dinamismo economico e culturale, quale non ebbe mai né prima né dopo di lui. La sua politica si sviluppò su tre direttrici. Un riequilibrio sociale fra la classe dei senatori, proprietari di terre grandi come province e che non volevano far nemmeno la fatica di governare (Nerone li accuserà, in un famoso discorso, di "assenteismo"), la plebe diseredata e i cavalieri, vale a dire i mercanti, i banchieri, i finanzieri, che costituivano il ceto emergente e di cui Nerone favorì il dinamismo. La creazione, utilizzando i liberti, di una efficiente burocrazia che costituirà, sino alla sua caduta, l'ossatura dell'Impero.

Fu infine l'artefice di una arditissima rivoluzione culturale con la quale intendeva dirozzare i romani e indirizzarli verso la mentalità e i costumi ellenistici molto più civili e raffinati. Uomo colto dai gusti sceltissimi, quasi barocchi, portò nell'anfiteatro, al posto dei massacri fra gladiatori, la musica, la poesia, il teatro, il balletto: ci avrebbe infilato anche il cinema se fosse esistito. In questo quadro va intesa anche la sua partecipazione personale, come citaredo e come attore che avvenne comunque solo dieci anni dopo l'inizio del suo rinnovamento culturale. Che tutto ciò sia definito "arte degenerata" da un contemporaneo come Tacito è comprensibile, ma che almeno questo non sia apprezzato da una sensibilità moderna è sorprendente

antidepressivi

una segnalazione di Sergio Grom



Repubblica 14.4.05

In Italia i farmaci del "sistema nervoso" sono al quarto posto tra le classi di medicinali pagati dal Ssn. Oggi le cifre nel convegno all´Istituto Superiore di Sanità

Pillole della felicità, è record allarme per bimbi e adolescenti

Antidepressivi, boom di prescrizioni: in 2 anni consumi quintuplicati

Il mercato degli psicofarmaci è arrivato a 25 dosi giornaliere ogni mille abitanti

(ma.re.)




ROMA - Vi sentite depressi? Niente paura, basta una pillola e tornerete a vedere tutto rosa. Siete ansiosi? Nessun problema, esistono farmaci miracolosi. Malgrado gli appelli di molti farmacologi, il mercato marcia a gonfie vele. E coinvolge anche bambini e adolescenti.

Il punto sulla situazione verrà fatto oggi, nella sede dell´Istituto Superiore di Sanità. Nel corso del convegno, organizzato dalla Farmacap, l´agenzia delle farmacie comunali, ricercatori, psicologi e docenti universitari illustreranno il rapporto tra "i farmaci e la salute mentale". Comunque le cifre parlano chiaro. In Italia i farmaci del «sistema nervoso centrale», come vengono chiamati dagli esperti, sono al quarto posto tra le classi di medicinali pagati dal Sistema sanitario nazionale. Vanno alla grande gli antidepressivi di seconda generazione, pubblicizzati come meno tossici, ma che danno effetti collaterali devastanti: aumento di peso corporeo, diabete e dipendenza. E non basta. Malgrado le scarse prove raccolte sull´efficacia e la non nocività dei nuovi farmaci su bambini e adolescenti, la prescrizione di antidepressivi continua a crescere. Dal 2000 al 2002 il consumo è aumentato di cinque volte, complici anche le prescrizioni "allegre" di molti medici. I nuovi prodotti agiscono sulla "serotonina", che diminuendo provocherebbe la depressione. Ma sugli effetti collaterali i dubbi aumentano con il passare dei mesi: primo fra tutti quello di favorire comportamenti autolesionistici, fino al suicidio. A nulla sembra servire l´allarme lanciato dagli esperti. I risultati sono preoccupanti: nel 2003 il 6.4 per cento della popolazione italiana ha fatto uso di antidepressivi, mentre è salito a 25 dosi giornaliere per mille abitanti il consumo nazionale di psicofarmaci. E se in Italia le percentuali di bambini con forme depressive sono attorno al 2 per mille, negli Stati Uniti le statistiche del Mental Health Institute parlano del 2.4 per cento della popolazione in età evolutiva e dell´8.3 degli adolescenti. E nel 2000 oltre un milione hanno fatto uso di psicofarmaci. Tutti medicinali «off label», ossia non sperimentati sui bambini e quindi senza alcuna sicurezza scientifica sugli effetti collaterali e l´efficacia terapeutica.



Repubblica 14.4.05

L'INTERVISTA

Le accuse del direttore dell´Istituto Mario Negri di Milano

Garattini: "Ricette troppo facili senza pensare ai gravi rischi"

Si è scoperto che venivano nascosti gli studi negativi sui bambini

Negli anziani questo tipo di medicine porta a un pericolo di ictus tre volte superiore

di MARIO REGGIO




ROMA - «Gli ansiolitici vengono usati spesso senza ricetta medica con la compiacenza di alcuni farmacisti per controllare le malattie psicosomatiche, dimenticando che portano alla dipendenza. Gli antidepressivi di seconda generazione sono stati pubblicizzati senza rendere noti i gravi effetti negativi, tradendo la fiducia dei medici e dei pazienti».

Le accuse del professor Silvio Garattini, direttore dell´Istituto Mario Negri di Milano, sono pesanti.

Vuol essere più preciso?

«Molti dimenticano che gli ansiolitici hanno effetti collaterali e soprattutto inducono una particolare forma di dipendenza, per cui quando si smette il trattamento compaiono disturbi che sono peggiori di quelli per i quali si è assunto il farmaco. Gli antidepressivi vengono utilizzati non solo per curare la depressione, una grave malattia che richiede una terapia, ma per alleviare stati depressivi che dipendono dalle circostanze della vita, come la morte di una persona cara, una difficoltà economica. Casi che richiedono un aiuto psicologico e non farmaci».

Lei parla di psicofarmaci di seconda generazione.

«Una formula che implica un concetto migliorativo: più efficace e meno tossico, in accordo con una campagna promozionale e pubblicitaria condotta con grande scaltrezza e dovizia di mezzi. Mezzi resi disponibili dai considerevoli guadagni dovuti all´alto costo di questi prodotti. Purtroppo anche il prezzo alto ha il suo fascino su medici e pazienti: "se costa di più, vuol dire che sarà meglio"».

Ma è così?

«Alcune recenti conoscenze gettano molti dubbi sulle ottimistiche prospettive. È vero che i nuovi farmaci antipsicotici danno probabilmente meno "effetti motori" rispetto ai vecchi, ma la propaganda non ha mai fatto sapere che i nuovi prodotti provocano l´aumento di peso, con la relativa crescita dei rischi di malattie cardiovascolari e diabete. Negli anziani, nei casi di perdita di memoria accompagnata da disturbi comportamentali, non solo non danno benefici, ma provocano un rischio di ictus tre volte superiore ed il raddoppio delle possibilità di decesso».

C´è dell´altro?

«Per quasi tutti questi farmaci, forse un po´ meno per la fluoxetina, l´interruzione del trattamento deve essere graduale, per evitare disturbi depressivi che richiedono la ripresa della terapia».

Creano problemi anche a bambini e adolescenti?

«Le conseguenze sono ancora più gravi. Nonostante i dubbi che si dovrebbero avere nel prescrivere psicofarmaci ai bambini che sono in fase di sviluppo, le prescrizioni sono numerose. Si è scoperto che venivano pubblicati solo gli studi positivi, mentre quelli negativi venivano nascosti, perché, come ad esempio è riportato in un memorandum della società produttrice della "paroxetina", "avrebbero peggiorato il profilo del farmaco". Alla fine si ottengono risultati che mostrano non solo l´inefficacia, ma addirittura un peggioramento per quanto riguarda la tendenza al suicidio. E questo vale per la paroxetina, setralina, citalopram e venlafaxina. La mancata pubblicazione dei dati negativi, una pratica non rara, configura gravi responsabilità che vanno denunciate».

nel tempo delle biotecnologie: cambia, la nascita?

Repubblica 14.5.04

COME CAMBIA LA NASCITA NELL'ERA DELLE BIOTECNOLOGIE




ROMA - «Nascere nell´era delle biotecnologie», è il tema principale dell´ultimo numero di Richard e Piggle (sottotitolo "Studi psicoanalitici del bambino e dell´adolescente"), la rivista diretta da Vincenzo Bonaminio che pubblica Il Pensiero Scientifico. Ieri sera la rivista è stata presentata presso la Fondazione Olivetti di Roma, con interventi delle psicoanaliste Paola Marion e Malde Vigneri, della ginecologa Isabella Coghi, del filosofo e bioetico Sebastione Maffettone. I relatori hanno sottolineato come la recente approvazione al Senato della discussa legge sulla fecondazione assistita richiami l´attenzione sull´effetto che le innovazioni tecnologiche hanno sulla psicologia degli individui.

giovedì 13 maggio 2004

la rassegna dei film di Marco Bellocchio a Roma

IL MESSAGGERO, 12.5.2004 - Pag. 45 cronaca di Roma

BELLOCCHIO, LA STORIA DI UN ALTRO ITALIANO

di Francesco Alò




Buongiorno Bellocchio, il regista che ha cambiato il cinema italiano. Parte oggi alla SalaTrevi Alberto Sordi (Vicolo del Puttarello, 25; tel 066781206) una retrospettiva completa della sua filmografia che terminerà il 22 maggio quando verrà proiettato il diciottesimo lungometraggio Buongiorno notte (2003). La organizza il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove il piacentino Bellocchio studiò da regista. Nella sala d'essai romana intitolata a Sordi, geniale autore di una storia dell'italiano medio, arriva la storia di un altro italiano che in 40 anni di pellicole, polemiche, dogmi e ripensamenti ha tracciato un percorso personale e collettivo altamente significativo. Dalla rabbia giovane che lo portò a far uccidere al suo protagonista la madre Italia nell'esordio antiborghese I pugni in tasta (1965) alla pacificazione dell'intellettuale riflessivo che associa alla figura di Aldo Moro qualla di un padre (la scelta dell'attore Roberto Herlitzka nel ruolo di Moro fu motivata dalla somiglianza con il padre del regista) che Bellocchio sogna passeggiare per una Roma deserta, libero dalla follia omicida di figli confusi e rabbiosi. Dalle pellicole a tesi con cui attaccava l'istituzione cattolica (Nel nome del padre, 1972), l'esercito (Marcia trionfale, 1976) e il cinismo dei mass-media (Sbatti il mostro in prima pagina, 1972), all'invincibilità laica del sorriso del protagonista de L'ora di religione (2002), dove l'ironia prende il posto dell'indignazione. Bellocchio regista, intellettuale e militante in continuo movimento. Dalle collaborazioni con l'altrettanto imprendibile Silvano Agosti (Matti da slegare - Nessuno o tutti, 1975; splendido manifesto del pensiero psichiatrico di Basaglia), al rapporto di amore e odio con Nanni Moretti, passando per il difficile cinema autoanalitico elaborato con lo psicanalista Massimo Fagioli (quattro film "insieme": da Diavolo in corpo a Il sogno della farfalla). La definizione di lui più bella forse l'ha data il figlio Piergiorgio (in sala come soggettista, attore e produttore di un grande film di guerra problematico e bellocchiano: Radio West) quando l'ha descritto come "il regista del cambiamento". Perché un vero artista, prima di inventare il mondo, deve essere sempre in grado di reinventare se stesso.

pesce e schizofrenia

Repubblica Salute 13.5.04

PRIMO PIANO

Il buonumore nasce in cucina, decisivi carboidrati e pesce

Un pasto ricco di amidi e povero di carni favorisce la produzione di serotonina, molecola antidepressiva. Il deficit di acidi "omega 3" può indurre schizofrenia




Ciò che mangiamo può influenzare l'umore e l'attività mentale? Potrebbe apparire una domanda esagerata, ma non lo è. Sono sempre più numerosi gli studi che documentano una influenza del cibo e dello stato dell'intestino sul cervello. Una linea di indagine riguarda la serotonina, nota molecola antidepressiva, sintetizzata a partire dall'aminoacido triptofano.

L'anno scorso Richard J. Wurtman, direttore del Centro di ricerche cliniche del Massachusetts Institute of Technology, sull'American Journal of Clinical Nutrition, ha ulteriormente dimostrato che la composizione di un pasto, se a prevalenza di carboidrati o di proteine, influenza la quantità dell'aminoacido triptofano disponibile per la sintesi di serotonina cerebrale. Sono oltre trent'anni che lo scienziato americano studia questo argomento reiterando le medesime conclusioni: a causa della competizione con altri aminoacidi abbondanti nella carne, il triptofano passa nel cervello in quantità superiori se il pasto è ricco di carboidrati e povero di proteine.

Ma la serotonina non sta solo nel cervello. Anzi, quasi il 95 per cento di tutta la serotonina del nostro organismo viene prodotto dalle cellule cromaffini dell'intestino, dove regola i movimenti e l'attività digestiva e, al tempo stesso, serve come segnale al cervello: segnali positivi, come la sazietà, o negativi, come la nausea.

Recentemente, Michael Gershon ha proposto una spiegazione della concomitanza di problemi intestinali e disordini depressivi. La serotonina circolante - scrive su Reviews in Gastroenterological Disorders - va tenuta sotto controllo perché un suo eccesso può risultare molto pericoloso (shock anafilattico), per questo le cellule hanno elaborato sistemi di riassorbimento della molecola. In caso di infiammazione intestinale si produce un eccesso di serotonina che satura i sistemi di riassorbimento e desensibilizza i recettori: ciò può causare un blocco della peristalsi con costipazione. Da altri studi sappiamo che l'infiammazione attiva enormemente l'enzima che demolisce la serotonina e quindi si può avere, nel tempo, a livello cerebrale, un forte deficit della molecola con conseguente depressione. Infiammazione, alterazione intestinale e depressione possono essere manifestazioni dello stesso processo.

Sempre in tema di depressione, gli anni recenti hanno messo in primo piano il ruolo del pesce. Alcuni studi controllati, di cui si è già scritto su Salute, hanno mostrato l'efficacia dell'aggiunta di olio di pesce al trattamento antidepressivo standard. Altri recenti studi, sull'animale, dimostrano che la somministrazione di acidi grassi polinsaturi della serie omega-3, ben presente nel pesce, riducono i livelli di cortisolo (da stress) e il comportamento ansioso, al contrario della somministrazione di acido arachidonico, polinsaturo, serie omega-6, derivato dalla carne.

A proposito del pesce, è tornata alla ribalta l'idea che possa esserci una componente nutrizionale della schizofrenia. O, meglio, che la correzione di un deficit nutrizionale di acidi omega-3, nel quadro di una dieta povera di zuccheri e grassi saturi, possa migliorare la sintomatologia. L'inglese Malcolm Peet, dell'Università di Sheffield, in una recente review, riassume gli esiti degli studi al riguardo. In tutto 5, controllati con placebo, di cui 4 hanno dimostrato che la somministrazione di acido eicosapentenoico (EPA), acido grasso a catena lunga che si trova abbondante nell'olio di pesce, è superiore al placebo nella riduzione dei sintomi tipici della schizofrenia. (f. b.)

psichiatria ed elettrochoc

segnalato da Marco Lucchetti



Repubblica 13.5.04

Lettere

La psichiatria e il tabù dell´elettrochoc

CORRADO AUGIAS




Caro Augias, sono uno "psichiatra di campagna" passato da una realtà romana a una di provincia altrettanto difficile; il tutto all'interno del Servizio sanitario nazionale. Apprezzo il suo interesse per la psichiatria, perciò sottolineo quella che a mio avviso è una pericolosa generalizzazione così riassumibile: la psichiatria in Italia non va bene perché la riforma non è stata bene applicata. È una parte della verità, non tutta, che ignora un'evidente realtà: anche in psichiatria, come in ogni branca della medicina, ci sono meccanismi sconosciuti, dunque casi incurabili. Se così non fosse non ci sarebbero centinaia di modelli psicoterapeutici e migliaia di farmaci e noi psichiatri faremmo tutti le stesse cose.

Il problema sono proprio i casi incurabili la cui caratteristica è spesso la non consapevolezza della malattia. Chi sostiene che questo drammatico ostacolo alle cure sia superabile con opportune tecniche è in malafede e spaccia illusioni. Chi non sa di essere malato non può essere curato se non contro la sua volontà: la collettività si assume così la drammatica responsabilità di intervenire violando la libertà dell'individuo per il suo bene, curandolo suo malgrado con un "Trattamento sanitario obbligatorio". A volte si riesce, a volte si fallisce. La normativa italiana finge con ipocrisia forse ideologica che i fallimenti non esistano e abbandona la loro gestione a familiari disperati e a operatori spesso impotenti.

L'abolizione dell'ospedale psichiatrico (che non necessariamente è un "manicomio") è una peculiarità tutta italiana, nessun altro avendoci seguito. Comporta l'abolizione (e l'abbandono) di una fascia di malati non guaribili che nessuno, per legge, può curare più che tanto.

Fare questo discorso è considerato disdicevole ma è soprattutto doloroso per chi è in buona fede e ha anche la convinzione di essere di sinistra: è doloroso perché ancora non si può fare senza essere bollati di fascismo, come fasciste sono anche certe cure. Ho visto coi miei occhi migliorare pazienti altrimenti irrecuperabili con un trattamento elettro convulsivante: devo fare autocritica come ai tempi della "banda dei quattro" di Pechino o devo smettere di considerarli strumenti utili per non tradire l"ortodossia"

Lo vede lei un gastroenterologo dare del nazista a un suo collega perché invece di curare coi farmaci un'ulcera gastrica ritiene più utile in quel caso un intervento chirurgico?



Luciano Delzotti, Roma

delzot51@liberoadsl.it




Questa lettera non è politicamente corretta, al contrario va decisamente contro la dottrina prevalente in Italia. La sua evidente onestà, basata su un'esperienza d'ospedale, la rende conturbante proprio perché controcorrente. Quando, grazie all'insegnamento della "nuova psichiatria", i "manicomi" sono stati aboliti, abbiamo anche tolto di mezzo l'ospedale psichiatrico. Per di più non abbiamo mai finito di completare quella rete di presidi che avrebbero attutito l'impatto di una riforma radicale e repentina.

Il risultato sono le tragedie di cui ogni tanto si legge nelle cronache. Non entro nel merito degli argomenti per manifesta incompetenza, tanto meno sulla cura "elettroconvulsivante" che, se capisco bene, sarebbe l'elettrochoc. So solo questo: il problema esiste, nessuno se ne cura, è una delle vergogne nazionali.

un libro

ricevuto da P. Cancelliri



nutrimenti newsletter 12 maggio 2004  

Mio padre è un chicco di grano

Luana De Vita




Nel maggio del 1978 il Parlamento approva la legge 180, nota come legge Basaglia. Una legge nata con l‘obiettivo di restituire una dignità ai malati mentali e di chiudere definitivamente i conti con l‘istituzione manicomio, affidando a strutture territoriali il destino dei malati. Ma chi ha vissuto in prima persona questa vicenda sa che non è andata così. Molte famiglie sono rimaste sole e impotenti a fronteggiare le continue emergenze del rapporto con un malato mentale. Luana De Vita è una donna come tante, una delle tante che hanno vissuto sulla propria pelle la delega delle responsabilità da parte delle istituzioni. "Mio padre è un chicco di grano" è la storia autobiografica di una battaglia dura e aspra, contro l‘indifferenza, spesso l‘arroganza di molti psichiatri, contro l‘ottusità della burocrazia, contro il cinismo e la mancanza di sensibilità di molti impiegati delle strutture sanitarie. Ma è soprattutto il racconto vero, forte, a tratti spietato, di un rapporto difficile, quello di una figlia con il proprio padre malato: una storia di corse affannose e di sveglie notturne, di ricoveri e violenze, di risentimenti e ostilità, la storia di un amore intenso a tal punto da trasformarsi a volte in odio.

mercoledì 12 maggio 2004

il pensatoio di Repubblicanazismo irrazionalità normalità

una segnalazione di Sergio Grom



Repubblica 12.5.04

MA NOI NON SIAMO VITTIME

Un saggio sulle radici delle atrocità della shoah

Se vogliamo dare un senso alla parola pace bisogna allargare la comunità morale ed estendere i diritti

L'autrice, Marcella Ravenna, è figlia di un deportato ad Auschwitz Gli stessi orrori si ripetono quando il gruppo dominante esclude l´"altro"

di UMBERTO GALIMBERTI




Leggo, riportato da Marcella Ravenna, autrice di Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali (Il Mulino pagg. 396, euro 24) che «un numero imprecisato di prigionieri talebani nel tragitto fra Kunduz e la prigione di Sheberghan sono stati ammassati in grandi container sigillati e lasciati sotto il sole a morire asfissiati. Tutti gli operatori per i diritti umani e funzionari afgani confermano di aver ascoltato la stessa versione dei fatti», peraltro riportati da Repubblica il 19 agosto 2002 in un articolo dal titolo «Afghanistan una guerra sporca. Gli Usa lasciarono sterminare migliaia di prigionieri».

Marcella Ravenna, figlia di un deportato ad Auschwitz a cui sterminarono tutta la famiglia, accosta questo episodio ad altre atrocità analoghe, verificatesi in epoca nazista, e si domanda come mai, in contesti diversi, con motivazioni diverse, con ideologie diverse, o addirittura senza neppure bisogno di ideologie, succedono le stesse cose, ossia la sospensione delle norme che generalmente inducono le persone a non danneggiare altri esseri umani e a prestare loro aiuto in caso di bisogno e di necessità. Se avesse potuto, l´autrice avrebbe raccontato anche le torture nella prigione irachena di Abu Ghraib.

Follia collettiva? No. Esclusione, maltrattamento, atrocità ed eccidi non dipendono dall´irrazionalità o dalla psicopatologia di chi li attua, ma da una serie di processi psicologici «normali» che caratterizzano il modo in cui le persone funzionano nella vita sociale ordinaria. Così, ad esempio, nessuno può vivere se non raggiunge un adeguato concetto di sé che gli psicologi chiamano «identità». L´identità, a sua volta, si costruisce attraverso il riconoscimento che uno ottiene. Hegel arriva a dire che mentre gli animali uccidono per alimentarsi, gli uomini uccidono per essere riconosciuti. Per «onore» quindi, per salvaguardare la propria «identità», non per fame.

E come i bambini, misconosciuti in famiglia o a scuola, si associano in bande per trovare nel cerchio ristretto di appartenenza il riconoscimento della loro identità, così particolari contingenze storiche e sociali possono attivare analoghi processi sociopsicologici in grado di trasformare le condizioni di disagio vissute da una popolazione in ostilità nei confronti di altri gruppi. Se poi su tali sentimenti di ostilità intervengono ideologie o forme di propaganda il passo a considerare legittimo l´uso della forza, fino agli esiti estremi e alle atrocità più incredibili, il passo è non breve, brevissimo.

Si comincia da piccoli con l´esclusione dalla comunità morale degli animali a cui non si riconosce alcuna affinità psicologica, per cui è possibile attuare nei loro confronti quel processo di esclusione che li visualizza come esseri inferiori, quando non addirittura come oggetti d´uso da sfruttare a proprio vantaggio. Passare poi dagli animali, agli stranieri, ai barboni, ai vecchi, ai malati di mente, agli zingari, agli ebrei e non di rado anche alle donne, non è difficile quando è innescato il meccanismo che separa il gruppo di appartenenza (In Group), da cui si attende il riconoscimento della propria identità, dagli altri gruppi (Out Group) che vengono esclusi dalla comunità morale, per ragioni che vanno dall´ideologia alla religione, dall´appartenenza di genere a quella etnica, dal colore della pelle all´età, alle capacità cognitive, agli stili di vita.

Basterebbe questo per chiudere tutte le scuole private, non perché promuovono o bocciano, ma perché «separano», perché coloro che le frequentano provengono e cementano un gruppo di appartenenza che porta inevitabilmente con sé delle procedure di esclusione che, nei momenti drammatici della storia, producono effetti che, quando non sono di atrocità, sono di indifferenza, menefreghismo, egoismo, perché a suo tempo non si è avuta la possibilità di sperimentare il «diverso» come «prossimo tuo».

La scuola pubblica, ritrovo delle differenze, questa opportunità la offre. Ed educarsi alla frequentazione del diverso è la prima condizione che dispone psicologicamente a intendersi con chi non è nato nella stessa culla dove siamo nati noi. Questa disposizione psicologica eviterà in seguito di escludere dal proprio universo morale stranieri, avversari, membri di gruppi svantaggiati, e indurrà a riconoscere a loro gli stessi obblighi morali che sentiamo per i nostri familiari e amici.

Se vogliamo dare un contenuto concreto alla parola «pace», questo consiste nell´allargamento della comunità morale, in modo da considerare titolare di diritti non solo gli appartenenti al proprio gruppo con cui condividiamo alcuni orientamenti di fondo, ma tutti i «remoti» della terra da cui ci sentiamo psicologicamente distanti. Dove la distanza non è solo quella che ci separa dalla Cecenia, dall´Afghanistan o dall´Iraq, ma il pianerottolo che ci separa dal vicino di casa.

Voci nel deserto (Guerini & Associati, pagg. 262, euro 18) li chiama Pietro Kuciukian i giusti non armeni che, in occasione dei massacri del 1915, hanno salvato la vita di uomini, donne, bambini armeni che non rientravano nel loro gruppo di appartenenza, ma non erano esclusi dal loro scopo di giustizia. Tra i «giusti» rientrano anche i «testimoni» che non hanno taciuto, rincantucciandosi nel silenzio dell´indifferenza, ma hanno denunciato il genocidio, raccolte le prove che furono poi trasmesse ai figli e ai figli dei figli, fino a ottenere, alla fine del secolo scorso, il riconoscimento del genocidio armeno da parte di tutte le nazioni occidentali, con la sola esclusione della Turchia e di Israele.

Se il genocidio degli armeni e poi quello degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali, dei malati di mente avvenuto nella Seconda guerra mondiale appartengono al passato, non appartiene al passato l´atteggiamento che assumiamo di fronte alle immagini televisive che ci fanno vedere profughi in fuga dai loro paesi per fame o per ragioni politiche, bambini africani che muoiono di fame o di Aids, cadaveri nei fiumi, volti contorti nello strazio e nella disperazione.

Spesso decidiamo consciamente di evitare queste informazioni, qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi. E se il diniego politico è cinico, calcolato ed evidente, il nostro diniego, quello che si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza, è disastroso, perché toglie ogni speranza a una possibile reazione e inversione del corso degli eventi.

Prima dell´ideologia, prima della propaganda è il linguaggio, quello che ognuno di noi ha a disposizione, il grande alleato del diniego che può essere letterale: «non è successo niente», «non c´è stato alcun massacro», «non sarebbe potuto succedere senza che noi lo sapessimo»; interpretativo: per cui la pulizia etnica si chiama «scambio di popolazioni», un massacro civile «danno collaterale», una deportazione «trasferimento di popolazione», una tortura «pressione fisica», una guerra «missione di pace». Oppure, ed è il più diffuso, il diniego può essere implicito e ciò avviene quando non si negano i fatti, si esclude solo che questi fatti interpellino proprio noi.

I bambini che muoiono di fame in Somalia, gli stupri di massa delle donne in Bosnia, i massacri di Timor Est, i senzatetto nelle nostre strade sono fatti riconosciuti, ma non sono percepiti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire. Il diniego implicito che qui scatta è lo stesso per cui, di fronte a un incidente stradale, i testimoni si dileguano, perché «il fatto non ha niente a che fare con loro» perché «ci penserà qualcun altro».

Ogni tipo di diniego comporta una falsificazione della nostra condizione psicologica. Nel diniego letterale non si vuol sapere ciò che si sa; in quello interpretativo si vuole evitare, attraverso una riformulazione di comodo dei fatti, di essere interpellati legalmente o moralmente; in quello implicito si visualizzano i fatti come estranei alla propria competenza, in modo da sentirsi esonerati da un pronto intervento. Per arrivare a queste conclusioni è necessaria una falsificazione del nostro apparato cognitivo (non riconoscere i fatti che si conoscono), emozionale (non provare sentimenti di fronte a fatti che li sollecitano), morale (non riconoscere nei fatti alcuna valenza di ingiustizia o di responsabilità), e di azione (non agire in risposta a quanto conosciamo).

Qui scatta quella che Marcella Ravenna definisce la «morale dell´appartenenza» che tende a difendere il gruppo familiare o comunitario e a ignorare tutto il resto. Ma oggi che i mezzi d´informazione ci fanno conoscere quanto accade in tutto il mondo, il persistere della morale dell´appartenenza non ci consente di vivere all´altezza del nostro tempo, se non a colpi di diniego, che può assumere o la forma dell´indifferenza per tutte le disgrazie che accadono lontano da noi, o la forma dell´insensibilità dovuta al fatto che fondamentalmente i miei bambini non muoiono e non moriranno di fame, e che io non sono stato né sarò cacciato da casa mia dopo aver visto mia moglie uccisa a colpi di machete.

Se non allarghiamo i confini della nostra comunità morale, e non estendiamo lo scopo di giustizia oltre il nostro gruppo d´appartenenza, il ruolo di carnefici e vittime, prima o poi finisce con l´invertirsi. E, se non siamo ciechi, già se ne vedono le avvisaglie.

serial killer

un comunicato ricevuto da Paola Franz



UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA "LA SAPIENZA"



“Serial Killer: storie di ossessione omicida a confronto”: investigatori, psichiatri, sociologi, psicologi, scrittori e giuristi in un convegno per tracciare la vita privata dei “mostri”



Conferenza - 13 maggio - ore 9.00

“La Sapienza” – Facoltà Sociologia - Sala conferenze - Via Salaria 113 - Roma




Cosa hanno in comune Jack lo Squartatore, il mostro di Milwaukee e Donato Bilancia? In che modo persone così diverse, per tipologie ed epoche, possono considerarsi simili?

Sociologi, psicologi, psichiatri, investigatori e scrittori percorreranno nel convegno la storia dei 150 anni della criminologia: dalle teorie deterministiche del primo criminologo Cesare Lombroso, alla teoria ecologica di Chicago fino a quelle multifattoriali più recenti sulla definizione di “serial killer” .

Durante il convegno, organizzato dal dipartimento di Sociologia de “La Sapienza”, si analizzeranno specifici casi di alcuni assassini seriali. L’obiettivo è di mettere in luce la relazione tra la biografia dei “mostri” e l’efferatezza del loro modus operandi.



Seguirà un dibattito a cui interverranno:



Paolo De Nardis, docente di Sociologia - “La Sapienza”

Paolo De Pasquali, docente di Psicopatologia forense e Criminologia

Marco Strano, presidente dell’ICAA

Cinzia Tani, scrittrice

Davide De Caprio, avvocato penalista



www.uniroma1.it

 

martedì 11 maggio 2004

FEDERICO MASINIQUESTA SERA SU "INSIDER"(info confermata)

Licia Pastore comunica che:



FEDERICO MASINI



sarà intervistato da Giancarlo Santalmassi in diretta

nella trasmissione di INSIDER

che andrà in onda dalle 19.45 (o poco dopo) alle 20,20 di



QUESTA SERA

MARTEDI 11 MAGGIO




«"Nigeria: scontri tra cristiani e musulmani" e "il caso Cina".

Questi i temi della puntata di martedì 11 maggio 2004 di Insider, il programma condotto da Giancarlo Santalmassi. Ospite in studio, il prof. Federico Masini, preside della Facoltà di Scienze Orientali a Roma»




il numero verde per intervenire in diretta o porre domande al Prof. Masini è: 800 029 727

in alternativa si può anche inviare una e-mail a insider@nessuno.tv

o un fax allo 0645437803




- occorre collegarsi al canale satellitare (430) di NESSUNO TV

o su "Internet", al sito di www.nessuno.tv

entrando poi nella pagina di "INSIDER, dentro la notizia" -

con replica alle 13:00 di domani, sempre sl sito Internet, in audio video

o, in solo audio -per la zona di Roma- sempre in diretta, sugli 88.3 della modulazione di frequenza

di www.ecoradio.it




SE SI INCONTRASSERO PROBLEMI NELL'ASCOLTO

collegandosi via Internet al sito web sopra indicato di www.ecoradio.it è possibile ascoltare (ma non vedere) la trasmissione, IN TUTTO IL PAESE, dopo aver cliccato su "PLAY"

LE LEZIONI DI CHIETIDEL 7/8 MAGGIO 2004

sono TUTTE disponibili su

MAWIVIDEO



le scelte culturali di Repubblica:Odifreddi e il mondo greco

citato al Lunedì



Repubblica 9.5.04

L'altra Grecia

Lectio Magistralis a Torino

Il volto più noto è l'irrazionale tra divini furori e fiabe mitologich Ma quello più vero è rappresentata dal razionalismo scientifico

di PIERGIORGIO ODIFREDDI




Nell´ambito della Fiera del Libro di Torino, Piergiorgio Odifreddi ha tenuto una Lectio Magistralis sul tema «L´altra Grecia, quella vera», che qui anticipiamo. La Grecia è il paese ospite di quest´anno. E a alla cultura greca, specie in età classica, sono dedicate diverse iniziative: dalla riflessione sulla filosofia antica a un incontro sulla grecità pugliese.

 

In un famoso saggio degli anni Cinquanta, "I Greci e l´irrazionale", Eric Dodds intendeva mostrare l´altra faccia della cultura greca: quella delle superstizioni religiose, delle favole mitologiche, dei riti sciamanici, delle orge bacchiche, dei deliri pitici, delle previsioni astrologiche, delle cure magiche, delle interpretazioni oniriche... In una parola, la versione greca del buio che da sempre regna nell´emisfero destro del cervello dell´uomo, contrapposto alla luce che risplende in quello sinistro.

Ironicamente, però, l´altra faccia della Grecia mostrata da Dodds non era molto diversa, se non nelle sfumature, da quella mostrata da Bruno Snell in "La cultura greca e le origini del pensiero europeo", un altrettanto famoso saggio di quegli stessi anni, percepito appunto (ad esempio, dal Momigliano) come antitetico al precedente. A chi la guardi dall´esterno, invece che dall´interno, è infatti l´intera cultura umanistica greca ad apparire irrazionalista, sia pure in versione più o meno hard o soft, a seconda degli aspetti sui quali ci si concentra.

Ad esempio, che tipo di uomo descrivono l´Iliade e l´Odissea? Un uomo che, non a caso, Julian Jaynes ha diagnosticato in Il crollo della mente bicamerale e l´origine della coscienza come letteralmente schizofrenico. Un uomo che antropomorfizza la propria voce interiore e il proprio inconscio sotto forma di dèi, che gli appaiono quotidianamente in forma visibile e udibile, e coi quali egli conversa e discute in palese dissociazione mentale. Un uomo oggi internato nei manicomi o nei conventi, ma che allora evidentemente circolava in libertà per le strade.

E che modello di uomo propongono, invece, i Dialoghi platonici? Un uomo che, nel Fedro, dichiara esplicitamente che «i beni più grandi ci vengono dalla pazzia», e riconosce come oggettivi addirittura quattro tipi di «divino furore»: profetico, rituale, erotico e poetico, rispettivamente ispirati da Apollo, Dioniso, Afrodite e le Muse. Un uomo che candidamente confessa di sentire la voce di un daimon personale, inibitivo e proibitivo, al quale anche oggi noi dovremmo continuare a credere e dare ascolto, secondo «psicologi» come Hillmann e «libri» come Il codice dell´anima.

Questa è dunque la Grecia che ci viene presentata in opere che, lungi dal costituire oggetti d´analisi nei reparti di psichiatria e neurologia, rimangono invece soggetti di studio nei dipartimenti di letteratura e filosofia. Con buone ragioni, naturalmente, perché educando all´irrazionalità si concima il terreno sul quale attecchiscono e prosperano, ad esempio, le redditizie imprese della religione e della magia. Non è un caso, dunque, che Giovanni Reale rilegga, in Corpo, anima e salute, Omero e Platone come tappe di un percorso che porta dritto al cristianesimo, e che Giuseppe Bertagna imponga, per la controriforma della scuola inferiore, la cancellazione dell´evoluzionismo dai programmi per «dare spazio al mito e ai racconti delle origini».

Ma, come la Luna, anche la cultura greca ha una faccia nascosta, pari in estensione e interesse a quella perennemente visibile dell´irrazionalismo umanistico. È la faccia del razionalismo scientifico, senza il quale non sarebbe possibile la tecnologia che domina la vita di tutti noi, irrazionalisti compresi, e che costituisce la vera radice della nostra civiltà: l´unica che avrebbe veramente senso citare nella futura Costituzione Europea, se questa non venisse scritta sulla base degli strilli dei partiti e dei lamenti delle chiese.

E come sulla faccia visibile della cultura greca svettano l´Iliade e l´Odissea di Omero e i Dialoghi di Platone, così su quella nascosta si ergono maestose le prime sistemazioni della matematica e della logica occidentali: gli Elementi di Euclide e l´Organon di Aristotele, che oppongono i fatti di una cultura alle interpretazioni dell´altra. E questi fatti non sono soggettivi racconti di guerra o di viaggio, né personali opinioni etiche o morali, ma oggettive e impersonali descrizioni di precise scoperte, destinate a rimanere immutabili, e rimaste immutate, nei secoli.

Per non rimanere nel vago, consideriamo ad esempio la visione che avevano del mondo i razionalisti greci di più di due millenni fa. Naturalmente sapevano che la Terra è rotonda, per motivi sia diretti che indiretti: dalla forma dell´ombra che essa proietta durante le eclissi di Luna, alla graduale sparizione delle navi all´orizzonte. Persino le dimensioni terrestri erano note con ottima precisione, grazie alla proporzione stabilita da Eratostene tra l´intera circonferenza e il suo arco compreso tra Alessandria e Siene (vicina all´odierna Assuan), da lui valutato in base ai cinquanta giorni necessari per andare in cammello tra le due città. La proporzione era stata calcolata misurando l´ombra di un bastone ad Alessandria nel giorno del solstizio d´estate, quando si sapeva che a Siene l´ombra sarebbe stata nulla perché i raggi di Sole entravano a perpendicolo in un pozzo: una meravigliosa combinazione di teoria e pratica, che portò a una stima corretta di circa 40.000 chilometri per la circonferenza terrestre.

Ancora più stupefacente, perché basata sulla pura deduzione, fu l´intuizione dell´esistenza dell´America da parte di Ipparco. Egli la dedusse dalla notevole diversità delle maree degli Oceani Atlantico e Indiano, osservate dagli esploratori che si erano spinti da un lato verso l´Europa settentrionale nella spedizione di Pitea, e dall´altro verso l´Asia al seguito di Alessandro Magno: diciassette secoli prima di Cristoforo Colombo, e a differenza di lui, Ipparco aveva già capito che maree così diverse impedivano all´oceano a ovest di Gibilterra di essere lo stesso che stava a est dell´India, e che le due masse d´acqua dovevano essere divise da un immenso continente che le separasse come compartimenti stagni.

Per buona misura, e usando solo gli scarsi dati astronomici disponibili, Ipparco riuscì anche a dimostrare la precessione degli equinozi: quello, cioè, che Il mulino di Amleto di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend chiama «il più grandioso dei fenomeni celesti». Grandioso o no, il moto a trottola dell´asse terrestre rende comunque sbagliati di una casa tutti i segni zoodiacali oggi usati per i loro oroscopi dagli astrologi del mondo intero, ancora fermi alle case in voga nell´antichità: con quanta accuratezza per le loro «previsioni», si può facilmente immaginare.

Ma, almeno, gli astrologi si limitano a turlupinare gli allocchi, senza pretendere di imprigionare, torturare e bruciare sul rogo le persone intelligenti e i loro libri. La Santa Inquisizione, invece, imbastì quattro secoli fa idioti processi a Giordano Bruno e Galileo Galilei, accusati di sostenere che la Terra girava intorno al Sole, e non viceversa: cosa già nota ad Aristarco nel terzo secolo prima dell´Era Volgare, e usata da Archimede nell´Arenario. E poiché nessun regime o ideologia ha il monopolio della stupidità, anche Aristarco era stato accusato dagli stoici di aver minato le fondamenta della religione e dell´astrologia: d´altronde, già nel 432 prima dell´Era Volgare dubitare del soprannaturale e insegnare l´astronomia erano divenuti ad Atene reati perseguibili penalmente.

Oggi, naturalmente, anche i «selvaggi del Madagascar» sanno che la Terra è rotonda e gira attorno al Sole, o che esiste l´America, ma questo non basta alla maggioranza per dedurre che non sono i racconti, i miti e le superstizioni a descrivere correttamente il mondo, bensì la scienza, la matematica e la logica. D´altronde, poiché la statistica ci dice che metà della popolazione ha un´intelligenza inferiore alla media, dobbiamo attenderci che essa si impegni a rendere il più dura possibile la vita all´altra metà, che fa invece il possibile per rendere la vita meno dura per tutti. In fondo, come osservava Coleridge in una Conversazione a tavola, tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici, cioè razionali o irrazionali: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, e i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.

anoressia e bulimiamedicina cineseserial killer

tre articoli ricevuti da Piergiuseppe Cancellieri



Il Mattino lunedì 10 maggio 2004

INCONTRI DI SALUTE MENTALE

Anoressici e bulimici

anche i ragazzi presi dal male oscuro




Soffrono sempre più spesso di anoressia, bulimia, depressione. Tentano il suicidio. E, sempre di meno, parlano con il loro genitori. Hanno meno di 18 anni e a Salerno come in provincia, sono proprio loro, gli adolescenti, i protagonisti di una realtà tutta in salita. Fatta di patologie psichiche gravi, come la depressione. E di isolamento dal loro nucleo familiare. Fatta di una richiesta di aiuto il cui linguaggio di espressione, spesso, è rappresentato dalla violenza.

La II edizione di «Incontri... Giornate di formazione in tema di salute mentale», organizzata dal Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl Sa 2 e dalla Casa di Cura «La Quiete», e conclusasi ieri (350 operatori provenienti da tutt’Italia) ha significato anche questo. Fare un quadro di cosa è oggi il disagio psichico. E di come si potrebbe davvero curarlo. Con «Schizzo», ad esempio. Personaggio di un cartone animato che riproduce in tutto e per tutto le fattezze di Einstein. Proprio lui, lo scienziato degli scienziati non riconosce più la sua formula, davanti ad un incrocio non ricorda più quale direzione seguire, e davanti ad uno specchio non si riconosce più. Il Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl Sa 1, una delle forme del disagio psichico, ha deciso di combatterlo così: con un cartone animato realizzato, con la computer grafica, da chi soffre di schizofrenia e psicosi gravi. Non solo.

La cura di patologie come la depressione, «Incontri» ha dimostrato che si può affidare anche alla preparazione di una pizza, nel cuore del centro storico. Lì persone che la loro vita l'avevano vista interrotta, hanno ripreso a vivere. Lo hanno fatto dopo aver seguito un corso di formazione professione per pizzaioli e con una serata, «La pizza... che pazzia», che ha richiamato centinaia di salernitani. Vincenzo De Leo, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell'Asl Salerno 2, parla chiaro. «La percentuale di persone tra i 16 ed i 25 anni che soffre di disturbi gravi dell'alimentazione, come anoressia o bulimia, si aggira sul 10%, quella che chiama in causa disagi legati al cibo, detatti da diete e quant'altro, supera il 50% - dice - un quadro che negli ultimi anni presenta due novità: l'aumento di uomini che soffrono di queste patologie ed un innalzamento dell'età che arriva anche ai 35-40 anni». Persone, dice De Leo, che non chiedono aiuto perché il loro obiettivo, in fondo, è quello di annullarsi.



Yahoo! Salute lunedì 10 maggio 2004

Il Pensiero Scientifico Editore

Maggiore accesso alla medicina cinese

di Erica Villa




L’Italia e la Repubblica Popolare Cinese hanno concordato a Milano un Piano d'Azione Comune sulla ricerca biomedica sottoscrivendo due “Memorandum di Intesa” per promuovere in Italia ed Europa la possibilità di accedere a farmaci della medicina tradizionale cinese.

Addentrarsi nella storia della Cina porta alla scoperta di una cultura ricchissima in cui il medesimo concetto di salute, che risale all'origine stessa di questa civiltà, si è mantenuto inalterato nel tempo. Ne sono testimonianza le tracce nelle ossa o nei gusci di tartaruga di ideogrammi raffiguranti questi strani per noi utensili alla salute: gli aghi. Venivano quindi già utilizzati agli albori, nel periodo neolitico (8000 a.C.). I primi aghi ritrovati non sono certo quanto di più raffinato o smussato si possa immaginare: grossi utensili ricavati da ossa animali, da pietre o dal bambù, con le punte arrotondate, o appena affilate, che evidentemente assolvevano lo scopo per cui erano stati ideati, riequilibrare le energie del corpo riportandolo alla salute.

Secondo la tradizione cinese la salute è l'armonia e l'equilibrio tra le varie componenti dell'uomo stesso: organi, visceri, tessuti, della sua parte fisica e di quella mentale e tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda. La malattia, al contrario, è la rottura di questo equilibrio. Il primo passo verso la malattia è lo squilibrio energetico: anatomicamente non si riscontra nulla, gli esami ematologici, radiografici e tutti gli altri sono a posto, ma l'individuo sta male.

Il ministro della Salute Girolamo Sirchia ha incontrato, presso la Prefettura milanese, il vice ministro cinese della Sanità Gao Quiang, il vice direttore generale dell'Amministrazione Statale per la Medicina tradizionale cinese, Fang Shuting e il vice commissario dell'Amministrazione Statale per i Farmaci e gli Alimenti, Shao Mingli. Con il vice ministro Gao Quiang, Sirchia ha siglato il Piano d'Azione Comune, relativo agli anni 2004-2006, su quattro aree di ricerca prioritarie: trattamento delle malattie del sangue; trattamento del cancro; trasfusioni di sangue, terapie con cellule staminali e trapianti cellulari; medicina d' urgenza.

La cooperazione si svilupperà attraverso scambi di conoscenze, l'organizzazione di seminari, corsi di formazione e di aggiornamento oltre che attraverso scambio di esperti. Il trattamento delle malattie del sangue vedrà impegnato, per l'Italia, l'Istituto Mediterraneo di Ematologia e per la Cina il Centro di Ematologia e di Oncologia dell'Ospedale pediatrico di Pechino. Del trattamento del cancro si occuperanno l'Associazione cinese della lotta contro il cancro e il network italiano Alleanza contro il cancro.

Il primo Memorandum di Intesa si propone, come precisa una nota del ministero, di promuovere un'ampia possibilità di accesso dei prodotti della medicina tradizionale cinese, fabbricati in Cina, nel mercato comunitario attraverso una registrazione italiana e di sviluppare programmi di cooperazione attiva su trattamenti medici, educazione e ricerca scientifica al fine di favorire una corretta utilizzazione dei prodotti della medicina tradizionale cinese. Quanto al secondo Memorandum di Intesa, si propone l'obiettivo - prosegue la nota - di attuare uno scambio di informazioni su leggi e regolamenti relativi alla gestione dei farmaci, agli standard, alla registrazione, ai requisiti tecnici per la valutazione e la buona pratica di fabbricazione, in modo di favorire la collaborazione nel settore della gestione dei farmaci.

La collaborazione riguarderà anche i prodotti erboristici medicinali tradizionali, l'individuazione di procedure semplificate per la registrazione dei prodotti medicinali tradizionali cinesi nell’Unione Europea, studi preclinici e sperimentazioni cliniche per la registrazione di prodotti antimalarici.



sanihelp.it 10.5.04

Nella testa del mostro: tutti i perchè di un serial killer
 

Chi sono gli assassini che dalle pagine di cronaca nera terrorizzano la società con efferati delitti seriali? Cosa scatta nella testa del serial killer prima di colpire? Sanihelp.it ha posto questi interrogativi a un esperto criminologo, per scoprire se il mostro può essere vicino a noi

di Silvia Nava




Il primo è stato Jack Lo Squartatore nel 1888. Il primo pluriomicida seriale della storia. Allora si diceva così, perchè il termine serial killer è stato coniato dopo, negli anni ’50.

Da quel momento in poi, comunque, la figura del serial killer è sempre stata circondata da un alone di orrore ma anche di curiosità.

-Ma chi è davvero il serial killer?

Lo abbiamo chiesto al professor Ernesto Ugo Savona, ordinario di criminologia e sociologia del diritto alla facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica del S.Cuore di Milano, e membro dell'European Sociey of Criminology.

«Pur nella complessità e nelle differenze da caso a caso, molto semplicemente il serial killer non è una persona normale, anche se poi bisognerebbe indagare quale sia il concetto di normalità, se esiste. Si può individuare un fattore di riconoscimento comune: tutti i serial killer hanno avuto seri problemi nell’infanzia e nell’adolescenza, nel rapporto con gli altri ma soprattutto con la madre».

La non risoluzione di questo conflitto, spiega Savona, «è dimostrata dal fatto che i serial killer uccidono quasi sempre donne, spesso prostitute o sconosciute a caso». Vittime ignare, che hanno la sfortuna di risvegliare il mostro nascosto in questi individui.

Il manifestarsi della follia omicida dei serial killer, infatti, non è un percorso costante.

Da quando qualcosa nella loro anima si è spezzato, possono passare anni prima che la loro patologia si manifesti.

«Si tratta di fasi altalenanti, chiamate stop and go, caratterizzate da momenti di furia subito seguiti da periodi di calma, durante i quali il serial killer conduce la vita di sempre».

-Allora è possibile che un serial killer si nasconda dietro la porta accanto, o peggio in modo latente in ognuno di noi?

«Il serial killer non può essere la persona qualunque vicino a noi, anche se comunque non lo riconosceremmo. Il serial killer ha subìto traumi così forti da arrivare a possedere la capacità di uccidere, dieci o anche cento volte. Nessuno se non in quelle condizioni ci riuscirebbe».

-Ma quali sono i traumi in grado di scatenare una disperazione e una rabbia così profonde?

«Si tratta di traumi infantili, violenze fisiche, psicologiche o sessuali subite quasi sempre in ambito familiare o vissute come spettatore inerte. In particolare pesano i rapporti conflittuali vissuti con la madre o altre donne, e i rapporti negativi con il padre. Si tratta sempre di rotture a livello psicologico».

-Non ci sono corrispondenze fisiologiche o mediche che individuino un serial killer?

«No, al massimo la presenza di problemi di impotenza sessuale (che però a sua volta ha quasi sempre cause psicologiche). Invece, a livello di rapporti interpersonali, i disagi sono enormi».

Conflitti irrisolti con la madre, omicidi prevalentemente femminili …

-Perché il serial killer è quasi sempre un uomo?

La risposta è semplice, ma nasconde un universo complesso:

«La struttura della donna è totalmente diversa, e così la sua psiche. Una donna non vive la conflittualità con la figura materna, e non prova quel bisogno di sopraffare e di dominare che invece l’uomo sfoga ai danni dell’altro sesso. I casi di serial killer donne sono rarissimi, e motivati da altre cause».

Leggendo i numerosi casi clinici dei mostri della nostra storia, si percorrono storie efferate, di incredibile violenza e ferocia. La condanna a questi delitti è unanime.

Eppure, dai racconti di ex-serial killer ormai arrestati emerge sempre l’aspetto tragico dei soprusi subiti, della disperazione senza fondo che hanno provocato.

-Il serial killer è anche una vittima?

«Il serial killer è vittima, mostruosa quanto si vuole ma vittima, di una società violenta a sua volta. Bisognerebbe spezzare questo filo rosso».

Purtroppo però il serial killer viene riconosciuto solo quando lo è già diventato, quando ha già compiuto le sue vendette contro la società, e il suo destino è un carcere a vita che non si preoccuperà certo di recuperarlo.

-Non esiste un modo per salvare la persona prima che il mostro venga allo scoperto?

«Il modo, forse, ci sarebbe. Si tratterebbe di fare un investimento, in termini di formazione e informazione, su genitori e insegnanti. Cioè sulle persone che vivono da vicino la crescita di un bambino, e potrebbero individuare eventuali campanelli d’allarme, come comportamenti violenti verso gli altri bambini o gli animali».

Un grosso impegno, che per ora hanno raccolto in pochi.

lunedì 10 maggio 2004

psichiatria sul territoriouna polemica a Napoli

Repubblica, ed. di Napoli 10.5.04

LA POLEMICA

Le due linee della salute mentale

di MAURO MALDONATO




In principio era il manicomio. Bisogna partire da lì, da quella perfetta metafora della conditio inhumana che superava ogni concetto giuridico di crimine; da quel luogo dove migliaia di uomini vagavano per tutta la giornata, nudi, sporchi, spesso rannicchiati in un angolo dello stanzone, intirizziti, con lo sguardo perso nel vuoto; bisogna partire da lì, da quello spazio d´eccezione fuori dall´ordine giuridico normale, abitato da esseri spogliati di ogni diritto e ridotti a nuda vita, per capire qualcosa della discussione attuale sulle istituzioni per la "salute mentale".

Non si tratta di ricostruire - in questo mesto compleanno della legge 180 (26 anni) che nessuno sembra voler celebrare - le circostanze storiche, giuridiche e politiche, di un esperimento (per molti versi ancora impensato) che ha consentito a un manipolo di idealisti senza illusioni di chiudere i manicomi e rimediare, almeno un po´, alla nostra colpa e alla nostra vergogna con la restituzione alla libertà di migliaia di vite sommerse e salvate. Non è nostro compito. Né questa la sede. È però tempo - contro il rifiuto intollerante dei semplificatori a buon mercato - di fissare alcuni punti fermi. Dando la parola ai fatti. Ma, soprattutto, tenendoci alla larga dalla retorica aggressiva di chi si pretende titolare della verità. Mai come su questo argomento ogni parola che scriviamo è già una sottomissione, una caduta in questa retorica.

Insidia temibilissima, questa, a cui Sergio Piro non sembra far caso quando ingaggia le sue strane e ricorrenti battaglie contro coloro che in questa città stanno portando avanti il difficile (e interminabile) compito di costruire una rete di strutture per la salute mentale, sporcandosi le mani nel lavoro del giorno dopo giorno e fuori dalla ribalta mediatica. Insomma, facendo le cose, più che enunciarle o annunciarle.

Battaglie strane, dicevo. Perché? Per almeno due ragioni. La prima è che alzando la voce, moltiplicando le parole e agguerrendo il pensiero (con l´illusoria pienezza di chi afferma se stesso) si imbocca la via della rassegnazione, dell´immobilità e della disperazione. Una discussione pubblica, anche quando è fortemente agonistica, è sempre un incontro con gli altri, un entrare in rapporto con gli altri: dunque, un mettersi in condizione, di nuovo, di agire. La seconda ragione è che, ingaggiando questa battaglia, si trascurano i fatti, gli indigeribili fatti che, invece, bisogna tenere in massima considerazione.

Vediamo. A Napoli, il primo gennaio ?94 nell´ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi c´erano ancora 777 pazienti, nel Frullone circa 200. Perché a 16 anni dalla legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi la situazione era ancora quella? (Sbaglio o in quegli anni Piro svolgeva un ruolo istituzionale e scientifico di primissimo piano in città e in regione?). Inoltre, nell´arco di pochi anni si è passati in città, nonostante la scarsità di risorse, da 3-4 a più di 20 Sir (strutture intermedie residenziali: cioè quelle che ospitano le centinaia di persone liberate dal manicomio, più di una in ogni unità operativa). Fu proprio "Repubblica" (sul "Venerdì" di un anno fa) a fare un ampio e positivo servizio su una delle vituperate strutture.

Nei suoi toni intransigenti Piro sembra far rivivere l´antica idea della linea rossa che delimitava la rivoluzione permanente dalla linea nera, quella dei poveri funzionari che difendono l´esistente. Nel suo furore (non si capisce bene motivato da cosa) egli decide di ignorare che un´istituzione è una tensione inesausta e spesso contraddittoria tra "istituito" e "istituente", una complessità vivente costituita da una pluralità di livelli e di individualità. Inoltre, come fa a lamentare l´assenza e la latitanza delle istituzioni e poi, quando le istituzioni ci sono e magari funzionano, squalificarle. Ancora, non è un´enormità far diventare il normale trasloco di un servizio (da via Morghen a non so dove) un rischio per la civiltà e la democrazia? Nientemeno. Per quanto è dato capire il trasferimento ad altra sede non è dipeso dalla Asl, ma dalla decisione del proprietario di affittare i suoi locali a un commissariato di pubblica sicurezza. Dove, però, Piro appare incomprensibile è quando elegge a modello da imitare la realtà della "salute mentale" della Asl di Aversa. Conosco un po´ quel mondo per aver lavorato, per 7 anni e in prima linea, nella zona di Casal di Principe-Villa Literno. Ciò a cui Piro fa riferimento è solo una bella fantasia. Lì si è consumata un´opera di colonizzazione sistematica che ha solo umiliato la professionalità di tantissimi operatori.

Nessuno, caro Piro, crede di vivere in un mondo ideale. Figuriamoci! Ma una cosa è la faticosa e paziente costruzione di soluzioni alle questioni reali, altro ancora la sottile crudeltà di chi brucia con la penna tutto ciò che non è conforme ai propri desideri.

omicidi in famigliai nuovi dati Eurispes

Repubblica.it 8.5.04

Eurispes: un omicidio ogni due giorni fra le mura domestiche

Da maggio ad agosto 2003 il 28% in più rispetto al 2002

Aumentano i delitti in famiglia

Uomini uccidono più delle donne


La convivenza matrimoniale è il terreno più fertile

Gli psichiatri: "Il raptus non esiste, è l'epilogo di un percorso"




ROMA - Un delitto in famiglia ogni due giorni. E in due casi su tre, ad uccidere è un uomo. Così come è avvenuto per la studentessa trovata morta in auto, uccisa forse dal nonno, e per la donna assassinata nel reggiano dal figlio. I dati arrivano da un'indagine dell'Eurispes, relativa al secondo quadrimestre del 2003, elaborata su numeri della Criminalpol.

Nel complesso, da maggio ad agosto sono stati registrati 257 omicidi, ben il 21,8 per cento in più rispetto al quadrimestre precedente. E gli omicidi maturati all'interno della coppia e dei rapporti familiari sono passati da 49 a 55, registrando una crescita del 12 per cento. Nel periodo interessato i tentati omicidi sono stati 23, di cui dieci di coppia.

La maggior parte degli omicidi, 39 su 55, è avvenuta all'interno della coppia. In 30 casi, l'omicida è stato l'uomo. Record al Nord: 26 omicidi su 55. A livello regionale, spicca la Lombardia (21), seguono il Lazio (9), l'Emilia Romagna (5), la Liguria (4). Roma e Milano sono le città dove si registra il maggior numero di omicidi, rispettivamente 5 e 6.

Secondo l'istituto di ricerca, la convivenza matrimoniale è il terreno più fertile nel quale matura la possibilità di uccidere il partner e, talvolta, anche i figli. Alcune volte la molla che fa scattare la violenza è la scoperta di un tradimento o la non accettazione della separazione. In atri casi, si è registrata una situazione di conflittualità preesistente o disagi economici.

"E' proprio fra le mura di casa che si consuma la maggior parte degli omicidi", osserva il presidente della Società italiana di psichiatria forense, Giancarlo Nivoli. E secondo il parere di alcuni psichiatri le cosiddette "tragedie della follia" non arrivano mai all'improvviso. Per Nivoli, ad esempio, "ogni delitto è scatenato da una costellazione di fattori che agiscono insieme, come un'orchestra".

"Il raptus non esiste" anche secondo lo psichiatra Tonino Cantelmi, dell'università Gregoriana di Roma. Esiste invece "una lunga catena di dolore e sofferenza che non viene intercettata e che a un certo punto si spezza". Saper riconoscere questi segnali e poter chiedere aiuto, ha aggiunto Cantelmi, farebbe evitare molti dei delitti in famiglia.

El Greco a Londra

Ha successo a Londra la rassegna dell'Artista cinquecentesco

Quando Cézanne copiava El Greco

Tra Ottocento e Novecento la sua opera fu al centro di accanite discussioni tra critici

di ANTONIO PINELLI



Londra. El Greco è uno dei pochi maestri del passato che possa vantare una fama davvero universale, come dimostrano le strabocchevoli folle di visitatori che lo scorso inverno si accalcavano nelle sale del Metropolitan di New York e oggi accorrono alla National Gallery londinese, rischiando estenuanti file pur di non perdere la seconda ed ultima tappa di questa magnifica mostra monografica (El Greco, a cura di D. Davies, fino al 23 maggio). Non tutti sanno, però, che l´enorme popolarità di cui oggi gode questo pittore è un fatto relativamente recente, che ha scarso riscontro nella fama tardiva da lui conseguita in vita. Fama limitata e, in apparenza, effimera, tanto da scolorire rapidamente dopo la sua morte, condannando il suo nome ad oltre due secoli di perfetto oblio.

El Greco nacque a Creta nel 1541 e si formò nella sua isola, che allora era un possedimento veneziano, divenendo un tipico "madonnero" di scuola neo-bizantina. Sui 25 anni, spinto dalla voglia di ampliare i propri orizzonti, si spostò in Italia, dove trascorse quasi un decennio tra Venezia e Roma, entrando in contatto con Tiziano, Tintoretto, Michelangelo e la raffinata cerchia culturale della potente famiglia Farnese, senza però ottenere il pieno successo professionale cui aspirava. Approdato in Spagna nel 1576, la sua speranza di divenire pittore di corte andò presto delusa, tanto che dovette ripiegare su Toledo, città prospera ma esclusa dal grande circuito delle committenze regie. Vi si stabilì definitivamente, facendone la propria base operativa per il mezzo secolo scarso che ancora gli restava da vivere, e fu qui che poté gustare i frutti di una reputazione ormai consolidata, ma che sembrava destinata a relegarlo nel modesto Pantheon delle glorie locali. Finché nella seconda metà dell´800, proprio come accadde a Piero della Francesca e a Botticelli, un animoso manipolo di critici e di collezionisti lo riportò clamorosamente alla ribalta individuando in lui una sorta di prototipo dell´artista moderno. Maestri sulla cresta dell´onda, come Delacroix o Sargent, si fecero un vanto di possedere copie o repliche autografe di suoi capolavori, mentre il giovane Cézanne manifestò tutta la sua ammirazione per lui, copiando con grande applicazione uno dei suoi ritratti più famosi, la Dama con il mantello di pelliccia.

Questa riabilitazione, tuttavia, fu a lungo contestata negli ambienti più conservatori, perché nei decenni a cavallo tra '800 e '900 l´essere pro o contro El Greco era divenuto una discriminante tra chi era a favore e chi avversava l´arte contemporanea. A critici di punta come Fry o Dvoràk si contrapposero studiosi di bieco stampo positivista, che non esitarono a spiegare il febbrile cromatismo, le forzature prospettiche e le contorsioni delle sue figure esageratamente allampanate come il frutto di anomalie percettive di un soggetto afflitto da grave astigmatismo.

Tutto risulterà più chiaro, se si tiene presente che dietro a questa disputa su di un pittore vissuto ben tre secoli prima infuriava la ben più attuale battaglia a favore o contro la verosimiglianza nelle arti figurative. Dal canto loro, Fry e i suoi sodali non esitavano ad additare nella programmatica distorsione ottica cui El Greco sottoponeva le sue figure l´origine della scomposizione dei piani operata da Cézanne e portata ad estreme conseguenze dal Cubismo.

Oggi l´eco di questa battaglia, persa dagli antimodernisti, si è ormai affievolita. Resta comunque istruttivo constatare retrospettivamente quante tappe cruciali della battaglia in favore del "moderno" abbiano visto la questione di El Greco in prima linea. Come quando Franz Marc, impegnato a stendere con Kandinsky il manifesto del Cavaliere Azzurro, esaltava il pittore per l´arroventato misticismo dei suoi quadri. O come quando Picasso, proprio nell´impostare le sue rivoluzionarie Demoiselles d´Avignon, aggiungeva alla già deflagrante miscela composta dalla scheggiatura dei piani appresa da Cézanne e dal brutale sintetismo della scultura africana, la polvere pirica dei più arditi contorcimenti anatomici immaginati da El Greco in un quadro - L´apertura del quinto sigillo - che oggi figura tra gli oltre 80 capolavori presenti in mostra.

Non si può nascondere, tuttavia, che tuttora proprio la polvere sollevata da questa "battaglia per la modernità" offuschi alquanto l´esatta percezione di cosa davvero si celi dietro lo stile sfoggiato da El Greco. Uno stile che trae spiegazione dalla temperatura altissima con cui il fiammeggiante talento del pittore ha saputo portare al punto di fusione la singolarissima miscela composta dai fulgidi ed astratti stilemi bizantini, profondamente assorbiti durante il suo apprendistato di "madonnero" cretese, e dalle sconvolgenti novità apprese in Italia - l´acceso colorismo e il concitato luminismo dei Veneti, le torsioni e gli avvitamenti del manierismo michelangiolista.

Il paradosso è che tutto ciò sia sostanzialmente giunto a piena maturazione soltanto in Spagna. Quella Spagna in cui El Greco si trapiantò, ma senza integrarvisi completamente, tanto che continuò imperterrito a firmare le sue tele con il proprio nome greco - Doménikos Theotokópoulos. Dal canto suo, la Spagna ricambiò questa riluttante integrazione con un soprannome - El Greco, si badi bene, non El Griego - che a ben guardare riassume perfettamente la duplice identità, sia nazionale che culturale, del pittore: quella cretese e quella italiana. E ciò a dispetto del fatto che oggi gli spagnoli, grazie alla potenza persuasiva dell´arte, credano di veder riflesso nella sua pittura, corrusca e ardente, un frammento della propria identità più profonda.

in un reparto di psichiatria

Kataweb Notizie 09 mag 2004 - 19:54

Maradona: Ospedale Italiano di Baires tenterà il suo recupero




Buenos Aires. Entro domani Diego Armando Maradona verrà trasferito nel reparto di psichiatria dell'Ospedale Italiano di Buenos Aires, che si farà carico del tentativo di recuperare l'ex fuoriclasse del Napoli alla vita normale. Lo ha rivelato il responsabile del servizio di psichiatria dell'ospedale, Hector Marchitelli, intervistato dal quotidiano Clarin.

Fino a ieri vari ospedali e centri di recupero dalla droga non avevano accettato di prendersi cura di Maradona, ritenuto paziente troppo 'scomodo'. Nelle ultime ore il medico curante di Diego, Alfredo Cahè, si è messo in contatto con Marchitelli e la situazione pare essersi sbloccata. "Non c'è nulla di sicuro al 100 per cento - ha puntualizzato Marchitelli - però ci siamo offerti di aiutare Maradona. Ora tutto è nelle mani della famiglia di Diego: l'ultima parola spetta a loro".

Della questione si sta occupando l'ex moglie del 'Pibe de Oro', Claudia Villafane, che ha scelto l'ospedale del Centro Italiano (ce ne sono quattro, due a Buenos Aires, una a Entre Rios e una in Uruguay a Punta del Este) dove far ricoverare il paziente. Maradona, che si trova ancora nella clinica Suizo Argentina di Buenos Aires, aveva ricevuto un'offerta di aiuto, e di ricovero, anche da parte di un centro specializzato nella cura delle tossicodipendenze di Montevideo, gestito dalla locale Associazione Spagnola. Ma Claudia sembra aver preferito l'Ospedale Italiano di Buenos Aires, ritenendo quel reparto di psichiatria la struttura più adatta per far curare l'ex marito. (Spr)

domenica 9 maggio 2004

le scelte culturali di Repubblica:basaglismo in prima pagina

Repubblica 9.5.04

IL CASO

Rete 180, una radio di matti "Qui ci sentiamo più normali"

Terapia al microfono per vincere il disturbo mentale


Ma ora i redattori ambiscono ad avere una frequenza per trasmettere le proprie interviste, le ricette, i servizi o i propri strani pensieri

L'emittente, nata in una stanza del centro psico-sociale "Poma" di Mantova, ha aiutato i pazienti a entrare in contatto con la realtà

di FABRIZIO RAVELLI




«LA TV fa male perché la guardi, la radio fa bene perché la fai». Parola di Luciano, che oggi dirige i dibattiti, fa interviste, vorrebbe avere una diretta notturna tutta per sé. Passa ancora molte ore davanti alla tv, convinto che l´elettrodomestico gli parli, proprio a lui. «Delirio di influenzamento», la diagnosi. Ma la sua vita è un po´ migliore, da quando è passato dall´altra parte, da quando usa un microfono e lavora a Rete 180, «la voce di chi sente le voci», la radio dei pazienti qui al Centro psicosociale dell´azienda ospedaliera Carlo Poma di Mantova. L´hanno chiamata «radio-terapia», con quell´umorismo lucido e stralunato che è uno dei marchi di fabbrica. La redazione è nella stanza più grande del centro di salute mentale: l´antenna è un attaccapanni.

E´ tutto cominciato quella volta che Luciano si trovò a parlare in tv. «Quella sera - racconta Giovanni Rossi, primario ed "editore" di Rete 180 - lui che era sempre convinto di essere perseguitato da gente ostile riuscì a parlare di sé, della sua patologia, in modo tranquillo e adeguato». Ci hanno pensato su, Rossi e il suo collega Baraldi, e hanno provato a usare la radio («La radio perché è semplice, abbiamo cominciato con un microfono e un impianto stereo») come trattamento terapeutico. «Ai pazienti serviva uno spazio di comunicazione. E la radio era perfetta: crea distanza, mediazione, protezione, filtro. Ma dà la possibilità di entrare in contatto con la realtà esterna, con le persone. Abbiamo scoperto che, con un microfono in mano, parlavano anche quelli che non parlavano mai».

Siccome non hanno ancora una frequenza, tengono bassissimo il livello del trasmettitore: il segnale si capta solo dentro l´ospedale, e pochi metri fuori. Sperano che qualcuno gli affitti una frequenza: «Per comprarne una girano prezzi pazzeschi, centinaia di migliaia di euro». Qualche spazio l´hanno avuto da Radio Base, qualche intervista l´hanno data a Radio Popolare, anche Caterpillar su Radio 2 ha trasmesso cose loro. Ma insomma, Rete 180 è quasi una vera radio. L´apparecchiatura è stata messa insieme da Stefano, infermiere. C´è una redazione, che si riunisce ogni venerdì per discutere i programmi, per registrare dibattiti interni. Intorno a un tavolo, passandosi il microfono. Marco detto "Notizia" ogni mattina fa una sorta di rassegna stampa: lui si sente povero, e ogni notizia è letta in quella chiave. L´Alitalia va male? «Perché l´Alitalia è povera». Marco tiene sempre 20 chili di pasta in casa, non si sa mai.

Luciano, pioniere e fondatore, dirige e tiene rapporti con gli ospiti: ha un talento naturale per la radio. Luisa, l´esperta di cucina, diffonde ricette. Alcune tradizionali, come quella dei tortelli di zucca: «Ma con le dosi per 150 persone, l´ho data quando c´era il controfestival, visto che c´erano 150 cantanti. Le decido a seconda del tema del giorno». Altre fantastiche: «Come il tiramisù per l´amore di coppia: 1 cucchiaino di lacrime, 1 palpito di cuore, 1 etto di nostalgia, 1 pizzico di gelosia, 1/2 dozzina di ceffoni...». Una volta Luisa diede la ricetta della torta sbrisolona, ma per 50 mila persone, indicando che per l´impasto servivano le ruspe.

Il Dipartimento di salute mentale ha un reparto con 14 posti, a rotazione quando qualcuno dei pazienti passa un brutto momento. Ma quasi tutti vivono fuori, nel mondo della gente "normale". Rete 180 serve a entrare in rapporto coi "normali", ascoltandoli e intervistandoli. Ma la radio è comunque il centro della vita di chi ci lavora: «L´effetto - dice Rossi - si trasmette a tutta l´attività del dipartimento, influenza tutto. Perché nei loro dibattiti affrontano questioni fondamentali. Per esempio: serve a qualcosa prendere farmaci?». Gli psichiatri a volte sobbalzano, ascoltando certe trasmissioni.

Come quando, dieci giorni fa, hanno fatto una trasmissione sul tema: «Siamo tutti un po´ ostaggi?». Dall´Iraq a Mantova, senza mediazioni. L´Iraq era «La guerra di Piero», De André in sottofondo. Il resto erano le vite in diretta: «Quando siamo stati ricoverati, ci siamo sentiti ostaggi?». Libere associazioni mentali: «Paura, disagio, nemico, libertà, viaggio, terrore, salame, cattura, rabbia, dolore, infermità, incertezza, tradimento, prigione, angoscia, prigioniero, zio». Racconto: «Io sono stata veramente prigioniera un anno e nove mesi a Pisa: mi facevano l´elettroshock, mi legavano, mi imbottivano di farmaci. Non è servito a niente, ha solo aggravato la mia situazione».

Questa è Cinzia. Durante il «controfestival», quando Rete 180 intervistava cantanti e personalità nell´atrio del teatro Ariston, Cinzia intervistò il cabarettista Dario Vergassola. Per scoprire che anche lui, Vergassola, era stato imbottito di farmaci a Pisa. Che aveva avuto uno zio "matto", tornato all´improvviso a casa dal manicomio quando la legge 180 aprì le porte: «Arrivò con la valigia e con la barba. Fu un trauma per lui e per noi». Cinzia, con la radio, ha acquistato un po´ di sicurezza. Ha preso un diploma di restauratrice, lavora a Palazzo Te e censisce i restauri necessari. Dice: «L´arte mi scalda dentro». Con altre due ragazze, pazienti del centro, hanno preso casa: «Era un periodo difficile, abbiamo avuto questa idea. L´agenzia immobiliare ce ne ha trovata una, e la padrona ce l´ha affittata senza problemi». Il primario dice che l´idea stessa di restauro ha a che vedere con il lavoro del dipartimento: «In fondo restauriamo persone, o ci proviamo.

Trasformiamo cose considerate inutili in cose utili: come quando qui hanno fatto dei portavasi con le vecchie cinghie di contenzione».

Divina, una delle tre ragazze dell´appartamento, è nella radio la voce della poesia: «Di solito le scrivo seduta stante, ispirandomi al tema della trasmissione». Ne ha una borsa intera, di poesie battute a macchina, e poi un grande quaderno nero ordinatissimo. Dice che anche la radio è venuta fuori così: «Una parola tira l´altra, e avevamo fatto la radio». Microfono in mano, continuano a tenersi attaccati al mondo. Girano la città, vengono accreditati agli eventi sportivi e culturali.

Discutono e intervistano su tutto: lo sciopero generale, «raccogliendo materiali su cose, persone o cose che non possono scioperare, per esempio il prete o l´ambulanza», o la ricerca del Politecnico di Milano sull´identità mantovana, subito centrata sulla definizione di «vissuto». O ancora, «i kamikaze». Luciano aveva una sua idea televisiva: «Lì in Medio Oriente per me succede che gli israeliani hanno un tipo moderno di televisione, la guardano e non succede niente, sono abituati. Gli orientali invece, quando gli vengono quelle robe lì della televisione si vanno a suicidare in Israele, piuttosto di soccombere a quella cultura televisiva».

Non c´è niente di idilliaco, in questa Rete 180. I redattori-pazienti sono tutti consapevoli della loro sofferenza mentale: «Ci sono malati psicotici gravi - dice il primario - Ma questo progetto li fa sentire protagonisti, li valorizza, e stimola l´auto-aiuto. Si è formato un gruppo solidale, dove ciascuno trova l´appoggio dell´altro. Stiamo tutti lavorando sulla nostra crescita». I pazienti frequentano tutti un corso di professionale di spettacolo, con la cooperativa Teatro Magro di Brescia. Adesso vorrebbero diventare grandi, e avere una frequenza per farsi sentire. Luciano vorrebbe la diretta notturna. Lui di notte quasi non dorme, e telefona in ospedale per parlare con qualcuno. La tv gli fa male, «ma la radio fa bene perché la fai».

Emanuele Severino, la tortura, il Logos occidentale

Corriere della Sera 9.5.04

IL FILOSOFO SEVERINO

«In quegli atti torna il peccato originale»

«Quando avremo finalmente il coraggio di guardare verso il fondo dell’abisso?»


Il filosofo Emanuele Severino commenta le foto delle torture: «Quello che ci indigna è l’immagine dell’uomo ridotto a un animale sofferente o fatto cosa, un pezzo di carne... Ma non basta l’orrore per rifiutarlo. È una violenza puramente occidentale che vediamo all’opera, una sorta di "peccato originale".

In queste foto abbiamo una volontà di annientamento del prigioniero: si vuol fare diventare niente la sua dignità. La violenza raggiunge il colmo della sua oscenità quando si unisce al più radicale degli errori: il pensare che una cosa sia altro da sé. E che possa infine diventare niente».

intervista di Gian Guido Vecchi




«Quando avremo finalmente il coraggio di guardare verso il fondo dell’abisso?». Emanuele Severino parla quasi tra sé e fissa qualcosa che se non è il fondo in qualche modo ci si avvicina, Lynndie England che tira il guinzaglio legato al collo di un iracheno, il sorriso della soldatessa mentre sta in posa dietro a un groviglio di braccia, gambe, corpi nudi. «Quando l’ho vista per la prima volta ho sperato che fosse soltanto un sorriso ebete, il ghigno di chi non capisce la portata di ciò che accade. Quello che ci indigna, in queste foto, è l’immagine dell’uomo ridotto a un animale sofferente o fatto cosa, un pezzo di carne, un mucchio d’ossa, sangue, urina. Però dissento da chi dice: basta l’orrore per rifiutarlo. No, l’orrore non basta». L’esercizio del pensiero, il lógos . Il più celebrato tra i filosofi italiani fa una pausa e sillaba: «È una violenza puramente occidentale che vediamo all’opera. E sarebbe un’ingenuità altrettanto colpevole addossare tutta la colpa a questi soldati. Tarati e sadici, va bene, è chiaro che vadano puniti. Ma ci facilita il compito pensare che con l’ergastolo o la condanna a morte il problema sia risolto. Non per nulla le grandi religioni lo avvertono, seppure in forma mitica: c’è un peccato originale che si fa sentire dovunque».

E qual è il peccato originale, professore?

«Vede, in queste foto abbiamo una volontà di annientamento del prigioniero: si vuol fare diventare niente la sua dignità. Pensi alla distruzione che si esercitava sull’uomo nei campi di sterminio nazisti: identità, igiene personale, fame, l’annichilimento progressivo dell’altro fino alla morte, finché l’uomo diventa niente . Ecco, la violenza raggiunge il colmo della sua oscenità quando si unisce al più radicale degli errori: il pensare che una cosa sia altro da sé. E che possa infine diventare niente».

Tutto questo è occidentale?

«Sta alle origini della storia ma anche della preistoria dell’Occidente. La radice della volontà che le cose diventino altro, si mostra nel fatto che gli uomini credono di poter sopravvivere mangiando gli dei, facendo diventare identici a se stessi quegli altri che sono gli dei. La manducazione del dio è una costante in tutte le religioni. Ma lo si vede anche nell’omicidio, la storia dell’uomo inizia da Caino e Abele, no? Chi uccide vuole impadronirsi di quel vuoto lasciato dall’altro, assumerne la potenza. Non per nulla le popolazioni primitive si cibano del nemico».

Ma questo non riguarda solo l’Occidente...

«Questa era la preistoria. Con il pensiero greco si aggrava la volontà di far diventare le cose altro da sé: addirittura le si vuol fare diventare niente. Nel Teeteto di Platone si dice: nemmeno chi è pazzo, e nemmeno in sogno, ha il coraggio di dire sul serio a se stesso che il due è uno, che il bove è cavallo... E invece si comincia a pensare che le cose siano l’assolutamente altro da sé. È questa la follia radicale. Noi ci meravigliamo dei comportamenti abnormi, ma questo atteggiamento distruttivo e radicalmente errante non è una deviazione dall’essenza più profonda dal nostro modo di pensare, non è una patologia rispetto alla normalità dell’uomo occidentale: è la radice violenta di ciò che diciamo razionalità, bene, sapienza, bontà... Tutte le categorie positive che elogiamo crescono come rose terribili da un letame ancora più terribile».

Samuel Huntington diceva: non possiamo esportare i nostri valori se vi abdichiamo...

«Nell’indignazione generale c’è una sorta di malafede. Anche il comandamento "non uccidere" ha nella propria anima l’omicidio perché concepisce l’uomo come qualcosa di per sé annientabile».

Ma perché «malafede»?

«La malafede cui mi riferisco io è una inconsapevolezza che dimora nell’inconscio dell’Occidente e agisce con la stessa potenza degli istinti. Non è la malafede consapevole, l’ipocrisia da sepolcro imbiancato. È inconsapevole. Ci sono movimenti nobili che intendono salvare l’uomo come la Chiesa cattolica, ma le grandi forme di nobiltà sono minacciate e destinate al fallimento perché nel sottosuolo hanno quella malafede inconscia che consiste nel pensare l’uomo come un nulla».

Ne I fratelli Karamazov , Ivan parla ad Alësa della sofferenza innocente, le «lacrime irriscattabili». Per le vittime non c’è redenzione?

«Come eterni siamo destinati alla gioia. Anche i bambini di Dostoevskij lo sono».

E intanto che si fa?

«È chiaro che preferisco vivere in America piuttosto che nell’Iraq di Saddam, in democrazia e non nel totalitarismo, con Gesù invece che con Hitler. Ma finché non riusciremo a capire che le grandi opposizioni sono sottese da questo errore-orrore di fondo - il nichilismo -, il nostro tentativo di salvare l’uomo è destinato a fallire. Avremo più o meno potato le fronde, ma non il tronco né le radici dell’albero della malvagità».