venerdì 21 maggio 2004

Citati: la «guerra santa» dei cristiani

Repubblica 21.504

LE IDEE

Quando la guerra santa era fatta dai cristiani


Nei Meridiani esce un volume sulle Crociate con i testi più belli e divertenti del dodicesimo e tredicesimo secolo

Nel 1096 folle di pellegrini si misero in movimento, guidati da Pietro l´Eremita che cavalcava un asino a piedi nudi

Le reliquie dovevano produrre miracoli guarigioni, esorcismi ma avevano soprattutto il compito di sacralizzare il mondo

Fu Costantino il Grande a riportare alla luce i luoghi sacri e qualche decennio più tardi furono ritrovate le tre croci

L´imperatore Adriano aveva distrutto la città dove Gesù era stato crocifisso e tutto ciò che lo riguardava era scomparso

di PIETRO CITATI




SE DOVESSI indicare a un lettore italiano di oggi un libro divertentissimo: un libro dove perdersi, piangere, ridere, inorridire, meravigliarsi, non smarrire per un istante il filo dell´attenzione, non avrei il minimo dubbio: "Le Crociate" (Meridiani, Classici dello Spirito, a cura di Gioia Zaganelli, Nora Tigges Mazzone, Cristina Nardella, Eugenio Burgio, Alvaro Barbieri, pagg. LXXVI 1932, euro 49), dove sono raccolti con scrupolo i testi più belli scritti sulle Crociate nel XII e XIII secolo.

Capisco di stupire qualcuno: le Crociate non raccontano una tragica passione religiosa? Il loro vero protagonista non è il sepolcro di Gesù Cristo ? il luogo dove ha posato le sue membra provvisorie per un momento? Noi leggiamo di battaglie, massacri, follie e furori religiosi, luoghi sacri, avventure, scorrerie, amicizie cavalleresche, viaggi per mare e per terra, franchi, bizantini, arabi, turchi, ebrei. Questa è la storia che purtroppo noi conosciamo anche troppo bene, col suo terribile carico di sangue. Eppure, appena abbiamo sfogliato una decina di pagine di questo libro, la storia diventa immaginazione fantastica, invenzione romanzesca, come nel grande ciclo di Alessandro Magno, l´unico al quale il ciclo delle crociate si possa paragonare. Per questo, le Crociate piacciono (o piacevano) tanto ai bambini, e Walter Scott e Robert Louis Stevenson le adoravano. Anche i crociati non sanno mai bene se abitano nella realtà o nell´immaginazione. Il nostro spazio non è il loro. Stanno sempre per scivolare di là, nel mondo dei cieli o in un ciclo cavalleresco. E, per questo, quasi tutti non si preoccupano affatto di raccontare la verità ? questa cosa noiosa. Sia loro sia i narratori dimenticano cosa è accaduto, inventano, ingannano coscientemente o senza saperlo, dicono menzogne, sebbene portino sul petto il segno del Dio della Vera Croce.

La storia delle Crociate era cominciata nel quarto secolo dopo Cristo. Dopo la seconda insurrezione ebraica, l´Imperatore Adriano aveva distrutto l´antica città ebraico-cristiana, dove Gesù era stato crocifisso: tutto era scomparso, i segni della condanna, della morte e della resurrezione, delle lacrime e della gioia; e sopra la rovina aveva edificato una superba città pagana, Aelia Capitolina, con un santuario di Zeus, un tempio di Afrodite e un cimitero. Dopo il 325, Costantino il Grande fece radere al suolo Aelia Capitolina e i templi pagani, e trascinare via, oltre i confini del paese, «l´impura e contaminata» massa di pietre e di legname che portava in ogni molecola il segno dell´empietà. Una religione scompariva: un´altra ne prendeva trionfalmente il posto. Lì sotto, tra le pietre e le rovine, riapparve la città degli ebrei e di Cristo: il Golgotha, il Monte degli Ulivi, e il sepolcro scavato nella roccia dove Giuseppe d´Arimatea, secondo il Vangelo, aveva portato il cadavere sanguinante di Cristo, avvolto in un lenzuolo pulito e intriso di aromi. Come disse Eusebio, «il luogo più sacro che esista sulla terra» tornò nuovamente alla luce: il mondo intero possedeva nuovamente un centro.

Qualche decennio più tardi, furono ritrovate le tre croci: secondo una leggenda, una specie di atto magico permise di identificare la Vera Croce. Durante la settimana santa, una croce veniva innalzata sul Golgotha, adorna d´oro e di pietre preziose. Il vescovo sedeva su uno scanno: davanti a lui stava una tavola coperta da un lino, dove il legno della Vera Croce veniva chiuso in un cofanetto d´argento dorato. Il cofanetto veniva aperto: giungevano i fedeli, si chinavano, toccavano colla fronte e gli occhi il legno, lo baciavano con fervore pieno di lacrime. Sebbene fosse proibito toccarlo, qualcuno cercava di morderlo, di strapparne violentemente un frammento, come se volesse consacrare e salvare la propria vita.

Lì intorno, Costantino fece costruire alcuni grandi edifici: la chiesa del Santo Sepolcro, consacrata nel 336 con solennità inaudite, la Basilica della Resurrezione, «che s´innalzava fino a raggiungere un´altezza vertiginosa», una lunga teoria di porticati. Tutto era splendore, trionfo, esaltazione: mosaici, marmi preziosi, cortine di seta ricamate d´oro e d´argento, candelabri e lampade che versavano onde di chiarore brillante, incensieri che colmavano di profumi la tomba e la basilica. E poi ori, ori, ori, che scintillavano e gettavano luce dai cassettoni della chiesa. La Gerusalemme ebraica di Cristo, con quegli alberi, quelle palme, quei somarelli, quell´aria di sobrietà ascetica era scomparsa sotto l´oro. L´oro è luce: luce scesa dal più alto dei cieli; ma la Gerusalemme di Gesù era stata anche ombra, tenebra, sofferenza, umiliazione, desolazione, che la nuova Gerusalemme cristiano-romana rischiava di dimenticare.

Nel quarto secolo si moltiplicarono i pellegrinaggi verso il Santo Sepolcro: pellegrini da oriente e da occidente, attraverso la Spagna e la Russia, per mare e per terra, di poveri e ricchi, di pii e peccatori. Qualcuno aveva in mente la guarigione, la purificazione, l´espiazione. Ma, per molti, la meta era infinita: abbandonare le ricchezze, la patria, la famiglia, i vicini; e diventare stranieri. Ripercorrevano il viaggio che gli ebrei avevano compiuto lasciando l´Egitto: ma in un modo che gli ebrei non avevano conosciuto. Gli ebrei possedevano un tempo continuo: i cristiani chiedevano a Dio soltanto un viatico, giorno per giorno, momento per momento, istante per istante, senza nessuna certezza di domani - una collezione di frammenti, di passi che si susseguivano sulle terre e sui mari. Qualcuno voleva molto di più: lasciare la patria, per morire nei luoghi stessi dove era morto Gesù, tra il Golgotha, il sepolcro nella roccia, e il Monte degli Ulivi, entrando subito in cielo, con l´anima «intatta e raggiante di felicità». A volte la preghiera veniva ascoltata; e il pellegrino moriva, la sera stessa dell´arrivo a Gerusalemme, nel suo ospizio, appena finita la cena.

Per molti pellegrini del quarto secolo, la religione era soprattutto un luogo. A Gerusalemme, Gesù aveva lasciato tracce dovunque, segnando le pietre con la sua presenza: il pellegrino poteva scorgere l´impronta del suo piede nella chiesa di Santa Sofia, dove era rimasto in piedi di fronte a Pilato, o l´impronta del suo corpo - persino il viso, il mento e il naso - su una colonna del Monte Sion alla quale si era sostenuto durante la flagellazione. Il luogo supremo era il sepolcro nella roccia. Paola, un´aristocratica romana, entrava nel sepolcro, baciava la pietra che l´angelo aveva rimosso e «come se nella sue fede fosse assetata di acque desiderate», lambiva il punto dove il corpo del Signore era stato disteso. Quali lacrime, quale dolore, quali gemiti, quale fervore - ripeteva molti secoli dopo san Bernardo, che non fu mai a Gerusalemme. Paola vedeva cogli occhi dell´anima cosa era successo allora: la pietra rimossa dall´angelo, il corpo disteso e profumato di aromi. Non poteva scorgere la resurrezione che nemmeno il Vangelo osava rappresentare: ma si identificava per qualche attimo senza tempo con quelle membra ferite. Gerusalemme cristiana era unica: soltanto il Cristianesimo - né l´Ebraismo né l´Islam - poteva offrire ai suoi fedeli luoghi divini.

Così Gerusalemme - Gerusalemme d´oro, di rame e di luce, come scrive Franco Cardini - era il centro, l´ombelico della terra, come Delfi era stato l´ombelico della Grecia; e tutti i viaggi che i pellegrini compivano a Gerusalemme, scendendo dall´Irlanda o dalla Russia, erano un viaggio nel centro, nel luogo del fondamento. Là era accaduto tutto, letteralmente tutti gli eventi simbolici che segnano la storia del mondo. Sopra una roccia, chiusa nel Tempio ebraico, Dio aveva creato la terra; là Dio aveva piantato gli alberi dell´Eden: Adamo aveva peccato: Adamo era stato sepolto sotto la collina del Golgotha, e lavato e resuscitato dal sangue di Cristo che, goccia a goccia, cadeva dalla Croce: là Abramo aveva tentato di sacrificare Isacco: Salomone fondato il suo tempio: là era stata innalzata la Croce, e scavato il sepolcro. Là, infine, i morti sarebbero risorti, radunandosi nella nuova Gerusalemme celeste. Come dimenticarla? Come non volgere i passi verso di lei? «Se ti dimentico, Gerusalemme - diceva un Salmo - si dissecchi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se non penso più a te, se non metto Gerusalemme al culmine della mia gioia».

A Gerusalemme, tutto era sacro: perché ogni angolo di terra grondava di reliquie. In primo luogo, la Vera Croce, poi la pietra del Santo Sepolcro, le ciocche dei capelli della Vergine, il sangue di Cristo, i peli della barba di Cristo, la corona di spine, la lancia che spezzò il costato, le ossa di Stefano, i ciottoli raccolti nell´orto del Getsemani, le foglie d´ulivo del Monte, l´olio delle lampade del Santo Sepolcro, - e poi, molto più lontano, sulla strada verso l´Egitto, il balsamo miracoloso sceso dall´albero sotto il quale avevano sostato Giuseppe e Maria e il Bambino. Certo, queste reliquie dovevano produrre miracoli, guarigioni, esorcismi. Ma avevano un compito molto più importante: quello di sacralizzare il mondo, rendendo un doppio del cielo Gerusalemme e tutti i luoghi, a Costantinopoli, in Francia o in Italia o in Spagna, dove le reliquie venivano festosamente e trionfalmente disperse, intere o frantumate in ossicini, foglie o gocce.

Noi, che viviamo millesettecento anni dopo, ridiamo davanti alle sciocchezze dei nostri lontani antenati cristiani. Come? Non si accorgevano che tutte le reliquie erano dei falsi? Che la Vera Croce era un qualsiasi pezzo di legno acquistato dal boscaiolo? Che i ciottoli del Getsemani erano stati raccolti nel greto di casa? Che i peli della barba di Cristo venivano dal barbiere? Dubito molto che i nostri antenati cristiani, che leggevano i Vangeli, san Paolo e Platone mentre noi leggiamo Oriana Fallaci, fossero più sciocchi di noi. Non gli importava molto che le reliquie fossero o non fossero false, perché sapevano (come noi non sappiamo più) che l´immaginazione religiosa è così ricca e feconda che può trasformare un minimo pezzo di legno o una scheggia di pietra o una goccia di ribes nel più grande dei simboli.

Malgrado moltitudini di pellegrini arrivassero a Gerusalemme, il pellegrinaggio cristiano non aveva lo stesso rilievo di quello islamico alla Mecca, dove la Ka´ba, illuminata da una falce di luna, «assomiglia a una giovane sposa che si è tolta il velo e viene condotta in Paradiso circondata dagli ambasciatori». Molti padri della Chiesa, tra cui Gerolamo, Gregorio di Nissa e Agostino, erano contrari ai pellegrinaggi. «Non oserei chiudere l´onnipotenza di Dio in confini troppo stretti, oppure chiudere in una piccola località terrestre Colui che il cielo non può contenere». Ciò che importava - si sarebbe detto più tardi - era la peregrinatio animae. Gerusalemme sta dentro di noi: noi portiamo dentro il cuore l´immobile e mobilissimo centro del mondo: la Vera Croce, il Santo Sepolcro, la lancia che ferisce e guarisce, e persino le gocce del balsamo miracoloso scese dall´albero della Fuga in Egitto, sono immagini della nostra mente, che riproducono i luoghi irraggiungibili.

[* * *]

Passarono molti secoli. Nel febbraio 638, il califfo Omar conquistò Gerusalemme, penetrando in città sopra un cammello bianco e indossando i suoi abiti di tela rozza, tutta sudata e rappezzata, mentre i generali bizantini sconfitti ostentavano gli abiti più brillanti e sontuosi. La maggior parte della popolazione cristiana esultò, afflitta dall´imperiosissima teologia e dalla paurosa tassazione bizantina. I pellegrini continuarono a giungere, sebbene in numero minore. Alla fine del millennio, diventò califfo un pazzo sciita, Al-Hakim - uno dei pazzi che sopravvengono ogni tanto, come sinistre meteore, nella storia araba - : nel 1003 distrusse una chiesa, poi bruciò croci, perseguitò e lapidò ebrei e musulmani, proibì il Ramadan, e nel settembre 1009 ordinò di radere al suolo la Basilica della Resurrezione e fare a pezzi la roccia del Golgotha e il sepolcro di Gesù, del quale rimase intatto solo un frammento: infine proclamò di essere un´incarnazione di Allah, sostituendo il proprio nome al Suo nelle preghiere del venerdì. Una notte, nel 1021, uscì a cavallo dalla città verso il deserto, dove si perse per sempre.

Quattro anni prima dell´invasione cristiana, un viaggiatore spagnolo raccontò con quale fervore i dotti musulmani, ebrei e cristiani discutevano insieme le loro religioni, così simili, così dissimili. Tra i musulmani si diffuse una leggenda. Nel giorno del giudizio, la Mecca e la Ka´ba e la Pietra Nera, col suo piccolo punto brillante, avrebbero abbandonato il suolo dell´Arabia, discendendo lentamente vicino a Gerusalemme: come la chiamavano gli arabi, Al-Quds. Anche il Paradiso si sarebbe posato con dolcezza presso Gerusalemme: la terra aveva ormai un solo centro, per ebrei, cristiani e musulmani.

Nello stesso periodo, racconta Rodolfo il Glabro, un irrequieto e fuggiasco monaco cluniacense, i pellegrinaggi occidentali verso il sepolcro si moltiplicarono. «Era una folla immensa come mai nessuno prima d´allora aveva osato sperare. Vi andarono rappresentanti della bassa plebe poi delle classi medie, in seguito tutti i grandi, re conti marchesi vescovi e infine, come non era mai accaduto, molte donne della nobiltà insieme con altre più povere». Quelle moltitudini partivano per mare e per terra verso la Terrasanta, perché (Rodolfo il Glabro diceva) attendevano l´avvento dell´Anticristo. Come annuncia l´Apocalisse, un angelo aveva liberato Satana dall´abisso, dove era stato incatenato per mille anni. Ora Satana aveva preso il volto di Maometto: ingannava le nazioni di Gog e Magog e gli ebrei: assediava Gerusalemme, giungeva a sedersi nel tempio di Dio; finché un fuoco disceso dal cielo lo avrebbe gettato in uno stagno di fuoco e di zolfo per i secoli dei secoli. Allora scomparirà il mare, il sole e la luna. Discenderà dal cielo la città santa, la Gerusalemme celeste: con splendide mura di diaspro, un fiume di acqua viva, e l´albero della vita - l´albero del Paradiso terrestre del quale non abbiamo mai gustato il frutto.

Verso gli inizi dell´undicesimo secolo, nell´Europa occidentale si sviluppò l´idea della guerra santa, il gihad cristiano, che culminò nella prima crociata. Monaci, sacerdoti e papi immaginarono l´idea dei milites Christi: espressione fino allora dedicata ai monaci. Il miles Christi era il vero pellegrino: il nuovo popolo eletto che cercava la Terra Promessa, dove era scavato il sepolcro di Cristo; se moriva in battaglia, quali fossero i suoi peccati, veniva assunto in cielo, come gli antichi martiri della fede. Tutto gli era, in realtà, consentito: l´uccisione, il bottino, la spoliazione del nemico. Solo la Chiesa d´Oriente rifiutò tenacemente quest´idea. All´inizio della Canzone d´Antiochia, la guerra santa cristiana assume un aspetto particolarmente sinistro. Il poeta immagina che il buon ladrone, sulla croce, dice a Gesù: «Se sei Dio, vendicati di tutte le pene che questi perfidi giudei ti fanno subire». Cristo risponde che, sì, egli vuole, egli attende vendetta: ma questa vendetta dovrà attendere ancora mille anni, quando il suo popolo, «i guerrieri di Francia, i cavalieri famosi e i duchi, i principi, i signori, e tutti i baroni, verranno a vendicarlo con le loro spade e i loro spiedi aguzzi». La vendetta di Cristo! Parola orribile: mentre nei Vangeli le torture di Cristo facevano parte di un piano provvidenziale voluto da Dio, e il sangue e la morte di Gesù venivano riscattati dalla luminosa resurrezione.

I mille anni della vendetta attribuita a Cristo si compirono. Nel 1096, folle di pellegrini si misero in movimento. «Tutto l´Occidente - scrisse Anna Comnena, figlia dell´imperatore bizantino - e tutte le tribù barbare che si trovano oltre l´Adriatico e fino alle colonne d´Ercole si stanno muovendo tutte insieme attraverso l´Europa verso l´Asia, portando con sé l´intera famiglia». Li guidava Pietro l´Eremita, che raccontava alle folle di «una lettera caduta dal cielo»: cavalcava un asino a piedi nudi: aveva vestiti laceri e sporchi; la folla gli si schiacciava intorno e strappava i peli dell´asino come reliquie. I sacerdoti impugnavano lo scudo e la spada, divenendo, dicevano raccapricciando gli storici bizantini, «uomini di sangue». Le donne indossavano vesti da uomo: cavalcavano come maschi, stando «spudoratamente a cavalcioni». Tutti portavano palme e croci. Li accompagnavano (almeno nell´immaginazione) animali: sciami di cavallette, che divoravano le viti, rane, rospi, farfalle, uccelli, come se tutto il cosmo volesse redimere ed essere redento. Ogni tanto, apparivano nel cielo santi a cavallo: san Giorgio, san Demetrio, san Dionigi; e moltitudini di angeli su cavalli bianchi e preceduti da stendardi bianchi. Croci si imprimevano miracolosamente nei visi. I pellegrini rubavano, saccheggiavano, bruciavano; e quasi tutti vennero massacrati, dal re cristiano di Ungheria e dai Turchi in Anatolia.

Più tardi si mossero i nobili e i cavalieri, coi verdi elmi splendenti, le croci di seta e d´oro intessute sulle spalle e sui mantelli. La lunghissima marcia si arrestava, quando i crociati andavano in processione, confessavano i peccati, si comunicavano nel corpo e nel sangue di Cristo, distribuivano elemosine. Quando giunsero in Anatolia, ebbero una grande ammirazione per i loro avversari: i Turchi Selgiuchidi. Una leggenda faceva discendere franchi e turchi dalla medesima razza. Qualche volta, i franchi ebbero l´impressione che i turchi fossero i loro doppi: ne esaltavano la prodezza, il coraggio, la distinzione nel portamento, la straordinaria fierezza: quell´insieme di violenza e di follia così simile alla loro; e temevano l´abilità e le finte fughe della loro cavalleria. «Se fossero stati cristiani, sarebbero stati la più splendida delle razze». Tuttavia li massacrarono ferocemente: ad Antiochia trassero fuori dalle moschee i cadaveri dei soldati turchi e li gettarono in una fossa comune, dopo averne mozzato le teste «per conoscere il numero esatto dei nemici uccisi».

I crociati massacrarono soprattutto gli ebrei: dopo averli derubati, volevano costringerli a battezzarsi, giacché il battesimo degli ebrei era uno dei segni della fine dei tempi; ma gli ebrei della Renania rifiutarono, sgozzandosi gli uni cogli altri, in un olocausto sacrificale. Qualche decennio prima, un cronista aveva scritto: «Per consenso unanime i cristiani decisero di liberare radicalmente dai Giudei la loro terra e le loro città. Così essi vennero tutti presi in odio, espulsi dalle città, talora trafitti con la spada, talaltra affogati nei fiumi o uccisi in diverse maniere: alcuni giunsero a togliersi la vita con vari mezzi. Dopo quella giusta vendetta ben pochi ne rimasero nel mondo latino». Questa era, dunque, la giusta vendetta, che nella Canzone di Antiochia Gesù aveva annunciato mille anni prima al buon ladrone.

Il venerdì 15 luglio 1099, i Crociati entrarono a Gerusalemme. Era - dissero - lo stesso momento nel quale «Gesù Cristo nostro Signore accettò di subire per noi il tormento della Croce». Per qualche ora avevano atteso fuori dalle mura, piangendo di commozione e di gioia: da lontano il Tempio mandava luce; finché lo spettro di un soldato sconosciuto, secondo una cronaca provenzale, apparve sul Monte degli Ulivi, incoraggiando i Crociati. Il massacro non ebbe limiti, come mille anni prima durante la distruzione del Tempio ebraico di Gerusalemme da parte dei Romani. Sebbene Tancredi d´Altavilla avesse promesso la sua protezione, circa diecimila persone, fuggite sul tetto della moschea di Omar, furono uccise. Tutte le piazze erano piene di cadaveri. Non si poteva camminare per le strade senza calpestare corpi. Gli ebrei furono arsi vivi nelle sinagoghe: o venduti schiavi in Italia. «Se dirò la verità - scrisse Raymond d´Aguiles - essa supererà la vostra capacità di credere. E quindi vi basti questo: nel Tempio e nel portico di Salomone si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia e alle briglia. Senza dubbio, fu una punizione divina giusta e splendida il fatto che questo luogo fosse riempito del sangue dei non credenti, poiché per tanto tempo aveva sofferto dei loro atti empi». Poi i crociati si lavarono le membra, cancellarono il sangue che la vendetta aveva richiesto, ed andarono al Santo Sepolcro. Dopo le distruzioni di Al-Hakim, era rimasta solo una parte della grotta scavata da Giuseppe d´Arimatea, o costruita da Costantino. Non vi lasciarono «polvere, pagliuzze, sporcizia o ramoscelli o putridume», mentre piangevano di gioia recitando l´ufficio della Resurrezione.

Cinque mesi dopo, quando Fulcherio di Chartres arrivò a Gerusalemme per le feste di Natale, molti cadaveri erano ancora sparsi per le piazze e le strade della città. Incostanti e volubili come sempre, i crociati si erano annoiati: non avevano avuto voglia di raccogliere tutti i corpi e di bruciarli in un grande rogo. La città, che aveva avuto quasi centomila abitanti, era vuota: poche centinaia di ombre atterrite si aggiravano per le strade, dove qualche decennio prima gli ebrei, i cristiani e i musulmani avevano cercato di fondere la Gerusalemme d´oro, di rame e di luce. Un fetore intollerabile di putrefazione prese Fulcherio di Chartres alla gola, mentre penetrava nelle chiese e nelle moschee.

Poi il fetore scomparve. La città si ripopolò sotto il regno dell´intelligente Baldovino I, fratello di Goffredo di Buglione, sebbene né ebrei né musulmani potessero stabilirsi dietro le mura. Gli abitanti del regno latino di Gerusalemme non furono molti: mai più di centoquarantamila persone, divisi in una lunga fascia di terra lungo il mare, e circondati da milioni di arabi e di turchi. Per lo più venivano dalla Francia. Appartenevano alla piccola nobiltà: non amavano che i grandi feudatari si stabilissero in Terrasanta; e non erano colti, nemmeno i prelati, colle loro vesti sontuose, che indignavano i severi monaci d´Occidente. A poco a poco, si integrarono. Nacque una razza nuova, i franchi d´Outremer. «Noi che eravamo occidentali - scrisse l´incantevole Fulcherio di Chartres - ora siamo orientali. Chi era romano o francese, in questa terra è divenuto galileo o palestinese. Chi era di Roma o di Chartres è ora diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Abbiamo già dimenticato i luoghi in cui siamo nati: molti di noi non li conoscono neppure o non ne hanno mai sentito parlare». Amavano gli strani uccelli d´Oriente, e i corpi leggeri, dorati e lo spirito vivace degli arabi li attraevano, forse, più dei grandi corpi robusti dei guerrieri e delle dame del Nord. Sposarono siriane, armene o perfino arabe, purché queste ultime «avessero ricevuto la grazia del battesimo». Secondo un viaggiatore arabo, Ibn Jubayr, trattavano i contadini del luogo assai meglio degli antichi padroni musulmani.

Costruirono case ricche, mentre nel nord della Francia la vita era semplice e austera: con tappeti e tappezzeria damascata, tavole e scrigni elegantemente intagliati e intarsiati, biancherie immacolate, servizi d´oro e d´argento, porcellane cinesi. Portavano abiti orientali: il burnus di seta, il turbante, il kefieh arabo sull´elmo: le donne il velo e la giacca corta, ricamata da fili d´oro e pietre preziose. Impararono a fare il bagno, consolando le narici una volta disgustate degli arabi. Col soccorso di artigiani bizantini, siriaci ed arabi, ornarono di mosaici i loro palazzi. Quando un inviato dell´imperatore romano-germanico scese a Beirut, ammirò il pavimento marmoreo di una casa, che pareva mosso da una brezza leggera: ebbe l´impressione di sentire sotto i piedi la sabbia del mare. Il soffitto era dipinto coi colori del cielo: sembrava di vedere le nuvole vaganti, il soffio dello zefiro e i pianeti in movimento. La piscina, intarsiata con pietre di varii colori, rappresentava innumerevoli fiori, che si dissolvevano davanti allo sguardo appena li si fissava con attenzione. Né i franchi né l´inviato tedesco sapevano dove abitavano: quella era Grecia e Roma ellenistica, Pompei, rinate sotto l´ombra di Cristo.

Malgrado queste squisitezze arabo-classiche, i franchi non dimenticavano di vivere nei luoghi della Bibbia: immersi nei colori e nei profumi e nelle montagne e nel verde dei libri sacri. Tutto era Bibbia: Bibbia ebraica, cristiana, islamica, fuse in un paesaggio solo. C´erano le grandi tombe ebraiche: le sepolture di Abramo e di Sara, di Rebecca, Giacobbe e Lea, Giona e Jetro, della famiglia regale di Davide; e la sinagoga di Mosé, il palazzo di Salomone, i magazzini di Giuseppe, le stalle di Assalonne, la fontana di Sara. C´era - l´avevano appena ritrovato - il luogo dove Pietro aveva tradito tre volte Gesù: avevano costruito una chiesa, quella di Pietro in Gallicantu: c´era la pietra dove era caduta una goccia del latte di Maria mentre allattava Gesù; il calice verde dell´ultima cena che poi aveva raccolto il sangue sgorgato dal costato del Signore. E poi c´era la Bibbia secondo l´Islam: le vestigia del tronco di palma, dove Maria ebbe le doglie del parto; la moschea sotterranea dove era nato Gesù, con l´impronta delle dita di Maria nella pietra. Come distinguere, come scegliere tra quei luoghi che a volte si contraddicevano? Quali erano i luoghi veramente cristiani? Qualcuno dei franchi, che abitava da più tempo la Terrasanta, pensò che non si poteva, non si doveva scegliere. Tutto profumava di Bibbia, anche i pensieri.

(1 - continua)

chiarezza d'idee:fascismo = antifascismo...

Repubblica 21.5.04

L'AMACA

di MICHELE SERRA
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La commissione Difesa del Senato ha stabilito che i soldati della Repubblica Sociale vanno considerati "militari belligeranti", alla stessa stregua dei militari dell´esercito badogliano. È un ulteriore passo verso l´equiparazione storica (e magari pensionistica, chissà) tra gli italiani che combatterono per la libertà e la democrazia e quelli che combatterono per difendere Mussolini e Hitler fino allo stremo.

In termini politici, ovviamente, ognuno può pensarla come preferisce. C´è anche chi - ancora oggi - è convinto che Salò fu un´onorevole ridotta dell´orgoglio patrio, e se sessant´anni non gli sono bastati a cambiare idea è inutile sprecare fiato. Ma in termini logici, il riconoscimento che questa democrazia concede a chi si batté contro la sua stessa nascita è totalmente grottesco. Perché un conto è il rispetto per chiunque abbia rischiato la pelle, o l´abbia lasciata, sul campo arroventato della seconda guerra e dintorni. Ben altro è la legittimazione politica e istituzionale della scelta filonazista di un manipolo di italiani, frontalmente opposta a quella dei militari regolari e dei partigiani che fecero la guerra per la democrazia. Sia eccesso di magnanimità o faziosa fregola di revisione storica, è in ogni modo l´ennesimo e pessimo gesto di svuotamento dell´identità e della dignità della Repubblica fu-antifascista

superiorità dell'«american way of life»:offerta speciale...

Le Scienze Ed it. dello Sientific American 20.05.04

Povertà e tumori

Un reddito basso sembra essere un fattore di rischio per i tumori cerebrali






Secondo uno studio pubblicato sul numero del 25 maggio della rivista "Neurology", le persone con redditi bassi hanno maggior probabilità di sviluppare un tumore del cervello. I ricercatori, guidati da Paula Sherwood della Michigan State University, hanno confrontato il tasso di tumori del cervello fra le persone che guadagnano di meno (ovvero quelle iscritte negli elenchi di Medicaid, un programma governativo che fornisce assistenza medica ai cittadini con un reddito basso) con quello generale dello stato del Michigan. La ricerca è stata condotta identificando tutti i nuovi casi di tumore del cervello che si sono verificati nel corso di un periodo di due anni nello stato del Michigan, escludendo quelli che riguardavano pazienti sotto i 25 anni e sopra gli 84 anni. In totale sono stati studiati 1.006 casi.

Il tasso generale di tumori del cervello è stato di 8,1 casi ogni 100.000 persone. Fra i lavoratori con reddito basso, si sono verificati 14,2 casi ogni 100.000 persone, contro soli 7,5 casi ogni 100.000 persone per tutti gli altri. La differenza è risultata maggiore fra i giovani. Gli uomini con reddito basso sotto i 44 anni di età sarebbero almeno quattro volte più a rischio di sviluppare un tumore rispetto a quelli con stipendi più elevati. Per le donne, il rischio è superiore di 2,6 volte.

Le ragioni di questi risultati non sono chiare, anche se i ricercatori sospettano che la povertà possa accelerare l'insorgere di tumori nelle persone già biologicamente predisposte a svilupparli. "Uno stato sociale di basso livello - spiega Sherwood - è anche associato a fattori ambientali come l'esposizione alle tossine o la qualità della nutrizione".



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giovedì 20 maggio 2004

Emanuele Severino:«utopia ed eresia»

Corriere della Sera 20.5.04

ELZEVIRO

Da Moro a Campanella

Utopia ed eresia

di EMANUELE SEVERINO




Come titolo del convegno di Cosenza il teatro «Franco Parenti» di Andrée Ruth Shammah ha giustamente proposto «Utopia ed Eresia». Vengono evocati Telesio, Bruno, Campanella e, ancor prima, Gioacchino da Fiore. L’intreccio delle due parole è però ancora più profondo (e più ambiguo) di quello, già grandioso, che nel Rinascimento le ha unite. Già la parola «eresia» sorprende. Usata nella cultura cristiana per indicare una dottrina che si allontana dalla predicazione apostolica, «eresia» ( hàiresis ) è parola costruita sul verbo hairèin, che nell’antica lingua greca significa «prendere una cosa trattenendola nel proprio ambito e, quindi, togliendola via dal luogo in cui si trovava, sì che questo prendere è uno scegliere , avendo la forza di mandare a effetto ciò che è scelto». Per il cristianesimo l’«eresia» è la scelta con cui si toglie via, alterandola, una cosa che appartiene al messaggio autentico di Gesù. Ma, già prima di questo messaggio, gli uomini vivono per millenni nel mondo del mito, che domina e regola la loro esistenza. E sei secoli prima di Cristo il popolo greco, per la prima volta, prende le cose del mondo, togliendole via dal loro essere interpretate dal mito e le trattiene all’interno di una «sapienza» che non intende imporsi come abitudine sociale e istinto, ma per la sua «verità», cioè per l’impossibilità di essere negata dalla mente dell’uomo. La «scelta» di questa sapienza, che è libera da tutto ciò che non sia la verità, è l’«eresia» da cui nasce la civiltà occidentale e che ben presto prende il nome di «filosofia». La verità si impadronisce delle cose .

La filosofia è l’eresia originaria. Il Rinascimento ripropone, rispetto al mito cristiano, l’atteggiamento originario della filosofia. Telesio, Bruno, Campanella sono appunto accusati di «eresia» e la società cristiana prende posizione rispetto a essi in modo analogo a quello in cui la democrazia ateniese, ancora avvolta dal mito, condanna Socrate. Muoiono, Socrate e Bruno, per aver «scelto» di farsi guidare non dal mito, ma dalla verità.

Anche Tommaso Moro viene ucciso per lo stesso motivo. Egli è un santo della Chiesa cattolica. Ma la sua opera più celebre è intitolata Utopia - una parola da lui coniata per indicare che gli Stati esistenti, in particolare quello inglese, non sono ancora guidati dalla verità quale appare all’interno della sapienza filosofica. Solo se le leggi che guidano lo Stato sono leggi della verità, lo Stato può esistere realmente e non in apparenza. Stati apparenti quelli che appaiono nella storia. Non Stati, ma instabilità . Come stabilità resa possibile dalla verità, lo Stato, ancora, non esiste, non ha ancora luogo, è ancora «senza luogo». Tommaso Moro vuole esprimere in greco questo concetto e conia la parola «utopia», che egli ottiene unendo due parole dell’antica lingua greca: ou («non») e tòpos («luogo»). «Utopia» è il non aver ancora luogo, da parte della stabilità del vero Stato.

Anche Campanella e lo stesso Bruno procedono nella direzione di Tommaso Moro. Ma tutti insieme guardano e ripropongono il modo in cui il pensiero greco - sin dal suo inizio, e, nelle forme più splendenti e potenti, con Platone - intende il rapporto tra la verità e lo Stato. La vera potenza e stabilità dello Stato richiedono che esso - la pòlis - sia guidato dalla verità, non dai miti e dalle fedi, come invece di fatto accade, e che dunque l’essenziale «eresia» della filosofia, in cui la verità si manifesta, sia insieme la sua essenziale «utopia». Questo, l’intreccio profondo di eresia, utopia, filosofia. Scegliendo la verità come luce delle cose , ci si propone di dare un luogo, cioè di realizzare le cose della verità .

In questo intreccio, l’utopia non ha nulla a che vedere con la fantasia irrealizzabile. Si può dire che le stelle non si trovano in mezzo alle onde e alla sabbia - che tra le onde e la sabbia non c’è un luogo per le stelle - e che, tuttavia, la loro luce guida naviganti e carovane. Si può dirlo. Ma in questo modo si perde di vista che la «Repubblica» di Platone - la res publica, la «cosa pubblica» -, lungi dall’esser rimasta «senza luogo», semplice fantasia irrealizzabile di un «filosofo», è divenuta invece la grande Pòlis in cui l’Occidente, e ormai l’intero Pianeta, consiste. Nell’eresia-utopia della filosofia viene alla luce, una volta per tutte, il senso della parola più semplice ed essenziale - e più terribile - il senso presente in ogni luogo, il luogo di ogni luogo, il tòpos più decisivo per ogni pensiero e per ogni agire dell’Occidente: il senso della «cosa». La «cosa» è ciò di cui ci si impadronisce per dominarla. Non dunque «la guerra è madre di tutte le cose» come dice Eraclito, ma «la cosa è la madre di tutte le guerre».

il valore di uno psicologo

Virgilio News 20/05/2004 - Ansa delle13:50

Una pagella allo psicologo per capire se e' affidabile

Ordine di categoria studia un modulo per valutare terapeuta




(ANSA) - ROMA, 19 MAG - Arrivera' presto la pagella dello psicologo per capire in che mani siamo. E' l'idea di un gruppo di lavoro dell'Ordine degli psicologi. Il giudizio questa volta a darlo saranno i pazienti. Rispetto della privacy, trasparenza sui titoli di studio e tariffario chiaro saranno tra gli elementi da tenere in considerazione. In un primo momento la check list sara' sperimentata solo in alcuni studi, poi verra' estesa a livello nazionale.

copyright @ 2004 ANSA

«disfunzione erettile»

La Gazzetta del Sud 20.5.04

LA PILLOLA DELL'AMORE

L'identikit dell'italiano con disfunzione erettile

Sposato e sovrappeso




MILANO – Ha 52 anni, è sposato, sovrappeso, fuma e beve moderatamente l'italiano medio con disfunzione erettile che utilizza le pillole dell'amore. Lo ha fotografato la prima indagine epidemiologica di questi tipo, eseguita su 527 pazienti seguiti per 12 settimane da 70 Centri distribuiti in tutto il territorio nazionale, dalla Val d'Aosta alla Sicilia. I dati finali sono stati resi noti ieri a Milano dall'urologo Vincenzo Mirone (Università Federico II di Napoli) durante un incontro con i giornalisti promosso da Bayer in occasione del milione di pillole di Vardenafil vendute, a un anno dal lancio della pillola arancione, contro la disfunzione erettile (DE). «Per la prima volta – ha detto Mirone – abbiamo uno spaccato certo dei 500 mila utilizzatori italiani (la stima è di circa 3 milioni di soggetti con DE) delle pillole dell'amore. Tra essi l'età media è di 51,8 anni, il 78,7% è sposato, ha un peso medio di 80 chili per una statura di 1,73 (quindi è sovrappeso, quando non obeso) e il 70% ha un'altra malattia concomitante e tra queste, il 30% è il diabete e il 25% l'ipertensione». Sono dati, secondo Mirone, che la dicono lunga sul tipo di malattia che è la DE: «Sfatano, innanzitutto – ha rilevato l'urologo – il fatto che sia un disturbo degli anziani. Oggi, 52 anni è un'età relativamente giovane, rispetto ai limiti di durata media della vita. E danno anche altre informazioni, quali il ruolo giocato dalla condizione di sovrappeso o obesità». Un altro elemento molto importante, secondo Mirone, è il fatto che il tempo di diagnosi medio è di 1,1 anni, ad almeno 2-3 anni dal momento dell'esordio della malattia. «Al di là del fatto che si tratta di un tempo di diagnosi estremamente lungo se confrontato a qualunque diagnosi ginecologica femminile, che ha un tempo medio di 2-3 mesi – ha commentato ancora l'urologo napoletano – i 2-3 anni dall'esordio della malattia significano che c'è un autoriconoscimento della DE ancora molto difficoltoso». La concomitanza frequente con diabete e ipertensione, poi, non fa che confermare il fatto che nella grande maggioranza dei casi, la disfunzione erettile è la spia di altre malattie. «In particolare – ha osservato Mirone – questo studio ha finalmente dato delle certezze sulla natura del disturbo: 10 anni fa si pensava che fosse un problema della mente, 5 anni fa si è riconosciuto che era un problema del corpo, oggi si sa che nella maggior parte dei casi è un problema misto. Infatti, dallo studio è emerso che nel 22,7% dei casi la DE è problema organico, nel 21,9 psicogeno, ma nel 55,3% ha una causa in parte organica e in parte psicogena». La persona con disfunzione erettile, nel 54,7% dei casi beve moderatamente alcolici e nella stessa identica percentuale fuma. Due dati che confermano quanto già si sapeva, cioè che amore non va d'accordo con alcol e che la nicotina, vasocostrittore, chiude le arterie che portano sangue al pene. Nel campione esaminato, inoltre, l'86,9% ha denunciato problemi nel riuscire a mantenere un'erezione sufficiente per tutta la durata del rapporto sessuale, e il 73,8% nell'avere un'erezione troppo debole per la penetrazione. Solo il 20,7% accusava eiaculazione precoce, dimostrando che questo è un problema completamente a parte, non attinente con la DE.

mercoledì 19 maggio 2004

AULA MAGNADEL 15 MAGGIO 2004

LA REGISTRAZIONE DELL'AULA MAGNA

DEL 15 MAGGIO 2004




È DISPONIBILE SUL SITO DI


MAWIVIDEO.IT



DALLA LIBRERIA AMORE E PSICHE

Vi informiamo che

l’intervista a Massimo Fagioli

che è andata in onda su Sky lo scorso Venerdì 14 maggio

è disponibile, per la visione, qui in libreria.



Sono inoltre in vendita

gli atti dell’Aula Magna del 24 Aprile 2004



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A FIRENZE

gli Atti dell'Aula Magna del 24 Aprile

sono in vendita, come sempre,

da STRATAGEMMA

MASSIMO FAGIOLIL'INTERVISTA DI VENERDI SERA SU "A SCHIENA DRITTA"

l'intervista di Giancarlo Santalmassi a



MASSIMO FAGIOLI



registrata venerdì 7 maggio e trasmessa via satellite da NESSUNO TV Venerdì 14 maggio



È ADESSO VISIBILE ANCHE SU INTERNET

negli Archivi di "A SCHIENA DRITTA"


COLLEGANDOSI A QUESTA PAGINA:



http://www.nessuno.tv/site/it/aschienadritta/archivio_puntate2.asp



E, INDIVIDUATA LA PUNTATA IN QUESTIONE, CLICCANDO SU "GUARDA LA PUNTATA"

MARCO BELLOCCHIOSU INTERNET

È POSSIBILE VEDERE SU INTERNET

LA REGISTRAZIONE AUDIO VIDEO DELLA PUNTATA DELL'11 MAGGIO di "A SCHIENA DRITTA"


CON L'INTERVISTA DI SANTALMASSI A MARCO BELLOCCHIO

COLLEGANDOSI A QUESTA PAGINA:



http://www.nessuno.tv/site/it/aschienadritta/archivio_puntate2.asp



E, INDIVIDUATA LA PUNTATA IN QUESTIONE, CLICCANDO SU "GUARDA LA PUNTATA"

secondo Le Scienze:lo sviluppo della corteccia

Le Scienze 18.5.04

Immagini del cervello che matura

La MRI mostra graficamente le fasi del normale sviluppo cerebrale




Un nuovo studio ha rivelato graficamente che il centro cerebrale del ragionamento e della risoluzione dei problemi è fra le ultime parti del cervello a maturare. I ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti e dell'Università della California di Los Angeles (UCLA) hanno usato tecniche di risonanza magnetica (MRI) per analizzare il normale sviluppo del cervello, dall'età di 4 anni a quella di 21 anni, mostrando che i centri cerebrale di "ordine più elevato", come la corteccia prefrontale, non si sviluppano completamente fino all'età adulta.

Un filmato in 3-D che comprime in pochi secondi 15 anni di maturazione di un cervello umano, da 5 a 20 anni, mostra che la materia grigia - il tessuto attivo della corteccia cerebrale - diminuisce gradualmente, rispecchiando la potatura delle conessioni neuronali non utilizzate durante gli anni dell'infanzia. Le aree della corteccia si vedono maturare man mano che si verificano importanti sviluppi cognitivi e funzionali. La sequenza della maturazione, secondo i ricercatori, è più o meno parallela all'evoluzione del cervello dei mammiferi. Lo studio di Nitin Gogtay, Judith Rapoport, Paul Thompson e Arthur Toga è stato pubblicato online sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences".



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martedì 18 maggio 2004

brevi dal web: di tutti i colori

ricevute da P. Cancellieri



Yahoo! Notizie Lunedì 17 Maggio 2004, 18:22

Psicofarmaci: Usa, Esplode Spesa Per Bambini e Adolescenti




Milano, 17 mag. (Adnkronos Salute) - Esplode negli Stati Uniti la spesa per stimolanti e antidepressivi destinati al trattamento di giovani e giovanissimi. Secondo un nuovo studio, pubblicato oggi, tra il 2000 e il 2003 c'e' stata un'impennata del 77% nelle spese per farmaci mirati a curare problemi come iperattivita' o depressione. Lo testimoniano i dati raccolti su un campione di 300 mila bambini e ragazzi americani 'under 19', esaminati dalla Medco Health Solutions. I ricercatori hanno monitorato le ricette di questi farmaci, registrando un aumento di spesa, passata da 3,6 milioni di dollari a 6,4. Un trend controverso, ma in crescente aumento. Circa il 5% dei bambini coinvolti nella ricerca prendeva uno o piu' farmaci psichiatrici, e la crescita maggiore e' stata registrata dai medicinali per curare la sindrome da iperattivita' e deficit di attenzione (Adhd). Inoltre e' aumentata notevolmente anche la spesa per il trattamento di bambini di 4 anni. Dati significativi anche per i costi delle terapie per l'autismo e la depressione. (Mal/Adnkronos Salute)



Virgilio Notizie 18/05/2004 - 09:28

Sindrome affettiva stagionale, un aiuto dalle patate




Se cotte al vapore mantengono sostanze preziose

(ANSA) - SYDNEY, 18 MAG - Le patate cotte al vapore possono aiutare a combattere la sindrome affettiva stagionale, disturbo che si manifesta con la depressione.La cottura al vapore, dice la ricerca australiana, rende possibile una piu' alta ritenzione di aminoacidi. Il momento migliore per mangiare le patate cotte al vapore e' 3 ore dopo un pasto di proteine. Anche broccoli, pasta, riso integrale sono alcuni alimenti che aiutano la depressione, insieme ad una rete sociale di supporto e all'esposizione al sole.

copyright @ 2004 ANSA



sestopotere.com 17/5/2004 18:02

BAMBINI TROPPO VIVACI? CONVEGNO A CESENA




(Sesto Potere) - Cesena - 17 maggio 2004 - Un Convegno sull’iperattività infantile, tecnicamente chiamata Disturbo da Deficit dell’Attenzione ed Iperattività (ADHD), organizzato dall’Unità Operativa Neuropsichiatria Infantile dell’Azienda USL di Cesena, diretta dal Dott. Francesco Ciotti, in collaborazione con la Facoltà di Psicologia, in programma per domani martedì 18 Maggio 2004 alle ore 15 presso l’Aula Magna dell’Istituto Comandini di Cesena, in Via Boscone 200.

La sindrome del bambino iperattivo con disturbo di attenzione è una patologia psichiatrica, altamente diffusa anche nel nostro Paese. Essa si manifesta in età prescolare, condizionando lo sviluppo del bambino anche nelle successive fasi evolutive. In questi casi, i bambini appaiono costantemente distratti, evitano di svolgere attività che richiedano attenzione per i particolari o abilità organizzative, non riescono a concentrarsi e a mantenere l’attenzione a scuola, a casa o nel gioco. Non riescono a stare fermi, passano costantemente da un’attività all’altra senza concentrarsi mai su nessuna, difficilmente rispettano il loro turno in situazioni di gioco e/o di gruppo, non riescono cioè a controllare la loro impulsività nel parlare e nel muoversi.

Ci si trova di fronte, quindi, a bambini con grandi difficoltà di comportamento e di apprendimento scolastico e ciò mette in crisi sia i genitori che gli insegnanti. In questi casi, diagnosi e cura sono procedure complesse che richiedono grande competenza e professionalità. In particolare, il trattamento con psicofarmaci è quanto mai delicato da prescrivere e da controllare, anche da parte dei medici, specializzati nel trattamento di questo disturbo.

Il Convegno vedrà la partecipazione di uno dei maggiori esperti americani in iperattività infantile: William B. Carey, medico consultant presso l’Ospedale Pediatrico di Philadelfia ed autore di questionari, studiati specificatamente per l’individuazione del Disturbo da Deficit dell’Attenzione ed Iperattività.

Il Dottor Carey esporrà la sua relazione in italiano, ponendo soprattutto l’attenzione sulle difficoltà che incontrano i genitori e gli educatori di fronte ad un bambino iperattivo.(Sesto Potere)



Il Mattino martedi 18 maggio 2004

Svelati i segreti del cervello

di ROSSELLA GENTILE




Bambini e adolescenti a volte fanno cose ”senza cervello”? Come biasimarli, ora che le prime immagini tridimensionali dello sviluppo del cervello mostrano che i centri del ragionamento superiore, localizzati nella corteccia, si sviluppano molto tardi nella vita di un individuo, ossia nella prima fase dell’età adulta. Lo studio, condotto negli Stati Uniti, è pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas. Per dieci anni l’evoluzione del cervello in 13 ragazzi sani è stata osservata e «fotografata» utilizzando una tecnica non invasiva come la risonanza magnetica funzionale per immagini.

Il lavoro, frutto della collaborazione tra l’Istituto nazionale per la salute mentale degli Stati Uniti (Nimh) e l’università della California a Los Angeles (Ucla), ha portato così a ottenere il primo vero e proprio filmato dello sviluppo del cervello. Le immagini raccolte negli anni sono state montate in un’unica sequenza veloce e spettacolare, che nell’arco di pochi minuti riassume ciò che accade nel cervello in anni e anni di crescita. I ricercatori, guidati da Judith Rapoport, ritengono che conoscere in dettaglio tempi e modi dello sviluppo del cervello non soltanto aiuterà a studiarne il processo di maturazione con un dettaglio senza precedenti, ma che potrebbe aiutare a comprendere le cause di alcune malattie neurologiche, come la schizofrenia o l’autismo, e a scoprirne precocemente i segni nel corso della maturazione del sistema nervoso centrale.

La materia grigia. Si forma un addensamento di materia grigia, ossia il tessuto destinato a formare la corteccia cerebrale. Questo stesso tessuto viene in parte riassorbito grazie a un complicato lavoro di scultura del sistema nervoso, nel quale le cellule sono spinte al suicidio dal processo della morte cellulare programmata (apoptosi). Grazie alla morte cellulare programmata, la materia grigia assume una forma definita e ed è così in grado di cominciare a funzionare. Il processo di scultura della materia grigia porta gradualmente a emergere zone più definite, che corrispondono alle aree destinate a controllare funzioni di base come quelle relative alla percezione sensoriale e al movimento. Queste aree corrispondono all’estremità della zona frontale e di quella posteriore.

L’orientamento. Sempre grazie al processo di scultura, nei lobi parietali si sviluppano le aree destinate a controllare il linguaggio e l’orientamento spaziale. Solo molto più tardi nella vita di un individuo, all’inizio della fase adulta, si forma la corteccia prefrontale, ossia l’area che controlla le funzioni cognitive superiori, come il ragionamento e la capacità di elaborazione.

Malattie neurologiche. Confrontando i nuovi elementi forniti dal film con i dati ottenuti da studi condotti in precedenza su individui malati, i ricercatori hanno individuato cospicue differenze nello sviluppo cerebrale di pazienti con malattie neurologiche come la schizofrenia e l’autismo. Nella schizofrenia, per esempio, si verifica un eccessivo riassorbimento di materia grigia prima della pubertà, mentre nei soggetti autistici la materia grigia non viene riassorbita in modo adeguato. Potrebbe essere dunque questo un importante passo in avanti per individuare anche possibili rimedi per una malattia che colpisce milioni di bambini nel mondo e per la quale non sono stati ancora individuati rimedi risolutivi ma soltanto di supporto, come piscoterapia e psicofarmaci.

storia:le streghe nel Comasco

La Provincia di Como 18.5.04

STORIA

L'antica diocesi vide una «caccia» tra le più accanite e feroci COMO non perdonava le povere STREGHE

di Sara Cerrato




Como e la sua antica diocesi "terra d'elezione" per una caccia alle streghe tra le più accanite e feroci che la storia moderna d'Occidente ricordi. È questo il dato, sorprendente per i più, che emerge dagli atti di Streghe, diavoli e sibille, il convegno svoltosi a Como, il 18 e 19 maggio del 2001, ad approfondimento dell'importante mostra omonima allestita, al museo Giovio, tra marzo e giugno dello stesso anno. Il volume, recentemente edito dal Comune di Como Cultura Musei e Biblioteca, con Nodo Libri, fornisce un'interessante carrellata di saggi di studiosi italiani, che affrontano sotto molteplici aspetti, la storia delle "streghe" e delle persecuzioni terribili cui furono sottoposte. e parliamo con Paolo Portone, studioso e autore di numerose pubblicazioni. Portone, negli atti, ha curato il saggio Alcuni documenti inediti del Sant'Uffizio sulla caccia alle streghe nell'antica diocesi di Como durante il XVII secolo. L'esperto ha una predilezione per il nostro territorio, visto che già per la laurea, in Lettere moderne a La Sapienza di Roma, nell'84, discusse una tesi sulla persecuzione contro le streghe nella diocesi di Como. Professor Portone, dal suo intervento, si coglie come, nel XVII, secolo l'area della Lombardia e del Canton Ticino abbiano conosciuto una grave recrudescenza della persecuzione delle donne accusate di stregoneria. I persecutori furono attivissimi nel Comasco. Perché? Occorre fare un passo indietro. Como e il suo territorio dai secoli più remoti erano considerati luoghi di transito e passaggio. Più tardi, nel basso Medioevo, si assiste allo sviluppo potente di una cultura urbana e paleoborghese. Il fenomeno si riflette nella rappresentazione della religione che diventa più razionale e basata su una concezione positiva dell'uomo. Cosa c'entra questo con le streghe? In contrasto con questa religione "razionale" di stampo rinascimentale troviamo però, soprattutto nelle zone più impervie e lontane della diocesi, sacche di arcaico che permane. Si crea così una vera e propria "differenza di potenziale" che genera contrasto. Quindi, la tesi è che proprio nel momento di maggior splendore rinascimentale e come conseguenza di questa stagione, si scatenò la caccia alle streghe? È questa, in effetti, la teoria che ormai ha preso piede tra gli esperti in Europa. Per tutto il Medioevo, al contrario di quanto si crede comunemente, la stregoneria non viene perseguitata in modo sistematico. Esiste certo questo fenomeno, ma l'atteggiamento della Chiesa è sostanzialmente tollerante. Nel Canon Episcopi si scrive che le donne devote a Diana (antesignane delle streghe), fossero delle povere illuse, superstiziose. Questo dipende dalla contaminazione dell'ortodossia ufficiale con la religiosità popolare, a sua volta retaggio della civiltà morente dei "pagi". Cosa accade poi con il fiorire del Rinascimento? Il trasformarsi del rapporto con la religiosità fa in modo che la Chiesa guardi con occhi diversi i riti collettivi e popolari prima tollerati. Una fede ora individualistica e razionale (che per di più mette al centro l'uomo e emargina ancora di più la donna, custode dei segreti della natura e della creazione), porta all'intolleranza, e alla scelta di punire riti fuori dalla liturgia ufficiale. Nel pieno dell'era di Brunelleschi, Michelangelo, Leonardo da Vinci, si vive quindi una dimensione parallela oscura e antirinascimentale? Esattamente. È quello che si potrebbe chiamare il "buio della ragione" o l'ambiguo volto della modernità. Il tentativo di superare le incrostazioni pagane, che poterà anche al fenomeno della Riforma protestante, pone nel mirino la superstizione. Questo avviene anche a Como, che tra XIII e XIV secolo era in pieno sviluppo. Sulle montagne del lago e sulla linea dell'attuale confine italo - elvetico permanevano invece zone depresse e questo contrasto generò la virulenza. Nel XVI secolo il demonologo e inquisitore comasco Bernardo Rategno affermava che Como era già da un secolo e mezzo impegnata nella lotta contro le streghe. Ci sono documenti che dimostrano come a quest'epoca il fenomeno fosse incipiente in tutta la Lombardia. A Milano nel 1390 viene celebrato un processo a Sant'Eustorgio (luogo privilegiato a Milano per questi tristi atti giudiziari). Imputate sono due povere donne, Sibilla e Pierina. Prima vengono arrestate e rilasciate, avendo affermato di partecipare ad un "gioco" non sacrilego. Catturate una seconda volta, vengono torturate e non a caso, da qui compare sulla scena il "diavolo" che le corteggia e diventa loro amante. La sorte è il rogo. Da qui inizia quella che con una definizione esatta è stata identificata come la "fabbrica della strega", un terrificante processo di costruzione giuridica e teologica in cui il demonologo costruisce e l'inquisitore ratifica. Non a caso, nel XV secolo, viene pubblicato il Malleus Maleficarum scritto da due demonologhi inquisitori incaricati dal papa Innocenzo VIII di estirpare la piaga delle streghe in Renania. Cambia l'immagine della strega, rispetto al medioevo? Totalmente. Da illusa superstiziosa, la strega diventa la "quinta colonna del demonio". Personalmente ho una certa difficoltà a definire streghe delle povere donne che a vario titolo, ma sempre innocenti, caddero sotto una persecuzione crudele. Arriviamo dunque al XVII secolo. Lei ha studiato documenti inediti del Sant'Uffizio relativi a Como. Cosa ne è emerso? Va detto che in questo periodo abbiamo una forte differenza tra la zona comasca del territorio, dove la caccia alle streghe era gestita dall'inquisizione e la zona svizzera dove il braccio secolare passava dal clero al braccio secolare. Particolarmente colpite furono la Val Poschiavo e Bianzone, la zona di Lugano, Mendrisio, ma anche Chiavenna, Piuro. La persecuzione fu di virulenza inusitata anche se ormai era giunta l'ora del cambiamento. Cosa accadde a mutare questa condizione? Con l'avvento della Controriforma e la necessità di sconfiggere il protestantesimo, la stregoneria non era più il nemico numero uno. Certo, Carlo Borromeo fu ancora un grande persecutore e nel 1569 portò cinque donne di Lecco davanti all'Inquisizione di Milano a Santa Maria delle Grazie. L'aria però era cambiata e Borromeo, isolato dal Vaticano, non riuscì a esportare la sua lotta. Scipio De Biba, pure ferocissimo persecutore, lo obbligò infatti a trovare il "corpo del delitto". Come avrebbe potuto essere travato qualcosa che non esisteva? Era il momento del cambiamento e paradossalmente le superstizioni tanto temute diventeranno un "alleato" nell'età barocca della miracolistica e della meraviglia.

disturbo ossessivo-compulsivo

Repubblica.it 18.5.04

Si chiama disturbo ossessivo-compulsivo e riguarda un milione di italiani per lo più giovani. Un libro insegna a sconfiggerlo

I maniaci della porta accanto

come guarire dall'assedio dei tic

di LAURA LAURENZI




ROMA - Non riuscire a farne a meno. Lavarsi continuamente le mani, anche sessanta volte al giorno. Andare a controllare che il gas sia spento, alzarsi di notte per controllare di nuovo. Dieci, quindici, venti volte. È chiuso il gas? È spento il ferro da stiro? Chiudere la porta di casa a chiave e tornare indietro per verificare di averla chiusa.

E poi ricontrollare, ok, tutto a posto, ma dopo continuare a pensarci, ancora e ancora, tornare a vedere, in un crescendo d'angoscia. Parcheggiare la macchina e non dormire di notte per il sospetto di non aver tirato il freno a mano, la strada è lievemente in discesa... Camminare contando sempre i passi, senza mai calpestare le connessure, e ogni certo numero di passi, quasi sempre dispari, fare un certo rituale scaramantico.

Gabbie mentali, prigioni, auto-trappole. Quanta gente oggi soffre di queste ossessioni, o manie, o compulsioni? In quanti si avvelenano la vita con atti ripetitivi, con cerimoniali e rituali che scandiscono esistenze sempre più nevrotiche? È una vera e propria malattia psichiatrica, catalogata in medicina come disturbo ossessivo-compulsivo (Doc): una malattia che interessa il due per cento circa della popolazione adulta. Oltre un milione di persone in Italia, tra cui molti bambini e adolescenti, ne soffrono.

Una malattia sottovalutata, misconosciuta, non diagnosticata, liquidata spesso come una banale fisima, una fissazione. E invece il disturbo ossessivo-compulsivo è considerato la quarta patologia psichiatrica più frequente dopo i disturbi fobici, quelli legati a sostanze tossiche come alcol e droghe e la depressione.

più di mille in manicomio

Yahoo! Notizie Martedì 18 Maggio 2004, 16:27

PSICHIATRIA: PIU' DI 1000 PAZIENTI RICOVERATI IN EX-MANICOMI




(ANSA) - ROMA, 18 MAG - Sono ancora piu' di mille i pazienti ricoverati in sette ex ospedali psichiatrici non ancora riconvertiti dopo la legge del 1996. E' quanto emerge da una relazione del ministero della Salute inviata in Parlamento aggiornata al 31 dicembre dello scorso anno.

Il ministero ha calcolato che alla fine del 2003 le strutture che dovevano ancora completare il programma di superamento erano: 2 in Lombardia e in Puglia, e una nel Lazio, in Basilicata e in Sicilia. Dei 1.066 assistiti negli ex manicomi, 188 sono considerati pazienti 'psichiatrici', cioe' soggetti con prevalenti problemi in campo psichiatrico, mentre 878 sono pazienti 'non psichiatrici', cioe' con problemi di disabilita' per patologie neurologiche e geriatriche.

Per tutti i pazienti il processo di superamento degli ex manicomi prevede diversi programmi di inserimento in strutture idonee, in rapporto alla propria patologia prevalente: residenze terapeutico-riabilitative con assistenza 24 ore su 24 e residenze socio-riabilitative a loro volta divise per assistenza giornaliera e con fasce orarie. ''La mancata conclusione di alcuni programmi - dichiara il ministero nella relazione di monitoraggio - e' stata attribuita a una ritardata disponibilita' delle strutture residenziali di destinazione, oltre che a problemi di collocazione del personale''. (ANSA).

presentato in Commissioneil testo Burani Procaccini

Itaca.it venerdì 13 febbraio 2004

Riforma 180: Presentato il nuovo testo Burani Procaccini

di Fabio Della Pietra




L'onorevole Maria Burani Procaccini (Fi) ha presentato ieri pomeriggio, al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali, la nuova versione della proposta di legge denominata "Prevenzione e cura delle malattie mentali". Il testo è stato depositato ma nessuna discussione è al momento seguita alla presentazione. Il nuovo testo, non ancora unificato ma allo stato di proposta di legge, oltre a contenere delle novità dal punto di vista dei contenuti, è stato co-firmato da altri tre parlamentari appartenenti alla Casa delle Libertà. Oltre all'on. Procaccini, hanno apposto infatti la loro firma gli onorevoli Giuseppe Naro (Udc), Carla Castellani (An) e Guido Milanese (Fi), accorpando così la proposta di legge 3932 su "Disposizioni per la prevenzione, il trattamento e il monitoraggio della depressione", presentata il 29 aprile dello scorso anno proprio da Naro, co-firmatari Castellani e Milanese.



Procede il cammino legislativo della riforma della psichiatria in Italia targato Burani Procaccini. Nessuna anticipazione ufficiale sui contenuti della nuova proposta di legge da parte della segreteria dell'on. Burani Procaccini né da parte dell'ufficio stampa dell'onorevole, anche se alcune anticipazioni sono state fornite dalla stessa relatrice attraverso un lancio Ansa, poi ripreso da Yahoo notizie, nella giornata di mercoledì.

"Agenzie regionali per la psichiatria, un garante per i malati psichiatrichi gravi che hanno avuto un ricovero obbligatorio, la riorganizzazione dei servizi territoriali e una rete di pronto soccorso con presenza di specialisti psichiatri" -riporta il comunicato Ansa-, queste alcune delle novità annunciate dall'on. Burani Procaccini.

"Un testo, ha sottolineato la parlamentare, che raccoglie anche le indicazioni e i suggerimenti di associazioni dei familiari dei malati, associazioni di ex pazienti e specialisti e che prevede -prosegue il testo Ansa- maggiore attenzione da parte delle strutture pure per le malattie emergenti come la depressione".

Prevista anche "l'istituzione di agenzie regionali per la psichiatria che avranno il compito di coordinare la riorganizzazione di tutti i servizi territoriali, compresi quei servizi di prossimità, considerati le antenne sul territorio dei bisogni psichiatrici e che coinvolgeranno le associazioni dei familiari. Ciò a cui si punta, ha spiegato Burani, e' una 'reale tutela dei malati e l'istituzione di una medicina del territorio molto capillare, per prevenire ma anche seguire i pazienti nella cura'. L'obiettivo è, cioé, non lasciare le famiglie da sole, ma sostenerle nella cura dei congiunti con disturbi mentali in modo concreto. Per questo, la proposta di legge prevede una serie di realtà territoriali che supportino l'azione dei nuclei familiari: centri diurni, di riabilitazione, assistenza domiciliare e day-hospital".

Un altro punto importante, non contenuto nel comunicato Ansa, riguarda la possibilità di far accedere le persone con svantaggio psichico al mondo del lavoro. Prevista, infatti, la creazione di strutture produttive mediante ricorso a strategie di finanziamento innovative, per dare lavoro a pazienti cronici attraverso le Cooperative. In tale maniera tutte le aziende che hanno l'obbligo di assumere personale dalle agenzie di collocamento potranno fare riferimento alle Cooperative sociali.

Prossimo appuntamento nella settimana tra il 23 ed il 27 febbraio, presumibilmente ancora al Comitato ristretto della XII Commissione Affari sociali.



domenica 16 maggio 2004

intervista a Ludovica Costantino

«E' stata testè pubblicata su Nuova Agenzia Radicale una intervista di Paolo Izzo a Ludovica Costantino sull'anoressia.

La trovate qui:



 http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=919»





 

donne dell'Islam

Le Monde Diplomatique

Confronto tra donne all'interno dell'Islam


Accesso all'istruzione, in particolare a quella superiore, presenza nel mercato del lavoro, controllo delle nascite: nel corso di pochi decenni la condizione delle donne è profondamente cambiata nei paesi islamici. D'altro canto ogni conquista incontra resistenze e le mentalità sono più difficili da cambiare che le leggi. Divisi in molte correnti, laiche, liberali, islamiste, i movimenti di donne, dal Marocco all'Iran contestano tradizioni ancestrali, rivendicano più diritti, rileggono il Corano e la storia musulmana, a volte nella dispersione, a volte in una stupefacente unità.

di Wendy Kristianasen




Il premio Nobel per la pace assegnato a Shirin Ebadi - il primo a una donna musulmana - potendo essere considerato come il simbolo di un certo progresso in Iran, ha richiamato l'attenzione mondiale sulla lotta delle iraniane per l'uguaglianza dei diritti. Ma il presidente Mohammad Khatami ha ridimensionato l'assegnazione del premio definendolo «non molto importante» e aumentando così la delusione degli iraniani, già scontenti dell'incapacità dei riformatori di promuovere una società più democratica. Del resto, le elezioni legislative del 20 febbraio 2004 hanno confermato il fallimento del tentativo, durato sette anni, di riformare la rivoluzione teocratico - islamica (1).

Anche il Marocco all'inizio dell'anno, ha adottato una nuova legge sulla famiglia (moudawana). Una riforma storica, perché l'uguaglianza tra uomini e donne entra a far parte della legislazione. Il Marocco è il secondo paese arabo musulmano, dopo la Tunisia, a compiere questo passo. Tuttavia, dietro un'apertura di facciata, il re Mohamed VI, salito al trono nel 1999, esercita un potere assoluto e, a parte questa legge sulla famiglia, le concessioni democratiche sono limitate.

La popolazione marocchina ha un atteggiamento simile a quello degli iraniani: spoliticizzato e sfiduciato nei confronti del potere. Non è il solo punto in comune. Come l'Iran, anche il Marocco è uno stato islamico. Il re è insieme capo dello stato e capo religioso, «protettore dei credenti» (Amir al-Mouminin). L'osservanza dei riti islamici è obbligatoria per i musulmani, anche se l'anno scorso il mancato rispetto del ramadan è costato un semplice avvertimento, invece della multa prevista. Il paese resta profondamente conservatore, perché tradizioni e islam si rafforzano a vicenda.

In Iran come in Marocco, il rinnovamento nasce all'interno stesso del contesto islamico attraverso l'ijtihad (studio individuale delle fonti religiose) e il tafsir (esegesi del Corano). In entrambi i paesi le donne hanno svolto un ruolo attivo. Si definiscono militanti dei diritti delle donne: la maggior parte di loro, soprattutto in Marocco, rifiuta il termine «femminista» che considera limitativo in quanto legato a un tempo e un luogo non loro; queste donne rappresentano un ampio ventaglio della società che va dal polo islamico a quello laico - altra parola che mette a disagio molte di loro in tutti e due i paesi.

La legge sulla famiglia La riforma della legge marocchina sulla famiglia è il frutto di un lungo processo, incentivato soprattutto dal re e da un movimento di donne molto forte e combattivo, condotto all'interno stesso della sharia (legge islamica). Le donne ormai dispongono di uno statuto legale identico a quello degli uomini; possono iniziare una pratica di divorzio, condividono i diritti all'interno della famiglia e non sono più sotto la tutela di uno dei parenti (padre, fratello o marito); sono libere e indipendenti. Ma hanno dovuto accettare dei compromessi.

La poligamia, ad esempio, esplicitamente autorizzata dal Corano, non ha potuto essere abolita, anche se praticarla è diventato pressoché impossibile.

Tuttavia, tradurre i principi della riforma in articoli di legge si è rivelato arduo. Un precedente progetto di riforma, il «Piano per l'integrazione delle donne nello sviluppo», era stato proposto, nel 1999, dal primo ministro socialista Abderrahman Youssoufi che lo aveva poi presentato alla Banca mondiale. L'iniziativa aveva suscitato le critiche del ministro degli affari islamici, Abdelkebir Alaoui M'Dghari. Il dibattito era poi diventato pubblico, il governo aveva fatto marcia indietro e si erano così formati due schieramenti: da un lato, le militanti dei diritti della donna riunitesi nella Primavera dell'eguaglianza, dall'altro, gli islamisti e i loro alleati conservatori.

A Rabat, il 12 marzo 2000, alla vigilia della Giornata internazionale delle donne, le manifestazioni di sostegno al Piano hanno richiamato dalle 100.000 alle 200.000 persone, con la partecipazione di gruppi di donne, movimenti dei diritti umani e partiti politici (e almeno sei ministri in carica). Alcuni chiedevano addirittura una riforma più audace. Ma a Casablanca, una contro - manifestazione islamista, che denunciava il Piano come pro - occidentale e anti - musulmano, ha mobilitato una folla nettamente più numerosa.

A questo punto il re ha nominato una commissione di quindici membri per rivedere il progetto e renderlo conforme alla legge islamica.

Una delle tre donne della commissione è Nouzha Guessous, non schierata politicamente, 50 anni, professore alla facoltà di medicina e farmacologia di Casablanca e tra i fondatori dell'Organizzazione marocchina per i diritti umani (Omdh). Si dichiara femminista, «ma, precisa, in senso ampio: considero il mio percorso personale inserito in un contesto universale, e non credo che ciò sia in contraddizione con i principi fondanti dell'islam». A suo giudizio, la denuncia del preteso carattere anti - musulmano del Piano ha obbligato «gli intellettuali marocchini e le organizzazioni delle donne a elaborare argomenti molto solidi, basati sulla cultura musulmana, proprio per dimostrare che le loro proposte non sono dettate dalle organizzazioni internazionali o dalle culture occidentali, ma sono invece ben ancorate nel patrimonio arabo-musulmano.

E questo, secondo me, è il cambiamento tattico più importante nelle lotta delle donne». La lettura del discorso con cui il re ha annunciato la nuova legge è esemplare: il contenuto è identico a quello proposto nel 2000, ma ogni singola riforma è legittimata da un riferimento al Corano e alle tradizioni profetiche.

In qualche modo, i cinque attentati - suicidi che il 16 maggio 2003 hanno ucciso 45 persone a Casablanca hanno accelerato la decisione.

Il fatto senza precedenti ha profondamente traumatizzato la popolazione.

Se i terroristi appartengono alla jihad salafista, legata ad al Qaeda, allora molti marocchini addossano la responsabilità degli attentati al movimento islamista originario, il cui referente parlamentare è il Partito per la Giustizia e lo sviluppo (Pjd). In conseguenza, quest'ultimo si è affrettato ad approvare il nuovo progetto.

Come spiega la Guessous, «i fatti del 16 maggio sono stati un campanello d'allarme circa il rischio di derive estremiste e hanno costretto tutti a prendere posizione, compreso lo stato marocchino. Che lo ha fatto, affermando solennemente che il Marocco non intende rimettere in discussione la scelta di costruire uno stato democratico, aperto, tollerante. Gli avvenimenti hanno dimostrato che il potere deve tener conto della situazione generale del paese, in particolare sul piano socioeconomico, e hanno confermato la necessità di ribadire che siamo in perfetta sintonia con i principi dell'islam».

Il politologo marocchino Mohamed Tozy considera rivoluzionaria la riforma del codice di famiglia. Ma pensa che dovrà essere accompagnata da un grande lavoro di educazione e da profondi cambiamenti sociali.

Della stessa opinione è Leila Rhiwi, insegnante di comunicazione all'università di Rabat e coordinatrice del movimento Primavera dell'uguaglianza, la quale esprime una preoccupazione molto diffusa nel paese: «Questa legge è di capitale importanza; mette l'uguaglianza al posto della sottomissione. Ma ho paura che nella pratica, nei vari tribunali sparsi per il Marocco, non venga applicata. I magistrati hanno una libertà eccessiva. C'è ancora molto lavoro da fare». E aggiunge: «Sono musulmana dal punto di vista dell'apporto culturale dell'islam, ma scelgo la laicità. Non rifiuto di essere considerata una "femminista laica". Soprattutto dopo il 16 maggio, si è cominciato a mettere insieme laicità e democrazia...».

Consulente di management e segretaria generale del Forum verità e giustizia, un'organizzazione che difende i diritti umani, Khadija Rouissi, 40 anni, si definisce una femminista assolutamente laica.

Anche lei è preoccupata del fatto che «giudici e magistrati non rispettino la nuova riforma; sono tutti uomini, non conoscono altro che la discriminazione».

Vediamo cosa ne pensano le donne islamiste, come Nadia Yassin, portavoce di Jama'a al-Adl wal-Ishan (Giustizia e carità), il cui padre, lo sceicco Ahmad Yassin, 76 anni, fondatore del movimento, ha scritto in un libro, intitolato La Révolution à l'heure de l'Islam, che bisogna «islamizzare la modernità e non modernizzare l'Islam». Nadia Yassin si considera una «militante sociale neo-sufista» e rifiuta il termine di femminista, a suo avviso «troppo revanscista». Ammette che la decisione di manifestare contro la riforma, nel 2000, è stato «un errore tattico. Era un gesto politico, destinato a mostrare la forza degli islamisti. Ma ci opponevamo alla riforma anche perché era emersa dalla conferenza di Pechino (2), ed era imposta dall'esterno. Forse la nostra società è malata, ma siamo noi a dover trovare i rimedi.

Le donne occidentali, che non avevano alcun diritto, hanno dovuto lottare per conquistarli. Da noi, è successo esattamente l'opposto: poco a poco ne siamo state private».

Ma al di là di tutto, pensa che «il nostro mondo è spirituale per natura. Per noi, i diritti delle donne comportano tre poli: gli uomini, le donne e Dio. Leggiamo e rileggiamo i testi sacri: nella nostra società il periodo nero per le donne è stata l'epoca del califfo Mou'awiya (3) quando diventarono schiave. Rivendichiamo nuovi diritti, ma solo per una migliore armonia tra tutti i membri della famiglia.

I diritti delle donne possono diventare deleteri e portare alla disgregazione della famiglia, e questo va evitato». Critica poi le insufficienze della riforma: «La nuova legge dovrebbe offrire di più e accordare alle donne il diritto di decidere in prima persona a quali condizioni accettare la poligamia e il ripudio. Inoltre non viene toccato per niente il problema dell'eredità delle donne».

Il suo movimento, Al-Adl wal-Ihsan, ha una notevole influenza, in particolare nelle città e nelle università (4): comunica una speranza di cambiamento a tutti i livelli spirituale, politico, culturale.

Contesta lo status quo del re e trae la sua legittimità da un reale sostegno popolare. Poiché rifiuta di transigere sui suoi principi, resta fuori dal sistema politico. La maggior parte dei suoi sostenitori vota Pjd, partito religioso conservatore che piace ai marocchini più legati alla tradizione. Secondo Hakima Mukatry, una delle responsabili di al-Adl wal-Ihsan a Rabat: «Le nostre idee sono molto diverse da quelle del Pjd. Loro accettano il gioco politico, noi no».

Molte donne che hanno sofferto sotto la vecchia moudawana sono attratte da Al-Adl wal-ihsan, ad esempio Najia Rahman, 44 anni, che viene da Oujda, nell'est del paese. Era una ribelle: rifiutava di coprirsi i capelli o di pregare. Si è sposata. Pessima scelta. Dopo anni di maltrattamenti, consacrati unicamente ai figli e al lavoro, scopre gli scritti dello sceicco Ahmad Yassin: «Mi sono detta: questi sono concetti nuovi; non come Hassan al-Banna o Sayyid Qotb (5). Subito è scattata in me una molla e ho aderito. Questo avveniva 18 anni fa. I militanti mi hanno incoraggiata a divorziare, a riprendere la mia carriera, ma soprattutto a riflettere. Ora preparo il dottorato in psicologia». La legge sulla famiglia ? «Non mi aiuterà a ottenere gli alimenti. Il problema non sta nella legge, ma nella mentalità, nella corruzione, nella scarsa preparazione di chi siede nei tribunali di prima istanza».

Riuniti in casa di uno di loro a Casablanca, i membri del movimento si scambiano liberamente le proprie opinioni sui più vari argomenti in presenza di una o due donne (Al-Adl wal-Ihsan è favorevole alla promiscuità) e sotto la presidenza di Nadia Yassin. Sono convinti che sia necessario «demistificare la storia musulmana, reinterpretarla, cambiare la gente rieducandola dalla A alla Z». Si dicono «pronti a entrare nella politica, ma solo se non è truccata, cosa che il palazzo non è in grado di garantire». E aggiungono di «non volere soltanto una riforma elettorale, ma una reale riforma costituzionale.

Il potere sa che ne contestiamo la legittimità. Ma contestiamo anche i privilegi del movimento delle donne laiche: sono delle élite francofone».

Le donne marocchine sono dunque divise in due fazioni monolitiche, che si detestano e non si incontrano quasi mai.

In Iran, la situazione è completamente diversa e le alleanze sono sorprendenti (6). Per definirsi, le militanti usano un numero straordinario di categorie: da tradizionali a moderne, da islamiste a laiche, da conservatrici a di sinistra, passando per le centriste liberali con infinite varianti. Tuttavia, molte di loro, almeno all'inizio, si identificavano col movimento riformatore guidato da Mohammad Khatami, con il suo discorso sulla società civile, la libertà di espressione e l'importanza del diritto, contrapposto all'opposizione forte, talvolta violenta, dei «duri» della teocrazia conservatrice. Di fatto, le donne e la loro richiesta di uguaglianza sono una delle chiavi di volta del movimento per le riforme democratiche.

I successi sono però modesti, dal momento che le leggi votate dal parlamento possono essere annullate dal consiglio dei Guardiani, che ha diritto di veto. Per esempio, dal 29 novembre 2003, le madri iraniane divorziate possono mantenere la custodia dei figli maschi fino all'età di sette anni (contro i due anni della legge precedente).

Avevano già quella delle figlie fino ai sette anni, grazie ai tenaci sforzi di Shirin Ebadi che nel 1997 aveva richiamato l'attenzione su questo problema, difendendo la madre divorziata di una bambina di sei anni, Aryan, morta a causa dei maltrattamenti che le infliggevano la matrigna e il fratello nella casa paterna. Dopo vent'anni di oscurantismo, questa piccola apertura è sembrata un notevole progresso.

Nel giugno 2002, alla fine di un cammino altrettanto lungo, l'età minima per sposarsi è passata a tredici anni per le ragazze e a quindici per i ragazzi. Un compromesso. La legge votata dal parlamento, nell'agosto 2000, prevedeva infatti rispettivamente quindici e diciotto anni.

Dal 2001, ogni donna che abbia più di diciotto anni ha il diritto di andare all'estero senza autorizzazione, a meno che non sia sposata, nel qual caso deve ottenere il permesso del marito (7). Ma altre leggi votate dopo il 2000 dal parlamento (nel corso della Sesta majlis) sono state annullate: la riforma delle leggi su stampa e divorzio, il divieto di tortura nelle prigioni, l'adesione alla Convenzione sull'eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione contro le donne (Cedaw). Il dato di base resta identico: la vita di una donna vale comunque meno di quella di un uomo. Così il «prezzo del sangue» (la compensazione pagata in caso di incidente o di morte) continua ad essere la metà di quello pagato per un uomo (allo stesso modo, il seguace di una religione minoritaria vale la metà di un musulmano).

Educare gli uomini C'è poi la questione della hidjab, il codice dell'abbigliamento obbligatorio per un musulmano (non rispettarlo può comportare fino a 74 frustate).

Dopo anni di silenzio, la questione è stata finalmente sollevata, sotto Khatami, da vari religiosi riformatori che hanno espresso il loro pensiero in diverse pubblicazioni. Il più noto fra loro è l'ex ministro dell'interno, Abdollah Nuri, il quale è stato condannato a cinque anni di carcere per avere spiegato che la sharia obbliga la donna credente a coprirsi la testa e il corpo, ma non dice niente in relazione alle non credenti (8).

I nuovi argomenti in discussione circolano grazie alla rivista mensile Zanan (Donne), fondata nel 1992 da Shahla Sherkat, resa celebre dal suo femminismo impegnato, ma non troppo lontano dall'islam. Zanan rappresenta di gran lunga la maggiore tiratura della stampa femminile, vende infatti fino a 40.000 copie, contro le sole 5.000 della sua concorrente diretta. «Quando ho lanciato Zanan, racconta Shahla Sherkat, volevo solo rendermi utile con i mei dieci anni di esperienza sui problemi delle donne. C'è voluto un certo coraggio. La parola "femminista" era un'ingiuria. Non volevo passare per una sostenitrice del femminismo, volevo solo parlarne. Il femminismo da noi è un fenomeno del tutto nuovo: può dare alle donne il coraggio di mettersi insieme per protestare contro le diseguaglianze tra sessi. È per questo che rifiuto di aggiungervi un qualsiasi aggettivo, come "islamico" o "laico". Non mi preoccupo molto delle etichette. Sono semplicemente femminista».

Durante un dibattito a Berlino, nel 2000, Shahla Sherkat ha pubblicamente criticato le regole della hidjab. Erano presenti altri noti riformatori e tutti sono stati puniti, Shahla Sherkat ha avuto sei mesi di carcere con la condizionale, Shahla Lahiji, militante dei diritti umani e da vent'anni direttrice delle edizioni Roshangran (premiate con il Pen International negli Stati uniti e con il Pandora Prize nel Regno unito) si è invece presa quattro anni e mezzo di carcere duro (pena ridotta a sei mesi) per aver parlato della censura.

«La questione femminile è un tema ancora molto scottante, spiega Shahla Lahiji. L'espressione "femminista islamica" pone dei problemi: la gente pensa che tu ti senta superiore agli uomini e che te ne vada in giro tutta nuda. Il problema è che la religione si è mescolata alla vita privata: abbiamo bisogno di separare la religione dallo stato. Loro [i mullah] vorrebbero approfondire la segregazione con giardini pubblici e autobus riservati alle donne, ecc.. Ma quello di cui abbiamo veramente bisogno è educare gli uomini». A Lahiji è proibito parlare in pubblico. Accetta la regola, come tutti in Iran. Rispetta la hidjab «perché così vuole la legge. Anche se non amo quel che c'è dietro, cioè "Voi donne, siete l'essenza del peccato"».

Ma non è amareggiata. Al contrario è molto ottimista. E ricorda gli effetti della guerra contro l'Iraq negli anni '80: «Ci sono state donne che sono diventate capofamiglia, e questo ha dato loro fiducia.

Era l'inizio. Oggi, la nuova generazione fa cose straordinarie. Ci sono così tanti talenti nel nostro paese. Guardi il cinema ! Non ci sono molti ruoli femminili e non ci può essere contatto fisico tra i sessi, ma tanti registi di primo piano sono donne! E tutte le laureate: ragazze sui banchi delle facoltà a studiare matematica o tecnologia dell'informazione. L'anno scorso, oltre il 62% degli studenti del primo anno erano donne. Con tutti i limiti che ci vengono imposti, è semplicemente un miracolo».

Islam e democrazia Noushin Ahmadi Khorasani, 35 anni, è un'altra personalità aperta e laica. Pubblica un trimestrale, Fasl Zanan (La Stagione delle donne) ed è una militante dei diritti umani. Dirige, con Parvin Ardalan, il Centro culturale delle donne. Dal 1999, nonostante la guerra di logoramento a cui sono sottoposte da parte delle autorità, allestiscono spettacoli in pubblico. Dopo due anni di fatiche sono riuscite a creare un'associazione non governativa, ma non hanno alcuno dei vantaggi o finanziamenti ai quali hanno diritto le associazioni non laiche.

Ahmadi Khorasani e Ardalan si definiscono esplicitamente femministe: «E siamo laiche. Non abbiamo bisogno di dirlo. In Iran, questo è implicito nell'espressione "diritti umani", che sottintende la separazione tra religione e stato. Fino a due anni fa, anche la parola femminista era sinonimo di laicità. All'epoca la stessa Shirin Ebadi non si dichiarava femminista».

Dal canto suo, Azam Taleqani, direttrice della rivista riformatrice Payam-e-Hajer (Il Messaggio di Hajer) attualmente proibita, è una militante della vecchia scuola, iscritta alla corrente nazional-religiosa.

Figlia di un celebre ayatollah, è anziana e malata, ma sempre circondata da grande rispetto. «Gli uomini dovrebbero rivalutare la condizione delle donne, ma io mi preoccupo dell'insieme della società, non solo del mondo femminile». Malgrado le sue precarie condizioni di salute, si è candidata alle ultime elezioni presidenziali, «per mettere alla prova la costituzione: non c'è alcuna ragione per cui una donna non possa presentarsi». Nell'estate 2003, ha protestato da sola, esponendosi per tutto il giorno ad un caldo soffocante, contro la morte in prigione, avvenuta il 12 luglio, della giornalista irano-canadese Zahra Kazami arrestata per aver fotografato la prigione di Evin. Come si definisce questa donna indomabile? Sorride: «Se lo sapessi, sarei senza dubbio più efficace. Spero di scoprirlo prima di morire».

Mahboubeh Ommi Abbasqolizadeh, 44 anni, dirige dal 1993 il trimestrale Farzaneh (Saggio), prima rivista iraniana dedicata a studi femministi (women's studies). Dirige anche varie organizzazioni, alcune governative, altre no. Il suo successo, si dice, dipenderebbe dal fatto che ha saputo restare vicina all'establishment islamico. Racconta il suo percorso: «Ero islamista all'epoca della rivoluzione. Poi, negli anni '80, ho studiato in Egitto, anche le problematiche di genere.

Sono diventata femminista islamista, il che significa militare a favore di rinnovamenti particolarmente importanti attraverso quello che chiamiamo lo "djihad dinamico". Ma oggi sono cambiata ancora, mi definisco femminista musulmana e faccio riferimento al movimento degli intellettuali religiosi».

Tra questi ultimi (9), una delle personalità più rispettate, Hamidreza Jalaeipour, professore di sociologia all'università di Tehran, spiega: «Sono musulmano, ma non islamista. Non credo all'islam in quanto ideologia. Noi intellettuali religiosi crediamo in una "laicità obiettiva", alla separazione tra religione e stato in quanto istituzioni, ma non in termini culturali». Afferma che, «l'Iran è passato attraverso una fase fondamentalista: molti di noi sono diventati dei "post-fondamentalisti" e ci auguriamo un islam minimale». Un esempio di «laicità obiettiva»?

«Forse quella che si avvicina più di tutti è la Turchia, sotto l'attuale governo di Giustizia e sviluppo».

Mahboubeh Abbasqolizadeh osserva: «Poiché manchiamo di laicità, essa rappresenta per noi la democrazia. Credo sia possibile riconciliare islam e democrazia. La difficoltà nasce quando si tratta di applicare questo principio alle donne. È un'idea del tutto nuova».

Donne come Shirin Ebadi hanno un compito importante da svolgere.

Nella sua modesta abitazione a Tehran, foulard di un blu sgargiante sui capelli, questo avvocato di 56 anni, militante dei diritti delle donne e dei bambini, continua a credere che riforme e islam siano compatibili. «In ogni caso, la costituzione prevede di poter essere rivista, quando se ne avverta la necessità: è infatti indicata una procedura referendaria con possibilità di modifica della legge. Dunque, le riforme non sono impossibili». Per quanto riguarda le donne, afferma: «Il movimento delle donne è ogni giorno meglio organizzato e più solidale. Le donne iraniane sono sufficientemente istruite, non hanno bisogno di capi. Sono unite, coraggiose, consapevoli. E continueranno a lottare per l'uguaglianza dei diritti».

Shirin Ebadi si dice musulmana. Come Nouzha Guessous, in Marocco, sa che bisogna cercare un punto di intesa in cui l'islam possa coesistere con i diritti universali e la democrazia.



note:



(1) È vero che il consiglio dei Guardiani della rivoluzione ha bocciato 2.500 candidati riformatori. Altri si sono ritirati. Alla fine i riformatori, che nel 2000 avevano ottenuto il 70% dei seggi, ne hanno totalizzati solo 43 su 289, mentre al secondo turno verranno attribuiti 64 seggi contesi da 128 candidati. La partecipazione alle elezioni è stata solo del 28% a Tehran e ha raggiunto il 50,6% nell'insieme del paese. Si legga Bernard Hourcade «Iran, il lungo risveglio della repubblica islamica», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2004.



(2) Conferenza internazionale sui diritti delle donne sotto l'egida dell'organizzazione delle nazioni unite che si è svolta a Pechino nel 1995.



(3) Primo califfo della dinastia degli Ommeyadi (657-680).



(4) Nadia Yassine afferma che il movimento conta centinaia di migliaia di simpatizzanti, mentre l'islamista marocchino Mohamed Tozy ritiene si tratti di diecimila, massimo ventimila persone.



(5) Rispettivamente fondatore dei Fratelli musulmani nel 1928 e uno dei loro teorici giustiziato da Nasser nel 1965.



(6) Si legga, in particolare, Azadeh Kian, «Le donne iraniane contro il clero», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 1996.



(7) Tra il 1980 e il 1990 sono state introdotte alcune riforme: le donne sono state autorizzate a studiare argomenti in precedenza proibiti, l'acceso al planning famigliare e alla contraccezione sono stati liberalizzati, le leggi sul divorzio sono state emendate e alcune donne sono state nominate magistrati consulenti (la Ebadi aveva perso la carica di magistrato nel 1979).



(8) Si legga: Ziba Mir-Hosseini, «The Conservative-Reformist Conflict over Women's Rights in Islam», International Journal of Politics, Culture and Society, n° 16

(1), Boston, autunno 2002; «Debating Women: Gender and the Public Sphere in Post-Revolutionary Iran», in Amyn Sajoo (ed.), Civil Society in Comparative Muslim Contexts., I. B.

Tauris & Institute of Ismaili Studies, Londra, 2002; Islam and Gender: the Religious Debate in Contemporary Iran, Princeton University Press, 1999 e I. B. Tauris, Londra, 2000.



(9) Tra i quali si contano anche Abdolkarim Sorush e Alireza Alavitabar.


(Traduzione di G.P.)

donne e uomini:«a ciascuno il suo lobo»

La Gazzetta del Mezzogiorno 16.5.04

Al maschio il sinistro alle femmine il destro

di e. ann.




In genere nell'uomo prevale il cervello sinistro, mentre nella donna c'è più equilibrio o addirittura prevale quello destro. Il lobo parietale inferiore nell'uomo è più grande del 5%. Quest'area sarebbe fortemente correlata con le abilità matematiche, le relazioni spaziali e la percezione del tempo e della velocità. Nella donna, due aree dei lobi frontale e parietale collegate al linguaggio hanno un volume maggiore fino al 23% rispetto all'uomo. Finora queste caratteristiche sembrano avere influenze generali, più predisposizioni che veri talenti innati.

L'evoluzione sarebbe la responsabile dello sviluppo delle capacità empatiche nelle donne e sistematizzanti negli uomini per garantirsi maggiore possibilità di riproduzione e di sopravvivenza. Il maschio poco empatico e molto sistematico si costruisce utensili, si sa orientare nella foresta, caccia, combatte, capisce qual è il suo posto nella gerarchia sociale e sa scalarla senza scrupoli nei confronti dei suoi simili. Una donna più empatica è maggiormente in grado di soddisfare i bisogni della prole perché ha molti amici su cui contare ed è in grado di intuire e capire i bisogni dei piccoli finché essi non sono in grado di esprimersi. Finché è durata la vita primitiva, maschi sistematici e femmine empatiche avrebbero avuto maggiori possibilità di trasmettere i primi geni rispetto ad individui più «equilibrati» (e perciò meno competitivi).

Gregory Bateson

La Stampa 15.5.04

A CENTO ANNI DALLA NASCITA, UNA LEZIONE DI RIGORE E IMMAGINAZIONE, ATTUALE E PREZIOSA


BIOLOGO, ANTROPOLOGO MARITO DELLA MEAD, ECOLOGO, HA RIPENSATO LA CONDIZIONE UMANA NELL’ERA PLANETARIA, IL NOSTRO ESSER PARTI DI PIÙ AMPI SISTEMI NATURALI E SOCIALI, HA INSEGNATO A VEDERE «LA STRUTTURA CHE CONNETTE», A CONOSCERE QUEL CHE GIÀ SIAMO, A COLTIVARE «LE DANZE INTERATTIVE» DELLA VITA

di Sergio Manghi


Non cesseremo di esplorare

E il fine di ogni nostra esplorazione

Sarà là dove siamo partiti

E sapremo il luogo per la prima volta.

T.S. Eliot


NELL’AUTUNNO del 1979, lo stesso anno in cui uscì Mente e natura, Gregory Bateson fu invitato a tenere una conferenza all'Institute of Contemporary Arts di Londra. Era nato 75 anni prima a Grantchester, nei pressi di Cambridge, UK. Dagli Anni 30 viveva negli Stati Uniti, dov'era approdato nel momento più intenso delle sue esplorazioni antropologiche, dopo l'incontro intellettuale e sentimentale con Margaret Mead. Non era la prima volta che rimetteva piede sulla sua terra natale, ma questa era un'occasione del tutto particolare. Gli avevano chiesto di pronunciare quella che gli sarebbe piaciuto definire la sua last lecture. Bateson decise di rispondere a questa richiesta con un excursus autobiografico e insieme (ovviamente, per lui) metabiografico. L'incipit del testo preparatorio, pubblicato solo vari anni dopo, ripete quasi alla lettera alcuni versi dei Quattro quartetti di Eliot: «Torno al luogo da cui sono partito e conosco il luogo per la prima volta». L'anno precedente aveva dovuto interrompere il lavoro su Mente e natura a causa di un grave cancro al polmone. Aveva potuto portarlo a termine solo grazie all'aiuto della figlia, Mary Catherine. Sarebbe morto nell'estate del 1980. Nella sua last lecture, Bateson ripercorreva l'avventura straordinaria della propria vita in chiave circolare: partito dalle scienze biologiche, vi ritornava; partito dalla Gran Bretagna, vi ritornava. Ma le scienze biologiche e la Gran Bretagna a cui ritornava apparivano diverse ai suoi occhi - conosceva il luogo per la prima volta. In mezzo, tra la partenza e il ritorno, i viaggi e gli spaesamenti antropologici, l'impresa esaltante della cibernetica, gli studi sulla natura relazionale della schizofrenia e più in generale della comunicazione animale e umana, le riflessioni epistemologico-ecologiche culminate in quella "svolta" dei tardi Anni Sessanta in cui maturò il progetto del celebre Verso un’ecologia della mente (1972). La biologia dalla quale - per raffinata e devota cultura familiare - era partito (il padre, William, era stato tra i precursori della genetica), appariva ora ai suoi occhi una porzione di una più ampia biologia: l'ecologia della mente, appunto, dove la ragione non era più separata dal cuore, dove l'io non era più separato dagli altri e dal contesto, dove l'universo antropologico non era più separato dal più ampio universo creaturale in evoluzione incessante, imprevedibile, creativa.

E la Gran Bretagna che aveva lasciato - così racconta - per sottrarsi al frustrante disinteresse che essa nutriva riguardo ai presupposti del suo stesso sistema sociale e riguardo all'estetica dei suoi rituali costitutivi, era ora una porzione di un mondo sociale molto più grande. Un mondo globalizzato, diremmo oggi. Un mondo, soprattutto, chiamato con urgenza a saper guardare a se stesso con occhi nuovi - a conoscere il luogo per la prima volta. Il linguaggio "ecologico" creato da Bateson, in particolare a partire dagli Anni Sessanta, va annoverato fra i tentativi più alti compiuti nel XX secolo per ripensare la condizione umana nell'era planetaria. Ovvero, per interrogare in profondità il nostro esser parte di più ampi sistemi, interpersonali, sociali e naturali, in un tempo di impetuosa unificazione dell'umanità e di crescente fiducia mitologica nelle virtù salvifiche della Tecnica: fede nel primato della finalità cosciente, per dirla con la felice formula contenuta nelle due cruciali conferenze del 1968. Mente e natura si proponeva di dare all'ecologia della mente una forma più esplicita, coerente e articolata di quella elaborata in Verso un'ecologia della mente. In sede teorica, la "mossa-chiave" di Bateson consiste nel porre la mente - una sua precisa quanto inusuale idea "sistemica" di "mente" - nel cuore stesso della storia naturale, nella grammatica autogenerativa dei processi viventi e delle loro incessanti, stupefacenti metamorfosi: «Se volete comprendere il processo mentale, guardate l'evoluzione biologica, e viceversa, se volete comprendere l'evoluzione biologia, guardate il processo mentale», ammonisce nel memorandum per i Regents della University of California, dei quali faceva parte, posto in appendice a Mente e natura. Con questo spiazzante ossimoro, Bateson immette nello stesso campo del sapere fenomeni che siamo abituati a pensare come eterogenei e distanti (l'anatomia dell'ameba, i rituali del sacro, la comunicazione tra le focene, l'apprendimento a "disabituarsi", la corsa agli armamenti, la crisi ecologica...). Le sue "domande impertinenti" (Rieber 1989) ci inducono a osservare con occhi nuovi, capaci di stupirsi di se stessi, la nostra stessa idea di "mente". Ci invitano, in altri termini, a vedere in wider perspective - in una prospettiva più vasta, come amava ripetere - quelle nostre inerziali abitudini di pensiero che ci spingono a descrivere la mente come un apparato logico-cognitivo per l'elaborazione di informazioni (input-elaborazione-output), o all'opposto, vitalisticamente, come un ineffabile quid soprannaturale - secondo il codice binario, illuministico-romantico, che disciplina ancor oggi, del resto, tanta parte del nostro moderno immaginario, anche nella più fluida variante postmoderna. Il libro, sappiamo, non ebbe l'accoglienza sperata, e Bateson ne fu amareggiato. Nel mondo scientifico, del quale non cessava di sentirsi coerentemente parte (in quanto "manovale impegnato nelle scienze occidentali"), incontrò scarso interesse, o addirittura diffidenza. E l'entusiasmo suscitato, all'opposto, in numerosi esponenti della controcultura "californiana", gli appariva dettato da disinvolte trasfigurazioni "soprannaturalistiche" delle sue parole.

E tuttavia, è proprio nel cuore di questa "doppia incomprensione", e cioè nel cuore della sua irriducibile, creativa resistenza bifronte verso il rigore privo di immaginazione e verso l'immaginazione priva di rigore, che risiede la fecondità della lezione batesoniana. A maggior ragione dopo che gli sviluppi, negli ultimi decenni, delle riflessioni sulla biologia della conoscenza, sui sistemi complessi, sull'evoluzionismo post-darwiniano, sul carattere relazionale della natura umana, sulle escalation comportamentali che innescano violenze e follìe, sulle svolte epistemologiche dell'antropologia, sul posto centrale della metafora nella nostra comunicazione, e di molte altre riflessioni ancora, hanno ampiamente confortato le idiosincratiche esplorazioni, suggestioni e costruzioni batesoniane. Il "metodo della descrizione doppia", come lo chiama Bateson (proprio in Mente e natura, parte V), continua a lanciare alle nostre obsolete abitudini di pensiero una sfida radicale. La sfida a riconoscere il "profondo panico epistemologico" (Dove gli angeli esitano) che cova sotto il nostro bisogno di certezze, di quelle scientiste come di quelle antiscientiste. La poesia Il manoscritto, che Bateson scrisse dopo aver consegnato all'editore il manoscritto, appunto, di Mente e natura, si conclude così:
«Queste son cose da predicatori

da ipnotisti, terapeuti e missionari.

Essi verranno dopo di me

e useranno quel po' che ho detto

per tendere altre trappole

a quanti non sanno sopportare

il solitario

scheletro

della verità».
Quella di Bateson non è solo una lezione di teoria: è anche, inseparabilmente, una lezione di stile. Di estetica del conoscere. Per questo, anche nel proporci un'opera relativamente sistematica come Mente e natura, Bateson non ci invita a far nostre, letteralmente, le sue formule teoriche, per diventare finalmente "batesoniani". Ci invita a coltivare, nell'ambito dei contesti piccoli e grandi in cui viviamo, la nostra personale sensibilità alle concrete "danze interattive", meravigliose e terribili, cui prendiamo parte per vie comunicative in ogni caso largamente inconsapevoli.

Lezione ancor più preziosa oggi, XXI secolo, dopo che la rapida mondializzazione dell'economia liberista e i travolgenti progressi nelle tecnologie della vita, degli armamenti e della comunicazione hanno così potentemente accelerato, nel bene come nel male, la necessità di una coscienza dell'esser parte di contesti relazionali in ogni caso grandi e misteriosi: in quanto persone, in quanto gruppi, in quanto popolazioni, in quanto generi, in quanto specie. È la necessità di prenderci cura della nostra sensibilità alla struttura cui connette (responsiveness to the pattern which connects), come recita la bella espressione di Mente e natura. Necessità, suggerisce Bateson nel "metalogo" con Mary Catherine che conclude il volume, inseparabilmente razionale, estetica e religiosa. Necessità vitale, che l'avrebbe condotto a dedicare gli ultimi mesi della sua vita a quell'epistemologia del sacro, anticipata nel "metalogo", che vedrà la luce soltanto dopo la sua morte, in forma di frammenti ricostruiti e integrati dalla figlia (Dove gli angeli esitano, 1987). In quell'autunno londinese che sarebbe stato l'ultimo della sua vita, Bateson faceva balenare con eleganza, attraverso le parole di Eliot, quel che di più prezioso, e insieme di più difficile, possiamo apprendere dall'incontro con la sua opera: non a conoscere di più - più di prima, più degli altri - le presunte leggi nascoste delle "danze" che veniamo danzando, piccole e grandi, effimere e durevoli, sociali e naturali. Ma a conoscere noi stessi e il mondo in cui viviamo in un altro modo. Un modo autoriflessivo e partecipe, che possa rivelarci - ponendola di continuo in wider perspective - la straordinaria vicenda di quel che già sappiamo, di quel che già siamo, nel bene come nel male, e insieme la sua inesauribile, sorprendente novità.

la biblioteca di Alessandria

Repubblica 16.5.04

INDIVIDUATO IL SITO

RITROVATA LA BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA




IL CAIRO - Il sito dell´antica biblioteca di Alessandria, risalente a sedici secoli fa e forse il più antico centro di studi del mondo, è stato riportato alla luce da un´equipe di archeologi egiziani e polacchi. Lo ha annunciato il ministero egiziano del Turismo. Gli studiosi hanno ritrovato 13 sale attrezzate per ricevere 5.000 studenti, ha detto il segretario del Consiglio superiore del mondo antico, Zahi Hawwas. Le sale, che avevano dimensioni e sistemazioni interne simili, si trovano in prossimità di un teatro che era stato già riportato alla luce e che si ritiene sia appartenuto al complesso della biblioteca. Un auditorium a forma di U, costruito su un piano sopraelevato, era utilizzato per le conferenze. Tra i frequentatori del leggendario centro di studi anche Archimede ed Euclide. La nuova biblioteca di Alessandria è stata inaugurata nel 2002 non lontano dall´area di quella antica.