sabato 25 marzo 2006

citato nella Lezione di Chieti di oggi

Repubblica 25.3.06
IL CASO
La sua firma apre l'appello pro-Rifondazione.
"Comunismo? Parola che si può superare, ma non è questo il problema"
Rossanda: voto Bertinotti e lo critico
"Ondeggia troppo. A noi anticapitalisti Marx serve ancora"
di Goffredo De Marchis

ROMA - «Del nome comunista non mi importa niente. I nomi possono essere una facciata, sono come le cambiali che non si riscuotono. A me interessa che l'anticapitalismo attivo resti all'ordine del giorno. Per questo non capisco certi discorsi, anche quelli di Bertinotti. Tipo il marxismo oltre Marx o la svolta delle svolte. Diciamo così: questa svolta non mi piace. E comunque io non la farò». In un appello al voto per Rifondazione comunista la firma di Rossana Rossanda è in cima alla lista insieme con Pietro Ingrao e Marcello Cini. Ma è anche sotto al richiamo della "camera di consultazione" di Alberto Asor Rosa che invita ad andare a votare il 9 aprile. A sinistra naturalmente, ma senza indicare quale simbolo, perché l'importante è votare, farsi sentire. «Mi preoccupa l'astensionismo, mi preoccupano i giovani che per la prima volta andranno alle urne. C'è una grande confusione e non è facile formarsi un'idea».
La fondatrice del Manifesto ormai da un anno si è trasferita in pianta stabile a Parigi. «Da qui osservo una brutta campagna elettorale, uno scontro continuo e non sui problemi veri. Anche in Francia c'è il conflitto, certo, ma su questioni di fondo. In Italia, sarà la distanza, ma vedo solo la rissa per la rissa». Rossanda è reduce dal successo clamoroso dell'autobiografia "La ragazza del secolo scorso" (Einaudi), da un tour di presentazioni che in molti casi si sono trasformate in bagni di folla. La sua scelta di sempre è per Rifondazione, da quando il Pci si è sciolto in tanti rivoli. Scelta che non contraddice la firma offerta ad Asor Rosa, anche se la "camera" avrebbe voluto una sinistra unita già a queste elezioni e il principale «no» è arrivato proprio da Bertinotti. «Su molti punti di principio non sono d'accordo con Fausto, mica è una novità. Però il rafforzamento di Rifondazione mi sembra essenziale, è un punto fermo per il dopo voto». Pessimista (o realista) sui giorni a seguire il 10 aprile. «Ci saranno dei problemi che si aprono nella coalizione, mi sembra naturale. E non voglio che si chiudano in un certo modo. È giusto non seguire il modello o si ottiene tutto o si rompe. Ma diventa necessario che Rifondazione rappresenti una parte abbastanza forte del Paese».
Del comunismo, inteso come nome, come marchio, davvero può fare a meno, persino al "suo" Manifesto dove sotto la testata, in piccolo, si affaccia la scritta "quotidiano comunista". «Decidano loro, non faccio il direttore. Sono a Parigi e non seguo le vicende interne del giornale. Ma ripeto: del titolo non mi importa niente, i simboli possono essere facciate dietro le quali succede di tutto. Non sono i cambi di nome che mi impressionano. Mi impressiona di più il frascheggiare intorno alle idee. È questo che non mi piace». Se non le interessano epocali svolte sui simboli, figuriamoci come l'appassionano gli organigrammi. «Non penso che Bertinotti diventerà presidente della Camera. A dir la verità, non so nemmeno se lo voglia». Le interessano le idee, le battaglie, l'«anticapitalismo». Che però nel programma di 280 pagine non c'è. Chi lo renderà «attivo»?

ricevuto da Alessio Ancillai, l'articolo seguente cita Massimo Fagioli:

La Stampa 25.3.06

SPETTACOLI
«IL CAIMANO» IL GIORNO DOPO. FA DISCUTERE LA BATTUTA IN CUI MORETTI ACCUSA LA TV COMMERCIALE DI AVER ROVINATO GLI ITALIANI
Berlusconi ci ha cambiato la testa?
E se invece fosse arrivato a cose fatte, quando la mutazione era già avvenuta?
Il regista: «Ho messo il paese allo specchio: è spezzato in due da troppi anni e pieno di macerie»
Jacopo Iacobon

AVREBBE dunque vinto trent’anni fa. «Ci ha cambiato la testa con le tv», il mondo come (cattiva) volontà e (soprattutto) Rappresentazione. In una frase del Caimano molto utilizzata oggi sui giornali, tra i quali quelli che avevano il problema di come trattare Moretti senza farsi sorprendere troppo antimorettiani, Nanni Moretti dice in auto a Silvio Orlando «basta, di Berlusconi si sa tutto, e poi comunque ha già vinto, ha vinto vent’anni fa, trent’anni fa, con le sue televisioni che ci hanno cambiato la testa». Ma è vero che è così, che ci ha cambiato lui, oppure è arrivato a cose fatte, quando la mutazione era già avvenuta, e Lui non ha fatto altro che assecondarla, interpretarla, togliendoci i sensi di colpa? Certo la frase «ci ha cambiato la testa» è pronunciata dal personaggio-Moretti, ma c’è anche un Berlusconi-Elio de Capitani che, passeggiando impettito in uno studio tv, dice al pubblico «voi aspettavate tutto questo da anni, e io ve l’ho dato».

Sono (almeno) due le tesi che convivono, e rendono il film più complesso. Ognuno può scegliere dove stare, e in effetti ieri in tanti si sono collocati lungo quell’ipotetico diagramma, sulle ascisse l’Italia che si televisivizza anche senza Berlusconi, sulle ordinate il Paese cui il Cavaliere ha mutato faccia. Giuliano Ferrara si è dichiarato pro-morettiano perché finalmente Nanni ha ammesso che «Berlusconi è il re della nostra epoca, e in trent’anni ci ha fatto sognare o vedere i sorci verdi». Ma già un politologo come Marc Lazar pensa che «Berlusconi sia un fenomeno troppo serio per ridurlo alla sua sola dimensione mediatica», come sembrerebbe fare la teoria del «ci ha cambiato con la tv». E infatti, anche nella destra italiana non tutti concordano. Dentro Forza Italia c’è chi ha ammesso «il film sarà istruttivo», come ha confidato sibillina Elisabetta Gardini, mentre un giornale come Libero a sorpresa ha quasi invocato una via giudiziaria quando s’è chiesto se Berlusconi «reagirà legalmente»...

La tesi di un’Italia berlusconizzata dalla tv, prima ancora che dalla politica del Cavaliere, è sembrata imbarazzante per la destra più pop e meno chic. «Come si fa a dire che gli insulti e le violenze vengono da noi? Il film Il Caimano l’abbiamo fatto noi?», ha domandato ieri Berlusconi, stizzito. Ma aveva davvero vinto lui già prima, oppure l’Italia stava andando “a prescindere” nella «sua» direzione? Michele Placido in un’altra frase-manifesto del film ghigna «ho fatto montare uno specchio gigantesco sul letto così ci guardiamo», l’Italia sul film e l’Italia nel film. E anche Nanni Moretti ha ripetuto di aver messo «allo specchio» gli spettatori. Vi si rimandano, riflesse, le immagini di un cambiamento profondo, anche se evidentemente il film non segue solo la tesi della «televisivizzazione dell’Italia». Gli indizi però sono tanti; e rivelatrice è la scena in cui Placido dice a una tipa al telefonino «levati le mutande, senza farti vedere dal tassista, anzi, FATTI VEDERE, FATTI VEDERE...», quindi si masturba voyeuristico.

Le tv commerciali, il farsi vedere, le chiappe, se ha vinto ha vinto con questo, il Caimano? Giuliano Montaldo è sintomatico quando sintetizza «Nanni fa film di impegno e non pensando a futuri passaggi televisivi», quasi confermando indirettamente l’assunto che sia la tv (prima di Berlusconi) ad averci cambiato. Francesco Rosi ha confidato ad amici «rivedo l’Italia di Le mani sulla città», Silvio non c’era, par di ricordare, allora. Moretti ieri ha anche provato a spiegarsi: «Il personaggio che dà il titolo al mio film alla fine lascia dietro di sé un paese spezzato in due da troppi anni: venti anni fa un elettore democristiano e un comunista comunicavano perché sentivano di avere alle loro spalle un patrimonio comune», ora non più. Però è come se tutto il film ampliasse la frase, e alimentasse il dubbio: è Silvio che ci ha cambiato o non ha fatto altro che capire prima (e sfruttare) quello che eravamo diventati già da tempo, senza che altri politici lo vedessero? Gli indizi di una nuova, post-pasoliniana «mutazione antropologica» morettiana sono confermati da tante voci. Il calcio, con Silvio Orlando che sbotta, «De Laurentis... ma va, quello da quando s’è comprato il Napoli parla solo di calcio».

L’onnipresenza dell’Italia alla Vanna Marchi, «un bel pezzo di storia del cinema, il mio teatro di posa, dove oggi facciamo le televendite...». La solitudine dei post-italiani: «Signorina - implora il produttore alla segretaria - mi passi tutte le telefonate, anche gli sconosciuti. VOGLIO ESSERE DISTURBATO», giacché meglio è essere molestati, dunque esserci, che vivere condannati nell’ombra. Un’Italia voltagabbana in politica, «io l’ho votato pure, a Berlusconi!», dice il protagonista; «e pure io», dice la sua segretaria, quasi che anche i suoi critici ne fossero stati, ignari, permeati, magari prima di arrivare a odiarlo. Si può anche dire, come Fausto Bertinotti, che il «dibattito è da manicomio», ma sa un po’ di rimozione. Oppure sostenere come lo psichiatra rifondarolo Massimo Fagioli che il film è «costitutivamente equivoco, su Berlusconi». Resta l’ipotesi che Nanni vero caimano si sia voluto smarcare, lasciando vivere nel film Silvio Orlando che dice «non fissiamoci su questa figura di Berlusconi, Berlusconi, Berlusconi... non c’è solo lui.. è un film sul potere, su come siamo diventati, sull’Italia degli ultimi trent’anni», e il Caimano che scende dall’elicottero per inaugurare Milano due, ma le majorettes ad attenderlo, a quel punto, ci sono già. E siamo tutti pronti per farci tele-guidare.

una segnalazione di Sonia Marzetti:

http://213.215.144.81/public_html/articolo_index_23222.html

giovedì 24.3.06
All'interno di una ampia pagina su dagospia.com a proposito della uscita nelle sale del nuovo film di Nanni Moretti Il Caimano sono stati pubblicati i seguenti tre lanci Agi, con le opinioni di Massimo Fagioli, di Valerio Caprara e di Fausto Bertinotti


«(...)

5 - FAGIOLI, LO PSICHIATRA DI “LEFT”: BANALE ED EQUIVOCO CONTRO O PRO BELUSCONI?
(Agi) - Un film banale, di una totale piattezza emotiva, senza un minimo di pathos e per di piu' molto equivoco: e' una denuncia contro Berlusconi o un comizio pro Berlusconi? A parlare e' lo psichiatra Massimo Fagioli al quale il nuovo film di Nanni Moretti 'Il Caimano' non e' piaciuto affatto. "Non c'e' nulla da salvare: e' un banale racconto del quotidiano, una coppia in crisi, su cui Moretti tenta di mettere su un po' di dramma ma non gli riesce - aggiunge Fagioli - Non c'e' il pathos che movimenta, che suscita l'emotivita': un po' ridicolo, non fa piangere affatto, anzi".

A Fagioli Moretti non e' mai piaciuto, anzi si', lo defini' geniale in 'La Stanza del figlio' per aver ben rappresentato il vuoto della psicanalisi freudiana: nessuna interpretazione dei sogni, nessuna cura, la totale 'assenza di pensiero'. "Non lo stimo Moretti", aggiunge lo psichiatria per il modo di girare, di far immagini, o meglio di non far immagini: quella di Moretti - per Fagioli - e' pura fotografia. Insomma, nessuna delusione. "Racconta banalmente - osserva Fagioli - la quotidianita' senza pathos, coinvolgimento emotivo: fa, appunto, fotografia". Un brutto film, dunque, e per di piu' equivoco.

"E' una denuncia contro Berlusconi o e' un comizio pro Berlusconi? Che storia e' l'elenco, la propaganda delle opere fatte da Berlusconi? - si chiede Fagioli - E il popolo che si solleva a favore di Berlusconi? E' un linguaggio equivoco per cui ognuno lo interpreta come gli pare". No, non puo' esser cosi'. Linguaggio equivoco e' anche quello di "una certa zona della sinistra, come i girotondini", afferma Fagioli. Gli intellettuali come Flores d'Arcais, 'Pancho' Pardi, Marco Travaglio. "Il Caimano mi ha lasciato molto, molto perplesso", conclude lo psichiatra dell'Analisi Collettiva, di certo non deluso.

6 - CAPRARA, IL PROF DI CINEMA: PIU' BERLUSCONIANO DI BERLUSCONI…
(Agi) - L'incarnazione finale con il Cavaliere e' nobilitante, grandiosa, quasi a dire attenzione solo Io posso tener testa al Cavaliere Nero: insomma un film piu' berlusconiano di Berlusconi. A parlare il critico e docente di Storia e Critica del Cinema all'Universita' 'l'Orientale' di Napoli, Valerio Caprara secondo il quale "Moretti poteva risparmiarsi la storia sentimentale in quanto tutto il gossip romano-centrico ci aveva gia' informato da tempo: lo sapevamo gia'". Non solo, ma "vanno licenziati cacciati gli sceneggiatori - nota - che hanno tentato di amalgamare 6,7,8 film in uno".

Quindi, "Moretti non doveva irridere uno dei piu' grandi registi italiani - aggiunge Caprara - Dino Risi". Per cui "quando si arriva all'impatto su, di, per Berlusconi ormai si e' stanchi, esausti - prosegue Caprara - e provati: qualcosa pero' ho apprezzato. Il giudice freddo e scostante come l'incarnazione finale con Berlusconi: e' nobilitante e grandiosa". Il 'botto' finale dunque. "E' come se Moretti dicesse: al Cavaliere Nero Io e solo Io posso tener testa: piu' berlusconiano di Berlusconi", chiosa Caprara.

A quale genere puo' appartenere questo film? "A nessun genere – risponde Caprara - e' morettiano: dice o filma una cosa poi, da bastian contrario quale e', nel fotogramma seguente lo confuta e lo nega. E' per questo che non puo' ascriversi a nessun genere". Neanche al film d'autore? "No, neanche per idea - avverte Caprara - Fare immagini e' un'arte, un'inventiva anche quando si vuol descrivere la realta', la quotidianita': Moretti non inventa mai nulla, chi inventava era il grande Toto'".

(...)

9 - BERTINOTTI, UNA DISCUSSIONE MANICOMIALE
(AGI) - A Fausto Bertinotti la discussione che ha investito la politica italiana in merito all'ultimo film di Nanni Moretti, sembra assolutamente "manicomiale" e con ironia ribadisce che a prescindere dal giudizio sulla pellicola il suo voto andra' a Rifondazione Comunista. "Questa e' una discussione manicomiale - afferma il leader di Rifondazione - l'unica cosa sicura e' che per discutere un film bisogna vederlo, per esempio bisogna vedere 'la corazzata Potemkin' per dire che e' 'una boiata', io non partecipo alla discussione. Un film ne' danneggia, ne' favorisce - conclude - a questa propensione manicomiale che sembra investire la politica italiana recito semplicemente la formula 'siccome e' un film importante per la cinematografia italiana sicuramente lo andro' a vedere come altri, me ne faro' un giudizio e non cambiero' la decisione di votare Rifondazione Comunista quale che sia il giudizio sul film". (...)»

a proposito del Palazzetto Bianco di Massimo Fagioli e Paola Rossi:

l'articolo di Franco Purini uscito su Paesaggi Urbani e già segnalato può adesso essere scaricato da chiunque lo voglia collegandosi al forum di Claudio Corvino, al seguente indirizzo:
http://www.freeforumzone.com/viewmessaggi.aspx?f=17453&idd=3813

venerdì 24 marzo 2006

una segnalazione di Antonella Pozzi:

citato al giovedì
Repubblica 23.3.06
L'INTERVISTA
Occhetto: a Bertinotti dico che per rifondare la sinistra bisogna andare oltre il suo partito
"Bene Ingrao sul comunismo e ora il Prc sia meno egoista"
"Le parole di Pietro sono significative, si sta arrivando al dato di fondo della svolta"
di Goffredo De Marchis

ROMA - «Sono d'accordo con Ingrao». Achille Occhetto ritrova il vecchio Pietro quindici anni dopo il congresso di Rimini che cancellò il Pci, suggellò la svolta e diede vita al Pds. Allora erano su fronti opposti, uno protagonista della «rivoluzione» ex comunista, l'altro sostenitore della mozione del «no» fino al punto di abbandonare il partito nel 1993. Ma adesso Ingrao dice che «si può rinunciare al comunismo» nel nome di un progetto «innovativo» e di un'unità più larga.
Felice del «pentimento» di Ingrao?
«I pentimenti in politica non contano nulla, fanno parte della sfera psicanalitica. In politica conta il riconoscimento dei processi nuovi e si sta arrivando lentamente al dato di fondo della svolta. Che non era solo l'uscita dal comunismo e dal collettivismo autoritario. Doveva in realtà aprire la strada a una sinistra diversa. L'errore di interpretazione, allora, fu quello di assimilare sinistra e comunismo. Usciti dal Pci si doveva per forza entrare nel salotto buono del neoliberismo. Questo contribuì a un doppio sbaglio: da una parte l'ossificazione della vecchia sinistra e dall'altra una sinistra-marmellata, senza principi, interprete del riformismo moderato».
Se Ingrao e altri l'avessero seguita prima, questi errori si sarebbero potuti evitare?
«Le parole di Ingrao sono significative. Non rappresentano alcuna abiura, così come non era un'abiura la mia. Quindici anni fa, però, una parte della sinistra non ha compreso il valore della svolta e si è concentrata in una battaglia dal carattere prettamente simbolico sul nome. Con il risultato, grottesco e ridicolo, che alle elezioni di aprile correranno più simboli con la falce e martello».
Lei avrebbe voluto già per il 9 aprile una sinistra unita, un Cantiere aperto a varie voci che bilanciasse il riformismo dell'Ulivo. Alcuni dicono che a frenare sia stato Bertinotti.
«Ho apprezzato molti elementi di innovazione introdotti in Rifondazione e gliel'ho anche riconosciuto nel mio libro "Potere e antipotere". Mi riferisco alla fine della concezione leninista del comando, alla nonviolenza, al primato della libertà. Questi, del resto, furono alcuni valori fondamentali della svolta. Ma ho sempre detto che la sinistra non può vivere solo nel vecchio otre. Anche Prc deve mettere le sue idee al servizio di una ricerca nuova e unitaria. Al convegno di ieri con Ingrao e Bertinotti, per esempio, c'erano, in platea e sul palco, prevalentemente ex comunisti. Il problema non è la "rifondazione comunista", ma rifondare la sinistra. E per farlo c'è bisogno di collegarsi a più filoni storici: la sinistra lombardiana incarnata oggi da Foa, il radicalismo cattolico, la tradizione laica risorgimentale fino all'apporto fondamentale dei nuovi movimenti. Fermando questo processo abbiamo tutti perso un'occasione storica. Poteva nascere subito la vera novità di questa campagna elettorale. E adesso rimprovero a Bertinotti di rilanciare il processo unitario tutto dentro l'egemonia di Rifondazione comunista. Quindi dico a Fausto: fai attenzione a non commettere lo stesso errore che fu proprio della cosiddetta "unità socialista"».
Una sinistra nuova avrà come avversario il partito democratico?
«Un difetto della sinistra è partire dai contenitori prima che dai contenuti. Sul partito democratico non ho alcuna preclusione ideologica. Se c'è una vera contaminazione se ne può discutere. Per il momento mi sembra solo un comitato elettorale. Intanto è a sinistra che si può dare vita a una costituente delle idee, a una scelta culturale nuova».

ma anche, in data di oggi:
Liberazione 24.3.06
Occhetto: La sinistra riparta da Riccardo Lombardi

“Se si vuole costruire quanto ancora manca si può e si deve ripartire da Riccardo Lombardi, da quel riformismo forte che si contrappone al riformismo moderato”. Lo dice Occhetto in un’intervista. Che così commenta i lavori dell’assemblea della Sinistra europea. “La presa di distanza dal leninismo e stalinismo fu sempre presente nell’azione di Lombardi”.

ricevuto da Roberto Martina:

un articolo che cita Massimo Fagioli:
Corriere della Sera 24.3.06

Primo applauso, primi dubbi: ma a chi giova?
«Ci si aspettava un’opera anti-premier, ma alla fine la gente è con lui». Ferrara gongola: «Autoironico»
di Paolo Conti


ROMA - La risata di Giuliano Ferrara, seduto a otto file dallo schermo tra Ritanna Armeni e Sandro Curzi, rimbomba nella sala 1 del cinema Barberini. All’Elefantino è piaciuto quel titolo partorito dal produttore Bruno Bonomo, «Maciste contro Freud». Pubblico da gran matinée giornalistico-politica. Inviati di New York Times, Le Monde, Herald Tribune, Variety, delle tv francese, belga, tedesca. Tanti polacchi. La Rai schiera le tre punte Vincenzo Mollica (Tg1), Gianni Gaspari (Tg2), Teresa Marchesi (Tg3) come tre network. Sparsi in sala, tra altri giornalisti e critici, Massimo Fagioli, psichiatra e neo padre-padrone di Left, ex Avvenimenti, Pietrangelo Buttafuoco, Lanfranco Pace, Anselma Dall’Olio in Ferrara. Il rito è officiato da Rita Nobile e Massimo Scarafoni, titolari di un ufficio stampa che ha evitato mille fughe di notizie e infatti non si dissocia dal leggendario odio di Moretti per i giornalisti nostrani, ne è anzi l’ambasciata: «Resistiamo a tutto, anche a certe anticipazioni che ci hanno fatto ridere». Per i Grandi si fa giustamente eccezione, Lietta Tornabuoni è trattata come una sovrana. Il film scorre, sghignazzi sulle nevrosi del produttore, sulla maschera di Michele Placido. Tra i cinefili è gara nello scoprire i camei («ecco Matteo Garrone, ma quello è Virzì, guarda c’è pure Stefano Rulli»). L’applauso finale (unico, nemmeno uno a scena aperta) nasce lento e dura poco, otto-dieci secondi.
Molti capannelli conclusivi. Lidia Ravera dichiara tutto il suo entusiasmo, «mi è piaciuto moltissimo». Marcello Sorgi, perfetto in grigio, come ai faccia a faccia Berlusconi-Prodi su Raiuno: «Ci aspettavamo un film contro Berlusconi, ma troviamo un film sulla sinistra che alla fine dice che il popolo è con Berlusconi». Durante l’intervallo si intravede la sagoma altera di Gianluigi Rondi, gran vecchio della critica, 85 anni portati con la leggerezza con cui indossa la solita sciarpa bianca: «Narrativamente mal costruito. Parte bene con questa idea del produttore squattrinato e della regista esordiente, poi c’è una deriva verso situazioni poco convincenti, e non faccio un discorso sul contenuto ideologico. Purtroppo la polemica politica ha impedito a Moretti di controllare la qualità. Film scricchiolante».
Non te lo aspetteresti ma Ferrara stappa champagne: «Un Moretti delizioso, grottesco, autoironico». Poi sputa l’osso: «In fondo Moretti sposa la tesi del Foglio, ovvero che Berlusconi ha già vinto, qualunque sia l’esito delle elezioni. È la storia di un uomo soggiogato dalla sua immaginazione artistica, dall’eroe negativo, dal cattivo, come un grande cartoon alla Citizen Kane». Ritanna Armeni è lì accanto a lui. Opinione diversa, è fatale: «Non lo definirei un bel film ma un evento. Immaginavo una storia su Berlusconi. In realtà è un film su questa Italia e "anche" su Berlusconi, su un Paese pieno di problemi che resteranno sul nostro groppone anche senza il Cavaliere». Lanfranco Pace dissente da Giuliano Ferrara: «Il film corre su più strati, troppi, non ne risolve nessuno. Meno antiberlusconiano di quanto ti aspetteresti. Debole nelle corde classiche sulla famiglia. Speravo in una specie di "Presa di potere da parte di Luigi XIV". Mi spiace, sono un fan di Nanni...». Sandro Curzi, col cappello contro il dolore al trigemino, reagisce a chi immagina un effetto-boomerang sull’Unione: «Questa sinistra ha paura di tutto. Il film non avrà influenza sul voto e anzi, nel suo pessimismo forse sarà il primo film sul dopo-Berlusconi. Insomma, non è un film su Berlusconi ma una pellicola in cui per la prima volta il premier è una comparsa».
Altro gruppetto. Pietrangelo Buttafuoco si sfoga: «Non ho fatto altro che sbadigliare. Che spreco, un soggetto come Berlusconi ridotto a una commedia di costume riuscita male. Doveva finire in mani migliori. Toccava a Tatti Sanguineti spiegare a Moretti: "lascia stare, regala l’idea a Ciprì e Maresco, ne faranno roba da Oscar"». A questa surreale stroncatura siciliana si affianca la sponsorizzazione senza dubbi né ombre di Danièle Heymann, selezionatrice francese del Festival di Cannes: «È magnifico. Molto meglio di Michael Moore, si vede la mano di un vero regista. A Cannes sarà un trionfo». Nella hall ressa, come da manuale, per le cartelle stampa. Addio aplomb morettiano. Qualcuno (chi?) grida: «Cafoni!». Nemmeno fosse un film di Vanzina-De Sica.

inoltre, ancora sull'uscita de Il Caimano:
(la versione originale del seguente articolo è
qui:)
Puntocomonline 24.3.06

Nanni Moretti, Il Caimano. Un bel favore a Berlusconi
di Francesco Lerner

Difficile non rimanere un po' allibiti dopo aver visto Il Caimano. Allo scoccare dei titoli di coda, nella grande sala del cinema Barberini dove ieri era in programma l'anteprima per i giornalisti dell'ultimo film di Nanni Moretti, qualcuno ci prova pure ad abbozzare un timido applauso. Roba di pochi istanti, però. Non è neanche corretto parlare di delusione: è un senso di spiazzamento generale, piuttosto. Curzio Maltese, ottimisticamente seduto in prima fila, schizza via per primo, Marco Giusti sorride un po' allibito e quasi imbarazzato, Paolo Guzzanti, arrivato forse con la malcelata speranza di essere contestato dagli astanti, se ne va nel silenzio più assoluto.
«E' un film che farà guadagnare tanti, tantissimi voti al centrodestra», vaticina qualche ora dopo il senatore di An Michele Bonatesta, che il film non l'ha visto, ma in compenso ha spiluccato le agenzie tanto bene da farsi un'idea della pellicola. Non ha del tutto torto, purtroppo, Bonatesta, così come non ha torto Il Riformista, con il suo strano gioco della stroncatura preventiva pubblicata ieri. Fallisce sicuramente, Moretti, se l'intento era quello di spostare verso sinistra i voti degli indecisi: il Berlusconi abbozzato non è molto di più che uno squallido figuro capace solo di intrallazzare torbidamente per favorire i propri interessi, arrivando addirittura, in uno slancio fantapolitico, ad aizzare i cittadini alla rivolta violenta contro la magistratura ostile. Berlusconi è anche questo, magari, ma è sottovalutato quando non si coglie il suo talento di capace imprenditore e di abile affabulatore, e sopravvalutato quando lo si dipinge come una sorta di Che Guevara del malaffare.
Anche dal punto di vista artistico, il film lascia perplessi. L'unico espediente possibile trovato da Moretti per evitare di rendere macchietta il personaggio Berlusconi è il film nel film: Silvio Orlando, il protagonista, è un cineasta sfigato che cerca di riscattarsi producendo un'opera che metta in luce tutte le nefandezze del diabolico premier. Mentre scorrono i centododici minuti di pellicola, però, lo spettatore ignaro si chiede se la figura di Berlusconi sia un pretesto buttato lì per dare un po' di sale alla vicenda intimista e delicata che pervade la maggior parte del film o se invece sia questa un pretesto per dare la possibilità al regista di dire al mondo tutto ciò che pensa di Berlusconi, confezionandolo in un lavoro già destinato agli applausi di Cannes. E non è improbabile, peraltro, che Il Caimano, coprodotto da France 3 Cinema, sia destinato a raccogliere maggiori consensi al di là delle Alpi, dove il personaggio di Berlusconi è (comprensibilmente) considerato come poco più che un fenomeno da baraccone e dove non ci si interroga più di tanto se certe mancanze di sfumature possano giovare più alla sinistra o più alla destra.
Quello che noteranno anche in Tibet, però, è la schizofrenica compresenza di registri narrativi diversi, certamente una scelta e non uno scivolone involontario per un perfezionista come Moretti. Se, però, con la "commedia che diventa tragedia" Roberto Benigni è arrivato all'Oscar, in questo caso la "satira di costume che diventa divertissement paradossale che diventa melodramma familiare che diventa invettiva politica dal sapore vagamente onirico" finisce solo per confondere le idee allo spettatore, mettendo un po' nell'angolo l'encomiabile sforzo interpretativo profuso dai vari Michele Placido, Margherita Buy, Jasmine Trinca, oltre al mattatore Silvio Orlando. Le aspettative di chi sanamente confida che l'Italia tra due settimane riesca a sfilarsi dall'incubo Berlusconi sono un po' tradite perché, complice la decisione del regista di promuovere il film in tv, si darà modo al Cavaliere di recitare la parte del martire perseguitato. E sono tradite anche le aspettative di chi sognava un grande film. Ma è sempre difficile stroncare Moretti: troppe volte ha detto lui ciò che solo qualche anno dopo abbiamo pensato noi. Riparliamone tra un po'...

ancora sul Caimano (l'integrale è su "spogli", clicca sul titolo):

Corriere della Sera 24.3.06
Prodi e il Caimano: spero non sia dannoso
Il leader dell’Unione: i film di Moretti si vanno a vedere. Berlusconi: io non lo farò
di Monica Guerzoni

Corriere della Sera 24.3.06
Macaluso: il partito ragionava così Andai in carcere 6 mesi per adulterio
di Antonio Garibaldi

ROMA - Emanuele Macaluso si iscrisse al Pci nel 1941, entrò nella segreteria nazionale e Togliatti c’era ancora. Le gerarchie cattoliche hanno nostalgia del Pci che votava l’articolo 29 sulla famiglia, che ne dice? «Ma non votammo solo l’articolo 29, anche l’articolo 7 che inserì i Patti Lateranensi nella Costituzione».
Furono scelte tattiche?
«Ma no! Basta pensare a ciò che scriveva Gramsci dal carcere, sul ruolo del Vaticano, sulla necessità del rapporto tra contadini del Sud e classe operaia. Il blocco sociale su cui si incentrava la strategia del partito comprendeva le masse popolari cattoliche».
Così si arrivò a demonizzare De Marchi, e la contraccezione.
«Sì, era quella la cultura prevalente nel partito. Negli anni ’50 Berlinguer indicò alle giovani comuniste l’esempio di santa Maria Goretti. Io, intanto, finivo in carcere per la prima volta, anno 1945, perché convivevo con una donna sposata. Condannato a sei mesi, reato di adulterio».
Poi il partito è cambiato.
«Il partito seguì con ritardo i cambiamenti del paese. Tenne in secondo piano i diritti civili, partecipò con cautela ai referendum su divorzio e aborto».
Perché?
«Sempre per il rapporto con le masse cattoliche, per l’attenzione dovuta alla presenza della Santa Sede».
Eppure Avvenire si lamenta.
«Le responsabilità non sono nostre. La famiglia tradizionale è stata spezzata dal passaggio della società agricola a società industriale e ora post-industriale. Non si accorge, la Chiesa, che la nascita di tante famiglie di fatto è uno stimolo per il matrimonio».
I Ds ora sono un partito laico?
«Vedo ancora molta timidezza e la causa è il rapporto con la Margherita. Su questi temi si gioca anche la creazione del Partito Democratico».

due segnalazioni ricevute da Paolo Izzo:

Laicità, etica e diritti
Roma. Manifestazione domenica con Fassino, Melandri, Bettini, Rippa, Severi

Domenica 26 marzo 2006, al teatro Vittoria a Roma (piazza Santa Maria Liberatrice, 8), ore 10,00 - 13,00, manifestazione sul tema Laicità, etica e diritti promossa dalla federazione romana dei Democratici di Sinistra con la collaborazione di Quaderni Radicali, Agenzia Radicale, l’associazione “Amici di Quaderni Radicali”, Minerva, Nessuno Tv, Area, Club delle Donne.
Coordina il Sen. Esterino Montino, Segretario DS Roma
Relazione di Goffredo Bettini, Capolista DS Senato

Interventi: Pierluigi Severi, Coeditore rivista Minerva; Roberta Agostini, Coord. Donne DS Roma; Carlo Flamigni, Ordinario Ginecologia e Ostetricia Università di Bologna e Membro Consiglio Nazionale Bioetica; Giuseppe Rippa, Direttore Quaderni Radicali e Agenzia Radicale
Conclusioni di Giovanna Melandri. Interviene Piero Fassino

da Corriere della Sera Magazine del 23 marzo 2006
Luca Coscioni: lacrime di coccodrillo
di Giulio Giorello

Ricordate l'Aquilone? Pascoli avrebbe le sue difficoltà nel Pakistan di oggi, dove far volare questi simboli di libertà rischia di essere proibito anche per ragioni di sicurezza, poiché nelle gare qualcuno ha avuto la brillante idea di sostituire ai soliti cordini dei taglienti fili di ferro.
Ma la maggiore ostilità al «cervo volante» o alle sue varianti viene dai fondamentalisti (questa volta islamici) che sembrano non gradire tale manifestazione «pagana».
E c'è da chiedersi quale piacere, o gioco, prima o poi non apparirà sacrilego agli occhi del fondamentalista di qualsiasi credo.
Né c'è da stupirsene: il fondamentalista è un tipo che detesta questo mondo e odia la vita.
Per contrasto dedico le righe di questa mia rubrica a una persona che ha saputo, pur tra mille difficoltà, dire sì alla vita e lottare per il miglioramento di questo mondo: Luca Coscioni.
Ho aspettato che si attenuasse l'eco delle celebrazioni ufficiali — anche perché non amo coloro che quando era in vita hanno ostacolato o ignorato le iniziative di Luca e che in morte ne hanno invece lodato «l'impegno», stando bene attenti a non menzionare quale ne fosse la posta in gioco: la rivendicazione della dignità dell'esistenza (che è altra cosa dalla retorica sulla sacralità della vita), la libertà della ricerca, l'apertura a tutti, cittadine e cittadini, dei servizi via via messi a punto dalle conquiste della scienza e della tecnologia. Di qui un monito ai nostri politici (di qualunque schieramento): ai necrologi preferiamo i programmi (possibilmente chiari e brevi).
Ci piaceva di Coscioni quel suo «programma» etico che consisteva, detto in poche parole, nel contrapporre una cultura del coraggio a quella cultura del dolore ancora molto diffusa nel Paese.
Per esempio, a proposito del parto indolore, apprendo (Corriere della Sera, 14 marzo) che ci sono perplessità qui da noi per tecniche che sono invece consentite in Gran Bretagna o negli USA. Se si tratta di argomenti scientifici, che li si dichiari apertamente.
Ma, per favore, basta con i fondamentalisti del «partorirai con dolore».
Che voli alto l'aquilone per Luca, ma senza alcun filo di ferro.

su MAWIVIDEO
oltre alla lezione del 18 marzo del Prof. Massimo Fagioli

sono adesso disponibili anche le lezioni del 17 e del 18 marzo
della Prof.ssa Elena Pappagallo
e del Prof. Andrea Masini

È disponibile anche la registrazione dell'incontro di ieri al Residence Ripetta:
"La cultura cuore della trasformazione"
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QUESTO POMERIGGIO:

Sinistra Romana

MA CHE VITA È?
L'embrione è vita umana?


incontro dibattito su scienza e politica

con:
Giulio Cossu - Maura Cossutta
Elettra Deiana - Loredana De Petris
Luca Gianaroli - Mariella Gramaglia
Raffaella Nicolai - Mirella Parachini
Rosa Rinaldi - Giulia Rodano
Salvatore Bonadonna - Pino Galeota

introduce: Alessandro Cardulli
coordina: Elena Canali

venerdì 24 marzo 2006 dalle ore 17

presso
Casa delle Culture

via S. Crisogono, 46

www.sinistraromana.org

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mercoledì 22 marzo 2006

a proposito del Palazzetto Bianco di Massimo Fagioli e Paola Rossi
Paesaggio urbano 2.2006 mar-apr 2006
rivista bimestrale di architettura, urbanistica e ambiente
Inconsueta e sorprendente

di Franco Purini

Con una efficace intuizione critica Paolo Portoghesi aveva scritto qualche anno fa che la palazzina romana è paragonabile a un sonetto. Come quella particolare forma poetica, rigorosamente codificata ma capace di prestarsi ad una infinità di espressioni diverse, anche la palazzina, pur essendo essa stessa estremamente canonizzata nei suoi caratteri tipologici e nel suo vocabolario formale, consente infatti inesauribili possibilità di produrre variazioni al punto che soltanto in ogni sua singola articolazione essa si fa pienamente riconoscere. Un piano terra che può ospitare appartamenti o garage più quattro piani e un atrio; una scala che distribuisce due o a volte tre alloggi per piano, in qualche caso sfalsati; una copertura piana o a tetto una serie di balconi i quali, oltre a dotare gli alloggi di uno spazio aperto sull’esterno, movimentano plasticamente un volume di solito quadrato o quadrangolare, spesso dinamizzato da andamenti planimetrici irregolari, con superfici disposte secondo angolazioni inclinate rispetto all’ortogonale: sono questi gli elementi base di questo tipo edilizio, un principio organizzativo tradotto in un edificio il quale, ripetuto migliaia di volte, ha costituito la principale materia architettonica per l’espansione di Roma nel secondo dopoguerra. Costituita da un elemento di casa in linea, ma con le pareti terminali forate da bucature, la palazzina è un tipo talmente molteplice nelle sue singole espressioni da dissimulare le sue stesse costanti generiche. C’è da aggiungere che la palazzina prevede anche schemi distributivi più grandi e complessi nei quali due scale servono quattro alloggi. In questi schemi i bagni e le cucine affacciano su chiostrine interne. I migliori architetti romani del Novecento hanno saputo fornire interpretazioni magistrali di questo tema, declinato sia nei termini di un rigore manualistico, seppure ispirato, sia in quelli di una immediatezza di scrittura risolta in configurazioni disinibite e imprevedibili, spesso gestuali fino all’arbitrarietà. Marcello Piacentini, Mario Ridolfi, Wolfang Franke, Adalberto Libera, Pietro Aschieri, Gino Capponi, Luigi Moretti, Saverio Muratori, Ludovico Quaroni, Eugenio Galdieri, Pietro Barucci, Davide Pacanowsky, Carlo Aymonino, Mario Fiorentino, Luigi Pellegrin, Claudio Dall’Olio, Ugo Luccichenti, Bruno Zevi,Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti, Francesco Berarducci, Paolo Portoghesi rappresentano i capofila di una foltissima schiera di ottimi progettisti che hanno lasciato nel tessuto urbano architetture di grande significato.

La città delle palazzine è una città positivamente contraddittoria. Per molti versi essa è fortemente omogenea, essendo costituita da elementi edilizi simili inseriti in un contesto in cui la presenza del verde che circonda su quattro lati il volume è particolarmente importante; per l’altro la differenziazione tra una palazzina e l’altra dà vita ad un ambiente urbano pieno di episodi singolari, di accensioni individuali linguistiche, che fanno sì che ogni strada acquisti un carattere peculiare. Per qualche decennio, soprattutto da parte degli urbanisti di sinistra, la palazzina è stata accusata di negare con il suo individualismo l’essenza della città come costruzione collettiva che doveva esprimere tale natura solidale e unitaria tramite manufatti di scala più ampia, destinati a consistenti comunità di abitanti, manufatti coordinati in un disegno urbano fortemente gerarchizzato. Solo da qualche anno questa opposizione, simboleggiata dalla gigantesca diga del Corviale allineata sul bordo della città ad arginare la marea delle palazzine, è stata superata anche per merito di studiosi come Giorgio Muratore, Alessandra Muntoni e Luca Ciancarelli. Critici e storici hanno cominciato da allora a leggere il ruolo e le vicende della palazzina romana con occhi nuovi, cogliendo proprio in quella combinazione di regole ed eccezioni, già messa in evidenza da Paolo Portoghesi, il segno di una intrinseca e necessaria versatilità architettonica e urbana.

Paola Rossi fa parte da anni di quel gruppo di architetti-artisti riuniti attorno a Massimo Fagioli, una numerosa e attiva comunità che si è distinta per una indiscutibile capacità inventiva, per una sicura attitudine alla sperimentazione e per una notevole originalità nel pensare e costruire l’architettura al di fuori di ogni tendenza consolidata. Massimo Fagioli è una figura centrale nell’attuale panorama culturale, non solo romano e nazionale. Psicanalista eversivo, estraneo all’accademia, egli ha cercato di infrangere le ferree e statiche liturgie post-freudiane proponendo al posto della singola analisi un lavoro interpretativo esteso a più persone, successivamente coinvolte in una serie di impegnative attività culturali. Architetto anch’egli per vocazione e volontà ma anche designer, artista, regista cinematografico, animatore culturale, Massimo Fagioli ha creato una situazione assolutamente unica nel dibattito contemporaneo, anche se molto controversa e per di più di un motivo fraintesa. Una mostra di qualche anno fa, “Il coraggio delle immagini”, aveva dato a lui e al suo gruppo l’occasione di dimostrare quanto una concezione profonda e anticonvenzionale dell’attività creativa potesse liberare impensate possibilità di estrarre dall’inconscio un mondo di forme fluenti e metamorfiche, dalle quali l’architettura poteva in qualche modo intraprendere un nuovo cammino. La mostra, riproposta in più sedi, anche all’estero, ebbe un vasto e giustificato successo. Le architetture esposte nella mostra si distinguevano per le loro forme inconsuete e sorprendenti, animate da una ricerca totalmente indenne da obblighi istituzionali e da tributi a teorie correnti, anche se prestigiose, e a modalità compositive consolidate.

Il “Palazzetto Bianco” di Massimo Fagioli e Paola Rossi con la collaborazione di Françoise Bliek, progettato agli inizi degli anni novanta ma realizzato solo recentemente, è una sorta di manifesto costruito di questo gruppo. Si tratta di una piccola palazzina edificata a Roma in Via di San Fabiano, su un esiguo lotto di forma triangolare. Questa costruzione di dimensioni contenute ma dall’aggressiva presenza nello spazio urbano è l’ottimo risultato di un esperimento limite nel quale confluiscono più motivi. In esso si ritrovano infatti, ma senza alcun cedimento citazionista, memorie wrightiane, fermenti neoespressionisti, intenzionalità scultoree, spunti decostruttivisti, plusvalori concettuali, ascolti attenti del contesto. Disegnata con encomiabile sapienza compositiva e con una grande attenzione per gli aspetti funzionali, questa architettura è investita da una energia formale che la modella potentemente creando torsioni, deformazioni, tensioni topologiche. Dispositivo a reazione luminosa l’edificio si organizza in elementi distinti i quali, nella loro autonomia formale si pongono come nuclei visivi coordinati in un sistema nello stesso tempo composto e unitario. Rifiutando della palazzina il normale rigirare delle facciate su quattro lati il “Palazzetto Bianco” reagisce all’intorno differenziandosi nettamente nelle sue parti. Nettamente articolato in due parti in qualche modo figurativamente irriducibili, la parete inflessa punteggiata da piccole bucature che esalta la sua concavità con uno scatto terminale e il prospetto stratificato segnato dall’orizzontalità dei grandi balconi anch’essi compresi in sezione all’interno di una curva; coronato da una scala che finisce contro il cielo, il “Palazzetto Bianco” dimostra che la palazzina non ha ancora concluso il suo ciclo storico, essendo ancora in grado di dare vita a esemplari densi di novità e di poesia. Con la sua forma a cuneo, che evoca la contundente dirompenza visiva di un frammento di Lisitsky così come la prua di una nave che solca il suolo urbano questa architettura dimostra come anche in spazi interstiziali apparentemente marginali, sia possibile costruire un frammenti bellezza urbana. Dotata della rara attitudine a perseguire un sogno con quella concretezza che sfida il tempo e sa imporsi alla realtà, Paola Rossi rivela che non sono sempre le grandi opere quelle che segnano i momenti più significativi dell’evoluzione delle città, quei punti di flesso nei quali essa dimostra di saper ripensare radicalmente la propria immagine.

Franco Purini
Febbraio 2006

chi desiderasse vedere le pagine della rivista, con l'originale dell'articolo qui sopra riprodotto e alcune fotografie e disegni della realizzazione può chiederle con una e.mail a "segnalazioni": le riceverà nella propria casella di posta. È un
.pdf dunque per aprirlo è necessario possedere Acrobat Reader

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ricevuti da Giorgio Valentini:

due articoli di Liberazione di oggi sull'incontro del Residence Ripetta di ieri, martedì 21 marzo:

Liberazione 22.3.06
L’incontro a Roma tra Bertinotti e gli intellettuali
Una nuova alleanza tra cultura critica e politica
di Maria R. Calderoni
Incontro a Roma organizzato da Rifondazione. Bertinotti: «Fare della cultura un formidabile volano di sviluppo»
Le «ragioni forti della politica» interrogano gli intellettuali
Marcello Cini: «Inaccettabile la disuguaglianza inaccettabile tra “chi sa” e “chi non sa”. Consentire a tutti di fruire del bene infinito che si chiama conoscenza»(...)
Pietro Ingrao: «Amico Prodi, in campo deve esserci il soggetto fondante, la classe: deve essere molto di più di una questione legata al voto». Pippo Del Bono: «Cultura? Semplice. Significa mettere la gente in grado di vedere la bellezza»

Il pane e un fiore. Potrebbe essere anche questa la sigla per l’incontro che si è svolto ieri al Residence Ripetta di Roma, il cui titolo per la verità è assai più alto e impegnativo: “La cultura cuore della trasformazione. Intellettuali, artisti, scienziati, operatori dello spettacolo interrogano la poliitica” Con la partecipazione di Fausto Bertinotti, Pietro Ingrao e Rina Gagliardi.
Ma “il pane e un fiore”, le parole della Rivoluzione Francese ci stanno bene, calzano a pennello. E le dice il regista Pippo Delbono, che prende il microfono in camicia azzurra e, con serissimi toni scanzonati, esordisce: «Ero a Parigi, ma mi dico, al diavolo, torno e ci vado al Ripetta. Ma appena in Italia, ecco, apro la tv e come prima notizia, c’è la Chiesa e poi la medaglia d’oro a quell’uomo che mostra come muore un italiano e allora mi dico: Madonna, siamo un paese surreale». Un modo leggero per introdurre un tema cruciale, grande e ncombente: cultura e politica, quale rapporto. Oggi. Non è un tè nel salotto buono.
Alle 15 del pomeriggio la sala del Ripetta è già piena, in pochi minuti le sedie non bastano, in molti sono in piedi, in molti seduti per terra. Tanti, venuti chissà da dove, la prima ad essere stupita è Angela Azzaro che qui è in veste di moderatrice. Tanti, giovani, molte le donne, gente della scuola e dello spettacolo, registi, attori, operatori della scuola. Applausi per Mario Monicelli apparso in scarpe da ginnastica, per Leo Gullotta molto salutato e abbracciato, arrivano Curzi, Manisco, una standing ovation di tre minuti accoglie Ingrao quando varca la soglia insieme a Fausto Bertinotti. Ed è sorpreso e commosso, Ingrao: «Qui al Ripetta ne ho viste tante, ma una presenza così folta e attenta e partecipe e calda come la vostra qui oggi non l’aveva vista mai». Un incontro, dice Rina Gagliardi (nostra editorialista che è anche capolista di Rifondazione per in Lazio al Senato) solo «relativamente elettorale». Nel senso che pensiamo al “dopo”, quando, «dopo la vittoria, dobbiamo essere capaci di ridare a questo Paese un senso diverso di sè. Tocchiamo con mano il declino economico dell’Italia, non faccio come Berlusconi e non dò cifre ma le conoscete; l’Italia si sta impoverendo, deperisce lentamente proprio sul piano culturale, diecimila giovani ricercatori vanno ogni anno negli Usa perché in casa non trovano sbocco.
E’ questo che dobbiamo riuscire a fare, “dopo” la vittoria: imporre al centrosinistra di fare della cultura un formidabile volano di sviluppo». Che ne sappiamo fare, ad esempio, della straordinaria risorsa che si chiama Beni Culturali? Ecco, il punto è anche questo, «costruire una cittadinanza in grado di fruire del piacere della cultura e dell’arte» (non sembra poco)... Le idee si diffondono, ma sono “inconsumabili”, dov’è Prometeo, il primo Ribelle che qualche millennio fa donò agli uomini il Bene-Che-Non-Si-Consuma e che appartiene a tutta l’umanità, la Conoscenza?
E’ Marcello Cini, filosofo della scienza, a introdurre proprio il tema fondamentale che appartiene insieme alla cultura e alla politica: il tema della logica del mercato che oggi «ha assunto dimensioni totalizzanti, fino ad appropriarsi di tutte le risorse naturali, così come di tutti i prodotti della mente umana». Oggi, dice Cini, il 10 per cento della ricchezza prodotta proviene da beni “immateriali”, oggi conta enormemente il capitale intellettuale, il brain power; ma oggi l’economia della Conoscenza si traduce nel massimo dell’economia della Rapina, nella disuguaglianza inaccettabile tra “chi sa” e “chi non sa”. Il primo compito della politica è perciò questo, oggi: spezzare questa divisione, «consentire a tutti di fruire del bene infinito che si chiama conoscenza». E’ emozionato Ninni Cutaia (dirige il Teatro Mercadante di Napoli), che parla dell’enorme difficoltà di fare teatro oggi in Italia. Senza piangersi addosso. Ma «le parole hanno perso il loro senso, il loro alone, rischiano di essere dimenticate ». Teatro vecchio, autoreferenziale, giovani completamente tagliati fuori. Lo dice esplicitamente: «Questo dovrà essere una responsabilità precisa della sinistra», caro Bertinotti contiamo su di te. Multimedialità non sono scarpe, Gianfranco Imperatori, presidente dell’Accademia delle Belle Arti, porta la sua esperienza concreta di operatore del ramo arte e cultura. Si può; in Italia abbiamo la possibilità di invertire la marcia e di arrestare, praticamente da subito, il declino, anche in puro e semplice termine di Pil: abbiamo la possibilità di «controbilanciare la globalizzazione, di fare dei beni culturali, e anche del turismo culturale, un grande detonatore di sviluppo».
La cultura può fare impresa. Nella sala stipatissima, tra il pubblico mai avaro di applausi, scorgiamo Piera Degli Esposti, Wilma Labate, Pippo Di Marca, Paolo Pietrangeli, Stefano Tassinari, Giorgio Arlorio, Maria Rosa Cutrufelli, Danielle Mazzonis, Pasquale Scimeca, Ascanio Celestini, Stefano Tassinari, Citto Maselli, ma molti molti altri ci sono sfuggiti. Un fortissimo applauso sottolinea l’intervento di Maria Luisa Boccia, docente universitaria, femminista storica, candidata di Rifondazione al Senato: «Libere nella mente, libere nel corpo». Mai più sole davanti alla tv, e con Hanna Arendt ricorda la semplice, essenziale verità: «La politica è parola». La parola collettiva, la parola pubblica, il solo mezzo che può sconfiggere la forza delle armi e del potere. L’esempio della guerra, quello che sta avvenendo là in Iraq. Con le sole armi, gli Usa non riescono a vincere; ed è così«che i neocon hanno bisogno di diventare teocon». Di costruirsi un ’identità, la logica del Nemico che deve essere introiettata dentro di noi, nel nome della superiorità occidentale, dell’odio per la diversità. Ed è questo che spiega l’orrore di Abu Ghraib. C’è Ruini, «viene avanti la Chiesa e il nostro fondamentalismo cattolico. Non mi scandalizza Ruini, mi scandalizza la politica opaca, quella che oggi non si contrappone al fondamentalismo religioso sul suo stesso terreno». Il pane e un fiore. Avevamo lasciato Delbono a questo punto, ma lui fa un bellissimo salto in avanti, l’applauso copre le sue parole: «Cultura? Semplice. Significa mettere la gente in grado di vedere la bellezza». Wladimir Luxuria dice che la cultura è transgender anch’essa, non è né maschile né femminile, mina le certezza, mina il potere «e per questo fa paura». Daniele Vicari, il giovane regista di “Alta velocità”, affida alla sinistra il difficile compito di rifondare la politica, di ridare dignità a quella che sembra diventata una bassa questione di potere. «E spero che Rifondazione faccia da pungolo». Futuro, futuro, futuro, dice Leo Gullotta, «ma oggi ai giovani hanno rubato il presente. Hanno fatto di tutto per farci sentire impotenti, separati, ci hanno diviso con l’accetta. Ma io non voglio restare passivo. Voglio fare» (per questo è qui). E Roberta Nicolai porta in scena la sua semplice verità: ci sono 150 strutture teatrali nel Lazio che non trovano né luoghi né spazi, siamo costretti ad essere eterni giovani, in eterna in attesa. Precari». Ma è quando Ingrao parla che scoppiano gli applausi più calorosi, lui incanta e commuove. Lui osa pronunciare la parola “infame”: comunismo; e la parola antica: proletariato. «Sento, e forse lo sentite anche voi, che siamo a una stretta, su un crinale. Non solo per l’Italia». Le sue parole più forti riguardano la guerra. Lo spaventoso mostro della guerra di massa che«forse voi che siete giovani non avete conosciuto, ma che io ho visto coi miei occhi durante quel terribile Novecento che abbiamo appena lasciato alle spalle». Ma ora è peggio. «Adesso, nel “vostro” tempo, è stato varcato questo limite. C’è l’avvento della Guerra Preventiva. La Guerra neanche più come difesa, ma addirittura come Iniziativa». Su questo e sulla questione sociale - la famosa condizione di classe - Ingrao invita la sinistra e soprattutto Rifondazione a essere più incisive. «Amico Prodi, in campo deve esserci il soggetto fondante, la classe: deve essere molto di più di una questione legata al voto». Applausi, commozione, Ingrao ha il pugno alzato. E’ caldissimo il clima quando Bertinotti inizia il suo intervento conclusivo. «Non era molto tempo fa, sembrava che la partita fosse chiusa, che tutto si fosse chiuso con il trionfo del pensiero unico. E invece, ecco: siamo alla riapertura della contesa. Per questo siamo qui. Per chiedere una alleanza tra la politica e la cultura critica. Aiutateci».

Liberazione 22.3.06
Ingrao
La lezione del ‘900. Contro la guerra, per la liberazione del lavoro e per un’istruzione più consapevole

Gli applausi iniziano per la strada. Chi è dentro la sala del residence Ripetta sente un boato crescente di mani che sbattono e solo dopo qualche minuto da un’entrata laterale Fausto Bertinotti si affaccia tenendo per mano Pietro Ingrao. La folla è tale che il grande vecchio ha bisogno di sostegno per farsi largo. E da grande vecchio Ingrao viene accolto dalla sala, che si alza in piedi e lo abbraccia con un calore sconcertante, persino per lui. Che, anche in quella sala, di gente e di comizi ne ha visti e fatti tanti, di storia alle spalle ha quella di un intero secolo, di applausi, quelli di settant’anni di politica fatta in prima fila senza mai tirarsi indietro, con la forza del suo cuore e dei suoi pensieri. Pietro Ingrao (che il prossimo 30 marzo compirà 91 anni) guarda in faccia l’enorme platea silenziosa e domanda: perché tutta questa passione? Perché «sentiamo di avere davanti a noi questioni brucianti», risponde. Perché sul tappeto la posta è alta. E per parlare di cultura, Ingrao decide che oggi per lui è giorno di ricordi, di memorie lunghe tutto il Novecento. Decide di dirci (a noi «giovani», bontà sua) che le cose su cui non dobbiamo mai abbassare l’attenzione sono la guerra («questa aberrazione inventata da Bush della “guerra preventiva”»), la centralità del lavoro e dei lavoratori («non dimentichiamoci della forza e dell’urgenza di un tema come la liberazione del lavoro”»), la formazione («attenti a cosa insegnano nelle nostre scuole»). Ci ricorda, Ingrao, che non c’è battaglia di idee, per la sinistra e in particolare per chi si definisce comunista, che non parta da qui.

Alcuni altri articoli di oggi su questi temi sono disponibili integralmente su "spogli"
(per leggerli clicca sul titolo):


il manifesto 22.3.06
INTERVISTA - Faccia a faccia con il segretario di Rifondazione comunista e i suoi progetti

«Comunisti oltre il comunismo»
Il segretario di Rifondazione racconta la sfida di governo e il progetto della Sinistra europea: «Con Marx oltre Marx». Perchè nella storia della sinistra «l'uguaglianza ha prevalso sulla libertà» della persona umana
di Valentino Parlato


Corriere della Sera 22.3.06
Ingrao: si può rinunciare al simbolo comunista
A 17 anni dalla Bolognina, l’ex dirigente del Pci apre alla svolta Prc: ma i tempi sono lunghi
di Gianna Fregonara


Repubblica 22.3.06

IL CASO
Il no di Fausto, ma il vecchio Pietro dice: "Se nascesse un nuovo contenitore..."
"Dire addio al comunismo" e Ingrao medita la svolta
L'ex presidente della Camera: "Forse si può rinunciare a nome e simbolo"
Il leader di Rifondazione: "Un suicidio rinunciare ai nostri simboli"
di Giovanna Casadio


Il Riformista 22.3.06
EDITORIALE
RIFONDAZIONI
Bertinotti può scuotere l'inerzia dei riformisti

martedì 21 marzo 2006

nel pomeriggio è stato trasmesso
su MAWIVIDEO

in diretta dal Residence Ripetta di Roma l'incontro:

"La cultura cuore della trasformazione"

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Tonino Scrimenti comunica:

questo pomeriggio
Massimo Fagioli
sarà presente a questa iniziativa:


http://www.rifondazioneroma.it/
http://www.rifondazioneroma.it/appuntamenti/2006/060321cultura.htm


Tutti sono invitati a partecipare

Partito della Rifondazione Comunista
Roma, 21 marzo, 2006
Residence Ripetta

Roma, Via Di Ripetta, 231 ore 15.30


La cultura cuore della trasformazione
Intellettuali, artisti, scienziati, operatori dello spettacolo interrogano la politica

Partecipano Fausto Bertinotti, Pietro Ingrao, Rina Gagliardi

La cultura è da sempre il luogo privilegiato del pensiero critico, libero, creativo: dove si producono le condizioni del cambiamento, del dialogo tra le diversità, della pace. Un Paese povero di cultura è un paese tout court povero e destinato al declino. Per questo oggi appare molto preoccupante la crisi in cui versa la cultura italiana. I cinque anni di governo del centrodestra le hanno sottratto risorse economiche, spazi, controllo democratico, la possibilità stessa di esprimersi. La situazione è diventata a tal punto drammatica che per la prima volta nella storia repubblicana il mondo dello spettacolo, lo scorso 14 ottobre, ha scioperato dicendo basta, in maniera unanime, alle politiche che hanno determinato questo disastro.
Ora si deve voltare pagina. Ma per farlo non basta ritornare al passato. Si deve mettere radicalmente in discussione la logica della privatizzazione nella cui trappola era caduto anche il governo di centrosinistra. La rinascita della cultura può avvenire solamente rilanciando l’idea che essa è un Bene Comune, e come tale va sostenuto dallo Stato sulla base di criteri che devono essere ridiscussi e condivisi da chi opera nel settore. La cultura non è un optional, non è un bene di pochi per pochi: dev’essere una possibilità per molti, per tutti. Solo così si potrà innescare un nuovo circolo virtuoso fra soggetti sociali e istituzioni, tra i produttori di arte, cultura, sapere e società. La sfida che dovrà affrontare il prossimo governo non riguarda solo coloro che in questi anni, con ostinazione e passione, hanno continuato a svolgere il loro lavoro. E’ la condizione necessaria perché l’Italia, questa volta, cambi davvero

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una segnalazione di Carmine Russo:

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200603articoli/3359girata.asp#
La Stampa web 21.3.2006
POLITICA
DOPO L’ANNUNCIO DI BERTINOTTI ANCHE SE RIFONDAZIONE NON SPARIRÀ, C’È CHI TEME UNA FUGA IN AVANTI NON ABBASTANZA MEDITATA
La svolta di Fausto inquieta la sinistra
Consensi ma anche perplessità su «socialismo della persona» e Partito della sinistra europea
Antonella Rampino

ROMA. Ultima svolta di Bertinotti, primi segnali: Fabio Mussi legge in Transatlantico con meticolosa attenzione; Gloria Buffo, chiuso il giornale, si sintonizza su «Radio Città Futura» per saperne di più; Valentino Parlato, voltata pagina, inoltra richiesta d’intervista per porre quesiti dottrinari non di secondo piano; Vittorio Foa ricorda che «con la parola individuo si chiude anche il mio ultimo libro»; Sandro Curzi sgombera l’agenda di consigliere Rai per essere, oggi, al Residence Ripetta di Roma. Dove, presente Pietro Ingrao, si parlerà dell’ultima svolta di Bertinotti, atto secondo.

Piccolo trambusto nella sinistra italiana, all’annuncio del segretario di Rifondazione: dopo le prossime politiche, si avvierà fattivamente il processo di trasformazione nel «Partito della sinistra europea», anche se, precisa il segretario a tre settimane dalle elezioni, al momento non c’è il disegno di cambiare «né il simbolo, né il nome del partito». Percorso obbligato? E basta con il Marx della lotta di classe: per la sinistra del XXI secolo «ci vuole il socialismo della persona», dato che sin qui s’è dato troppo peso al valore dell’uguaglianza, e troppo poco a quello della libertà.

L’elaborazione, maturata domenica all’ultimo incontro della Sinistra Europea (formazione esistente a Strasburgo, e lanciata proprio da Bertinotti alla vigilia delle ultime elezioni europee) è stata poi approfondita proprio sulla Stampa. Contiene un elemento che investe direttamente l’insieme della politica italiana: Bertinotti dice che, se davvero nascerà il Partito Democratico, operazione dalla quale si dice «affascinato», sarà inevitabile un nuovo soggetto politico anche a sinistra. «Un soggetto meticcio, inizio di un progetto politico ambizioso, lungo il percorso di revisione della cultura politica di Rifondazione, già iniziato da tempo», scrive Pietro Folena sulla velina rossissima, «Rosso di Sera».

E’ un percorso obbligato, «cui costringe il riposizionamento al centro di ampi settori del riformismo», spiega Folena. Il quale è un diessino che da tempo ha trasmigrato, come indipendente, nella factory di Bertinotti. «Certo, il tentativo di ridefinire i confini politici è, di tutti i forti cambiamenti già impressi da Bertinotti a Rifondazione, il più significativo» dice Gloria Buffo, della sinistra interna alla Quercia, ovverossia dell’area considerata «a rischio smottamento» in caso di nascita del Partito democratico.

Adesso però, avverte Buffo che consiglierebbe a Bertinotti di non condizionare la sua nuova geopolitica alla nascita del raggruppamento Quercia-Margherita («Giro l’Italia, e tutti mi chiedono “ma è una finta, vero, quella del Partito democratico?”, il punto è che non ci crede nessuno»), «su questa ultima svolta che Bertinotti opera alla viglia del voto peseranno anche i risultati elettorali». Cesare Salvi di «Sinistra diesse per il socialismo» (altra opposizione interna eventualmente a rischio smottamento) mette le mani avanti: «Non condivido tutta questa suggestione per il Partito democratico».

Emanuele Macaluso invece, ormai coscienza critica dell’ex Pci, sbuffa («Ancora una svolta politica, che non abbiamo ancora metabolizzato l’ultima?») e insinua il dubbio: «L’etichettatura di Rifondazione come Sinistra europea è un’operazione arbitraria. Le elaborazioni politiche devono essere sofferte, e molto, molto pensate». Nella fattispecie, «questo mettere assieme trozkisti, ex stalinisti, maoisti, no-global, Ong e movimentismi vari, in Italia come in Europa, è un pasticcio, un’operazione da laboratorio». E’ vera innovazione? Come sempre infatti le cose si complicano se le si guarda con gli occhi del politologo.

E poiché Bertinotti poneva questioni teoriche, nella sua elaborazione allo stadio nascente, le cose si complicano ancora di più. «Certo, nel marxismo ci sono state mistificazioni», nota ancora Macaluso, «ma non era proprio Bertinotti ad incarnare la visione libertaria del marxismo?». Come dire: che bisogno c’è di dichiarare superata la lotta di classe («archiviata da anni») e di ri-centrare la politica sulla persona, sull’individuo? «Che questa poi sia la svolta delle svolte, mi pare francamente eccessivo» dice Valentino Parlato, «non vorrei fosse come per l’abiura dello stalinismo, che Bertinotti compie nel 2001 e noi del Manifesto nel 1969, ed era tardi già allora.

O come quella sulla non-violenza, che non mi convince: se Bertinotti parlava dei casseur, non c’era neanche bisogno di prendere le distanze. Ma se intendeva la violenza che c’è nella Storia, beh quella la riconosceva anche Gandhi con la sua azione non-violenta». A sorpresa, ma non troppo, è proprio il padre nobile di via Tomacelli il più critico, specie sulle bertinottiane eccezioni a Karl Marx. Che approdano a un punto: «Rifondazione non può essere il Partito Democratico della Sinistra. Perché? Perché a furia di cucinare la politica tutt’al più può venir fuori il Partito del Lesso Comunista». Ma naturalmente «il rovello di Bertinotti è apprezzabile». Verrà approfondito, come detto, in apposita intervista. Oltre che già stamattina, in un editoriale su Liberazione.

l'articolo al quale fa riferimento qui sopra La Stampa è il seguente:

Liberazione 21.3.2006
La novità della Sinistra Europea
La sinistra fa una svolta a sinistra
di Rina Gagliardi

Da quando, tanti anni fa, il gruppo dirigente del Pci varò la svolta della Bolognina, sulla nozione di svolta è scesa un’aura sinistra. Anzi, di destra. Come se ogni svolta degna di questo nome non potesse che favorire la liquidazione di un patrimonio, o i peggiori “pentitismi” politici e ideali. Ma, se invece che sui simboli o sul “suono” delle parole, provassimo a concentrarci sulla sostanza? Scopriremmo che nella realtà politica - come nella vita - ci sono le svolte cattive e quelle buone, le svolte moderate e quelle radicali: in breve, che ci sono le svolte di destra e le svolte di sinistra. Le prime sono per lo più deprecabili, le seconde, all’opposto, sono spesso necessarie - se si hanno davvero come stella polare la trasformazione sociale, il mutamento effettivo dei rapporti di forza, la crescita della partecipazione di massa alla politica.
Stiamo parlando di noi, naturalmente, e della decisione di dar vita, subito dopo le elezioni, ad un nuovo soggetto politico: la Sinistra Europea, Sezione Italiana. Una bella e folta assemblea, che si è tenuta a Roma lo scorso weekend, ha assunto questo impegno, a conclusione di un confronto molto ricco. Ecco, finalmente, un fatto nuovo a sinistra. Ecco una svolta possibile per la sinistra radicale, e per la sinistra tout court. Nei prossimi mesi, non ci sarà, sulla scena della politica italiana, soltanto il progetto del Partito Democratico, sbocco “obbligato” del cammino cominciato nell’89, incarnazione logica di una soggettività e di una collocazione neocentriste. Ci sarà una nuova forza della sinistra, che assume nella sua nascita - nel suo pur articolato Dna - l’orizzonte dell’alternativa di sistema. L’opzione di una società socialista per il ventunesimo secolo.

***
Significa, questa nascita, che qualcuno e qualcosa muore, come spesso succede nell’atto del nascere? Significa, come hanno scritto autorevoli giornali, che Rifondazione comunista è destinata a “sciogliersi” o ad “esser sciolta” quasi d’autorità? O che, al contrario, una miriade di intellettuali, di sindacalisti, di operatori della cultura, di pacifisti, di esponenti dei movimenti è pronto a sua volta a sciogliersi nelle fila del Prc? No, nient’affatto. Questo tipo di letture, per altro simmetriche l’una all’altra, sono mosse, più che da cattiva fede, dalla persistenza (quella sì, durissima a morire) degli schemi tradizionali del far politica - e forse anche dal bisogno di semplificare un processo complesso, nutrito di nuove coerenze, vecchie certezze, paradigmi. La vera scommessa è in fondo questa: esporsi all’innovazione, quasi senza rete, forse perfino “rivedere e revisonare”, per restituire all’opposizione anticapitalistica attualità piena, respiro strategico, linfa vitale.
Certo, la tradizione recita che, in politica, ci si può unire soltanto attraverso la “fusione” organica delle identità - a vantaggio, in genere, del più forte e del più organizzato. Certo, l’esperienza del passato ci ha trasmesso pratiche di mediazioni estenuanti e, soprattutto, di mutazioni quasi soltanto nominalistiche, tra battaglie altrettanto estenuanti sulla “sovranità”.
Questa volta, però, ci sia concesso di tentare un’altra strada, un’altra metodologia, un’altra modalità, che abbiamo sussunte, in gran parte, dalla lezione dei movimenti di questi anni. In che cosa consistono? Nella pari dignità “assoluta” delle diverse soggettività che partecipano a questa impresa. Nella pratica della contaminazione reciproca, dell’incontro e del confronto permanente con l’altro. Nella costruzione di un’unità politica e ideale che rispetta la ricchezza del molteplice e rompe (per usare le parole di Lidia Menapace) con il dominio monocratico dell’Uno, simbolo, a sua volta, di una politica in fondo patriarcale, un po’ guerresca e “militarizzata”. In questo processo, che non per caso fa sua una scelta radicale nonviolenta, nessuno si scioglie e nessuno rinuncia ad essere se stesso. E si può pensare che un partito come il Prc, con la sua storia e i suoi vissuti così intensi, possa diventare come un cono di gelato, scioglibile a seconda della temperatura? O che la categoria fondativa di classe possa esser archiviata, in una fase storica come questa, che ci parla quasi quotidianamente di un durissimo scontro di classe in corso nel mondo? Invece, si può e si deve pensare che tutti - tutti insieme - cominciano un’altra storia della sinistra. Provano e riprovano. A farne, da capo, una cosa grande, in sintonia con l’Europa e con le speranze dei movimenti.

Alcuni altri articoli - di ieri e di oggi - su quanto Fausto Bertinotti, come è scritto in uno di essi, ha definito «la svolta delle svolte», sono disponibili integralmente su "spogli" per leggerli cicca sul titolo:

lunedì 20 marzo 2006


la lezione del prof. Massimo Fagioli

di
Sabato 18 Marzo all'Università di Chieti

è su MAWIVIDEO

domenica 19 marzo 2006

una segnalazione di Elena Canali:
La prima assemblea nazionale politico programmatica della sinistra europea

Centro Congressi Frentani
Via dei Frentani, 4

"SINISTRA, QUELLA EUROPEA"
verso la carta costitutiva

Sabato 18 e Domenica 19 marzo 2006
dalle ore 9,30 -13,30

ASSEMBLEA POLITICO PROGRAMMATICA

interviene

Fausto Bertinotti

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sabato 18 marzo 2006

LEFT
Daniele Capezzone sul linguaggio di Massimo Fagioli

Galimberti
/Ranchetti/Galimberti sulla traduzione di Freud
(inoltre: gli articoli di Gandus su Panorama e di Rossini su l'Espresso di venerdì 10 marzo u.s. sono pubblicati anche su "spogli")


già pubblicato su "segnalazioni" in data 3.3.06:
AGI (CRO) - 02/03/2006 - 16.40.00
LEFT: CAPEZZONE, POLITICA COMPRENDA LINGUAGGIO FAGIOLI

ZCZC AGI2487 3 CRO 0 R01 / (Rif. 2444) LEFT: CAPEZZONE, POLITICA COMPRENDA LINGUAGGIO FAGIOLI = (AGI) - Roma, 2 feb. - Se Massimo Fagioli ha suscitato polemiche e commenti di vario genere rispetto al passato quando erano solo insulti gratuiti un passo avanti c'è stato: "bisogna però che la politica e la cultura comprendano il suo linguaggio e il senso delle sue riflessioni". Lo afferma il segretario dei Radicali, esponente della 'Rosa nel Pugno', Daniele Capezzone che guarda con non celata simpatia allo psichiatra romano. "Le cose migliori che Fausto Bertinotti ha fatto in questi anni sono state alcune scelte lessicali di linguaggio che collego direttamente alle riflessioni di Fagioli: parole come speranza, attesa, vissuto - spiega Capezzone - come anche trasformazione fanno parte del patrimonio fagioliano". Per non citare poi la 'non violenza'. "Mentre però per Bertinotti l'uso di tali parole è stato un fatto d'immagine, per noi quelle stesse parole sono parte della nostra storia, della nostra identità: per noi sono più contenuto che forma". Insomma, le cose sono cambiate, non si è più a venti, trent'anni fa. (AGI) Pat 021638 MAR 06 NNNN

La Repubblica 25-02-06, pagina 52, sezione CULTURA
Polemiche/ per difendere un classico
Il padre della psicoanalisi tradito dal suo editore
I testi allestiti da Renata Colorni non avevano nessun bisogno di essere sostituiti
Una nuova traduzione con errori e diverse sciatterie anche macroscopiche Il Piccolo Hans da bambino diventa addirittura un adolescente
di Umberto Galimberti

Io spero che proprio nell'anno della celebrazione dell'anniversario della nascita di Freud (1856-2006) Bollati Boringhieri non distrugga, per il pubblico italiano l'opera di Freud che, oltre alle Opere di Nietzsche a cura di Colli e Montinari (Adelphi), è l'altra grande impresa editoriale di traduzione e determinazione del testo che in Italia hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento. Questa enorme impresa di traduzione, e soprattutto di messa a punto terminologica e concettuale, nonché di uniformazione del linguaggio psicoanalitico, è opera meritoria di Renata Colorni che condusse il suo lavoro sotto l'attenta direzione di Cesare Musatti. Oltre alla correzione degli errori presenti nel testo tedesco, la Colorni si è presa cura anche delle significative varianti, aggiunte e modifiche introdotte da Freud nelle edizioni successive alla prima stesura dei suoi scritti, nonché l'inserzione di parecchi testi che non compaiono né nell'edizione inglese, né in quella tedesca, perché reperiti successivamente. Per queste ragioni Renata Colorni ha ricevuto nel 1987 il Premio Goethe per le traduzioni di Freud e nel 2002 il Premio Nazionale per la Traduzione dalle mani del Presidente della Repubblica Ciampi. Oggi Bollati Boringhieri riedita le opere di Freud in una nuova traduzione prevista in dieci volumi che, a giudicare dal primo che ho qui sottomano, mi pare caratterizzata da un'assoluta incuria che sconfina nel dilettantismo, per non parlare di macroscopici errori. Il primo volume titola Scritti di metapsicologia (1915-1917), ma solo la prima metà del volume è occupata da scritti di Freud (composti per la verità tra il 1910 e il 1931), mentre le parti successive sono costituite da una selezione del carteggio di Freud con Jung, Pfister, Ferenczi, Salomé, Groddeck, Abraham, dai «Verbali della Società psicoanalitica di Vienna», e da «Scritti psicoanalitici collegati» di altri autori, di cui non si fa menzione né nella copertina né nel frontespizio, e di cui non si capisce il criterio di selezione. Ma le cose più gravi, che a mio parere dovrebbero consigliare il ritiro immediato di questo primo volume è, se questo è solo l'inizio, la rinuncia all'intera iniziativa editoriale, sono che: del «Caso clinico del presidente Schreber» viene tradotta solo la terza parte che, in una collana che si chiama «Testi e contesti» mi pare un'operazione del tutto decontestualizzata. Inoltre Schreber, che era Presidente di Corte d'Appello qui diventa Presidente del Senato. Lo stesso dicasi del «Caso del piccolo Hans» che aveva cinque anni, ma che a pagina 156 viene riportato col titolo «Analisi della fobia di un quindicenne». Ma la cosa più grave è lo stravolgimento della terminologia freudiana, la cui correttezza e uniformità era il più grande merito della traduzione di Renata Colorni. Faccio alcuni dei moltissimi esempi che mi sono annotato: «indirizzo regressivo» diventa «direzione a ritroso», Befriedigung che significa «soddisfacimento» viene tradotto con «appagamento», poi quando il traduttore incontra Erfllung che significa «appagamento» traduce di nuovo con «appagamento» e talvolta con «esaudimento». «Impulsi» viene reso talvolta con «impulsi», talvolta con «moti», talvolta con «aspirazioni» (p. 23), «donna passiva» è reso con «donna che patisce». «Intenzionalità», parola cardine che Freud aveva introdotto nella sua costruzione psicoanalitica dopo aver seguito le lezioni di Brentano, diventa «tendenza» (p. 15). «Stimoli» è reso con «azioni stimolanti» (p. 12), «fissazione» talora con «ancoraggio», talora con «ancoramento» (da p. 13 in poi), gli «archetipi» diventano «esempi» (p. 27), le «associazioni libere» diventano «idee spontanee», espressione riutilizzata anche per rendere «idee improvvise». L'«investimento» diventa «caricamento» (p. 24), l'«affetto» diventa «emozione», la «stimolazione» diventa «rifornimento» (p. 12), la «congettura» diventa «costruzione ausiliaria». «Esibizionismo» è reso con «esibizione» (p. 17), «una propria parte sessuale» con «un proprio membro sessuale» (p. 20), «interno» diventa «intimo» (p. 25), gli «atteggiamenti» diventano «designazioni» (p. 26). E così si potrebbe continuare nel leggere questa traduzione catastrofica che non tiene fede neanche alle proprie scelte terminologiche perché, per diverse pagine copia integralmente, senza neppure citarla, la traduzione di Renata Colorni che aveva adottato un'altra terminologia. Qual è la ragione di questa pessima iniziativa. Se Bollati Boringhieri è in possesso dei diritti dell'ottima traduzione della Colorni, perché farne a meno e ricorrere a una traduzione che rende confuso il testo freudiano, il quale, non essendo un testo di secondaria importanza, comporta la perdita di un contributo enorme che la cura editoriale italiana degli anni Settanta e Ottanta ha dato alla conoscenza di Freud. Perché smarrire questo patrimonio? Aggiornare una traduzione non significa disorganizzarla e distruggerla nella sua coerenza terminologica e strutturale. Due consigli per non perdere questo patrimonio culturale. Uno alla Bollati Boringhieri di rinunciare a questa dilettantesca iniziativa culturale e recuperare la traduzione della Colorni già in suo possesso. In caso diverso, Renata Colorni, che oggi dirige i «Meridiani» della Mondadori, riediti il suo Freud in quella prestigiosa elegante collana, perché un patrimonio così importante non può andare smarrito per velleitarie e incomprensibili iniziative editoriali. Post scriptum. Leggo sull'Unità di ieri la risposta di Michele Ranchetti, direttore della nuova edizione dei testi di Freud, a Luigi Reitani che il 18 febbraio, sempre sull'Unità, aveva mosso le sue critiche precise e puntuali a questa iniziativa editoriale. Ranchetti, naturalmente, difende il suo lavoro con due argomenti: il primo risponde all'esigenza di risituare le opere di Freud nel contesto storico e culturale del tempo, facendo dialogare le opere di Freud con gli scritti coevi dei collaboratori e dei seguaci. Ottima iniziativa su cui non ho nulla da eccepire. Il secondo argomento è quello delle scelte linguistiche, perché, a parere di Ranchetti, alcuni termini adottati dalla traduzione curata da Musatti sono caduti in disuso. Qui ho molto da eccepire, innanzitutto perché nelle pagine integralmente copiate dall'edizione Musatti (peraltro mai citata) quelle parole cadute in disuso rimangono, salvo poi sparire in quei brani che si discostano dall'edizione Musatti. Il risultato è una confusione terminologica penosa. E questo è particolarmente lesivo della serietà e del rigore degli scritti di Freud che, a differenza di quelli di Jung, sono di una precisione terminologica che, se da un lato sfiora l'ossessività, dall'altro ci difende da quelle oscillazioni di significato che compromettono non solo la scientificità di qualsiasi testo, ma anche la sua coerenza interna, per non parlare della sua intelligibilità.

La Repubblica 09-03-06, pagina 54, sezione CULTURA
La polemica sulla nuova edizione di Freud
Ma sulle traduzioni c'è da discutere
Michele Ranchetti, curatore dell'opera, risponde alle critiche di Umberto Galimberti
Il nostro scopo è illustrare il progetto freudiano con i testi

di Michele Ranchetti

Caro Direttore, dopo l'animosa recensione, apparsa su queste pagine il 25 febbraio, agli Scritti di metapsicologia di Freud a cura di chi scrive (Bollati Boringhieri), credo che i lettori di Repubblica meritino qualche avvertenza. Gli Scritti di metapsicologia sono il vol. 3, il secondo in ordine di uscita, di Sigmund Freud. Testi e contesti. La nuova collana non intende affatto sostituirsi ai 12 volumi delle Opere di Freud, vanto della medesima Bollati Boringhieri, cui anzi idealmente si riferisce (tra i 27 traduttori che ci lavorarono c'era anche il sottoscritto). Propone, invece, una selezione di scritti freudiani e li accompagna con una filza di materiali diversi: testi coevi dei collaboratori, verbali dei congressi, estratti dalla corrispondenza, dalle minute dei dibattiti della società psicoanalitica, dalle riviste del movimento. Lo scopo è di illustrare (per la prima volta, non solo in Italia) il pensiero e il progetto di Freud sulla base dei testi e non della letteratura sull' argomento. E' un progetto ambizioso e difficile: storicizzare Freud. Su di esso Galimberti interviene solo due volte: una prima, disconoscendo il carattere rilevante dei materiali aggiunti, una seconda, definendo l'iniziativa ottima, dopo aver letto la mia risposta a Reitani su L'Unità. Non si tratta dunque di disconoscere né le traduzioni esistenti né il lessico freudiano italiano, alla formazione del quale ha dato un contributo decisivo la splendida traduzione de L'interpretazione dei sogni da parte di un grande (e purtroppo dimenticato) psicoanalista, Elvio Fachinelli, che ha forgiato il modello per l'edizione italiana delle Opere di Freud. Del carattere della collana la recensione non dà conto. Così come non dà conto del fatto che questi Scritti di metapsicologia comprendono un frammento di Freud, di venti mirabili pagine teoretiche, ritrovato da poco e ancora inedito anche in originale (copia dell' autografo ci era stata trasmessa, con squisita cortesia e solidarietà di studioso, da Paul Roazen). L'attenzione punta tutta sui «macroscopici errori» di traduzione. La scelta degli «errori» additati corre però, a dire il minimo, sul filo del paradosso. Vediamone alcuni. Si sottolinea come motivo di scandalo l'avere definito il piccolo Hans «un quindicenne», anziché un «bambino di cinque anni». Si tratta, con tutta evidenza, di un refuso, come capirebbe anche un bambino. A proposito: viene indicata anche la pagina, la 156; ma è bene avvisare i lettori: la cerchino non negli Scritti di metapsicologia ma in un altro volume della collana, il n. 5 (Sulla storia della psicoanalisi), che contiene diversi degli «errori» citati e che però la recensione non nomina. Molto più conta, naturalmente, il seguito. Si denuncia, per esempio, il fatto che «affetto» (Affekt) si trasformi in «emozione». Ma avevamo una buona scorta, lo Handworterbuch der Psychoanalyse (1936) di Richard Sterba, l'unico approvato da Freud. Qui «Affekt» viene definito «Gemutsbewegung» (moto dell' animo che provoca reazioni fisiologiche), mentre il lemma «Emotion» (rarissimo in Freud) rimanda semplicemente ad «Affekt», appunto. Si lamenta che gli «archetipi» diventino «esempi». Nel testo però c'è «Vorbilder», parola comune e comune correlato di «esempi». Il precedente traduttore aveva introdotto qui un termine, «archetipi», greve di echi junghiani (a rottura con Jung ormai consumata). Ci viene rimproverata una gran confusione tra «impulsi», «moti» e «aspirazioni». Ma no. «Moto» traduce sempre «Regung»; «Strebung» è resa con «aspirazione» (talvolta con «tendenza», come fa anche la traduzione alla quale il recensore sempre si affida), mentre «Impuls» è sempre «impulso» (che talvolta rende anche vocaboli sinonimi, mai però «Regung» o «Strebung»). Era invece la traduzione precedente a rendere con «impulso» sia «Strebung» (talvolta confondendo plurale con singolare) sia «Impuls» sia «Regung». Anche la proposta di «caricamento», invece di «investimento», per «Besetzung» è elencata tra i puri e semplici «errori macroscopici». La resa di «Besetzung» nelle diverse lingue è stata un notorio rompicapo (per l' inglese, a esempio, è stata inventata la parola «cathexis»). Non che «caricamento» possa riuscire perfettamente soddisfacente; pure ce l'ha, un vantaggio: così «Besetzung» e «Abfuhr» («scarica»), che nella teoria sono strettamente collegati, vengono correlati anche sul piano lessicale (come, del resto, in francese, nella coppia «charge/chargement»). Si potrebbe continuare, avendo spazio, senza troppa difficoltà. Perché a schiarire alcuni «errori» occorre (e forse basta) un'occhiata alla pagina (è il caso di «donna che patisce») o almeno alla frase intera (è il caso di «rifornimento»). Altri casi esigono registri impraticabili in questa occasione. Così, per stabilire se a rendere «Tendenz» sia più atto il calco «tendenza» o il densissimo «intenzionalità» della precedente traduzione, converrebbe un più lungo discorso, su Brentano (magari anche su altri), e sull' uso, o gli usi, che Freud ne faceva. Qui chiudo intanto con l'esempio con il quale anche il recensore si avvia a concludere. E l' esempio che apre l'ultimo capoverso dell' elenco di «errori». «Esibizionismo» è reso con «esibizione». Nella traduzione, in effetti, si trova «esibizionismo»; ma nel testo, nel testo tedesco, non c'è il termine clinico «Exhibitionismus», c' è «Exhibition». E' un vero peccato che si sia persa un'occasione per discutere pacatamente del pensiero di Freud, della sua opera e della terminologia da lui usata. Come diceva Deleuze: «Il pensiero contro qualcosa non conta nulla. Conta solo il pensiero a favore di qualcosa, che fa esistere qualcosa».

La Repubblica 09-03-06, pagina 54, sezione CULTURA
La replica
Non nascondiamoci dietro i refusi
di Umberto Galimberti

Caro Michele Ranchetti, la mia non era una recensione dell'iniziativa editoriale Testi e contesti, da lei ideata e diretta, con l'intenzione di contestualizzare le opere di Freud attraverso l'aggiunta di nuovi materiali tratti da altri autori, dai Carteggi o dai Verbali della Società Psicoanalitica di Vienna. L'iniziativa, come le ho riconosciuto, è ineccepibile e la sottoscriverei con entusiasmo a queste quattro condizioni: 1. Che fossero segnalati i criteri per cui si scelgono certi testi dei collaboratori e dei seguaci di Freud e non altri. 2. Che fossero segnalate le ragioni per cui agli Scritti di metapsicologia (1915-1917) se ne aggiungono altri di Freud composti tra il 1910 e il 1931 e per giunta incompleti e senza segnalazione dei criteri di scelta. 3. Che non ci fossero refusi (parola con cui di solito gli autori o i curatori dei libri scaricano sui redattori la loro disattenzione, come fanno i generali con i soldati) perché fatico a pensare che un redattore trasformi in un «quindicenne» un bambino di 5 anni, e Schreber, Presidente di Corte d'Appello, in un Presidente del Senato. 4. Che dopo aver riportato per pagine e pagine, senza neppure citarla, la traduzione dell'edizione Musatti, per altre pagine la si abbandona, traducendo gli stessi termini in modo del tutto diverso. Come dice Deleuze: «Il pensiero contro qualcosa non conta nulla», ma la segnalazione di una traduzione mal fatta o di una cura poco attenta conta qualcosa, se non altro per avvertire i lettori e non confondere le idee e la comprensione di Freud alle nuove generazioni che si accingono a leggerlo in questa nuova edizione, quando la Bollati Boringhieri ne è in possesso di una ottima di Renata Colorni, condotta sotto la supervisione di Cesare Musatti che, dopo la recente edizione da lei curata, non vorrei finisse in archivio.

cita LEFT:
http://angolonero.blogosfere.it/2006/03/ 16 marzo 2006
L'Anglolo nero, il blog del mistero
A proposito di Preston e Spezi

Qualche giorno fa avevo lanciato un appello per sapere qualcosa di più sulla vicenda Preston-Spezi e il Mostro di Firenze. Mi segnalano che uscirà un dettagliato dossier sul numero di Left in edicola domani, venerdì 17 marzo.
(Grazie a Vincenzo Mulè per la segnalazione)