lunedì 27 settembre 2004

Karl Wilhelm von Humboldt (1767 - 1835)

segnalato da Dimitri Nicolau



il manifesto 25.9.04


La svolta estetica

In ogni lingua un mondo altro

Così Humboldt COM'È POSSIBILE IL NUOVO? Alla domanda rimasta aperta dopo Kant, il fondatore dell'università di Berlino risponde che «il primo germe» di tutto quanto è vitale sta nella sensibilità. Il compito della filosofia sarà, d'ora in poi, interpretare la infinita diversità individuale. Nei «classici della filosofia» Utet escono gli Scritti filosofici

DONATELLA DI CESARE



Il grande merito di Humboldt è stato quello di scoprire all'interno dell'unità dello «spirito universale», celebrato dall'idealismo tedesco, la diversità in cui la natura umana si manifesta. Non si sbaglia dicendo che la sua filosofia è una grande esplorazione antropologica e politica nello spazio sconfinato, e allora pressoché incognito, della poliedrica diversità, della multiforme varietà individuale che parla soprattutto attraverso le lingue. È lo spazio in cui la filosofia speculativa non ha mai voluto inoltrarsi, preoccupata di doversi trasformare, di divenire non solo trascendentale, ma anche empirica, di aprirsi alla storia, di immergersi al di là, e oltre il possibile, nel reale. Il nome di Humboldt ha cominciato a circolare in Italia soprattutto negli ultimi vent'anni a partire dalla cosiddetta «svolta linguistica», da quando cioè il linguaggio ha assunto un ruolo centrale nella filosofia. La ricerca di pionieri della svolta linguistica ha condotto molti sulle sue tracce, e tra loro anzitutto Noam Chomsky che nella Linguistica cartesiana del 1966, pur nel tentativo discutibile di indicare in Humboldt un precursore della «grammatica generativa», ha dato un impulso decisivo al confronto teorico sia con la sua filosofia del linguaggio sia con la sua linguistica. Prima di questa riscoperta chomskyana il nome di Humboldt era legato al breve saggio Il compito dello storico del 1821 e soprattutto allo scritto di filosofia politica Idee per un saggio sui limiti dell'attività dello Stato del 1792, dove per la prima volta viene posta la questione non dell'origine, ma della funzione dello stato. Perciò non si può dire che l'opera filosofica di Humboldt, in Italia, ma non solo, sia stata coronata da successo. Alcuni ambiti, come quello della sua estetica, restano addirittura una terra incognita.

Come spiegare questo insuccesso? Basterà parlare di «inattualità» di Humboldt, come alcuni hanno fatto, riferendosi alla lungimiranza dei suoi progetti che ancora oggi anticipano i tempi? Forse uno dei motivi di questo fallimento, e certo non l'ultimo, va scorto nella varietà e frammentarietà della sua opera a cui corrisponde una varietà e frammentarietà della vita. Né nell'una né nell'altra si riesce a cogliere un centro, a definirne l'identità. Anzi la figura di Humboldt, del tutto inconsueta nella Germania tra la fine del settecento e l'inizio dell'ottocento, sembra una figura sdoppiata, quasi schizofrenica: da un canto l'uomo politico, dall'altro lo studioso. Ma è proprio il nesso tra teoria e prassi uno dei fili conduttori della sua opera. Humboldt stesso non si è mai considerato un filosofo di professione: non solo perché non ha prodotto un sistema filosofico, ma perché è impensabile per lui una riflessione filosofica che non sia legata ad una ricerca empirica. Anche questo legame lo ha portato verso il linguaggio. Così resta un outsider nella filosofia dei suoi tempi. Non è né un illuminista, né un romantico, né un idealista. Apprezza Kant, ma lo critica. Il rapporto con Hegel è di fredda indifferenza, se non di ostilità.

Insieme al fratello Alexander, il grande geografo, esploratore e scienziato, Humboldt riceve una istruzione classica ma già di stampo illuministico o, meglio, cosmopolitico. Nella Berlino di fine settecento i due fratelli vengono introdotti nei circoli intellettuali dove conoscono le personalità più in vista del tempo. È in uno di questi circoli che Humboldt incontra la moglie Caroline von Dachroeden. In linea con l'emancipazione femminile di quei decenni, il loro è un rapporto non privo di tensioni, crisi, separazioni anche molto lunghe, ma proprio per questo è anche una relazione affettiva e intellettuale di rara intensità, che riesce a sopravvivere per quaran'anni, fino alla morte di Caroline nel 1829. Non è un caso, dunque, se l'opera più ampia di Humboldt sono i sette volumi di lettere scambiate con la moglie.

Sebbene sia predestinato alla carriera politica, Humboldt non riesce ad abbandonare gli studi classici. Legge Omero ed Erodoto; traduce Eschilo. Ma ben presto avverte l'angustia del nucleo greco-tedesco della sua formazione. Il desiderio di conoscere altre culture europee lo allontana dalla Germania, e dalla filosofia tedesca, e lo porta prima a Parigi e poi a Roma. E proprio a Roma - dove vive con la famiglia per quasi sette anni dal 1802 al 1808 - trascorre gli anni più felici della sua vita. La mattina sbriga velocemente le incombenze che gli spettano come ambasciatore della Prussia; il resto della giornata lo dedica ai suoi studi di antropologia, filosofia della storia, linguistica. Anche grazie all'influsso di Goethe progetta una filosofia antropologica che consideri la diversità così come si manifesta nel mondo umano: la diversità dei popoli, che giunge fino ai singoli individui.

Così, il nuovo compito della filosofia è per Humboldt quello di interpretare la infinita diversità individuale del mondo umano. La filosofia pura comincia a non avere più senso perché perde quello che è il suo oggetto per eccellenza: lo spirito puro e universale. La sensibilità - scrive Humboldt - è «il primo germe» di tutto quello che è vitale. E inverte i termini di un rapporto secolare: ciò che è universale e spirituale esiste solo in ciò che è individuale e sensibile. Il primato di ciò che è individuale e sensibile provoca una trasformazione della filosofia, perché essa non potrà essere solo una riflessione speculativa, ma dovrà essere anche un'indagine empirica che si apra allo spazio sconfinato della diversità individuale. L'attenzione rivolta alla sensibilità guida Humboldt nei suoi studi di estetica ed è la chiave per rispondere alla domanda rimasta aperta dopo Kant, la domanda sulla immaginazione creativa. Com'è possibile la creazione del nuovo? Humboldt risponde con un esempio politico, quello della rivoluzione francese, che non ha saputo essere creativa perché ha represso la sensibilità con la ragione. La ragione può dare forma a ciò che esiste, ma non può creare nulla di nuovo.

L'immaginazione è allora per Humboldt la facoltà capace di creare il nuovo, è quella «radice comune», già indicata da Kant, che per operare ogni volta si scinde in senso e intelletto, ricettività e spontaneità, femminile e maschile e si riunifica senza mai superare questa differenza. E alla differenza dei sessi e alla specificità del femminile Humboldt ha dedicato due importati saggi La differenza sessuale e La forma maschile e la forma femminile ora tradotti negli Scritti filosofici. Ma l'immaginazione è all'opera soprattutto nel linguaggio: Humboldt vi si imbatte mentre ricerca la infinita diversità in cui il mondo umano si manifesta. Il linguaggio, tuttavia, non è una manifestazione come un'altra. È piuttosto la manifestazione in cui, quasi come in un'opera d'arte collettiva che si produce nel corso della storia, si rivela la creatività dell'intero genere umano. Così si può dire che lo studio del linguaggio è l'orizzonte ultimo della filosofia di Humboldt.

Già in una lettera indirizzata al grande filologo Wolf nel 1799 scrive: «Sento che in futuro mi dedicherò esclusivamente allo studio del linguaggio e che una comparazione profonda di lingue diverse, condotta filosoficamente, è un lavoro per il quale sarò forse pronto dopo alcuni anni di assidua ricerca». Questo lavorò troverà testimonianza nella grande opera La diversità delle lingue, pubblicata postuma nel 1835, qualche mese dopo la morte di Humboldt.

Ma in che modo la filosofia si trasforma nel momento in cui diventa filosofia del linguaggio? E che cosa intende Humboldt quando parla di «studio del linguaggio»? Dire che il nostro pensiero si articola attraverso il linguaggio non è più all'epoca di Humboldt una novità. Piuttosto, la novità sta nell'aggiungere che il nostro pensiero si articola in una lingua storica, e che il linguaggio è una facoltà universale che si realizza nel parlare individuale di ciascuno. Noi non abbiamo esperienza del linguaggio, in generale, perché quel che sperimentiamo è invece il linguaggio così come si manifesta in un idioma specifico e nel discorso di qualcuno. Quando sentiamo parlare, sentiamo parlare in una lingua determinata e sentiamo parlare un singolo individuo. Ma dire che il pensiero si articola in una lingua storica non ha conseguenze di poco conto, perché per questa via la diversità delle lingue irrompe nella ferma e astratta universalità di un pensiero che la filosofia ha presunto puro. Uno dei pregiudizi più diffusi tra i parlanti è quello di credere che la diversità delle lingue sia solo una diversità di suoni e nient'altro. Al contrario, dice Humboldt, e lo dice per la prima volta, la diversità delle lingue è molto più profonda, perché è una «diversità di visioni del mondo». Ben più che una diversità dei suoni, la diversità delle lingue è una diversità di significati. Ogni lingua articola dunque il mondo diversamente. Passare da una lingua all'altra vuol dire passare da un mondo all'altro. Il che è possibile per l'unità del linguaggio che non viene mai meno, di modo che «ciascuno ha la chiave per comprendere ogni lingua». Ma a partire da Humboldt, la comprensione non è più assicurata, neppure all'interno della stessa lingua. Proprio perché il linguaggio si realizza in un circolo infinito, tra universalità e individualità, e giunge fino al parlare individuale di ciascuno, ogni comprendere sarà sempre anche un non-comprendere.

Se ogni lingua articola il mondo diversamente non ci sarà più un mondo, ma ci sarà una varietà di mondi. La questione del mondo in sé diventa priva di senso. Non c'è un punto di osservazione al di fuori del linguaggio da cui si possa cogliere il mondo. Perciò il diversificarsi delle visioni del mondo non comporta il frantumarsi di quel punto di osservazione, che ora appare chimerico. La conoscenza del mondo risulta dal complesso delle visioni e delle prospettive che le lingue dischiudono. Ogni nuova prospettiva aperta da una lingua arricchisce la conoscenza del mondo. Ecco perché, per Humboldt, il fenomeno della diversità delle lingue, percepito a partire dal mito di Babele come una punizione, ha in realtà un valore positivo. La diversità è una ricchezza, e quando muore una lingua si spegne anche una visione del mondo che contribuiva in modo insostituibile alla sua conoscenza. Nella nostra epoca in cui si va affermando il monolinguismo di una lingua egemone, troppo poco si parla della estinzione delle lingue e della perdita che questo comporta.

Si capisce bene, dunque, come mai per Humboldt lo studio delle lingue non sia un passatempo da eruditi: anche il particolare della lingua apparentemente meno significativa arricchisce la conoscenza del mondo. Perciò Humboldt si spinge oltre i confini dell'Europa, verso l'America, la Cina, la Polinesia. E proprio Roma, che è per lui la culla del mondo classico, gli offre questa possibilità. A Roma vengono infatti raccolte tutte le testimonianze delle lingue americane che i missionari, soprattutto ex-gesuiti, sono riusciti a salvare.

Se oggi possediamo ancora la descrizione di lingue parlate in Amazzonia, e annientate con la colonizzazione, è grazie a Humboldt che le ha descritte. Ma non si tratta solo di salvare una testimonianza - e tra i suoi inediti ci sono oltre trenta grammatiche e vocabolari di lingue americane. Per la prima volta Humboldt studia gli alfabeti più diversi e anche le lingue non indoeuropee, quelle che venivano ancora considerate «rozze e primitive». E con il suo lavoro arriva a mostrare, primo tra tutti, la pari dignità di tutte le lingue.

Se lo studio delle lingue ha una rilevanza filosofica, d'altra parte la filosofia deve a sua volta essere trasformata radicalmente. Anzitutto perché sarà anche una ricerca empirica: solo da una comparazione delle diverse lingue fin nei loro particolari può risultare, infatti, una «storia della filosofia dell'umanità». A questo aspira il progetto di una «enciclopedia delle lingue conosciute», che è una storia del divenire del linguaggio, un quadro delle diverse lingue e delle diverse visioni del mondo. La nuova storia della filosofia, come Humboldt l'ha intesa e in parte realizzata, non sarà allora la summa di ciò che ha concepito il genio dei filosofi, ma la summa del pensiero prodotto nel corso dei secoli dall'intero genere umano.

novità a Chieti (...novità?)

Il Messaggero 26.9.04

Chieti, bagno di folla per il vescovo teologo

Bruno Forte, napoletano, si commuove parlando ai fedeli prima della messa d’insediamento

dal nostro inviato ORAZIO PETROSILLO



(Il nuovo vescovo di Chieti è certamente il più bravo e fra i più giovani - ha solo 55 anni - dei teologi dei quali disponga oggi il Vaticano. Autore di molti importanti opere è specializzato nella "pastorale dei non credenti" cioé nel "dialogo con gli atei". Amico personale e collaboratore di Massimo Cacciari e Antonio Bassolino. Tutti si aspettano da lui una carriere assai brillante nella gerarchia ecclesiastica. Ndr)



[...]



In cattedrale, dopo la lettura della bolla di nomina, Bruno Forte ha ricevuto il pastorale dal predecessore Menichelli (trasferito ad Ancona) e si è assiso sulla cattedra, ricevendo l’acclamazione popolare. Tra gli ospiti, i cardinali Carlo Maria Martini (amico da una vita di Forte e suo mentore) e Renato Martino, il nunzio Romeo ed altri 6 vescovi amici. Nell’omelia, il presule ha indicato ai suoi fedeli tre priorità, la prima delle quali è «il riconoscere il primato di Dio». «L’inquietudine dell’epoca cosiddetta ”post-moderna” nella quale ci troviamo dopo la crisi dei mondi ideologici - ha osservato - sfida tutti a superare la pretesa della ragione umana quale unico metro dei pensieri e delle azioni: occorre un’alternativa autentica alle ideologie». Tra gli applausi, Forte ha detto prima in napoletano poi tradotto in italiano questo proverbio della sua terra: «Si può vivere senza sapere perché, ma non si può vivere senza sapere per chi». Le altre due priorità sono la solidarietà e il servizio della carità.

dal domenicale del Sole 240re del 26.9.04

Storia della medicina

La tragica vicenda di Ignàc Semmelweis e della febbre puerperale

Dottori dalle mani sporche

di Sherwin B. Nuland



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Sherwin B. Nuland, «Il morbo dei dottori», Codice Edizioni, Torino 2004, pagg. 148, € 18,00



Convegni

I rapporti tra arte e cervello negli esperimenti di uno dei massimi esperti. Un incontro a Firenze sulla creatività

Neurobiologia del non finito

Michelagelo, Wagner e Dante come paradigmi dei meccanismi cerebrali che ci spingono a ripensare la realtà.

E a Milano Rubbia e Quadrio Curzio discutono di innovazione e del futuro della ricerca in Italia

di Semir Zeki



[...]



Filosofi sul lettino

Un sogno enigmatico del grande pensatore è ora al centro di una piéce teatrale

Il melone di Cartesio

Nella notte del 16 novembre 1619 il giovane René ha tre visioni: quella che più lo turba è un uomo mascherato che gli offre un frutto tondo «di un paese straniero»

di Remo Bodei



[...]



Paola Canessa, «L'enigma del melone di un paese straniero», Edizioni Tracce, Pescara 2004, pagg. 62, € 9,00

Da ricordare: Adrien Baillet, «Vita di Monsieur Descartes», Adelphi, Milano 1996, pagg. 300, € 15,50

Sigmund Freud, «Un sogno di Cartesio: lettera a Maxime Leroy» in «Opere di Freud», Boringhieri, Torino 1964-1980, vol. 10, pagg. 662, € 31,00

domenica 26 settembre 2004

Umberto Galimberti

Repubblica 25.9.04

L´INTERVENTO

MA OGGI È SOLTANTO ARBITRIO

Il mondo della tecnica frantuma le regole dell´età umanistica

UMBERTO GALIMBERTI



(...)

firmare per i referendum

Repubblica 26.9.04

IL CASO

I comitati per il referendum: nelle grandi città banchetti fino a martedì

Sulla fecondazione caccia alle ultime firme

Obiettivo: raggiungere la "soglia di sicurezza", oltre le 500 mila adesioni

MAURO FAVALE



ROMA - Da quattro giorni non smettono di contare. Di contare e di raccogliere ancora firme contro la legge sulla fecondazione assistita. L´obiettivo dichiarato è quello di raggiungere quella fondamentale «soglia di sicurezza» che sembra ad un passo, dicono i comitati referendari, ma non è ancora stata raggiunta. Le "squadre" allestite dai due comitati, riunite nelle sedi nazionali dei Radicali italiani e della Cgil, da giorni controllano le firme già rientrate a Roma dalle varie regioni. Non ci sono ancora cifre da diffondere. Solo una parola d´ordine che continuano a ripetere: «Il traguardo non è lontano ma mancano ancora parecchie firme». Per questo motivo si continuerà a raccoglierne altre anche nei prossimi giorni. «Fino a martedì - dicono i radicali - ma solo quelle dei residenti, per facilitare le operazioni di verifica».

Nelle grandi città, dunque va avanti la raccolta. A Roma, Milano, Torino, Napoli e Firenze oltre un centinaio di banchetti saranno allestiti da entrambi i comitati per tutta la giornata di oggi e per quella di domani, nelle piazze, davanti agli ospedali e ai luoghi di lavoro. «Siamo davvero sul filo di lana - dice il segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone - e molto, moltissimo dipende dalle firme che riusciremo a raccogliere di qui a domani, massimo a martedì». Mercoledì, poi, servirà per le ultime delicatissime operazioni di riconteggio. Giovedì, infine, il termine ultimo per la presentazione in Cassazione di quanto raccolto negli ultimi mesi. È questo il calendario strettissimo a cui sono inchiodati i comitati. «Siamo ancora in bilico - confessa il senatore Ds, Lanfranco Turci, tesoriere del comitato che ha promosso i referendum parziali - e dal lavoro organizzativo di questi giorni dipende la riuscita politica della battaglia referendaria. Giochiamo contro il tempo». Il tempo è quello che impiegano le firme già raccolte a raggiungere le sedi romane dei comitati. «Per domani, quando riprenderanno a lavorare Poste e corrieri, - ricorda Turci - ci aspettiamo ancora centinaia di migliaia di firme da tutta Italia». E il tempo è anche quello che occorre per reperire circa 100.000 certificati elettorali che servono a convalidare altrettante firme. E proprio questo è il problema, comune a radicali e Ds, che assilla maggiormente. «Abbiamo l´assoluta necessità di raccoglierne ancora - dicono i radicali - per compensare quelle che eventualmente saremmo costretti a scartare proprio per la mancata validazione con il certificato. Li stiamo richiedendo ai Comuni ma le lentezze burocratiche rischiano di far saltare tutto il lavoro fin qui svolto».

È questo l´ultimo nodo da sciogliere che non permette ai comitati di fornire cifre né parziali né definitive. E per questo continuano gli appelli ai cittadini affinché sottoscrivano i referendum. L´ultimo in ordine di tempo è quello dei Verdi: «Sono le ultime ore - ricorda Alfonso Pecoraro Scanio - per poter firmare contro una legge proibizionista, crudele e primitiva. Oggi siamo impegnati per contribuire a raggiungere il quorum necessario, dai prossimi giorni ci batteremo affinché in Parlamento nessun pasticcio legislativo, nessuna leggina, scippi gli italiani dal diritto di esprimersi su un tema che riguarda i diritti di tutti noi».

Firenze:La loggia di Isozaki

Repubblica Cronaca di Firenze 26.9.04

La loggia di Isozaki

Parla Cacciari e boccia Urbani

Urbani boccia Isozaki, e Massimo Cacciari boccia Urbani. «La sua guerra al progetto dell´architetto giapponese non è una questione politica. E´ la guerra di un governo di destra ad una città di sinistra».

Il filosofo e lo stop di Urbani alla loggia su piazza del Grano


Cacciari e il caso Isozaki "Una guerra a Firenze"

I sondaggi sull´arte? "Sono risibili"

"Oggi non si può più buttare giù il vecchio Ma almeno si realizzi il nuovo"

La questione è tutta politica, se ci fosse vera volontà si potrebbe risolvere in due minuti

PAOLO RUSSO



MASSIMO Cacciari non ha dubbi: l´architettura e la cultura nel caso Isozaki hanno ceduto il passo alla politica. Anzi alla cattiva politica. Per il filosofo, deputato dal ?76 all´83, sindaco di Venezia dal ?93 al 2000, oggi deputato europeo e consigliere regionale, è ormai solo «la guerra volgare che un governo di destra sta facendo a una città guidata dal centrosinistra. La vicenda specifica del progetto Isozaki non c´entra nulla con i problemi generali relativi agli interventi architettonici e artistici: se ci fosse la volontà la questione si risolverebbe in due minuti». Difficile dargli torto ripensando alla famosa telefonata del ministro Urbani che annunciava informalmente allo stupefatto sindaco Domenici l´annullamento del progetto vincitore del concorso internazionale per la risistemazione dell´uscita degli Uffizi su piazza del Grano. E, prima, andranno rammentate le imboscate di Sgarbi quand´era sottosegretario ai beni culturali, così come l´uso strumentale che del progetto sta insistentemente facendo la destra nazionale e locale.

In merito alla vicenda Isozaki il soprintendente Paolucci ha ribadito l´assoluta autonomia di giudizio e scelta operativa degli intellettuali in materia di cultura rispetto alle opinioni popolari...

«I sondaggi che si dice siano stati fatti sulla bontà dell´intervento di Isozaki sono risibili: un´opera d´arte non può esser sottoposta a referendum. È però evidente che, quando il committente è pubblico, deve tener conto delle correnti fondamentali della sua opinione pubblica. Se fossi stato Lorenzo il Magnifico mai e poi mai avrei rifatto la Fenice dov´era e com´era, avrei cercato piuttosto di creare una nuova opera. Ma avevo di fronte una città che voleva la Fenice dov´era e com´era. È di volta in volta che bisogna decidere, è assurdo dire che è il popolo a valutare la qualità di un´opera, altrettanto lo è dire che sono gli intellettuali a stabilire per conto proprio che cosa fare».

In che modo allora si può ripensare il passato visto che in Italia, a Firenze in particolare, gli interventi nel segno del contemporaneo sono destinati a suscitare ogni volta timori e risse?

«È sempre stato così e continuerà ad esserlo. In Italia c´è un concentrato di passato di tale pregnanza e di tale prepotente presenza che è più difficile che negli Stati Uniti, dove ogni trenta o quarant´anni si rifanno le case, o in qualunque altro paese europeo. Ma è comunque un problema che si pone ogni volta e ovunque ci sia una concentrazione di passato di simile valenza: ogni intervento, ogni innovazione va ripensata alla luce di ciò che è stato. Anche se ci fosse chi vuole abbattere tutto oggi non gli sarebbe consentito. Brunelleschi ha traumatizzato i suoi contemporanei, Alberti buttava giù le chiese gotiche: questo non è più possibile. La mia esperienza è ricchissima da questo punto di vista: ricordo lavori interrotti o protratti per anni per scavi archeologici al profano del tutto indifferenti. Se un paese vive della propria memoria non si può stabilire "questo vale quest´altro no" se non con larga approssimazione. Dovrebbero essere il buonsenso, la pragmaticità, la capacità di relazione fra le autorità, Comune e Soprintendenze, fra Soprintendenze e Ministero, a dettar legge. Non ci possono essere regole astratte e universali».

Qual è la sua opinione in merito alla vicenda Isozaki?

«È una follia di Urbani che fa a pugni con ogni principio autonomistico e federalistico, una delle tante prepotenze dilettantesche e odiose di un governo di destra in guerra con una città di centrosinistra. Ma le due questioni, ripeto, sono scisse: a differenza dei secoli dal Cinquecento al Settecento oggi non è più possibile demolire nulla, questo ha degli aspetti a volte positivi a volte negativi. Ma il progetto Isozaki, ecco l´equivoco, non butta giù nulla, e se non si può più demolire si possono però fare delle cose nuove: questo sì che dovrebbe essere non solo possibile ma anche auspicabile».

sabato 25 settembre 2004

una ricerca sui nuovi casi di psicosi

L'Arena di Verona Sabato 25 Settembre 2004

Il progetto scientifico sarà condotto dal dipartimento di Psichiatria del professor Tansella e patrocinato dalla Regione

Il dramma della psicosi passato ai raggi x

Per un anno medici e ricercatori raccoglieranno dati sugli episodi e le diagnosi

di Giorgia Cozzolino



Si chiama Picos (Psychosis incident cohort outcome study) ed è il primo studio multicentrico italiano, uno dei pochi al mondo, sull'esito dei nuovi casi di psicosi. E' stato presentato ieri da Michele Tansella, docente di psichiatria dell'Università di Verona, che ha illustrato quella che ha definito «una importante sfida e un progetto ambizioso». Per un anno saranno infatti raccolti dati medici e scientifici grazie all'arruolamento dei Dipartimenti di salute mentale del Veneto che coprono un territorio di riferimento dove vivono quasi quattro milioni di abitanti e costituiscono perciò oltre l'85 per cento della regione stessa. Una ricerca molto ampia, patrocinata dalla Regione, che punta a chiarire il ruolo che fattori di tipo clinico, sociale, genetico e morfo-funzionale, hanno nell'insorgenza di psicosi e le possibilità di predire l'esito di tali malattie mentali.

«Vogliamo portare la ricerca a livello internazionale», ha spiegato il professor Tansella, «si tratta infatti di una raccolta di dati estremamente complessa che può dimostrarsi uno strumento davvero importante nella diagnosi e nella cura di psicosi». A congratularsi con lo staff del progetto, il vice presidente del consiglio della Regione Veneto, Angelo Fiorin, che ha parlato dell'importanza dell'iniziativa nell'ottica del modello socio-sanitario veneto. Dello stesso parere anche Valerio Alberti, direttore generale dell'Azienda ospedaliera, che ha evidenziato la necessità di muoversi nell'ambito della salute mentale, vista l'incidenza massiccia sulla popolazione e i suoi «pesanti contraccolpi nella società»; mentre il preside della facoltà di Medicina, Francesco Osculati, ha parlato dell'importanza dell'integrazione tra azienda sanitaria e università.

Anche Angelo De Cristan, responsabile dei Servizi sociali dell'Ulss 20, ha dato il benvenuto all'iniziativa mentre Tali Corona Mattioli, presidente dell'associazione italiana salute mentale (Aitsam), ha sottolineato l'importanza delle risorse umane nell'ambito della sanità mentale e infine Giampietro Rupolo, dell'ufficio programmazione sanitaria della Regione, ha illustrato gli sforzi istituzionali in tali ambiti.

l'epilogo della ribellione dell'esistenzialismo...in morte di Françoise Sagan

Repubblica 25.9.04

Aveva 69 anni. Il suo primo romanzo "Buongiorno Tristezza"

suscitò subito scandalo, ma venne osannato dalla critica

E' morta Francoise Sagan

la ribelle che rapì la Francia

Droga, alcol, gioco d'azzardo, la sua fu una vita a 100 all'ora

Amica di Mitterrand venne coinvolta nello scandalo della Edf

Francoise Sagan



PARIGI - Francoise Sagan, la ragazza che nel '54 rapì e scandalizzò la Francia con Buongiorno tristezza è morta. Se n'è andata a 69 anni, nonostante continuasse a dire che aveva "voglia di vivere e di scrivere". Se n'è andata all'ospedale di Honfleur, romantico porto della Normandia, la regione dove era vissuta negli ultimi anni, facendo della sua casa il suo eremo. L'ha stroncata un'embolia polmonare. Era malata da tempo, viveva ritirata, senza più gli amici della giovinezza, quella dei tavoli ai bistrot di Saint-Germain- des-Pres consumati fino al mattino con Sartre, Juliette Greco e gli altri. Né le erano accanto più gli amici degli anni del potere e della gloria. La Sagan fu grande amica di Mitterrand.

Una vita spericolata la sua, sopra le righe, droga, alcol, spericolate corse in auto, debiti, sempre con una sigraretta che le pendeva dalle labbra. Il maggio '68 la vide sfrecciare da un angolo all'altro di Parigi senza mai un cedimento alla banalità. Come quando, in un'infuocata assemblea all'Odeon, uno studente inferocito prese il megafono per contestarla: "Madame Sagan è venuta in Ferrari ad applaudire la rivoluzione dei suoi compagni!". La risposta che bruciò sul posto quel ragazzo amava raccontarla lei stessa: "chiesi il megafono, c'era tanta gente che ci mise due minuti per arrivare. Pensavo a una replica dura, non la trovai. Così mi alzai e urlai serissima: è falso: è una Maserati!".

Schierata politicamente a sinistra, vicina a Mitterrand, venne arrestata e processata per droga, nel 2001, poi coinvolta nello scandalo delle tangenti della società petrolifera Elf. Un processo per evasione fiscale: non aveva pagato le tasse per una consulenza.

Il suo vero nome era Francoise Quoirez. Era nata a Cajarc, nel 1935. La Sagan conobbe il successo giovanissima, dopo una carriera scolastica disastrosa. Si chiuse in casa per qualche settimana e scrisse il libro che l'avrebbe resa celebre. Osannato dalla critica e premiato dal pubblico, Buongiorno tristezza destò uno scandalo enorme: è la storia di una ragazza sensibile ma amorale, che provoca indirettamente ma volontariamente la morte dell'amante del padre, della quale è gelosa. Quattro anni dopo il regista Otto Preminger ne fece un film, con Deborah Kerr, David Niven, Juliette Greco e Walter Chiari.

Nel romanzo c'è tutta Francoise Sagan e il mondo che farà da sfondo alla sua attività: i salotti, la Costa Azzurra, il whisky, la leggerezza delle emozioni. Non si fermò davanti a nulla, l'irrefrenabile Francoise Quoirez, diventata Sagan in omaggio a un personaggio di Proust: velocità pazzesche in automobile, alcol e cocaina senza freni, gioco d'azzardo, amicizie pericolose, debiti. Sempre tutto d'un fiato, senza pensarci due volte. "Sì - ammetteva con piena coscienza - sono futile. Ma la futilità consiste nell'occuparsi di cose interessanti". Una cinquantina i suoi libri.

"La gloria e il successo mi hanno privato prestissimo dei miei sogni di gloria e di successo", amava ripetere provocatoriamente. Il padre, ricco industriale, non l'aveva scoraggiata dal vivere la vita a 100 all'ora. Di vita familiare, la Sagan ne ha fatta poca: divorziò dopo pochissimo tempo sia dall'editore Guy Schoeller, sia dall'americano Robert Westhoff, il quale le diede un figlio, Denis.

La società ricca, agiata, ma anche pigra e snob che conosceva bene fu lo sfondo dei suoi romanzi più celebri, da Un certo sorriso a Amate Brahms?. Scrisse anche per il teatro. Nel 1984, in piena era Mitterrand, con la gauche al potere, pubblicò Avec mon meilleur souvenir, libro di ricordi che molti considerarono una specie di testamento spirituale. Ma bisognerà attendere il 1998 per leggere il libro che è rimasto il suo ultimo lavoro, Derriere l'epaulè, dietro la spalla, uno sguardo per la prima volta critico e severo sulla propria carriera.

La Francia intera le ha reso omaggio. "Con lei - ha affermato Chirac in un comunicato - la Francia perde uno degli autori più brillanti e sensibili". Per Jack Lang, ex ministro della Cultura socialista e grande amico della scrittrice, è scomparso "un talento vivo e ardente", che ha "contrassegnato la letteratura contemporanea e per tanto tempo".



Corriere della Sera 25.9.04

DAL NOSTRO CORRISPONDE



PARIGI - «Bonjour paresse», buongiorno pigrizia, è un best seller in questi giorni in Francia. L'ha scritto un'impiegata dell'EDF, l'azienda di stato dell'elettricità ed è una divertente esaltazione di come lavorare poco, adattarsi al compromesso, sfuggire responsabilità, diffidare delle carriere, evitare lo stress. Il furbo richiamo al celebre romanzo della Sagan racconta indirettamente la distanza siderale con la Francia di ieri, con il comune sentire di una generazione che si era identificata con la malinconica ribellione di una fragile ragazza di buona famiglia.

Perché l'«eterna bambina», con il caschetto di capelli biondi che sembravano sempre agitati dal vento, aveva sconvolto i bempensanti dell'epoca, fatto vibrare la gioventù del primo dopoguerra, infranto le regole, inventato un genere letterario che poi divenne cinema, teatro, modo di vivere.

Negli anni Cinquanta, Françoise Sagan rappresentò nell'immaginario dei francesi quello che fu James Dean per gli americani. Quel «vivere per vivere» banalizzato nei film di Lelouche, quel vivere di corsa, senza sapere dove andare, lasciandosi fermare soltanto dalla malinconia di un tramonto, dalla fragilità di un amore, dall'inconsistenza dei rapporti istituzionali e familiari. James Dean correva nelle praterie con il rock di Elvis Presley a tutto volume, Françoise Sagan correva sulla costiera di Saint Tropez, ascoltando la Gréco e Montand, e finendo anche lei per schiantarsi con una Jaguar. Rimase quasi un anno semiparalizzata e poi disse: «Ci vietano di fumare, ci ordinano di allacciare le cinture, ma nessuno fa niente contro la noia. E questo non va bene». I suoi antidoti erano sigarette, whisky, case da gioco che anno dopo anno divennero però i suoi pochi compagni nel viaggio della vita. «Non sono sicura di essere mai uscita completamente dalla mia infanzia», ha detto in un'intervista.

Quando uscì Bonjour tristesse , nel 1954, la Sagan aveva meno di vent'anni. Fu un successo strepitoso, ma anche uno scandalo. Parte della critica definì «amorale» la storia di una ragazzina che detesta l'amante del padre. Ma vende un milione di copie in pochi mesi. Traduzione in venti lingue. Arriva la fama in America che, per la giovane scrittrice significò l'incontro e l'amicizia con Truman Capote e Tennessee Williams. La Francia era traumatizzata dalla sconfitta in Indocina, sentiva avvicinarsi gli spettri della guerra d'Algeria, avvertiva senza prenderne completamente coscienza (a volte non lo fa nemmeno adesso) che un grande passato imperiale e coloniale era agli sgoccioli. E si ripiegò, commuovendosi ed esaltandosi, nella figura di Cécile, la protagonista del romanzo, che toccava le corde dei rapporti famigliari difficili, dei sogni d'amore e del bisogno di sognarli. Del «privato» si direbbe oggi. La Sagan, che aveva preso questo pseudonimo dalle pagine di Proust e che ha sempre scritto a mano, divenne un fenomeno letterario, un capitolo considerato fondamentale della moderna letteratura francese, per il vocabolario secco, conciso con cui sapeva indagare i labirinti del cuore e le sfumature degli stati d'animo.

La grande apparizione, nelle librerie e nei caffè di Parigi, non aveva la forza teorica di Sartre né l'impatto politico di Camus né la funambolica fantasia di Cocteau. Eppure l'«eterna bambina», la «charmant petit mostre», come la chiamava Mauriac, venne immediatamente adottata da un contesto culturale in cui sarebbero maturate negli anni successivi la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, la crescita della società civile. Conflitto e festa, emancipazione della donna e star system: la bambina prodigio della letteratura vi restava in bilico, come lo era la borghesia francese dell'epoca. Ha scritto: «Siamo pochi a pensare troppo e troppi a pensare poco». I romanzi e le opere che seguirono, da Un certo sorriso a Le piace Brahms? ebbero meno impatto e meno successo, ma confermarono le tematiche e il personaggio cui François Sagan rimase sempre fedele fino alla fine. La sua non era una sfida alla vita, ma una disperata voglia di vivere e di essere amata, eludendo le regole della vita stessa, da quelle sociali a quelle ancora più inesorabili del tempo. Negli ultimi anni, viveva in solitudine, quasi dimenticata dal grande pubblico, malaticcia e perseguita dai debiti come un personaggio di Hugo, una "Violetta" della nostra epoca che, ricordando il passato, disse: «Camuffare il suicidio da incidente è il massimo della delicatezza».

La Francia l'ha amata, compatita, persino protetta e tollerata, con il suo insopprimibile amore - tutto francese - per la trasgressione, l'andare sopra le righe, la libertà e la creatività degli artisti. Non le risparmiò l'arresto, perché a tutto c'è un limite e la Sagan, negli ultimi anni della sua vita, aveva passato anche questo: la droga, i guai con il fisco, i debiti erano diventati la faccia sporca e patetica di una vecchia signora malaticcia che avrebbe voluto continuare a stupire.

Ad un critico, dettò il suo epitaffio: «Fece la sua apparizione nel 1954 e fu uno scandalo mondiale, la sua morte è stata uno scandalo solo per lei».



Il Gazzettino di Venezia 25.9.04


Quel piccolo romanzo nel ’54 era diventato un caso letterario

La giovane musa dell'esistenzialismo

di ROLANDO DAMIANI



Per intendere il favore suscitato dal romanzo d'esordio di Françoise Sagan, "Buongiorno, tristezza", il cui titolo era tratto da un verso di Paul Eluard, basta rileggere, in un volume di Alexandre Kojéve da poco stampato, la recensione che gli dedicò in un fascicolo della prestigiosa "Critique". Il grande studioso di Hegel elogiò, pur con un tono a tratti scherzoso, la ragazza diciottenne che a Parigi, occupandosi di flirt e dei piccoli nulla che riempivano la vita dei suoi coetanei e forse di tutti, aveva scoperto un "mondo nuovo", dove tramontavano i princìpi di autorità, le antiche saggezze, e il passatempo piacevole diveniva uno scopo primario. Kojève forse si divertiva a essere provocatorio, commentando la fortuna di quel piccolo romanzo che nel 1954 era diventato un caso letterario e un best seller. L'anno dopo uscì "Un certo sorriso", che rilanciò la fama della Sagan, confermandola come una giovane musa dell'esistenzialismo in voga e anche della voglia di vivere e di amare, senza troppi intralci morali, che apparteneva a quel periodo, in cui erano ancora accesi i ricordi della guerra. Del clima anche psicologico di quel decennio la Sagan è stata un'interprete sensibile, divenendo a un certo punto prigioniera della cornice in cui la sua immagine era stata sin dal primo momento collocata. I suoi romanzi si susseguirono ancora negli anni Cinquanta, e in particolare "Le piace Brahms?" del 1959 ottenne un grande successo, poi confermato dalla celebre versione cinematografica, con Ingrid Bergman, che ne fu ricavata. La Sagan aveva un suo tocco, una facilità narrativa che poteva manifestarsi negli intrecci amorosi; era una scrittrice a suo agio con argomenti leggeri, vissuti profondamente come se il colore di uno smalto fosse una questione capitale. Quando la moda culturale si irrigidì nelle sue proposte ideologiche, e si richiese più pensiero, anche sociale, agli scrittori in voga, la Sagan cominciò a emarginarsi, a provare altre strade, dalla commedia alla satira di costume. Continuò a scrivere alacremente, benché il vasto pubblico si dimenticasse un po' alla volta dell'enorme notorietà di cui aveva goduto nei suoi straordinari inizi. Aveva raccontato con una poeticità quasi istintiva il bene incosciente della giovinezza: non le fu facile poi inoltrarsi nella vecchiaia, e le cronache a lungo ci riportarono i suoi disagi, le crisi depressive, le fughe. Sopravviveva come autrice in un tempo che non era più suo, ma poteva comunque vantare di essere stata un'icona d'epoca, un nome e un volto che restano per sempre associati a un particolare momento.



Il Messaggero Sabato 25 Settembre 2004

E’ morta la scrittrice che a 18 anni, nel 1954, colpì il mondo con “Bonjour, tristesse”

Françoise Sagan, addio scandalosa ragazza

di COSTANZO COSTANTINI



AVEVA rappresentato, sotto certi aspetti e entro certi limiti, il punto di riferimento, il modello, il simbolo di una generazione, se non di un’epoca: il simbolo di quella gioventù inquieta, ribelle, vagamente nichilista, che in America era passata alla cronaca sotto l’etichetta di «gioventù bruciata», in Inghilterra sotto quella di «gioventù arrabbiata», in Francia sotto quella di «gioventù esistenzialista», con le sue varianti denominate «tricheurs» o «blousons noirs». I profeti di questi giovani erano romanzieri, poeti, cineasti, pittori, commediografi, filosofi: in America Jack Kerouac o Allen Ginsberg, in Inghilterra John Osborne, in Francia Jean-Paul Sartre, Marcel Carnè, Roger Vadim, etc. La «gioventù bruciata» aveva trovato il suo eroe in James Dean, l’attore che nel ’55 interpretava il film omonimo e che verso la fine dello stesso anno periva a Paso Robles, in California, appena ventiquattrenne, in un incidente automobilistico.

Nata nel 1935 a Cajarc, nel Lot, da una famiglia borghese, Françoise Sagan (il suo vero nome era Françoise Quoirez) era assurta alla ribalta letteraria fulmineamente, a soli diciotto anni, con Bonjour, tristesse, il romanzo accolto con un successo strepitoso: un successo che ne cambia la vita, condiziona il futuro, segna il destino. Da un giorno all’altro si ritrova celebre, ricca, contesa, al centro dell’attenzione generale, oggetto di ricerca specialmente da parte del bel mondo, della «gioventù dorata» francese, europea e cosmopolita. Abbandona la casa paterna in Avenue Malesherbes per vivere in un proprio appartamento in Rue Grenelle. Dà sfogo alle sue passioni per il whisky e per le vetture da corsa. Acquista dapprima una Jaguar, poi una Gordini, poi una Aston Martin, inaugurando la moda della guida a piedi nudi, che Brigitte Bardot lancerà in Francia e in Europa. Continua a scrivere, ma alterna alle soste al tavolo da lavoro frenetiche corse in macchina e «notti brave». Non si perde nessuna occasione, non manca mai nei ritrovi mondani, entra a far parte con ruolo da protagonista della «troupe divina» che d’estate folleggia a Saint Tropez. E’ un personaggio, un personaggio del jet-set, ma insignito del carisma derivante dalla celebrità letteraria.

E’ forse bene ricordare le circostanze o le cause che resero possibile il clamoroso successo di Bonjour, tristesse: oltre la giovanissima età dell’autrice e l’abile lancio pubblicitario che ne fu fatto, il tema del romanzo, l’attribuzione del «Grand Prix des critiques» e l’intervento di François Mauriac.

Il tema del romanzo – la storia della giovane Cecilia che, divenuta orfana di madre, sventa con l’aiuto dell’amante il secondo matrimonio del padre con Anna, una donna di rigidi costumi che per la delusione si uccide simulando un incidente automobilistico – rispondeva in pieno agli umori del momento. Bonjour, tristesse aveva tutti gli ingredienti per destare la massima curiosità: tendenza alla ribellione o alla trasgressività, malizia e cinismo precoci, bisogno smodato di libertà, etc. Esso presentava inoltre quella commistione tra vita reale e letteratura che è un dato comune della produzione letteraria giovanile di quegli anni.

Ma il successo del romanzo fu dovuto soprattutto all’attribuzione del «Grand Prix des critiques» e alla polemica che ne seguì. Per l’occasione scese in campo un nome prestigioso come quello di François Mauriac. Il celebre scrittore non esitò a bollare i giurati del «Grand Prix», che erano in gran parte accademici o critici militanti, di sconcertante incoerenza: avevano attribuito al libro l’ambito riconoscimento dopo averlo stroncato sui giornali o sulle riviste per i quali scrivevano. Ma la polemica non ottenne altro effetto che di incrementare le vendite del romanzo

A Bonjour, tristesse fecero seguito, nel giro di tre anni, altri due romanzi: Un certain sourire ( Un certo sorriso ) e Dans un mois, dans un an ( Tra un mese, tra un anno ). Anche in questi casi, il successo commerciale fu di gran lunga superiore al successo critico, ma in favore della Sagan intervenne André Maurois, che non esitava a paragonarla a George Sand, a de Musset, addirittura a Proust. Scriveva fra l’altro il celebre romanziere e biografo: «Un vago profumo del nulla fluttua in Tra un mese, tra un anno come nei due romanzi precedenti. E costituisce un fascino della Sagan come lo ha costituito di Proust».

L’uscita di Tra un mese, tra un anno fu preceduta da un incidente spettacolare e drammatico, quasi a conferma della commistione fra vita reale e letteratura che si riscontrava nella Sagan come in altri scrittori di quel momento. Nell’aprile del 1957, mentre si dirigeva a gran velocità sulla sua Aston Martin a Milly-la-Fôret, dove aveva trasformato in una fastosa magione di campagna il mulino acquistato da Christian Dior, la scrittrice incorse in un pauroso incidente. Dalla vettura capovolta e ridotta ad un ammasso di ferri contorti, venne tratta in coma, con una frattura alla base cranica e ferite varie. Tra i rottami fu trovato il manoscritto di Tra un mese, tra un anno, ma più d’uno pensò che si trattasse d’uno spregiudicato stratagemma pubblicitario.

Come che fosse, quell’incidente ebbe conseguenze molteplici sulla vita della Sagan. La prima fu il matrimonio con Guy Schoeller, il quarantaduenne editore miliardario che la corteggiava da un pezzo ma che riuscì a conquistarla solo grazie all’amorosa assistenza che le prestò durante la degenza in ospedale. La seconda fu una sorta di crisi di coscienza, che la indusse a rivedere la propria vita ed a prospettarsi l’avvenire in maniera meno sregolata e avventurosa. Dichiarava all’uscita dall’ospedale: «Sono cambiata. Prima credevo di essere invulnerabile, ora ho scoperto che sono vulnerabile. Prima vivevo di notte, ora debbo vivere di giorno». Fors’anche perché ora viveva di giorno, s’impegnò in un lavoro imponente: incominciò il quarto romanzo (Aimez-vous Brahms?), ridusse per il cinema Tra un mese, tra un anno (Bonjour, tristesse era stato trasformato in film da Otto Preminger), buttò giù con Alexander Astruc un soggetto dal titolo La piaga e il coltello e iniziò la stesura della sua prima pièce (Il castello di Svezia).

Ma il suo destino era ormai segnato. Volente o nolente, Françoise Sagan era prigioniera di se stessa, o della sua nevrosi. Già nel luglio del ’60, a meno di due anni dal matrimonio, divorziava da Guy Schoeller. Nel gennaio del ’62 si univa in seconde nozze con l’ex indossatore e ceramista americano Bob Westhoff, dal quale attendeva un bambino, ma nel dicembre dello stesso anno divorziava anche da lui, per poi continuare a vederlo come amante. Continuava sempre a scrivere, romanzi e commedie, provandosi anche nella regia teatrale, ma il successo che otteneva non le bastava più, non riusciva più a mettere ordine nella sua vita. Cadeva sempre più spesso in preda a crisi nervose, si indebitava, incorreva in accuse di plagio letterario. Ma quali che fossero le difficoltà in cui si cacciava o che le si abbattevano addosso, non rinunciava mai ad essere presente sulla ribalta della notorietà internazionale, ad inscrivere il personaggio che incarnava e il suo nome nella «Fiera della vanità».



Brescia oggi Sabato 25 Settembre 2004

L’autrice di «Bonjour, tristesse», il romanzo che segnò un’intera generazione, aveva 69 anni e da tempo era malata. Figlia di una ricca famiglia borghese, visse un’esistenza all’insegna della trasgressione e dell’anticonformismo

Morta Françoise Sagan

di Michelangelo Bellinetti



Parigi. E’ deceduta ieri, per embolia polmonare, all’ospedale di Honfleur, in Normandia, la scrittrice Françoise Sagan. Aveva 69 anni. Da tempo era malata.

Ormai da qualche anno era soltanto l’icona della scrittrice che era stata.

Giovanissima, figlia d’una ricca famiglia della buona borghesia di Cajarc, Françoise scrisse quel romanzo destinato a divenire l’atto testimoniale di una generazione, «Bonjour, tristesse». Aveva 18 anni ed era il 1954.

La Francia mostrava ancora le ferite dell’Indocina e stava affrontando la questione algerina. L’esistenzialismo s’era spento per consunzione naturale: Boris Vian aveva finito di èpater la buona borghesia così come Jean Paul Sartre non incantava più i giovani della nuova generazione. C’era nell’aria, soprattutto nell’aria respirata dalla nuova gioventù, una sorta di stanchezza, di noia le cui ragioni si perdevano tra le nuvole di sogni indefiniti.

La Francia però, ovvero Parigi, continuava a credere d’essere il crocevia d’ogni processo culturale come se dai ruggenti anni Trenta non fosse successo nulla. Tra i Deux Magots e la Rotonde gli intellettuali della rive gauche si misuravano nel vecchio gioco del dispetto e della maldicenza piegando sovente il ginocchio davanti ai nuovi proconsoli del Comintern.

La nuova generazione, quella che non conosceva nè Cocteau nè Sartre e che se ne infischiava degli odii e dei rimpianti, viveva nell’egoismo della propria condizione anagrafica.

«Bonjour, tristesse» fu una frustata in faccia ai benpensanti d’ogni categoria, una sveglia terribile per i «maestri» della rive gauche, una sorpresa per tutti gli altri. L’autrice firmò il libro con un nome preso in prestito dalle pagine di Proust: non Françoise Quoirez ma Françoise Sagan. Mauriac, scrivendone su Le Figaro, la definì «un incantevole mostro di 18 anni».

Cosa racconta questo breve romanzo?

E’ la storia di una ragazza sensibile ma completamente priva d’ogni senso morale che provoca indirettamente ma volontariamente la morte dell’amante del padre, di cui era gelosa.

Nel libro è rappresentato seccamente, senza alcuna dolcezza, tutto il mondo di Françoise Sagan: la solitudine, il malessere d’un’età indefinita, la noia, la Costa Azzurra, i salotti, l’whisky, i flirt asciutti, le relazioni trasgressive. Osannato dalla critica e premiato dai lettori, quattro anni più tardi il romanzo divenne un film di successo, interpretato - sotto la direzione di Otto Preminger - da Deborah Kerr, David Niven, Walter Chiari.

Insomma, in quegli ultimi anni del Cinquanta, «Bonjour, tristesse» rappresentò l’autoritratto spietato di una gioventù che non riconosceva alcun ideale, che rifiutava consapevolezze e responsabilità nel nome di un egoismo solitario, unica risposta alle ambiguità del mondo degli adulti.

Due anni più tardi, nel 1956, Françoise Sagan ripetè il successo con «Un certo sorriso». Nel ’57 fu la volta di «Tra un mese, tra un anno» e, nel 1959, «Le piace Brahms?» un romanzo, questo, che ebbe fortuna anche nella sua trasposizione cinematografica per l’interpretazione di Ingrid Bergman, di Yves Montand e di Anthony Perkins. La regia era di Anatole Litwak. Françoise Sagan si misurò pure con il teatro scrivendo alcune commedie come «Castello in Svezia» che fu rappresentato nel 1960. Nel 1974 pubblicò «Un profilo perduto» e nel 1981 «Ricordiamoli con affetto».

L’elemento costante di tutti i romanzi, di tutte le pièces teatrali, perfino della saggistica nella quale Françoise Sagan si è cimentata di rado, resta sempre la solitudine. Una solitudine irriducibile, interrotta, solamente a volte, da un incontro che dà per un attimo l’illusione - solo l’illusione - di una felicità. Forse anche la sua esistenza fu segnata dalla solitudine nonostante l’intensa vita mondana che portò Françoise Sagan ad essere una delle protagoniste della Parigi più trasgressiva e della Costa Azzurra più spericolata. Amava la velocità, guidava la Ferrari a piedi nudi, sfidava la sorte ai tavoli verdi, eccedeva con alcool e con droghe. Rimase coinvolta in gravi incidenti stradali e fu processata per cocaina nel 1990 e nel 1995. L’ultimo scandalo, però, non riguardava nè la droga nè l’alcool. Aveva avuto da un gruppo petrolifero forti somme di denaro in un gioco poco chiaro. Alla fine se la cavò soltanto con un anno di carcere per evasione fiscale.

Politicamente - non ne fece mai un mistero - fu sempre di Sinistra, sostenitrice di Mitterand, di cui era amica dichiarata.

Negli ultimi anni incominciò a pagare per tutti gli eccessi vissuti bravamente fin dai tempi della giovinezza. In quei giorni lontani aveva sperperato non soltanto ricchezze e denari ma soprattutto tante energie.

Ieri se n’è andata, in un giorno di primo autunno, quasi come la protagonista di una delle sue tante storie. In solitudine.

Aveva 69 anni e da tempo non scriveva più.



Il Mattino 25.9.04

Un talento come una fiammata


Titti Marrone



Se n’è andata ieri a 69 anni Françoise Sagan, la scrittrice francese che fu la ragazzina-scrittrice più chiacchierata di Francia, detestata e invidiata dai grandi nomi dell’Académie quando nel 1954, a soli 18 anni, esplose come caso letterario senza precedenti con il profetico romanzo Bonjour, tristesse, che anticipava temi e inquietudini giovanili di là da venire. La scrittrice era malata da molti anni ed è morta per un’embolia polmonare all’ospedale di Honfleur, ma la Francia aveva dimenticato già da molto tempo quell’eterna imbarazzante rompiscatole dalla fortuna troppo rapida, troppo grande al suo esordio. Dopo di allora Sagan aveva scritto una cinquantina di romanzi, il migliore dei quali fu Le piace Brahms?, l’ultimo, stroncato da più di un critico, La guardia del cuore, pubblicato in Italia nel 2003 da Sellerio, ma nessuno seppe essere all’altezza del primo.

Via via che il tempo passava, la rompiscatole Sagan era presente più nelle cronache mondane e giudiziarie che in quelle letterarie: nel 1990 e 1995 si tornò a parlare di lei, e i giornali memori della ragazzina di successo che era stata le dedicarono pagine e pagine per un affare di cocaina in cui si trovò invischiata con altri personaggi del jet set parigino. Nel 1990 fu condannata a sei mesi per uso, detenzione e trasporto di droga, poi su di lei calò di nuovo il sipario, con la sola eccezione di un ritorno d’interesse di quelli che si destinano a chi ha imboccato inesorabilmente il viale del tramonto: una petizione alle autorità firmata due anni fa da vari intellettuali francesi della gauche, lanciata per sostenere la Sagan nei suoi molti guai giudiziari con le banche, dal titolo patetico «non, Sagan, t'es pas toute seule». Il che scandiva invece ancor di più tutta la sua solitudine.

Ormai sembrava da tempo del tutto svaporato quello che era apparso come un talento prodigioso, divampato come una fiammata con quel romanzetto esiguo ma clamoroso che metteva in piazza senza tabù la libertà sfrontata con cui vivevano un padre, vedovo e viveur, e una figlia ragazzina, immersi in una tacita complicità amorale che suonò come insulto alla pruderie degli anni Cinquanta e già annunciava una voglia di rompere gli schemi delle famiglie borghesi esplosa molti anni dopo nel Maggio francese. Per firmare quel romanzo, per il quale scelse il titolo di una poesia di Paul Eluard, Bonjour, tristesse, lei ragazza con i capelli tagliati alla maschietta, che si chiamava in realtà François Quoirez, s’inventò lo pseudonimo di «Sagan» ispirandosi alla Principessa della «Recherche» di Proust. Uno scrittore tradizionale come François Mauriac la definì a denti stretti «incantevole mostro di 18 anni», e certo lei mai avrebbe immaginato il gran successo poi piovutole addosso, che incluse anche un film a firma di Otto Preminger con Deborah Kerr, David Niven e Walter Chiari. In quel primo romanzo c’era quello che sarebbe sempre stato il mondo di Sagan, con il malessere, la noia, i libri, i musei, i salotti, la Costa Azzurra, il whisky e la leggerezza delle emozioni. Seguirono poi romanzi tra cui Un certo sorriso del 1956, Tra un mese, tra un anno (1957), Le piace Brahms? (1959), di cui fu realizzata nel 1961 da Anatole Litwak, anche una versione cinematografica con Ingrid Bergman e Yves Montand, La disfatta (1956) e Un profilo perduto nel 1974.

Il successo iniziale le aveva impresso una gran foga di scrittura, e allora negli anni Cinquanta Françoise Sagan pubblicò a valanga e visse allo stesso modo, ricalcando lo stereotipo del «genio e sregolatezza». Divorziò quasi subito dopo le nozze sia dall’editore Guy Schoeller sia dall’americano Robert Westhoff, da cui ebbe un figlio. Quando rimase vittima di un incidente stradale nel 1957, ne trasse ispirazione per una sorta di diario, intitolato Toxiques. La Sagan fu parte attiva della gauche francese, fino a diventare presenza fissa dell’iconografia degli anni Sessanta con Sartre, Simone De Beauvoir, Juliette Gréco. Amatissima da Mitterrand, negli anni successivi si trovò a essere riguardata anche dalla sinistra come una figura via via più imbarazzante per le intemperanze di una vita attraversata da droga, alcol e gioco d’azzardo. Nel 1981 fu condannata per plagio per il romanzo Il cane che dorme, con l’accusa di aver copiato una novella di Jean Houngron. Nel 1995 venne nuovamente processata per uso e cessione di stupefacenti con il popolare comico francese Pierre Palmade, ma disertò l’udienza. Venne poi implicata, nel febbraio del 2001, nello scandalo delle tangenti Elf, un processo per evasione fiscale. Di lì scaturì una condanna dal tribunale di Parigi a un anno di carcere con la condizionale per frode fiscale. A quel punto la scrittrice era già malata, aveva perso la voglia di scrivere e forse anche di opporsi alla banalità della vita.

Avvenimenti n°37 ora in edicolacon la seconda parte del dossiercontro la legge 40

Avvenimenti 24.9.04

Il ritorno delle mammane

Intervista alla senatrice Franco : “Sirchia vorrebbe riportarci all’aborto clandestino”

di Simona Maggiorelli



Fondatrice del comitato contro la legge 40, sulla fecondazione assistita, la senatrice ds Vittoria Franco ha trascorso i giorni del rush ai banchetti della raccolta firme. “Un’esperienza molto faticosa – dice – in questa corsa contro il tempo, ma importante. La gente firmava senza problemi. Bastava un minimo di informazione”. A lei, esperta di bioetica e filosofa, ricercatrice della Scuola Normale di Pisa, abbiamo chiesto di aiutarci ad approfondire ancora i temi di questa discussa legge.

Senatrice Franco cosa significa dare all’embrione gli stessi diritti della madre? E poi chi eserciterebbe i diritti dell’embrione?

E’ un obbrobrio giuridico oltreché etico. Si riconoscono diritti a un’entità non nata e che non si sa neanche se riuscirà a nascere. Non c’è neanche parità; l’embrione fagocita i diritti della madre. Lo fa l’articolo 1 che poi dà tutta l’ossatura alla legge.

E la legge sull’aborto come entra in questo dibattito?

Si crea apertamente un conflitto, la legge 40 lo stabilisce apertamente con una famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1975 che metteva al primo punto il diritto alla salute e al benessere psicofisico della madre. Una situazione giuridica rischiosa. Abbiamo due leggi che sull’embrione dicono cose diverse.

Il ministro Sirchia non nasconde una volontà di revisione della 194. Ha proposto di far pagare una tassa a chi abortisce.

Gli uomini, specie quelli più conservatori, non sanno di cosa parlano quando affrontano questi temi. Con argomentazioni infondate come quella che in Italia l’aborto sarebbe usato dalle donne come “anticoncezionali”, Sirchia vorrebbe riportarci indietro all’aborto clandestino.

Nel vietare la fecondazione eterologa, in cui i gameti vengono da donatori, la legge sottintende un pensiero razzista? Ovvero che l’identità umana sia determinata dal dna?

La fecondazione eterologa si può giustificare con una semplice constatazione: se una coppia accetta questa tecnica che consente di far nascere un figlio che non ha in sé il patrimonio genetico della madre se le è stato donato un ovocita o del padre se c’è stato un donatore di seme, perché impedirlo? Bisogna tener conto che il desiderio di maternità e di paternità appartengono all’umano, non è un fatto dettato dai geni. E che l’identità del bambino si sviluppa nel rapporto umano.

La legge 40 vieta la diagnosi genetica e obbliga a impiantare nell’utero tre embrioni, anche se malati. C’è chi accusa che questa sia una legge per “fabbricare” handicappati.

Qui c’è davvero un punto di atrocità. Per il modo in cui la legge congegna e prescrive tutto il percorso si ha davvero la sensazione che sia così. Fra i miei colleghi cattolici ho sentito espressioni irripetibili come “i figli non si comprano al mercato”, “non si possono scegliere, vanno accolti come sono”. Forse si sarebbe potuto dire quando le tecniche non erano sviluppate. Quando per la donna la maternità era un destino, non una scelta. Oggi è inaccettabile come senso comune. Visti i progressi della medicina, perché costringere dei bambini alla sofferenza di malattie, spesso terribili come la talassemia, o perché farli ammalare di aids se, per esempio, i genitori si sono infettati? La medicina ha fatto progressi, allora perché far nascere bambini malati, con malattie anche terribili, che comportano per lui una sofferenza continua e non solo per i genitori? Solo per un senso del divino?

Dicono che non sarebbe naturale intervenire...

La naturalità non è un principio valido eticamente, altrimenti non ci dovremmo neanche curare dai tumori. Anche il tumore è una prolificazione naturale di cellule malate. Lo stato che ha fra i suoi impegni la sanità non può proibire le cure. Oltretutto sarebbe stupido. Creerebbe un problema sociale.

La bioetica, di forte attualità, cosa dice?

La bioetica si occupa dell’etica applicata all’umano, al biologico, si occupa della vita e della morte. Dunque non può avere un fondamento ontologico. Non avrebbe senso un’etica metafisica, che riguarda il volere del divino e che teorizza la sofferenza come espiazione. Il richiamo principale della bioetica riguarda il principio della responsabilità. Nella responsabilità c’è la libertà, ma anche il senso del limite. Perché bisogna rispondere alla comunità a cui si appartiene, mantenendo una libertà che è insopprimibile. Temi e principi che, per esempio, la cattolicissima Spagna ha saputo esprimere con chiarezza in una legge sulla fecondazione assistita davvero avanzata.

I sondaggi, soprattutto quello dell’Eurispes, dicono che buona parte dei cattolici non sono d’accordo con l’impostazione di questa legge.

Ne ho avuto una prova diretta raccogliendo le firme. Sono tanti i cattolici che hanno firmato. Un cattolico che abbia esperienza di vita e di relazioni affettive, sa che questa legge colpisce i sentimenti, le relazioni familiari. Sottoporsi a tecniche di fecondazione assistita significa mettere in gioco tutte se stesse, c’è la speranza, la fatica, la delusione. Ogni volta bisogna rinegoziare le scelte di coppia. Lo Stato non può introdursi così pesantemente nelle scelte che riguardano la vita affettiva. Di certo non ha senso farlo con una legge che è un concentrato di divieti assurdi.

Fra gli altri paesi di cultura cattolica o che si rifanno a altre religioni nessuno ha leggi così crudeli e atroci, così sprezzanti della salute e del corpo della donna.

Si sta discutendo anche molto negli Usa.

Il figlio di Reagan, repubblicano doc, ha preso la parola alla convention americana di Kerry dicendo che Bush sta sbagliando a non finanziare la ricerca sulle cellule embrionali, perché lì risiede la possibilità di trovare una cura di malattie degenerative come il Parkinson e l’Alzheimer, purtroppo in aumento con l’allungarsi della vita media. E va anche detto che negli Usa non c’è un vero e proprio divieto. Il problema è politico: come Stato, la finanziamo o no?

In Italia la legge 40 sta portando alla luce una spaccatura fra chi siede in parlamento e il paese reale?

Una spaccatura che si evince anche dai modi in cui la legge è stata fatta passare. Quando è passata in seconda lettera al Senato, il presidente di Forza Italia della commissione, che è un ginecologo, ha avviato una lunga serie di audizioni di scienziati che venivano anche da altri paesi. Il 99 per cento di loro ha espresso un parere negativo sui contenuti della legge. Si stava avviando un processo per cambiarla, ma c’è stato uno stop da parte del governo. Sembra chiaro ormai che questa legge è frutto di un patto di scambio fra gerarchie ecclesiastiche e governo.

andiamo subito a firmare per i referendumcontro la legge sulla fecondazione assistita

Simona Maggiorelli scrive:



mancano ancora parecchie firme...

E' stata quasi sfiorata la quota 500mila firme, ma molte non sono valide perché non c'è il tempo per verificarle nei cumuni di residenza.

La raccolta firme continua ancora fino a domenica, ma solo se si firma nei comuni di residenza dove è automatica la validazione. Sarebbe un vero peccato non farcela per un soffio.


venerdì 24 settembre 2004

anche l'Unità è interessata al Galimberti - pensieroun'intervista di Roberto Cotroneo...

un articolo ricevuto da Paolo Tombolesi



l'Unità - mercoledì 22 settembre 2004


Umberto Galimberti:

«Averci rubato il futuro ecco il vero terrorismo»

intervista di Roberto Cotroneo



L’occidente e la guerra, l'occidente e l'angoscia. L'ansia e la paura: la paura della guerra, la paura del terrorismo. Non riesci a evitarla, non puoi nasconderti. Tutto ti arriva comunque addosso. Quelli che possiedono un telefonino, e si abbonano a uno dei tanti servizi per ricevere via Sms le notizie più importanti del giorno, ne sanno qualcosa. La mattina ti svegli con il messaggino, che un tempo era sinonimo di gioco, di corteggiamento, di scambio di impressioni, e adesso invece ti informo di una bomba a Kirkuk, e poi di una nel triangolo sunnita, di dieci rapiti curdi, e di una esecuzione diffusa per video. La guerra globale è combattuta altrove ma ti arriva addosso da ogni direzione, contaminando oggetti quotidiani che non ne dovrebbero essere sfiorati. La prima di queste interviste, quella con lo psicoterapeuta infantile Massimo Ammaniti, cercava di capire cosa accade attraverso una lettura della psicologia infantile fatta per gli adulti. Che vuol dire, in pratica: se di fronte a questi eventi siamo tutti impreparati, cominciamo da zero, possiamo dire che di fronte a questi eventi siamo tutti bambini. Adesso giriamo molte domande a Umberto Galimberti. Che è una figura di confine, tra la psicoterapia, che pratica come analista junghiano, e la filosofia, che insegna all'università di Venezia. Senza contare che da anni tiene una rubrica giornalistica molto seguita di dialogo con i lettori. Galimberti, partiamo dalla paura del futuro. Che è un elemento nuovo e dirompente oggi.

«La dimensione ottimistica della storia ha radici biblico-cristiane. Nel senso che questa cultura ha pensato sempre il passato come male, il presente come redenzione, e il futuro come salvezza. E questo ottimismo teologico è durato sostanzialmente fino all'inizio del Settecento. Poi in epoca illuministica, quando il mondo si è laicizzato, questa tradizione ottimistica è passata nella scienza, nell'utopia, e nel positivismo. L'utopia sogna un mondo migliore...».

Che è dunque raggiungibile. Anche la rivoluzione sogna un mondo migliore.

«Certo, e la scienza crede nel progresso. Nella prima metà del Novecento questa dimensione ottimistica, che è solo giudaico-cristiana, comincia a perdersi. La rivoluzione non ha più una controparte, le utopie si dimenticano. E l'idea di una scienza positiva si fa sempre più problematica. Eppure questa idea teleologica,finalistica, della storia prosegue ancora per tutto il nostro dopoguerra. Fino al 1989». L'anno del crollo del mondo comunista, della fine dei due blocchi? «Sì. E con la fine del comunismo c'è la completa vittoria del capitalismo. Che potremmo definire una struttura secondo natura, ovvero che mette tra parentesi la cultura». Spiegati meglio. «La storia dell'umanità è un tentativo di correggere continuamente la naturalità dell'aggressione di un uomo sull'altro: homo homini lupus. Per natura devo sopprimere il prossimo. Perché l'uomo non è portato alla convivenza o alla pacificazione. A queste cose non ci si arriva per natura, ci si arriva per cultura».

E quindi?

«E quindi il capitalismo non fa altro che ricalcare la natura originaria dell'uomo, la sua natura senz'anima. Rimasto egemone il capitalismo e non avendo contraltari, tutto diventa mercato mondiale, e il mercato - lo sappiamo tutti - è la forma elegante del brigantaggio».

Immagino le reazioni di tutti i devoti del capitalismo a queste tue parole. La forma elegante del brigantaggio...

«Peccato che non lo dica io, ma lo dice Max Weber, che non era certo un comunista».

Allora siamo nell'era del più squisito brigantaggio.

«Chi ha può avere sempre di più e chi non ha è costretto a subire. Come se noi occidentali avessimo detto al resto del mondo: dateci quel che ci serve, perché se non ce lo date veniamo a prendercelo. E questo è un vissuto sotterraneo che noi tutti viviamo».

Senza averne coscienza fino in fondo.

«L'Ocse dice una cosa chiara. Noi occidentali siamo il 17% dell'umanità. È una colpa metafisica. Il filosofo Karl Jaspers la chiamò così, quando nel 1946 andò a Berlino a dire: la colpa è di noi tutti perché siamo sopravvissuti. I sopravvissuti si sentono in colpa per quelli che sono morti, i privilegiati hanno un po' di colpe rispetto agli svantaggiati della terra».

Questo è il primo aspetto. Quello della disparità. Poi c'è il secondo, che è culturale. Per la prima volta ci troviamo di fronte a qualcosa che non comprendiamo.

«Sono convinto che noi occidentali, anche se per duecento anni abbiamo fatto dell'antropologia culturale, anche se per quasi due millenni abbiamo cercato di elaborare il principio cristiano dell'altruismo e della carità, siamo rimasti rigorosamente etnocentrici. E intendo dire che non capiamo che chi non ha avuto uno sviluppo di massa del linguaggio, chi non ha avuto un'articolazione dello psichico, come abbiamo avuto noi occidentali, non ha parole, ma ha gesti. E noi non comprendiamo chi si esprime con dei gesti».

C'è un problema di comunicazione?

«Voglio dire che noi sono duemila anni che ci stiamo abituando alla parola, al logos, e chiamiamo terrorismo e violenza una qualità di linguaggio che noi non comprendiamo. Come nelle famiglie: dove non c'è una evoluzione culturale ci si picchia».

Così il terrorismo è una messa in scena del gesto, perché mancano le parole. E i terroristi sono tali perché non hanno strumenti culturali adeguati ai nostri.

«Quando Adriano Sofri distingue tra il suicidio, e il suicidio che diventa eccidio, dimentica una cosa. Noi occidentali possiamo suicidarci senza compiere eccidi, è vero. Ma questo avviene perché noi abbiamo le parole. E chi non ha le parole fa degli eccidi. Fa dei gesti».

Vuoi dire che in quel mondo lì, nel mondo islamico, non ci sono le parole? L'Islam ha avuto delle vette di civiltà e di intelligenza altissime.

«Ma non si è diffusa. A loro è accaduto qualcosa di analogo al nostro Rinascimento, dove c'erano cento intellettuali e poi il mondo viveva in ben altro modo».

Il gesto spiega la follia del kamikaze?

«Se io decido di morire, e sono nell'abisso della disperazione faccio come Sansone: muoia Sansone con tutti i filistei. La mia morte deve coincidere con la morte della totalità. Perché devo morire solo?».

Ma il terrorismo è sempre stato fatto da gente che cercava di far morire gli altri. Adesso non è più così.

«Perché siamo arrivati all'insignificanza dell'esistenza. Un morbo che non contagia solo gli altri, i paesi del Terzo Mondo, i paesi più poveri dove non c'è nessuna qualità della vita. C'è una continuità tra l'insignificanza della loro vita disperata e la nostra insignificanza, tutta occidentale».

Quale continuità?

«In occidente si è trattati come cose, siamo numeri. Ogni volta che io sono ridotto a cosa, sono in grado di trattare gli altri come cose, come numeri, e questa è la condizione necessaria, quella di base, per poter andare in guerra e ammazzare la gente».

L'eccidio, l'orrore di Beslan come è possibile? Sembra persino immorale dargli una spiegazione razionale. Inserirla in qualunque contesto che non sia il puro orrore.

«È possibile invece: e se la mia vita non conta niente, se non c'è più futuro, tutto questo può accadere».

Anche uccidere i bambini?

«Il bambino è solamente una misura del grado di distruttività che io ho dentro. Il grado di odio. Il bambino è il termometro di tutto questo».

La nostra vita è cambiata. Abbiamo la sindrome della guerra senza essere in guerra. Il pericolo è altrove, ma è anche qui. In che modo influisce tutto questo nella nostra vita?

«Esasperando il tasso di inquietudine. E quando dico inquietudine dico una parola importante. Intendo per inquietudine quello che Freud chiamava Unheimlich, il "non familiare". Quando tu arrivi a casa, ti rilassi perché non temi nessun pericolo. Oggi è come se vivessimo costantemente fuori casa. Fuori dalla nostra casa interiore. Continuiamo a fare le cose abituali, ma con un'inquietudine fortissima, che porta alla autosvalutazione dell'esistenza. E allora l'esistenza diventa casuale. E non ci sono più regole morali, non ci sono più divieti».

Perché?

«Perché le regole, l'etica funzionano alla sola condizione che ci sia una prospettiva. E che ci sia un futuro. Nell'assoluto presente non c'è niente».

Quindi siamo arrivati a un nodo cruciale. Una domanda di futuro che è sempre più difficile immaginare.

«Una domanda di futuro, è vero, e una domanda di "senso". Il "senso" è una proiezione sul futuro. Allora ha senso studiare se domani io... ha senso lavorare in vista di... ma se il futuro mi vien meno, allora la categoria del "senso" mi crolla. Io non credo che il "senso" sia una categoria antropologica, non credo che tutta l'umanità viva in una dimensione di "senso", non credo che l'indiano che sta di fronte al Gange cerchi un "senso" alla sua vita. Penso che il "senso" sia una categoria di noi occidentali in quanto cristiani».

Le cose hanno senso se fanno parte di un percorso, se portano a qualcosa.

«Infatti. Il cristianesimo ci dice che il tempo ha senso: in vista della salvezza, in vista del progresso, in vista di tutte queste cose qui. E così l'idea del senso è diventata costitutiva per tutti noi. E anche se non è universale per tutti gli uomini, per noi è essenziale».

Tu sei pessimista o ottimista?

«Al momento attuale non ho nessuna speranza. Te lo dico sinceramente. E non ce l'ho perché penso che siano state minate le matrici antropologiche che fanno sì che l'uomo stia in piedi. E questo è determinato dal fatto che il futuro ci è stato tolto. Il futuro non è progettabile oggi. Il vero atto di terrorismo verso di noi è stato toglierci il futuro».



rcotroneo@unita.it

psicologi australiani:cosa vediamo?

Il Gazzettino di Venezia Venerdì, 24 Settembre 2004

DALL’AUSTRALIA

L'occhio vede quello che il cervello vuole vedere



Sydney. «Non credo ai miei occhi» può essere solo un modo di dire, ma ha in sè qualcosa di molto vero. Come conferma una nuova ricerca australiana, ciò che vediamo è influenzato da ciò che il nostro cervello si aspetta di vedere, al punto da sopprimere le immagini che non concordano con la sua interpretazione degli eventi.

Gli psicologi dell'università di Sydney, nello studio appena pubblicato sulla rivista Current Biology, suggeriscono che vi è un circuito di feedback che consente al cervello di alterare la percezione visiva. I risultati gettano letteralmente nuova luce su come i segnali nel cervello consentano alle aspettative di influenzare ciò che vediamo.

La visione è il nostro patrimonio più prezioso, spiega il prof. Colin Clifford che ha guidato lo studio. Spesso però il cervello riceve solo spezzoni incompleti o ambigui di informazioni, perché le persone si muovono velocemente, l'illuminazione è scarsa, o la persona si sta concentrando sul qualcos'altro. «Il nostro cervello è costantemente al lavoro per riempire i vuoti e costruire la migliore interpretazione possibile di ciò che avviene all'esterno», spiega Clifford. «E la visione che ci fornisce si può rivelare assai più soggettiva di quanto ci aspetteremmo».

Nelle sperimentazioni, venivano mostrate alle persone due immagini molto differenti e incompatibili, una per ogni occhio, sfruttando un idea nota come «rivalità binoculare». Normalmente il cervello fonde insieme le visioni leggermente differenti prodotte da ciascuno occhio. Se le immagini sono molto differenti fra loro, si crea una rivalità, un processo per il quale l'immagine vista da un occhio è percepita e l'altra soppressa.

depressione post-partumsecondo gli americani...

Yahoo! Salute venerdì 24 settembre 2004

Depressione post-partum: quale terapia?

Il Pensiero Scientifico Editore

Elena Chiodi




I primi mesi dopo il parto si trasformano talvolta in un incubo per un incomprensibile malessere che colpisce molte donne: la depressione post-partum. Il Journal of Clinical Psychiatry affronta la questione pubblicando i risultati di due revisioni della letteratura sui trattamenti biologici e non biologici di questa patologia. Entrambe le ricerche mostrano tuttavia che, nonostante il crescente interesse del mondo medico-scientifico per questo disturbo, molti interrogativi restano ancora senza risposta.

I due studi hanno esaminato i più importanti articoli in lingua inglese basati su criteri metodologici di alta qualità. L’ indagine sui trattamenti biologici ha preso in considerazione le pubblicazioni realizzate tra il 1966 e il 2003, mentre per quanto riguarda i trattamenti non biologici l’intervallo di tempo preso in considerazione va del 1990 al 2003.

Dalla prima revisione è emerso che l’assunzione di antidepressivi, l’uso di estrogeni, la privazione controllata del sonno e la luminoterapia sono i trattamenti biologici menzionati per la cura della depressione postpartum, anche se non esistono studi controllati su ampi gruppi di popolazione che ne provino l’efficacia. Gli autori infatti sottolineano la carenza di evidenze disponibili, da poter usare in specifiche linee-guida e raccomandazioni cliniche.

Per quanto riguarda le evidenze sul trattamento non biologico, gli studi selezionati menzionavano interventi quali psicoterapia interpersonale, terapia cognitivo-comportamentale, supporto del partner, rilassamento e massaggio-terapia, cura del sonno con il bambino e terapia relazionale madre-bambino. In questo caso, però, i risultati circa l’efficacia degli interventi per la depressione post-partum sono considerati ambigui a causa dei forti limiti metodologici riscontrati nelle sperimentazioni prese in esame.

La conclusione è purtroppo che su queste basi risulta assolutamente auspicabile, come sottolinea la dottoressa Dennis, la conduzione di “un maggior numero di studi controllati e randomizzati per confrontare le differenti modalità di trattamento, l’efficacia di ciascun elemento delle terapie e per stabilire quali cure siano più indicate per le donne con differenti fattori di rischio o condizioni cliniche”.



Fonte: Dennis CL, Stewart DE. Treatment of postpartum depression, part 1: a critical review of biological interventions. J Clin Psychiatry 2004;65(9):1242-51.Dennis CL. Treatment of postpartum depression, part 2: a critical review of nonbiological interventions. J Clin Psychiatry 2004;65(9):1252-65.

"nushu", l'unica lingua femminile al mondo

Virgilio News Apcom 24/09/2004 - 14:41

CINA/ MORTA L'ULTIMA DONNA IN GRADO DI PARLARE LA LINGUA "NUSHU"

L'unica lingua esclusivamente femminile del mondo



Roma, 24 set. (Apcom) - Si chiamava Yang Huanyi, ed aveva 98 anni: la sua morte, avvenuta ieri nella provincia cinese di Hunan, segna la scomparsa dell'ultima persona ancora in grado di parlare la lingua "nushu", utilizzata per secoli in Cina esclusivamente dalle donne.

Il 'nushu', scoperto nel 1982 da una linguista cinese, era l'unica lingua esclusivamente femminile del mondo, i cui manoscritti sono estremamenmte rari, visto che tradizionalmente venivano bruciati o sepolti insieme alle defunte. Vistesi private per secoli di un'educazione formale, le donne della provincia di Hunan svilupparono una forma di scrittura particolare per poter comunicare fra di loro.

I messaggi venivano trasmessi spesso ricamando i caratteri su dei pezzi di stoffa, data la mancanza di carta, e sfruttando la decorazione dei bordi: per questo si scrive in colonne verticali ed i caratteri, ispirati agli ideogrammi cinesi, sono più stilizzati per permetterne il ricamo. Il vocabolario del 'nushu' era formato da circa 1.500 parole: con la morte di Yang, unici testimoni della lingua scomparsa rimangono una serie di diari manoscritti.

copyright @ 2004 APCOM

a Genova:un convegno su Lombroso

Repubblica 24.9.04

CONVEGNI

Sei genio o criminale? Basta guardarti in faccia



E´ possibile riconoscere un genio o un criminale dai suoi tratti somatici? Alla fine dell´800, lo psichiatra italiano Cesare Lombroso (1835-1909) divenne famoso in tutto il mondo per i suoi studi in materia, inventando in pratica l´antropologia criminale. L´importanza e la novità dei suoi studi era tale da andare al di là di psichiatria o criminologia, per influenzare anche le arti e la letteratura: e a questi aspetti si rivolge il convegno che oggi e domani gli dedicano il Centro culturale italo-francese Galliera e la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell´Università di Genova (piazza S.Sabina 2, primo piano, aula I).

Interverranno alcuni dei principali studiosi italiani e francesi, da Delia Frigessi a Jean-Louis Cabanès: venerdì si parlerà della letteratura italiana di fine '800, di Zola e di Mirbeau; sabato toccherà al rapporto con Nordau, Polti, la scuola della Salpetrière e all´influenza esercitata negli ambienti esoterici e spiritisti, che vedevano nei suoi studi una prosecuzione delle loro teorie. Curiosità: le fortune di Lombroso cominciarono a decadere quando, dopo la morte, lasciò il suo cervello alla scienza e si scoprì che non aveva alcuna caratteristica geniale, ma evidenti segni di aterosclerosi...

gli adolescenti

Repubblica 24.9.04

LA RICERCA

Il comportamento sessuale secondo gli andrologi

Teenager senza tabù prima volta a 16 anni



TRIESTE - Fanno sesso per la prima volta a 16 anni, in due casi su tre con una partner fissa; sono molto informati sulle malattie sessualmente tramissibili, ma più della metà non usa mai un contraccettivo; quasi un terzo è già stato colpito da malattie genitali. E per l´80% parlare di sesso in famiglia è ancora tabù.

È questa la fotografia sui comportamenti sessuali degli adolescenti italiani emersa da due progetti presentati ieri al XXI Congresso Nazionale della Società Italiana di Andrologia in corso a Trieste. I progetti, svolti uno in Lombardia e l´altro tra Sicilia, Umbria, Toscana e Liguria, hanno coinvolto circa mille studenti delle scuole medie superiori. Da interviste, questionari e incontri è emerso che il 36,64% del campione non ha mai avuto rapporti sessuali, mentre ha già avuto rapporti il 30,52% dei giovani tra i 15 e i 17 anni e il 66,67% di quelli fra i 19 e i 21. Usa il preservativo solo il 39,64 degli intervistati, nonostante il 99,78% ritenga molto importante avere rapporti protetti. Circa il 30% del campione soffre di malattie genitali, legate spesso, secondo gli esperti, a stili di vita sbagliati. La sessualità rimane un argomento difficile da affrontare sia con la partner (il 55% non ne parla), sia in famiglia: solo il 19,86% dei ragazzi parla liberamente di sesso coi i genitori.



La Stampa 24 Settembre 2004

L’ALLARME DAL CONGRESSO DEGLI ANDROLOGI A TRIESTE

Prima volta a 16 anni

e senza precauzioni

Un adolescente su tre ha un disturbo sessuale e spesso non lo sa

E’ boom delle malattie infettive. «I giovani sono poco informati»



ROMA. La maggioranza dei giovani non usa mai i contraccettivi. A 16 anni i ragazzi hanno il primo rapporto, ma poi non si sentono all'altezza della situazione, anche perchè di sesso sanno poco. E un adolescente su tre ha una patologia genitale. L’allarme parte dal XXI congresso nazionale di andrologia, in corso a Trieste.

Varicocele nei giovanissimi, malattie sessualmente trasmesse e disfunzione erettile già tra i 18 e i 20 anni. Sono alcuni dei risultati di due progetti pilota di informazione, prevenzione e diagnosi precoce: andrologi e psicologi psicoterapeuti hanno incontrato, intervistato e visitato studenti nelle scuole medie superiori di cinque regioni.

La presenza di malattie andrologiche nel campione di ragazzi dei due progetti pilota risulta superiore al 30 per cento. Nella fascia di età dei diciottenni, il dato è ancora più elevato: 33,8 per cento. La patologia del varicocele (dilatazione delle vene del testicolo che produce una riduzione della qualità del liquido spermale) è risultata presente nel 24,6 per cento del campione, con un aumento del 6-8 per cento rispetto ai dati finora in possesso degli specialisti.

Il problema del deficit erettile è in aumento ed è presente nei 17-18enni: nel 2,4 per cento dei ragazzi esaminati e nel 5,1 per cento di quelli che hanno avuto almeno un rapporto sessuale. Le malattie sessualmente trasmessibili fanno la loro precoce comparsa: nel 3,8 per cento dei ragazzi che ha avuto almeno un rapporto sessuale. «I disturbi e le malattie genitali e sessuali negli adolescenti sono presenti in quantità allarmante - commenta il professor Edoardo Austoni, presidente della Società italiana di antrodologia -, ma è bene ricordare che potranno essere in buona misura curati subito, oppure una volta raggiunta la maturità».

Quali sono i comportamenti sessuali dei più giovani? L'età media del primo rapporto è di 16 anni. La maggioranza assoluta dei ragazzi non usa mai il contraccettivo. Gli adolescenti si dicono molto informati sui metodi contraccettivi (per il 91% si dichiarano molto o mediamente informati), ma di fatto vi ricorrono poco: il 54 per cento non usa affatto metodi contraccettivi, in base ai risultati di uno dei due progetti, il 57 per cento secondo i dati dell'altro.

Incoerenza anche sulle malattie sessualmente trasmissibili: l’89 per cento si dichiara informato e il 99 per cento ritiene importante avere rapporti protetti, ma solo il 34 per cento utilizza il preservativo. Molti ragazzi si sentono abbandonati a se stessi. Nè la famiglia, né le istituzioni sono in grado di fornigli quelle informazione fondamentali sulla salute e la vita sessuale e i ragazzi spesso finiscono per cercare disperatamente informazioni navigando su internet. Quasi la metà, infine, lamenta disfunzione erettile.

il Restomanciadi Pino Di Maula

da Avvenimenti n 37, uscito oggi

Tra un primo e un secondo ecco le notizie

di Simona Maggiorelli



Se i giornali che offrono spazio alla libera informazione sono sempre più rari in quest’Italia editoriale monopolizzata da Berlusconi. Se i lettori scarseggiano e la precarizzazione avanza, c’è chi, come il giornalista Pino Di Maula - instancabile ideatore di iniziative editoriali nell’ultima decina di anni-, invece di rassegnarsi e appendere al chiodo la penna, ha messo in moto la fantasia, facendosi venire qualche ghiotta idea. Come quella di prendere il lettore per la gola, scodellandogli le notizie fresche fresche, direttamente in tavola. Chiamatela free press da tavola o mensile in formato tovaglietta o, come dicono gli esperti, new media cartaceo. Comunque sia Il Restomancia è il primo giornale da colazione, pranzo, cena, merenda e pic nic in Europa e, a quel che ci risulta, anche Oltreoceano. L’unico, come recita lo slogan "che serve tra le posate notizie agrodolci a misura di palato per stuzzicare il cervello". Con testi e fumetti d’autore. Pezzi di cultura, spettacolo e che aiutano la qualità della vita, ma anche inchieste toste, di primo piano, che affrontano temi importanti di politica, economia, salute, psichiatria. Distribuito già in 900mila copie, Il Restomancia scivola sulle tavole di circa 4mila esercizi pubblici italiani come un qualsiasi giornale. Ad ottobre esce la prima puntata di Vorrei ma non posso, il numero zero di un romanzo illustrato. E a settembre è stata già la volta di Bimbinforma. La notizia questa volta s’indossa. Su t-shirt per piccini che non te lo mandano a dire. Pensieri leggeri e pieni di vita, che sgorgano dopo un anno non proprio leggero per la redazione di Clorofilla.it. Era il 2003 quando l’amministratore unico di questa ben conosciuta rivista on line di informazione non adulterata "mise l’intera redazione di fronte alla scelta di rinunciare per iscritto al pregresso di molti mesi di lavoro o fare le valigie!", racconta Pino Di Maula. "Al simpatico out out del manager - prosegue - rispondemmo discorsi sulla deontologia professionale, codici civili e penali, tirammo in ballo diritti e consuetudini che regolano l’attività professionale. Ma lui niente, se ne fregava di tutte quelle menate tipiche dei giornalisti". Come a molti editori del momento cercava solo “bravi” esecutori di marchette. Della schiettezza di contenuti della testata on line si poteva fare a meno. "Ci trovammo così, con molta malinconia di fronte alla chiusura - ricorda ancora Pino -. Se non puoi pubblicare non ha senso intervistare il soldato dissidente il pacifista o il ricercatore nottambulo". Ma, per fortuna c’era ancora quel pc portatile in casa, collegato in rete. E la voglia di ricominciare ricomincia a frullare. Vengono le idee e le corse al Tribunale per registrare la testata. La ricerca del grafico e dello stampatore di fiducia. Nasce così la nuova originalissima creatura. Il coperto d’intrattenimento che ora va fortissimo su tavoli di osterie e pub alternativa di mezza Italia, 300mila solo su Roma, 100mila su Bologna, ben 200mila fra Palermo e Catania. Con l’aggiunta di numeri speciali per mense scolastiche e aziendali, festival di partito e associazioni. Contenuti e veste grafica, sempre e comunque, a prova di macchia.