mercoledì 30 marzo 2005

una lettera al Messaggerola fontana di via Ettore Rolli

Via E. Rolli
Ridate acqua alla fontana

Ci risiamo! La fontana di via Ettore Rolli, come già un anno fa, è di nuovo all'asciutto da oltre un mese. Ma è possibile che l'Acea, reparto idrico, non ripristini da subito l'erogazione dell'acqua nelle 4 ciotole di detta fontana? Mi affido alla vostra rubrica, che mai delude, per ricevere l'acqua alla bella e moderna fontana di via Ettore Rolli. Grazie di cuore.
Zarmati Alfredo

storiala verità su Caligola

Corriere della Sera 30.3.05
STORIA
Ma Caligola non era pazzo


«Gli imperatori pazzi mettono in imbarazzo gli storici seri», ha scritto Catharine Edwards, storica. E Aloys Winterling, per riscrivere la biografia di Caligola, considerato nell’immaginario collettivo l’emblema dell’imperatore pazzo, è andato a spulciare i resoconti di tutti gli autori che fino ad oggi si sono occupati di lui. Ed è arrivato a questa conclusione: Caligola non era affatto pazzo. Aveva cercato di instaurare apertamente una monarchia assoluta e l’aveva fatto con il consenso dell’aristocrazia e dei massimi esponenti del Senato. Anzi, sostiene Winterling, l’uomo che fu imperatore romano dal 37 al 41 d.C., non avrebbe fatto altro che assecondare l’opportunismo e la mancanza di scrupoli dell’aristocrazia senatoria. La stessa che, alla sua morte, per scaricare su di lui ogni responsabilità, avrebbe costruito il mito della follia. Il primo a parlare di furor e insania è Seneca, il filosofo che ha conosciuto Caligola personalmente e arriva definirlo «una bestia». Filone di Alessandria parla di «mente disturbata». Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe scrivono di un «comportamento folle», Tacito si sofferma sulla sua «mente ottenebrata». Ma, secondo Winterling, il termine follia sarebbe usato da questi autori più come insulto che come diagnosi clinica. Lo storico fa notare che il diritto romano conosceva perfettamente le implicazioni della malattia, tanto che i pazzi venivano giudicati non colpevoli. Come può dunque essere verosimile l’immagine di un imperatore demente a cui tutti, dal Senato ai governatori, obbedivano come se fosse normale? Soltanto un secolo dopo la sua morte si comincia infatti a parlare di vera e propria malattia mentale. Lo fa Svetonio, descrivendo uno svariato corollario di attacchi di epilessia, spossamenti, ansia, insonnia, incubi notturni. E inventando di sana pianta i rapporti incestuosi che l’imperatore avrebbe avuto con le tre sorelle. Da Svetonio in poi, Caligola incarna la mostruosa aberrazione della tirannide: pretende di essere adorato come un dio, tiene un bordello nel proprio palazzo, nomina console il proprio cavallo e commette crudeltà di ogni tipo. Winterling scava nei documenti alla ricerca della verità e la racconta in un libro che avvince anche chi non ha conoscenze specifiche.

CALIGOLA. DIETRO LA FOLLIA, di Aloys Winterling. Editori Laterza, 18 euro.

capacità giuridica

Corriere della Sera 30.3.05
Como, per il gup era incapace di intendere e di volere e non può essere processata
Accoltellò la figlioletta in chiesa, mamma libera


COMO - Accoltellò la figlia di soli 2 anni sull'altare, riducendo la piccola in fin di vita. A poco più di un anno da quell'episodio la donna, una giovane mamma di 34 anni, è stata prosciolta da ogni accusa perché incapace di intendere e volere. Non solo: quanto prima la donna potrà incontrare nuovamente la bimba, che non vede da 13 mesi. Non ci saranno ripercussioni penali per la donna comasca arrestata dai carabinieri il 24 febbraio 2004, dopo essere stata sorpresa a sferrare tre coltellate contro la figlia. L'episodio avvenne nella chiesa di Lurate Caccivio. La donna, che da alcuni giorni si comportava in modo strano, era uscita di casa con la piccola e, una volta in chiesa, l'aveva accoltellata. Quindi si era ferita a sua volta. La piccola, immediatamente soccorsa, restò in rianimazione per un mese prima di essere dichiarata salva. Ieri mattina il gup Anghileri ha emesso due importanti sentenze su quel tentato omicidio. Decisioni legate alle conclusioni del perito, lo psichiatra Paolo Bianchi, secondo il quale l'accoltellamento fu provocato da un episodio psicotico acuto dovuto a una forte depressione. «Si trattò di un raptus isolato»: la donna, questa è la convinzione del perito, non è socialmente pericolosa. Da qui la decisione, inevitabile, del giudice di dichiarare la non imputabilità della donna perché incapace di intendere e di volere.
La donna presto, potrà lasciare l'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e incontrare la figlia che, negli ultimi mesi, ha chiesto più volte della sua mamma.

brevi dal web (29.3.05)

Yahoo!Notizie Martedì 29 Marzo 2005, 17:58
Anoressia: Per Vincerla Parte Da Milano Il "Tour Dell'Autostima"

Milano, 29 mar. (Adnkronos Salute) - Anoressia e bulimia colpiscono in Italia tre milioni di persone, soprattutto donne e giovanissimi. Per vincere il disagio parte da Milano il 'Tour dell'autostima', una campagna itinerante organizzata da Dove in collaborazione con 'Donna Moderna' e Associazione Minotauro. Da oggi a giovedi' 31 marzo in via Beltrami, angolo piazza Castello, stazionera' un grande camper con medici e psicologi a disposizione dalle 10 alle 19 per consulenze su misura. L'iniziativa proseguira' per tutto aprile in altre otto citta' italiane. Il van - riferisce una nota dei promotori - fara' tappa a Torino, Genova, Mestre, Bologna, Ancona, Frosinone, Napoli e Bari. L'obiettivo del progetto e' di promuovere una nuova cultura della bellezza reale, non stereotipata e lontana dai modelli irraggiungibili proposti da moda e media. Sul camper le donne che lo desiderano potranno farsi scattare una foto, che servira' a creare la prima grande mappa della bellezza italiana, scrivere la propria 'pillola di autostima' o aderire con una firma al 'Manifesto per la bellezza autentica'. Potranno inoltre incontrare una giornalista di Donna Moderna allo 'Sportello dell'autostima' e raccontare, con un'intervista o un questionario, la propria esperienza in ambito familiare o lavorativo. L'osservatorio continuera' con un forum on line sul sito web del settimanale (www.donnamoderna.com). Per ogni foto o firma lasciata, Dove devolvera' una cifra al 'Fondo per l'autostima' a favore dell'Associazione Minotauro per prevenire i disturbi alimentare. (Red-Opa/Adnkronos Salute)

lescienze.it 29.03.2005
Depressione e insonnia nei malati di AIDS
I pazienti nella fase finale dell'infezione hanno maggiori probabilità di soffrire di insonnia

Secondo un'analisi sistematica di 29 studi sull'argomento, la depressione sembra essere una causa importante di insonnia nei pazienti infetti da HIV. Steven Reid dell'Imperial College di Londra, principale autore dell'analisi, sostiene che "data la prevalenza di ansia e di depressione che accompagna l'infezione di HIV, non è sorprendente che in questi pazienti i disturbi psichiatrici risultino associati con problemi del sonno".
In un articolo pubblicato sulla rivista "Psychosomatic Medicine", i ricercatori spiegano che i pazienti nelle fasi finali dell'infezione di HIV e coloro che hanno subito un qualche tipo di disfunzione cerebrale come risultato della malattia hanno anche maggiori probabilità di soffrire di insonnia. "Gli studi analizzati - afferma Reid - rivelano che, nonostante l'insonnia accompagni frequentemente le persone che convivono con il virus HIV, c'è ancora una considerevole incertezza sulle sue cause e sul suo significato".
Studi precedenti avevano ipotizzato che i pazienti presentassero cambiamenti nei periodi di sonno REM (rapid eye movement) e non-REM, oltre ad altri mutamenti di ritmo, che potevano portare all'insonnia. Ricerche più recenti, invece, si sono basati sulle dichiarazioni degli stessi pazienti a proposito delle proprie abitudini di sonno, della difficoltà di addormentarsi o della frequenza di incubi. Tutti gli studi hanno rivelato una "relazione forte e consistente" fra i problemi psicologici, in particolare la depressione, e l'insonnia. Secondo Reid, per prevenire l'insonnia gli operatori sanitari dovrebbero prestare maggiore attenzione alla diagnosi e al trattamento dell'ansia e della depressione nei pazienti con HIV.

clicmedicina.it 29 marzo 2005
Depressione associata ad aumento del rischio di demenza nell'uomo

Gli uomini con una storia di depressione risalente a molto tempo prima dell'insorgenza di qualunque problema di memoria o comunque della sfera cognitiva sono portatori di un rischio di sviluppare demenza decisamente superiore rispetto agli altri, e ciò è particolarmente valido per il morbo di Alzheimer. Questo fenomeno non viene però osservato nelle donne. D'altro canto, la prevalenza delle manifestazioni cliniche sia di quest'ultimo che della depressione differisce fra uomini e donne. E' noto che il cervello maschile e quello femminile presentano differenze anatomiche e funzionali e sono esposti in modo diverso agli ormoni sessuali nell'arco della vita, ormoni non privi di effetti su queste due malattie. Di conseguenza, il cervello maschile e quello femminile potrebbero reagire a condizioni che causano o favoriscono una patologia in modo completamente differente, il che rispecchia quanto rilevato nel presente studio. Dati la prevalenza della depressione e l'aumento della longevità in tutto il mondo, le implicazioni sanitarie ed economiche di queste osservazioni sono evidenti. Inoltre, la prevenzione dei disturbi depressivi ed il trattamento sia aggressivo che a lungo termine della depressione possono avere un impatto sull'epidemiologia della demenza: ciò risulta particolarmente rilevante negli uomini, dato che essi generalmente ammettono meno facilmente i sintomi della depressione e meno facilmente ricercano il trattamento. (Ann Neurol 2005; 57: 381-7)

laprovinciadilecco.it 29 marzo 2005
Le battaglie di Sirchia Un milione e mezzo di persone malate: gratis le terapie di prevenzione e cura Un piano per combattere l'oscuro male della depressione

ROMA. Un piano nazionale per combattere la depressione che coinvolge i ministeri di Salute, Istruzione, Lavoro e Comunicazioni e le cui linee guida saranno pronte in ottobre: lo ha annunciato il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, aprendo così un nuovo importante fronte dopo la lotta al fumo e all'alcol. Bambini a adolescenti, anziani e donne in gravidanza saranno, secondo il ministro, i principali destinatari del piano, volto a contrastare un disturbo sempre più diffuso, che in Italia colpisce un milione e mezzo di persone e del quale, secondo le stime, almeno cinque milioni di italiani hanno sofferto almeno una volta nella vita. Dopo le battaglie contro il fumo, l'alcol e l'obesità, il ministero della Salute ha individuato nella depressione il prossimo obiettivo di una campagna da mettere in atto su scala nazionale per la prevenzione e la diagnosi precoce. «Voglio arginare il diffondersi della depressione, che è una malattia in costante crescita», ha detto Sirchia. «Sarà un piano condiviso dalle Regioni e sul quale si investirà parte del Fondo sanitario, che ammonta a ben 90 milioni di euro», ha aggiunto il ministro. Saranno inoltre coinvolti nel piano medici di medicina generale, pediatri, consultori per la preparazione al parto e geriatri. Il piano, la cui prima bozza d'intervento è attesa entro il 31 luglio, si articola su cinque livelli: prevenzione della depressione; riconoscimento precoce, trattamento dei casi lievi; trattamento dei casi moderati; trattamento dei casi gravi. Sono già stati costituiti, ha detto ancora il ministro, tre gruppi di lavoro incaricati di preparare le linee guida per le categorie più a rischio di depressione: bambini e adolescenti, donne e anziani. Le linee guida sono attese nel prossimo mesi di ottobre, in modo da poter presentare il piano nella prossima Finanziaria per ottenere i fondi necessari. «Contiamo di cominciare a concretizzare il progetto l'anno prossimo, ma poiché nulla si improvvisa ci vorrà del tempo prima di realizzarlo concretamente», ha osservato Sirchia. Le terapia di prevenzione e cura, ha aggiunto, «non saranno assolutamente pagate dai pazienti o dai loro parenti». Tra le iniziative previste per gli anziani, il potenziamento della figura di custode sociale già attiva a Milano, Torino e Genova. Per bambini e adolescenti si prevede di coinvolgere la scuola, con la collaborazione degli insegnanti nell'identificare i comportamenti-sintomo della depressione. Per le donne in gravidanza, infine, il piano prevede sedute di psicoterapia di gruppo per la preparazione al periodo successivo al parto. Tutto questo nel'ottica di attenuare le situazioni di un «rischio sctrisciante» che interessa sempre più le nostre comunità: troppo spesso si è detto della necessità di prevenire dopo che è scoppiato il «caso». Questa volta si è deciso di agire razionalmente, nel segno della miglior prevenzione.

Yahoo!Salute martedì 29 marzo 2005
Neuroestetica: la base per comprendere l'arte
Il Pensiero Scientifico Editore

Empatia tra cervello e arte: è solo questione di nueroestetica. Non è un gioco di parole, ma una nuova disciplina. Lo scorso febbraio si è tenuto al Berkely Art Museum, all’Università di Berkely in California, il quarto congresso internazionale di neuroestetica. Scultori, pittori, fotografi, neurobiologi, neurologi, psichiatri e psicologi insieme a discutere sulle interazioni fisiologiche e funzionali tra il cervello e il gusto del bello, tra i neuroni e l’estetica. La notizia è stata ripresa sull’ultimo numero della rivista disponibile on-line Plos Biology.
L’oggetto del congresso del 2005 è stato l’empatia nel cervello e nell’arte, in altri termini come si colloca l’abilità dell’uomo di riconoscere e rispondere alle espressioni di altri uomini. Perché davanti ai girasoli di Van Gog tutti si sentono rapiti, tanto da considerarlo un opera d’arte? Perché non succede con uno schizzo di buona fattura fatto da un bravo studente di una scuola d’arte. La differenza, secondo gli artisti, la fa proprio l’empatia: il grado di rapporto emotivo-attrattivo che si genera con un opera d’arte e non con un qualunque prodotto della fantasia di improvvisati artisti.
E a dar manforte a questa ipotesi, si aggiungono anche i neurologi e i neuropsichiatri i quali spiegano che il cervello visivo è composto di una corteccia visiva primaria (situata nella parte posteriore del cervello) che riceve tutti i segnali della retina. Negli ultimi 25 anni si è scoperto che questa area è circondata da molte altre aree visive, ciascuna delle quali è specializzata a elaborare un aspetto specifico della scena visiva: forma, colore, movimento, volti. Queste aree sono deputate sia all’elaborazione che alla percezione. La rete neuronale contribuisce a creare delle “ricostruzioni” visive che sono anche quelle che percepiamo come più belle, perché ne riconosciamo le forme o i colori,. Così la specializzazione funzionale che si trova nell’estetica riflette l’organizzazione cerebrale. Questo, almeno, secondo una ricostruzione meccanicistica e funzionale del cervello.

Fonte: Parthasarantlhy H. Expressing the big picture. Plos Biology 2005;3. www.plosbiology.org

Cork, 1621

Corriere della Sera 30.3.05
La verità e la realtà, diceva Melville, sono più bizzarre ...
Nell’ottobre 1621 i cieli di Cork furono teatro di una spaventosa carneficina aerea

L a verità e la realtà, diceva Melville, sono più bizzarre della finzione. Nell’ottobre del 1621 le cronache di Cork, la vivace città irlandese, riportano - con amore barocco del dettaglio fantastico e minuzioso - una apocalittica battaglia fra due immani stormi di uccelli che da due giorni avevano oscurato il cielo della città e intasato le sue strade con i corpi dei volatili che cadevano dall’alto morti o feriti. Il famoso film di Hitchcock - come l’omonimo racconto di Daphne Du Maurier da cui è tratto - impallidisce dinanzi a quell’antica e sepolta descrizione, perché l’effetto inquietante di quell’attacco assassino degli uccelli agli uomini è in qualche modo mitigato dalla presenza di questi ultimi, dai loro sentimenti, angosciosi ma comunque rassicuranti perché umani. L’atroce carneficina aerea di quei giorni nel cielo di Cork ignora invece quella presenza; fa l’orrore e il gelo di una natura in cui l’uomo è assente, non c’è ancora o non c’è più. La città sottostante alla strage è un cratere spento, in cui precipitano esseri alieni e straziati. I due giganteschi eserciti di uccelli - si trattava di stormi - si erano raccolti già quattro o cinque giorni prima dello scontro, in gruppi separati dai quali ogni tanto una delegazione di 20 o 30 si era recata nel campo avverso, forse a intavolare negoziati evidentemente falliti, se il sabato successivo le due tribù alate si erano affrontate e sbranate in una terrificante battaglia dall’alba al cadere della notte. La cronaca descrive il macello celeste, la nuvola nera dei combattenti squarciata da assalti e ritirate che per un attimo lasciano intravedere il cielo, gli uccelli che si dilaniano con strida assordanti e cadono a capofitto, insudiciando di sangue e di piume le vie. Dopo una tregua domenicale, forse dedicata a riorganizzare le file decimate, il lunedì le due armate di stormi riprendono a scannarsi in aria e alla sera, distruttesi a vicenda, spariscono senza vinti né vincitori, lasciando a terra mucchi di osceni cadaveri - fra i quali pure un corvo e una cornacchia, finiti per caso in mezzo allo scontro - sanguinolenta immondizia del cielo e grottesca allegoria dell’inutilità di ogni guerra, vano carnevale e trionfo della morte. Quel massacro - che il cronista dice confermato da testimoni oculari, tutti «onorati gentiluomini» - sporca il cielo e accentua la seduzione infera che spesso avvolge, nell’immaginario, la figura dell’uccello, col suo occhio maligno e le sue ali più da demone che da angelo. Non è un caso che ad esempio un’analoga fantasia ricorra, in possente stravolta poesia, in un libro scritto da un’autrice che non ha mai avuto sentore di quella dimenticata cronaca di Cork. Nel suo romanzo Una stella chiamata Assenzio - brutto titolo di un libro inquietante e affascinante, che aveva entusiasmato il grande Vanni Scheiwiller ed è passato ingiustamente quasi inosservato - Ambra Vidich Budinich ha narrato un viaggio onirico-iniziatico attraverso tutte le tenebre del sogno, della vita e della morte, in cui una Trieste genialmente deformata dal delirio diviene un paesaggio dell’incubo come la Praga-Perla nell’Altraparte di Kubin. Fra le peripezie del protagonista nei labirinti dell’angoscia c’è anche una misteriosa e malefica ecatombe alata: «Nell’aria, che andava oscurandosi come nell’approssimarsi di un’eclisse, si sentiva una vibrazione minacciosa ... il cielo, fattosi livido, era solcato in tutta la sua vastità da una funerea caduta di uccelli ... che come fossero folgorati nel corso stesso del volo da una misteriosa moria, stavano precipitando con le membra contorte sull’abitato: un istante dopo, infatti, essi avevano cominciato a schiantarsi sul selciato e sui tetti in una scura grandinata che di minuto in minuto si infittiva trasformandosi in uno stillicidio cruento; ancor più lugubre era quella vista su certe case fatiscenti che egli non aveva notate prima e sui cui muri lebbrosi e sulle cui polverose finestre egli vedeva adesso formarsi sempre nuove chiazze nerastre, miste a ciuffi di piume».
Il cronista di Cork non avrebbe mai immaginato che anche gli uomini un giorno avrebbero potuto volare e avrebbero volato per darsi la morte. A distanza di secoli, due scrittori che si ignorano scrivono pressappoco la stessa scena - quasi a suggerire che la poesia scaturisce dal fondo più oscuro e impersonale dell’immaginario e dell’inconscio collettivo e che un autore le presta solo la voce.

Bertinotti sul contratto degli statali e sulle regionali

Agi.it 29.3.05
STATALI: BERTINOTTI, C'E' POCO RISPETTO PER BISOGNI LAVORATORI

(AGI) - Lamezia Terme (Catanzaro), 29 mar. - Il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, a Lamezia Terme per una visita all'interno della struttura ospedaliera della citta', non ha voluto commentare le dichiarazioni di Silvio Berlusconi per quanto riguarda il contratto nazionale del pubblico impiego e in particolare sul 'balletto' delle cifre relative all'aumento.
"Questo - ha detto Bertinotti - e' un problema che riguarda i sindacati del pubblico impiego, che hanno fatto qualche sciopero generale contro una politica del governo francamente irrispettosa dei bisogni dei lavoratori, come del resto ha praticato in genere". Bertinotti, comunque, crede che "i lavoratori del pubblico impiego hanno la forza di imporre il rinnovo del contratto su una linea di equita' come quella prevista nella loro piattaforma contrattuale".

Agi.it
REGIONALI: BERTINOTTI, DESTRA IN GRANDE DIFFICOLTÀ

(AGI) - Roma, 29 mar. - Le parole di Berlusconi "mostrano come le destre di governo siano in grande difficolta', sia sul piano nazionale che su quello locale". Lo dice il segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, che aggiunge: "Il Polo affida a Berlusconi improbabili tentativi di rimonta nei consensi, ma il Paese reale e' da tutt'altra parte rispetto a quanto vuole farci credere il capo del governo. Addirittura, Berlusconi arriva a smentire i suoi alleati su una materia cosi' seria e cosi' delicata che merita di essere discussa negli incontri con le parti sociali e non attraverso i mezzi di informazione: vale a dire il contratto di lavoro dei dipendenti statali".
Secondo Bertinotti "Berlusconi sa bene che il voto di domenica prossima potrebbe segnare per lui e per tutta la coalizione di destra l'inizio della fine e per scongiurare una piu' che probabile caduta nei consensi alza i toni e tenta disperatamente di giocarsi la carta della bassa propaganda.
Piu' Regioni otterra' l'Unione, piu' Berlusconi dovra' prendere atto del fallimento suo e delle politiche neoliberiste del suo governo?".

291651 MAR 05
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martedì 29 marzo 2005

LA FESTA DI PIETRO INGRAOla lettera di Bertinotti

Liberazione della domenica 27.3.05
La condivisione di un cammino
Fausto Bertinotti


Caro Pietro, compi oggi novanta anni e sei uno dei nostri. In senso lato, come sempre, per la condivisione di un cammino e di una speranza, il cammino dei grandi movimenti di trasformazione, la speranza della costruzione di un nuovo mondo. Ma, anche nel senso stretto dell'adesione alla comunità politica di Rifondazione comunista con il dono che ci hai fatto, chiedendo l'iscrizione al partito. Potrebbe bastarci per ringraziarti e farti gli auguri. Ma, la tua vita, il tuo pensiero, il tuo interrogare e interrogarti, le tue parole, le tue azioni hanno attraversato la storia grande e terribile del movimento operaio. Così il tuo è diventato un magistero. Per questo non possiamo non farti domande. Anche in occasione di questo tuo grande compleanno, come per abituarti a ricevere ancora a lungo nuove domande da noi che ci consideriamo, modestamente, discepoli del tuo magistero.

Credo che tu possa condividere l'idea che siamo stati gli ultimi eredi e interpreti della formula paolina "Siamo in questo mondo, ma non di questo mondo". Esprimiamo così, allo stesso tempo, l'esigenza di una partecipazione piena, di una condivisione delle contraddizioni aspre e dure della società in cui viviamo e l'idea di far vivere, dentro quelle contraddizioni, l'aspirazione alla liberazione. Con la rinascita dei movimenti, una nuova generazione ha conosciuto, e cominciato a cambiare, la politica. Ha senso ancora questa alterità, questa diversità e come la si può esprimere, come la si può far vivere, in un mondo in cui da altri si vuole invece perseguire l'assolutizzazione della guerra e dello sfruttamento, che penetra fin dentro il vivente?

Cosa è il comunismo per te oggi? Spesso abbiamo risposto affidandoci alla formula classica di Marx: «Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti». Sentiamo qui il senso di un processo, di un divenire e non di un essere. Ma, ti chiedo, si può andare oltre questa formula classica? Il tuo lungo cammino nella storia del movimento operaio e del comunismo italiano cosa ti suggerisce? Noi ci chiamiamo "rifondazione comunista". Rifondazione è una tua ispirazione di sempre, volendo così esprimere la necessità, penso, di una nuova fondazione, di una teoria e di una pratica della trasformazione e della liberazione. In alcune occasioni, tu hai parlato perfino di una insufficienza del termine "rifondazione" perché occorrerebbe andare oltre.

Ecco, caro Pietro, come definiresti oggi i caratteri fondanti di questa ricerca? Cosa chiameresti comunismo?

Perché il partito, ancora? La tua scelta, a novanta anni, di aderire a un partito, al nostro partito, è stato un regalo così grande da essere inaspettato quanto atteso. Mi hanno colpito le ultime parole della lettera che ci hai inviato per annunciare questa decisione. «Riprendo una militanza che è stata così grande parte della mia vita». Sentiamo in questo mondo l'esigenza della comunità, del fatto che, solo assieme ad altri, dandoci la mano in cammino, possiamo pensare di farcela. Camminare insieme e far vivere un progetto. Solo se questo progetto si fa politica, ovvero pervade e si pervade delle coscienze, dei movimenti e attraverso le istituzioni si fa organizzazione collettiva, possiamo farcela. Ma, ti chiedo, cosa significa oggi? Perché proprio il partito? Come lo racconteresti a una ragazza di sedici anni? Come costruiresti con lei questa comunità che chiamiamo partito?

Gli affetti, caro Pietro, hai vissuto con una donna straordinaria che ti è stata compagna di vita. Si chiamava Laura Lombardo Radice. Avete avuto molti figli, tanti nipoti e pronipoti, uno ancora sta per arrivare. Una famiglia grande, un mondo di relazioni e di affetti. Come hanno inciso nelle tue idee e nella tua pratica politica? Che rapporto c'è tra il pubblico e il privato? Il femminismo ci ha molto insegnato. Ma qual è l'insegnamento di una vita come la tua? Che rapporto c'è tra l'amore, gli affetti, la vita nella tua comunità familiare e lo stare dalla parte degli sfruttati, degli ultimi, permetti le parole, della rivoluzione?

Grazie, Pietro e lunga vita. So che in molte e molti potremo continuare a contare su di te.

Prozac e adolescenti killer

APCOM 25.3.05
USA
ADOLESCENTE KILLER DEL MINNESOTA ERA IN CURA CON PROZAC

Uno dei due assassini di Columbine prendeva la stessa medicina


New York, 25 mar. (Apcom) - Il sedicenne Jeff Weise, autore della strage della Red Lake High School in Minnesota, in cui lunedì hanno perso la vita sette persone, stava seguendo un trattamento antidepressivo a base di Prozac quando ha ucciso suo nonno e la compagna di lui, prima di recarsi a scuola, sparare ai suoi compagni e suicidarsi.
Il fatto che stesse prendendo la stessa medicina anche Eric Harris, uno dei due ragazzi che nell'aprile del 1999 aprirono il fuoco alla Columbine High School, così come Kip Kinkel, il ragazzo che nel 1998 uccise i suoi genitori e i suoi compagni della Thurston High School in Oregon, ha riaperto il dibattito sugli efetti collaterali di questo tipo di farmaci antidepressivi. In tutti e tre i casi, gli adolescenti hanno completato i massacri suicidandosi.
"I ragazzi coinvolti in questi tragici episodi erano malati. Se le medicine fossero in grado di aiutarli o meno è una questione aperta" ha dichiarato al New York Post David Shaffer, professore di psichiatria e pediatria della Columbia University. Secondo il medico non si può però dare tutta la colpa alle medicine. Weise ha compiuto la strage con armi da fuoco prelevate a casa del nonno.
Le indagini sulla sparatoria di Red Lake nel frattempo hanno portato alla luce prove che il ragazzo avrebbe pianificato a lungo la strage. Il giovane, che aveva manifestato tendenze naziste e che su Internet di definiva "l'angelo della morte", avrebbe spedito sul sito TheSmockingGun.com un'animazione computerizzata che mostrava una persona ucciderne altre quattro e poi togliersi la vita. Il filmato lungo 30 secondi aveva il macabro titolo: "Target Practice".

copyright @ 2005 APCOM

depressione

Intrage.it 28.3.05
Sanità: una strategia contro la depressione

In un incontro interministeriale, svoltosi pochi giorni fa a Palazzo Chigi, si è discusso il Piano strategico di contrasto della depressione in bambini e adolescenti, adulti, anziani e donne in gravidanza. Alla riunione erano presenti i Ministri Girolamo Sirchia, Maurizio Gasparri, Enrico La Loggia e rappresentanti delle Regioni, del mondo della scuola, dell’università, delle società scientifiche di psichiatria, pediatria, neuropsichiatria dell’infanzia e gerontologia, dei medici di medicina generale e del volontariato. Dal punto di vista organizzativo, il Piano si svilupperà in ambito centrale, regionale e locale. I Ministeri (Salute, Istruzione, Welfare e Comunicazioni) dovranno definire il Piano nei suoi particolari, realizzare una campagna informativa, elaborare le Linee guida e mettere a punto un sistema di monitoraggio. Alle Regioni sarà invece affidato il compito di definire, attraverso piani regionali, le reti dei Centri di riferimento. Medici di medicina generale, pediatri, geriatri, dipartimenti di salute mentale (Dsm), consultori pre-parto e Utap (Unità Territoriale di Assistenza Primaria) si occuperanno invece dei programmi di prevenzione, di assistenza primaria, degli screening sui gruppi a rischio e del trattamento dei casi lievi. Un ruolo centrale, in particolare nella prevenzione fra bambini e adolescenti, sarà svolto dalle scuole, che saranno impegnate nel coinvolgimento di insegnanti e famiglie. In Italia sono almeno 1,5 milioni gli adulti che soffrono di depressione, mentre quasi 5 milioni, oltre il 10% della popolazione, ne hanno sofferto almeno una volta nel corso della vita. Sono depressi 6 bambini su mille, mentre le donne sono colpite tre volte più degli uomini.

sinistraun'intervista a Fausto Bertinotti

un articolo ricevuto da Melina Sutton

Repubblica 29.3.05
L'INTERVISTA
Bertinotti: se Berlusconi perde Lazio, Piemonte o Puglia entra in una crisi irreversibile
"A Prodi dico: via il maggioritario e il no alle primarie è un errore"

Firme false. I veleni della campagna elettorale sono anche figli di questo sistema di voto: bisogna cambiare
il programma Dobbiamo metterci al lavoro dopo il voto. Proprio a livello locale vedo la fine della stagione liberista
GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - Segretario Bertinotti, tutti condividono l'appello a fermare i veleni in campagna elettorale. Ma come se ne esce, in concreto?
«Prima di tutto, sottraendosi a questo tipo di confronto. Poi, con una vera opera di bonifica, cioè con una riflessione su questo sistema elettorale e sugli elementi devianti che lo stesso sistema suggerisce».
È deviante anche la presunta raccolta di firme da parte dei partiti della sinistra per far correre la lista Mussolini sperando così di danneggiare il centrodestra?
«Se questa notizia fosse vera, sarebbe un episodio disdicevole, un sacrificio alla logica del "fine giustifica i mezzi" che non condivido. Vede, la riforma della nostra cultura politica nel senso della non violenza ha molte conseguenze, inclusi alcuni comportamenti che producono un sovrappiù di sorveglianza critica sul rapporto mezzi-fini. In poche parole, non è una vittoria quella guadagnata con strumenti che annullano la dignità. Ma quando parlo di bonifica, voglio dire che i frutti avvelenati ci sono già stati prima delle firme false. Penso alle liste civetta, una vicenda molto sottovalutata, che ha prodotto effetti devastanti. Presentare dei partiti fantasma solo per danneggiare un concorrente è già un'alterazione delle regole del gioco. L'allarme è stato lanciato più volte. Ora, per slittamenti progressivi, si è creata una situazione da correggere al più presto».
Come?
«Cambiando il sistema elettorale. Bisogna uscire dal maggioritario che è inadatto al Paese. È un sistema in cui conta soltanto vincere, per cui finisce che il nemico del mio nemico può diventare un mio amico, come nel caso della Mussolini».
Quando metterete sul tavolo la vostra proposta?
«Dopo le politiche del 2006. L'obbiettivo è un sistema proporzionale, sul modello tedesco».
Chiederete a Prodi di inserire questa riforma nel programma dell´Unione?
«No. Non faremo lo stesso errore del centrodestra. Il programma delinea l'azione di governo, non deve occuparsi di correzioni istituzionali. Ma la riflessione è necessaria».
Le elezioni di domenica prossima sono un test politico?
«Il loro significato nazionale è indotto. Nel voto regionale è certamente forte la domanda politica del "cambio" per usare il termine che ha avuto successo in Spagna e in Portogallo. Cioè, cacciare Berlusconi. Ma sento anche un'altra richiesta urgente: ricostruire il peso del potere locale come antidoto all´incertezza, che è il tratto dominante del nostro tempo. Mai una campagna elettorale è stata così segnata dal problema della precarietà. Spaventa l'idea che attraverso la delocalizzazione e l'internazionalizzazione passiva si possano risolvere le questioni aperte. Penso al finanziere russo che arriva e si compra la Lucchini, alla vicenda di Terni, al calzaturificio pugliese che sta per trasferire la produzione in Cina. L'economia scarica i suoi problemi sulla società e crea una condizione d'incertezza. In questo clima, il potere locale appare come un possibile ancoraggio, c'è una fortissima domanda di valorizzazione del governo sul territorio. Nel Sud, per esempio, c'è qualche timido tentativo di sottrarsi alle politiche neoliberiste. Sono piccoli episodi, ma hanno voglia di crescere. Io uso uno slogan: lì dove una volta si scriveva "comune denuclearizzato" scriviamo "regione de-precarizzata"».
Il voto non è condizionato dalle vicende nazionali e dalle risse?
«Non credo. Quello che si muove sul fondo è più potente della superficie che tutti vediamo».
Si conteranno i voti o le regioni, per capire chi ha vinto?
«Il test è molto ampio, quindi conteranno le percentuali, i voti. È importante anche vedere quante regioni conquisterà l'Unione, oltre a quelle che ha già e in cui sarà sicuramente confermata. Più ne strappa, più è un successo».
Otto a sei è un successo?
«Se Berlusconi perde il Lazio o il Piemonte o la Puglia, cioè le regioni in cui parte avvantaggiato, allora per lui è una vera rotta».
E dovrebbe dimettersi?
«Ho militato fin dall'inizio nel partito della caduta anticipata di Berlusconi. Non si è realizzata per mancanza di determinazione e per scelte politiche sbagliate. Ma ora siamo a un anno dalle politiche, non penso a un precipitare degli eventi. Però se si verifica il "cambio" in una di quelle tre regioni, Berlusconi cercherà una caratterizzazione estrema, iper-ideologica, della sua politica. Proverà a ripetere l'operazione potente di Bush, ma è una carta francamente debole perché Bush è al centro dell'impero e ha usato la guerra come una corazza per gli Stati uniti, noi invece siamo alla periferia e sulla guerra si pagherà un prezzo, è stato un pessimo investimento. Giocherà forse la carta della nuova Costituzione rivendicando l'introduzione del premierato, di un governo messo al riparo dall'influenza dei canali democratici, dei movimenti. Ma è un'arma spuntata per la campagna elettorale, può valere solo se vincono nel 2006. L'ultima carta è quella economica, le tasse. Beh, non funziona, in questa campagna elettorale non ha prodotto nemmeno un effetto demagogico. Se le regionali vanno come abbiamo detto, l'insuccesso politico si sommerebbe alle conseguenze delle riforme di Berlusconi e per lui la sconfitta nel 2006 diventa un dato irreversibile».
Dopo le regionali, l'Unione affronterà il programma per le politiche?
«Certo. E quello che emerge dalle regioni può fare la sua parte accanto alle mille consultazioni della Fabbrica del programma. Specialmente al Sud, è sentita con grande forza la lotta dei diritti: il salario sociale, il reddito di cittadinanza. E la valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale, l'intervento pubblico visto non come una superfetazione ideologica ma come la difesa dei beni comuni, l'acqua per esempio, il tema della programmazione. A livello locale si vede bene la fine della stagione neoliberista».
Dopo le regionali, si riapre anche la partita delle primarie nell'Unione. È vero che stanno tramontando?
«Per un gentlemen agreement mi sono attenuto alla consegna di sospendere la discussione in queste ultime settimane. Le primarie non le ho proposte io, non appartengono alla mia cultura. Ma attenzione: nel mondo sta emergendo una domanda che si chiama democrazia. E la Puglia è stato un episodio di rinascenza democratica. Ne discuteremo al momento opportuno, ma perché privarsi delle primarie?».

Lucia Annunziata sulla Stampail compleanno di Ingrao

La Stampa 29.3.05
DOMANI LA SINISTRA FESTEGGERÀ UNO DEI SUOI GRANDI PROTAGONISTI

I 90 anni di Ingrao, l’uomo del no alle soluzioni facili
di Lucia Annunziata

FA novanta anni l'uomo definito - semplicemente - «il più rappresentativo della sinistra e della democrazia italiana», Pietro Ingrao, e la sinistra si prepara a festeggiarlo, domani, con il cerimoniale delle occasioni speciali. Il sindaco Veltroni, la sinistra che lo ha amato e quella che lo ha combattuto si riuniranno nel principale foro laico della Capitale, l'Auditorium, per le celebrazioni. Fra i presenti vi saranno appunto coloro - Rossanda e Castellina, fra gli altri - che Ingrao contribuì a far espellere dal Pci, nel 1969; e si attende una impressionante presenza di tutta la classe dirigente che quel Pci prima e oggi i Ds ha animato.
E tuttavia, nonostante la vicinanza delle elezioni e le necessarie esagerazioni di tutti i compleanni, in particolare se quasi secolari, è probabile che non ci troveremo davanti a una rimpatriata. Il segno di Pietro Ingrao è da anni quello di una forte malinconia - a volte ironica, a volte disperata, quasi sempre severa - che ragiona sulla politica, e soprattutto sulla sua utilità e inutilità. E' più probabile così che dalla serata la sinistra che vi si è ritrovata esca con più dubbi che certezze su se stessa - il che trasformerebbe, davvero, una autocelebrazione (sia pur estremamente onorevole) in un vero evento.
Scrivo questo non per divinazione, ovviamente, ma perché in qualche modo il copione della serata c'è già, e ruota intorno a una lettera che lo stesso Ingrao scrisse nel 1992. La missiva sarà letta da Luca Zingaretti e sarà la parte centrale della serata. Costruita com'è in una piccola corrispondenza privata, fra lo stesso Ingrao e Goffredo Bettini, a lungo dirigente del partito comunista e ora dei Ds, raccolta in un volume per questa occasione. («Una lettera di Pietro Ingrao con una risposta di Goffredo Bettini», Edizioni Cadmo)
La raccolta di lettere, così brevi, - un pezzo di Bettini che commentava l'addio di Ingrao al Parlamento nel 1992, la risposta di Ingrao, e una nota di oggi di Bettini - è un gesto molto autoreferenziale. Ma è valsa la pena di farlo perché vi è dentro una sorta di percorso archeologico della sinistra: chi l’ha attraversata, o anche solo frequentata, vi ritrova il gergo e i suoi rimandi, che così tanto ancora implicano nel dibattito dei nostri giorni dentro questa area politica.
Non potrebbe essere più attuale infatti il tema che pone Ingrao al giovane Bettini: l'uso del termine «morale». «Io ho sempre molte esitazioni ad adoperare questo termine: perché io non sono in consonanza con un certo "eticismo": il "dover essere" mi sembra che contenga una astrazione; e io credo molto in una corporeità della vita; credo nelle passioni vitali che ci scuotono e che ci segnano». Come si vede, sono ancora questi i termini dei dilemmi attuali della classe politica della sinistra - fra radicalismo autorizzato dal senso «etico» della politica, e «tatticismo» frutto di una concezione gestionale della politica. La soluzione che Ingrao ne offre tuttavia - e queste righe basterebbero a dimostrarlo - è che non esiste la differenza: se l'etica deve porsi come fatto astratto diventa «eticismo», ed è la vita invece, con i suoi bisogni obbligati a misurarsi con gli altri, a dettare il passo della realtà. Una soluzione «altra» si direbbe - per usare un termine che Ingrao stesso usa spesso. In un altro passaggio scrive infatti «a me interessa nella politica anche l'aspetto "tattico"» per affrettarsi a dire «...(mi capisci: non nel senso furbesco)» e spiegare cosa intende per tattica: «Mi interessano i passaggi "quotidiani": quante volte sono tentato di impicciarmi!».
E' un Ingrao, come si diceva, senza soluzioni facili - dubitativo, incline a non formulare politica, ma politiche. Favorevole alle scelte, ma - proprio lui divenuto vate di letture iperideologiche della sinistra - senza dettami, solo con navigazione a vista. Il meglio, in altri termini, della tradizione che rappresenta. Non a caso, forse, Bettini gli risponde: «Tu non sai quanto di fronte a ciò, a questa necessità di buona politica io avverta l'insufficienza mia e delle classi dirigenti dell'oggi. Di questa marmellata a ciclo continuo di frasi fatte, di telefonini che squillano, di autocelebrazioni mediatiche, di pubbliche relazioni senza contenuto che sono tanta parte della pratica politica che ha lambito anche noi».

storiail Museo di Lettere e Manoscritti di Parigi

L'Unità 29 Marzo 2005
«Missione compiuta», firmato Eisenhower
C’è anche il messaggio che annunciava la capitolazione tedesca nel Museo di Lettere e Manoscritti di Parigi
Anna Tito

È davvero suggestivo il neonato Musée des Lettres et Manuscrits di Parigi: si presenta, con un gioco di parole, come Lettres d’histoire. Histoires de l’être (Lettere di storia, storia dell’essere) in splendidi locali, con soffitti «alla francese», pavimento in marmo rosso. Su tre piani, per complessivi 600 metri quadrati di un hotel particulier edificato sul finire del sedicesimo secolo nel cuore del Quartiere latino, al numero 6 della poco nota e discreta Rue de Nesle, si trovano esposti duecentocinquanta manoscritti rari provenienti dalle più svariate collezioni, in gran parte private: scritti autografi di letterati, artisti, uomini di Stato, scienziati, da Carlo Quinto a Isaac Newton e a Robespierre, da Garibaldi a Churchill, da Beethoven a Edith Piaf e a Louis de Funés, il tutto in ordine rigorosamente cronologico. Si è scelta una scenografia moderna: vetrine tematiche, «fredde» allestite su vecchi muri di pietra, e poco illuminate per proteggere da una luce troppo violenta i fragilissimi documenti originali.
«Nelle lettere di un uomo vanno ricercate, più che in tutte le sue opere, l’impronta del suo cuore e le tracce della sua vita», per dirla con Victor Hugo, anch’esso presente nel Museo con più missive. In una, firmata con l’attrice Juliette Drouet, amante di una vita, nel 1868, dal ventennale esilio di Guernesey: scrive al prefetto Guay «non collaborerò con nessun giornale fino a che non sarà ripristinata la libertà di stampa», in riferimento all’odiatissimo Napoleone III. Quanto a Juliette, afferma che «gli (al prefetto) stringerò la mano non appena il colpo di Stato del 1851 raccoglierà quanto ha seminato». Ma certamente all’insaputa dell’amante il poeta indirizza un omaggio a una misteriosa dama: «Mi è sembrato che in questa lettera tenera, triste e deliziosa abbiate messo il mio cuore tutto (…) Esistono cose che dovete lasciare fra la vostra anima e Dio, e l’adorabile significa a volte l’impenetrabile. Bacio le vostre ali».
Compare, al piano terra, la lettera autografa di Albert Einstein con la versione definitiva della teoria della relatività generale - pubblicata nel 1915 -, fiore all’occhiello della mostra: intorno a poufs rossi di un gusto a dir poco kitsch, si trova esposto lo straordinario manoscritto, preceduto da calcoli e annotazioni che ci mostrano il metodo con il quale lo scienziato è giunto alla teoria vera e propria. È noto un solo altro manoscritto di Einstein concernente la teoria: il bloc notes di Zurigo conservato all’Università di Gerusalemme.
Quanto all’originale dell’ordine «top secret» di cessate-il-fuoco in vista della capitolazione da parte dei tedeschi firmato il 7 maggio del 1945 dal generale Eisenhower che segnò la fine, in Europa, della Seconda guerra mondiale - «La missione delle forze alleate è stata compiuta alle ore 2 e 41, ora locale» - troneggia in una bacheca posta al centro della sala d’ingresso. De Gaulle confida, già nel 1934, all’amico Jean Aubertin il proprio disappunto di fronte al conservatorismo degli uomini politici, incapaci di comprendere l’importanza strategica dei blindati, importanza che, ahimé, non sfuggì ai nazisti…
Gli appassionati di letteratura vi ritrovano tutti i grandi, da Voltaire fino ad Albert Camus, passando per i testi autografi di Johann Wolgang von Goethe, i manifesti di Zola e di Sartre o le poesie di Paul Verlaine: di quest’ultimo vediamo esposta, indirizzata all’altro «poeta maledetto» Charles Baudelaire, ritenuto da Verlaine «il più grande dei poeti», una missiva in cui gli dedica i versi: «Non ti ho conosciuto, non ti ho amato; non ti conosco e non ti amo…». Leone Tolstoï scriveva invece del norvegese Biornson all’amica Madame Brummer: «È fra gli autori contemporanei che più ammiro, e la lettura di ciascuna delle sue opere mi apre nuovi orizzonti». Biornson ricevette il Premio Nobel nel 1903.
Passando all’intimità dei «grandi» ci soffermiamo davanti alla lettera di Mozart che tratta della sua ultima composizione nonché della scomparsa del suo «beneamato padre»; in una missiva, in cirillico, la Grande Caterina di Russia si congratula con Carlo Emanuele II della nascita della nipotina Cristina, futura regina di Sassonia, ribadendo una «vera e propria amicizia», e «una stima distinta fra i due casati principeschi». Una presentazione del movimento surrealista, del 1933, ci viene da Salvador Dalì che esprime così la propria visione dell’arte e del bello: «La bellezza sarà commestibile o non sarà affatto».
Viene a concludere la mostra la sezione «Dalla nascita della prima posta aerea all’Aeropostale» con, fra gli altri, il documento originale della creazione della prima Compagnia aeropostale francese, firmato il 18 agosto 1870 da Nadar, Dartois e Duruof: Parigi assediata si trovava nell’impossibilità di comunicare e Félix Tournachon, detto Nadar, né militare, né tantomeno politico, ma piuttosto scrittore, artista, inventore e grande fotografo nonché amico di Jules Verne con il quale condivideva la passione per la ricerca sulla navigazione aerea, creò nel suo laboratorio in Boulevard des Capucines la Compagnia generale aerostatica e dell’autolocomozione aerea, consigliando al nuovo governatore l’utilizzo delle «mongolfiere» per «forzare il blocco» e comunicare con la provincia e con l’esercito.
La mongolfiera intitolata a Victor Hugo partì verso le 12 del 18 ottobre del 1870 dal giardino delle Tuileries. E in una lettera autografa, pezzo unico fra i più importanti della collezione, il poeta in esilio invia il proprio augurio: «Sono felice di stare al centro di questo superbo pericolo. La Francia si salverà, non dubitatene, e si salverà da sola, senza intervento straniero alcuno. Ed è questo il bello. Victor Hugo».

persino negli Usa...

Giornale di Brescia 29.3.05
Negli Usa verso uno scontro sulle staminali
NEI PROSSIMI MESI LA QUESTIONE SARÀ DIBATTUTA ALLA CAMERA AMERICANA


WASHINGTON - Si profila la prossima battaglia morale, religiosa e scientifica negli Stati Uniti sul mistero dell’inizio e della fine della vita: i leader repubblicani della Camera hanno deciso di consentire nei prossimi mesi un voto in aula sulla questione bollente della politica che regola le ricerche sulle cellule staminali embrionali. Dopo la guerra intestina nella società e nel mondo politico americano sulla vicenda di Terri Schiavo, tra due o tre mesi sarà messo ai voti in Parlamento un disegno di legge diretto ad allentare le drastiche restrizioni fissate dal presidente Bush nel 2001 sull’uso delle cellule staminali. Un allentamento delle norme varate da Bush è voluto dai Democratici e dai Repubblicani moderati. Stando alla norma in vigore, le ricerche finanziate dal Governo possono essere effettuate soltanto sulle 60 colonie, o linee, che si presume esistessero in agosto del 2001. La decisione di mettere in calendario il voto sul disegno di legge è stata presa la settimana scorsa dal presidente della Camera, Hastert , e dal capo della maggioranza repubblicana, Blunt, e dal suo vice Cantor.

al Parlamento europeo...

Tempo Medico on line 29 marzo 2005
Ricerca in pericolo al Parlamento europeo
All'interno di una risoluzione recentemente adottata si chiede di non utilizzare i fondi per la ricerca sulle staminali embrionali
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 791

L'ultimo atto di una lunga vicenda che vede il Parlamento europeo alle prese con la ricerca scientifica e con le staminali risale al 10 marzo.
Arriva al voto una risoluzione comune sul commercio di ovociti umani. Nel testo iniziale si rammenta che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione "sancisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro", e si ricorda alla Commissione la direttiva 2004/23/CE che prescrive che gli stati membri si adoperino per garantire donazioni volontarie e gratuite di tessuti e cellule. Lo spunto era offerto da alcune notizie di cronaca sul commercio di ovociti dalla clinica rumena Global Arts verso la Gran Bretagna.
La risoluzione viene adottata, ma la notizia è un'altra: l'aggiunta di un emendamento in cui si chiede alla Commissione di non finanziare con fondi comunitari la ricerca sulle cellule staminali embrionali e di concentrare il denaro su quelle somatiche e del cordone ombelicale.
"Questo voto minaccia la ricerca europea sulle cellule staminali" è il durissimo commento dell'europarlamentare liberale belga Frédérique Ries. "Sotto il pretesto di lottare contro lo sfruttamento delle donne e per l'inalienabilità del corpo umano, il testo mira a tutt'altro obiettivo: proibire direttamente o indirettamente la ricerca sulle cellule staminali embrionali e la clonazione terapeutica. E' un segnale disastroso inviato alle coppie in attesa di una donazione, ma anche alle centinaia di migliaia di pazienti in Europa che puntano sulla ricerca le loro speranze di guarigione dal diabete, dal morbo di Parkinson o di Alzheimer".

LA FESTA DI PIETRO INGRAOle altre lettere pubblicate nell'inserto di Liberazione di domenica 27

Quando, alla fine del decennio, tutto precipita - l'Ottantanove, la caduta
Rina Gagliardi

Quando, alla fine del decennio, tutto precipita - l'Ottantanove, la caduta del muro di Berlino, la svolta della Bolognina - Pietro Ingrao è, di nuovo, protagonista: guida la battaglia del No, si oppone allo scioglimento del Pci, fa piangere, a Bologna, una platea intera. Quando scoppia la guerra del Golfo, si dissocia apertamente alla Camera dalla scelta dell'astensione, che il Pci porta avanti tra mille mal di pancia. Solo quando si consuma l'opzione neoliberista del partito - i governi Ciampi e Amato - viene, anche per lui, il momento dell'uscita dal partito - ora Pds. A settantotto anni, sceglie di star fuori dal "gorgo". Non dalla Politica, con la P maiuscola.
Il rifondatore
Ma come è fatto, alla fin fine, Pietro Ingrao? Tra i mille episodi, piccoli o grandi, che si possono dire di lui, ce n'è uno forse tanto piccolo quanto esemplare. Quand'era presidente del Crs, chiese ad un suo giovane collaboratore notizie su Bruce Springsteen, che aveva appena sentito nominare. Poi chiese che gli si potevano portare i dischi più rappresentativi del celebre folksinger. Glieli portarono, con indicazioni precise sulle canzoni più importanti. Lui si ascoltò con cura quei dischi, che molto gli piacquero - così, poco tempo dopo, lo si vide ad un concerto proprio di Bruce Springsteen, in mezzo ai giovani, che si divertiva e applaudiva. Aveva, allora, oltre settant'anni - e manteneva intatta la voglia di "alfabetizzarsi" in musica giovanile.
Ecco, Pietro è uno che, a tutt'oggi, non la smette di cercare alfabeti che non conosce. Lo fa talora con prudenza, con spirito diffidente, con i suoi ritmi e con i suoi tempi - ma non cessa di farlo. Come ha fatto, alla soglia dei novant'anni, con l'iscrizione ad un Partito, Rifondazione comunista, lui che da oltre dieci anni si declinava con fierezza un "cane sciolto", un senza-partito, un indipendente comunista.
La verità è che forse in Pietro, dietro le apparenze disciplinate e "ordinate", c'è un autentico disubbidiente. Ha sempre disubbidito allo schema che gli veniva predisposto dagli altri. Ha parlato quando parlare era un atto di rottura. Ha taciuto quando tutti gli chiedevano di parlare. Ha fatto "carriera" senza vera convinzione, dandole un calcio quando stava diventando una prigione definitiva. Ha insegnato a tanti, a tanti di noi, di più d'una generazione, il piacere di una politica libera e liberata, senza mai trasformarsi in un pedante maestro. Ha insegnato a tutti che l'arte del pensiero è essenziale a qualunque buona pratica. Ha innovato e ha rifondato, ogni volta, quel che ha potuto. Ha trasformato perfino le sue imperfezioni - i suoi dubbi eterni, la sua indecisione, il suo dichiarato "non valere un fico secco" come capocorrente - in virtù. Ed è sempre stato un uomo intero, nelle tempeste della politica, nei grandi dolori privati, nella famiglia, nei libri, nell'originalità della ricerca come nella caparbietà delle battaglie a cui non rinuncia.
Tra tre giorni, quest'uomo straordinario compie novant'anni: lo festeggeremo in molti modi, ma prima di tutto con tutto l'affetto di cui siamo capaci. Forse ancora non lo sa: ma lui, proprio lui, ci rappresenta fino in fondo. Rappresenta la parte migliore di noi, della nostra vita, della nostra ansia di cambiare questo pessimo mondo. Auguri infiniti, Pietro.

Rina Gagliardi

Le differenze rafforzarono la mia stima
Emanuele Macaluso


In un partito come il Pci fu possibile, a persone che avevano posizioni diverse anche su questioni rilevanti, stare insieme, pure nei massimi organi dirigenti del Partito, per cinquant'anni. E' come un'immagine, che rivedo dopo tanti anni, di riunioni, congressi, incontri e scontri, in occasione del novantesimo compleanno di Pietro Ingrao. Il quale, tempo fa, mi ricordava il suo primo viaggio politico in Sicilia, quando giovanissimo dirigevo la Cgil, e discutendo con me verificò una forte differenza tra noi nel valutare i fatti politici di quegli anni. E' vero che la divergenza che assunse rilievo politico esterno fu tra Amendola e Ingrao, grossolanamente indicati, il primo come leader della "destra comunista" e l'altro della "sinistra comunista", ma la dialettica politica e culturale nel gruppo dirigente del Pci - con Togliatti, con Longo e poi con Berlinguer - fu articolata e coinvolse persone con posizioni diverse, non sempre catalogabili come "destra", come "sinistra" e nemmeno "centrista".
Iniziare la vita politica nel sindacato, come accadde a me sin dal 1943, è molto diverso che farlo nel partito. E' vero che in quegli anni il sindacato era considerato una "cinghia di trasmissione" del partito, ma non era proprio così. La formazione politica era diversa, non solo perché convivevi con i socialisti e i democristiani (sino al 1948), ma anche perché il rapporto col mondo esterno, con i padroni con cui devi fare i contratti e con i lavoratori che scioperano e rischiano, è diverso. Nel sindacato il riferimento essenziale erano Di Vittorio, Santi, Novella e Foa.
Nel 1956 lasciai il sindacato per la segreteria regionale del Pci siciliano, e fui eletto nel Comitato Centrale, cominciando così a frequentare compagni come Ingrao, Amendola, Pajetta, Alicata. Bufalini era stato in Sicilia e con lui avevo un rapporto particolare. In quegli anni verificai che le differenza di vedute con Pietro, cui ho accennato, non cambiarono, ma la mia stima e anche il mio affetto per lui crebbero. Le ragioni di questa apparente contraddizione vanno ricercate non solo nel carattere di Ingrao, gentile e disponibile al dialogo nel cercare di capire le ragioni dell'altro (anche se non era facile smuoverlo dalle sue posizioni), ma perché c'era in lui, e anche in me, il convincimento che in definitiva era utile che nel partito convivessero posizioni diverse. Ma, ecco il punto nodale, a condizione che si mantenesse l'unità del Partito. Questo era stato il collante ideologico e metodologico che ha tenuto insieme persone che nel Pci avevano posizioni diverse. E l'unità si doveva garantire evitando e proibendo la formazione di correnti organizzate. Dissentire, ed esporre pubblicamente una posizione diversa da quella adottata dagli organi dirigenti, significava rompere col Partito.
Nel 1956, quando il nodo politico-ideologico del rapporto con l'Urss emerse con forza, le separazioni furono molte e assunsero un significato più generale. In quel momento la posizione di Ingrao, come quella di tutto il gruppo dirigente, fu drastica non solo nello schierarsi con l'Urss, ma nel difendere "l'unità del Partito".
La questione si ripropose nel 1966, dopo la morte di Togliatti, con Longo segretario, all'11° congresso. Questa volta il nodo era la politica del Pci verso il centro-sinistra di Moro e Nenni e il "neocapitalismo". Il confronto era cominciato - c'era ancora Togliatti - tra il 1960 e 1964. E già allora diversi compagni si differenziarono dalla linea togliattiana sul centro-sinistra: accettare la sfida sulle riforme, senza contrapposizioni globali. Ingrao e altri compagni (Rossana Rossanda, Reichlin, Pintor, Natoli, Parlato, ma anche Franco Rodano e Pietro Secchia, con posizioni diverse da quelle di Ingrao) pensavano ad una contrapposizione tra il "progetto neocapitalista del centro-sinistra e un modello di sviluppo della sinistra".
Tuttavia la questione "esplose" alla vigilia di quel congresso, quando attorno alle posizioni di Ingrao si radunarono, in tutte le regioni, gruppi di compagni (ingraiani) in modo da poterli configurare come una corrente. E al congresso Pietro parlò col piglio di un capo corrente, e fu applaudito solo da quella parte del congresso che si riconosceva nelle sue posizioni. Insomma, sembrava che si fosse rotto l'equilibrio ipocrita dell'unità del partito e del centralismo democratico. Non fu così. La reazione della maggioranza del gruppo dirigente del partito fu durissima, e non solo nelle repliche di Amendola, Alicata, Pajetta e altri compagni.
Ricordo bene quei giorni. Ero membro della segreteria del Pci e responsabile della Commissione di Organizzazione e, con Berlinguer, che dirigeva l'Ufficio di segreteria, avevo seguito l'andamento dei congressi di base e provinciali. La discussione nel gruppo dirigente si riaprì nel momento in cui dovevano essere rieletti gli organi dirigenti del partito. Amendola, Alicata, Bufalini, Novella proposero di rieleggere Ingrao nella Direzione, ma di escluderlo dall'Ufficio Politico, organismo composto da nove compagni fra i più autorevoli che fu istituito in quel congresso, insieme alla Segreteria.
In quel frangente, Amendola e gli altri criticarono Berlinguer e me per scarso impegno nella lotta politica, e proposero che cambiassimo lavoro: Berlinguer doveva andare a fare il segretario regionale in Lombardia e io nel Veneto. Longo respinse la proposta: Ingrao fu proposto come membro dell'Ufficio Politico; io lasciai l'Organizzazione, ma per spostarmi alla Stampa e Propaganda; Berlinguer, che rifiutò di trasferirsi a Milano, fu catapultato nella segreteria regionale del Lazio. Il gruppo di "ingraiani" fu scomposto, e tanti compagni cambiarono lavoro. Una brutta pagina.
Ingrao aveva posto un problema reale, e se la reazione del gruppo dirigente sarebbe stata diversa, forse sarebbe stata diversa tutta la vicenda politica del Pci.
Purtroppo anche Pietro, proprio su questo fronte, fece molti passi indietro, come si evince dal suo pesante intervento nel Comitato Centrale che decise la radiazione del gruppo del Manifesto.
Ho scritto molto e debbo concludere. Nella sostanza, Ingrao non cambiò l'asse del suo pensiero e del suo modo di fare politica. Direttore dell'Unità prima, dirigente del Pci a Botteghe Oscure, capo-gruppo a Montecitorio, Presidente della Camera, Presidente del Centro per la Riforma dello Stato: in ogni incarico ha lasciato traccia del suo pensiero e del suo agire, e molte persone che si sono politicamente identificati in quel pensiero e in quell'agire. Credo che questa eredità, che viene forse impropriamente chiamata l'ingraismo, sia la testimonianza di un'opera che ha inciso non solo in quell'area che ha avuto come riferimento il Pci, ma anche in quella più ampia della sinistra che si richiama ai movimenti.
C'è una domanda che sarebbe ipocrita non porsi riflettendo sulla storia politica di Ingrao: essa ha aiutato o ritardato il cammino del Pci e dei suoi eredi per qualificarsi come forza di governo? Una riflessione interessante per due motivi.
Ingrao, dopo il 1956, fu certamente uno dei dirigenti più critici verso l'Urss, e propenso ad accentuare l'autonomia del Pci. In questo senso aiutò il Partito ad essere forza di governo. Tuttavia la sua propensione a dare una torsione movimentista, di alternativa di sistema, alla lotta politica, non ha certo dato un contributo a fare crescere una cultura di governo.
L'altro motivo di riflessione riguarda e la sua opposizione alla svolta della Bolognina del 1989, l'uscita dal Pds, le sue riflessioni sul passato e l'oggi, e infine l'approdo a Rifondazione Comunista. Un altro capitolo, forse non separabile dal primo, su cui varrebbe la pena discuterne distesamente.
Il mio augurio a Pietro è quello di continuare a pensare e a dire, e ha farlo con onestà intellettuale e sincerità. E' questo ciò che ci ha dato, nella battaglia delle idee, e può darci ancora. All'augurio unisco un abbraccio affettuoso da chi è invecchiato con lui in una storia che rivendico come grande patrimonio della sinistra e della democrazia italiana.
Emanuele Macaluso

La sincerità e la stima fra due militanti non pentiti
Alessandro Curzi


Caro Pietro, avevo cominciato a buttar giù qualche riga per esprimerti, come tanti stanno facendo, i miei auguri per questo tuo pesante, ma formidabile novantesimo compleanno. Rileggendo, però, mi sono accorto di aver sfogliato solo alla superficie la mia memoria, mentre altri faranno assai di più, riferendosi a testi e documenti che fanno parte della storia del '900 italiano. E allora mi sono detto che le mie poche note erano troppo "per bene", ovvie e forse retoriche. Esattamente il contrario di quello che penso ti si debba, da parte di chi ha per te un affetto di antichissima data e mai venuto meno. E' troppo facile celebrarti come un santo laico o come una bandiera da sventolare nelle grandi occasioni.
In breve: ho strappato le due paginette inizialmente preparate e mi permetto, invece, di scriverti da compagno che ti ha seguito (o cercato di farlo) per tutta la vita, da quel lontano giorno in cui a me, appena quindicenne, tu capocronista dell'"Unità" desti da scrivere una nota di critica al giornale per il poco peso che dava al lavoro della mia sezione, la "Flaminio", fra i profughi del Campo Parioli.
Allora, approfitto dello spazio che il nostro amico Sansonetti mi lascia in queste pagine di "Liberazione" dedicate a rammentare e celebrare la tua lunga vita per dirti, ed è la prima volta, che non sono d'accordo con te su quanto vai sostenendo, da tempo, a proposito dei fatti di Ungheria. E mi riferisco ovviamente all'autunno del '56 e al tuo preteso (da te stesso preteso) errore per quel fondo dell'"Unità" nel quale sostenevi che compito nostro era di stare da una parte della barricata, che non era quella degli insorti. Hai ripetuto quest'autocritica anche pochi giorni fa, in un'intervista al "Corriere della Sera".
Io penso, Pietro, che sia venuto il tempo, poiché sono vecchio anch'io, di ragionare con più distacco di quell'autunno, quando ci trovammo divisi dalla barricata.
Tu avevi ragione, allora.
Infatti, non fu quella tragedia ungherese, per noi comunisti europei, più emozionante e coinvolgente di quanto non fu, invece, grave e determinante l'errore che i vincitori della seconda guerra mondiale commisero nel disegnare un ferreo assetto del mondo, diviso in due blocchi?
L'Ungheria del '56 non era stata preceduta, tanto per fare un esempio altrettanto sanguinoso, dalla brutale repressione da parte degli inglesi del possente movimento nazionale greco, che non accettava le soluzioni imposte dal loro blocco d'appartenenza, quello occidentale, sancite a tavolino? Forse non dobbiamo criticarci per aver liquidato la tragedia greca con troppa disinvoltura? O per aver raccontato in pochissime righe quello che era avvenuto a Hiroshima e Nagasaki?
Nell'autunno ungherese noi denunciammo, sì, l'aggressione anglo-francese all'Egitto per il canale di Suez, che poteva preludere, come temettero tutte le cancellerie del mondo, a una terza guerra mondiale, evitata dalla prontezza americana che denunciò l'iniziativa degli ex alleati. Ma dovremmo ben ricordarci che non era in gioco l'espansionismo di uno Stato a sfavore d'un altro, bensì solo la misura legittima di uno stato sovrano, l'Egitto in quel caso, di nazionalizzare un canale che attraversava le proprie terre.
Come vedi, carissimo compagno Ingrao, ho voluto scrivere proprio il contrario di una letterina di auguri, e abbracciarti mentre dico che, almeno su una questione, non sono d'accordo con te.
Potrei a questo punto dilungarmi per discutere anche di altre pagine della tua straordinaria vicenda politica, come la "scelta di campo" non compiuta (da te, da me, da tanti altri compagni che ancora se ne dolgono) dopo la Bolognina di Achille Occhetto… Ma mi fermo e alzo il bicchiere per brindare ai tuoi novant'anni e per augurare a me stesso di poter marciare dietro di te ancora, fino alla conclusione dei nostri giorni. Con la sincerità e la stima che passano fra due militanti non pentiti.
Alessandro Curzi

Tanti auguri al mio compagno di strada
Di Michele De Palma

«I gulag non sono stati una favola. Perché dovrei assumerli nel patrimonio mio, nel mio sentirmi comunista, ora che non ho l'alibi del non sapere?». Se oggi abbiamo ancora la possibilità di poterci chiamare comuniste e comunisti lo dobbiamo a chi, senza abiurare a quella storia, ha provato mille e mille volte a capovolgerla, leggerla, tradurla nelle mille domande che la realtà offre. Ricercare senza mai fermarsi, abbandonando ogni volta l'approdo sicuro per lanciarsi verso quella che appare come una deriva e invece è mare aperto. Questa è la storia di un compagno che ha fatto dell'età anagrafica un cimento per i biografi più che un palchetto o un trono da cui dispensare verità. La storia di un compagno a cui sento di poter dare del tu nonostante l'imbarazzo che provo ogni volta che lo incontro in una manifestazione. E' il mio compagno Pietro Ingrao che non è mai entrato nell'olimpo del paternalismo generazionale, ma che ha fatto della curiosità per il mondo l'unico dogma da osservare. Il suo «cercare dove sbagliammo» non è una forma di revisionismo storico, ma l'eterodossia di una vivace intelligenza che non deve mai piegarsi alle ragioni di partito, ai disciplinamenti d'ordine di "una" cultura o di "una" morale comunista. E' per questo che non lo sento come un "grande vecchio", ma come uno dei compagni con cui ho condiviso i primi passi del movimento dei movimenti nelle strade difficili e straordinarie di questi anni, a partire da Genova.
Ed è proprio per questa condivisione, caro Pietro, che uno di questi giorni, magari dopo i festeggiamenti per il tuo compleanno, vorrei incontrarti. Vorrei poter ripartire da quel luglio e ripercorrere gli anni passati insieme per continuare a camminare domandando.
Ritengo ci sia una differenza tra i movimenti che dagli anni sessanta in poi hanno attraversato la storia ed il movimento di oggi. Credo che sia in ballo la democrazia. Tutti i movimenti, da quello operaio a quello studentesco, hanno discusso e sperimentato forme di democrazia che hanno trasformato il nostro paese e hanno determinato nuovi spazi d'accesso alla cittadinanza compiendo un'azione di avanzamento. In questi anni le nostre discussioni sono state ricche ed a volte tormentate, penso al ragionamento fatto intorno ai temi della violenza e della non violenza, del potere e della critica del potere. Oggi però abbiamo bisogno di ordinare il dibattito intorno al nodo centrale della democrazia e della trasformazione di questa società. Forse occorre ripartire dalle esperienze di nuove mobilitazioni che il sud ha posto, utilizzando il linguaggio nuovo ed allo stesso tempo antico dell'autodeterminazione delle proprie vite e dei propri territori. Ripartiamo da Acerra, da Scanzano, da Melfi.
Caro Pietro, la strada che abbiamo intrapreso in questi anni, mi fa tornare alla mente una poesia di Costantino Kavafis: «Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio…». Buon compleanno!
Michele De Palma

Un innovatore, un modello di vita
Tanti, tanti auguri, davvero e con tutto il cuore a Pietro per i suoi 90 anni
di Antonio Bassolino


Ci siamo visti pochi giorni fa a Santa Maria Capua Vetere, perché il Consiglio Comunale, il sindaco e la giunta di questa bellissima e antichissima città della Campania hanno voluto dare la cittadinanza onoraria a Pietro Ingrao che, da ragazzo, ha studiato e vissuto in questa città. E' stata una giornata veramente particolare, piena di affetto e di amicizia dei cittadini e dei giovani di Santa Maria Capua Vetere verso Pietro. Fargli gli auguri non può che essere un ringraziamento e un riconoscimento per tutto ciò che ha fatto, per quello che ha saputo essere e tuttora è per il nostro Paese.
Ricordi personali, eventi politici, fatti quotidiani mi legano profondamente a Pietro. Per me è stato un maestro. Stare accanto ad Ingrao ha significato imparare qualcosa di raro in politica: il dubbio, la ricerca, il guardare sempre un po' più in là, oltre l'orizzonte dato. Da lui ho imparato tanto, forse non quanto avrei voluto o potuto, ma Pietro è nella mia vita una persona davvero importante, non solo sul piano politico. E' esattamente ciò che ha detto, con parole straordinarie Vittorio Foa: Ingrao è stato, anche per me, un modello di vita pratica, un esempio di vita morale
Gramsci dal carcere ci diceva: di non voler fare «né il martire né l'eroe (…) credo semplicemente di essere un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo». Pietro Ingrao, nella vita quotidiana e nelle sue scelte politiche, incarnava questo mondo, questi valori e li rendeva vivi e vitali. Perché Ingrao ha saputo esprimere, più e meglio di altri, l'anima più profonda del Pci. Di un partito inteso come comunità di uomini e di donne, che stanno insieme per costruire il futuro.
Ingrao è stato tra gli uomini più amati del Pci, una delle più alte e migliori espressioni. Di un singolare partito comunista che, nonostante errori e limiti, è stato parte essenziale della storia dell'Italia e ha dato un contributo determinante alla democrazia e alla costruzione di una società italiana, un po' più libera e un po' più giusta. Il tema delle libertà e della democrazia è del resto uno dei principali filoni della ricerca di Ingrao, del suo orizzonte comunista.
Come ampliare i confini della democrazia e delle libertà è la domanda che attraversa per intero la sua esistenza. Una ricerca che conduce dentro e fuori il partito.
Pietro è stato ed è, secondo me, un grande innovatore. Dentro il Pci in primo luogo. Quando all'XI congresso prende la parola sapeva che era la prima volta che un dirigente comunista invocava in un congresso il diritto al dissenso. Sapeva ciò che faceva, sapeva che avrebbe pagato un duro prezzo. Ma Pietro è stato un innovatore anche sui temi sociali ed istituzionali. E' un uomo di frontiera, che vede meglio e prima di tanti altri, la necessità della riforma dello Stato e delle istituzioni. Lo fa, prima da presidente della Camera e, dopo, dal "Centro Studi per la riforma dello Stato".
Perché "poco sapeva della complessità dello Stato" e perchè sentiva di dover dare il proprio contributo al grande tema del rapporto tra società e potere, tra governati e governanti, tra partecipazione democratica e decisione politica.
Pietro incarna il volto mite della politica, di una politica consapevole dei propri limiti, di una politica che non subordina a sé le altre forme dell'esistenza umana. Anzi, nella ricerca incessante di Pietro, nel suo ribadire la necessità di un orizzonte di liberazione dal dominio dell'uomo sull'uomo, persino nelle autocritiche e nel riconoscimento, anche drammatico, degli errori commessi c'è una nitida coerenza. C'è il tentativo di una comprensione più profonda dell'esistenza, la necessità di ricondurre la politica ad una dimensione più equilibrata, più aperta, più umana. Io credo che questo sia il bene più grande che Ingrao ha saputo darci in tutti questi anni.
In queste ore il mio ricordo commosso va a Laura Ingrao, alla straordinaria compagna della sua vita. Laura, quando ci chiudevamo a parlare di politica, portava la sua dimensione umana. Si imponeva, ci strappava alla politica più solita e più classica e ci "costringeva" ad occuparci della condizione dei detenuti di Rebibbia, dei disagi e di fatti della realtà quotidiana che interessavano tanti lavoratori, tanta povera gente. Forse dico una cosa che è troppo dentro il "personale". Ma voglio dirla perché so che farà piacere a Pietro e soprattutto perché è vera: ciò che Pietro è stato ed è lo si deve molto anche a Laura.
La curiosità di Pietro, la sua capacità di ricercare risposte per l'oggi e per il futuro, il suo rigore intellettuale, la sua passione sono stati e continuano ad essere un vero e proprio punto di riferimento per tanti e tanti di noi. La gioventù non è mai un mero e arido dato anagrafico, è la capacità di innovarsi, di sperimentare, giorno dopo giorno, sulla propria pelle, il confronto con la realtà, con il mondo che cambia, con le idee. E' un esercizio duro a cui Pietro non si è mai sottratto in tutti questi anni.
Con questi sentimenti mi unisco alla gioia dei suoi figli e dei suoi familiari e rinnovo i miei affettuosi auguri verso un uomo che ancora tantissimo saprà dare alla sinistra e al nostro Paese.
Grazie ancora, Pietro.
Antonio Bassolino

lunedì 28 marzo 2005

sotto la direzione di Marco Bellocchio e Marco Muller

Corriere della Sera, ed. di Roma 28.3.04
Si mobilita tutto il paese per realizzare il film a scopo didattico voluto dall’amministrazione comunale
A scuola di cortometraggio
Anche Di Canio tra i bimbi di Bassano in Teverina che si improvvisano attori
Flaminia Masia

Il gruppo di Edoardo, Jessica ed Eveline da una parte, quello di Danilo, Robert e Andrei dall'altra. Una partita da vincere per non perdere il territorio, ma soprattutto un percorso di crescita. Poco prima del goal della vittoria, appare Paolo di Canio. Siamo a Bassano in Teverina, in provincia di Viterbo, sul set del cortometraggio «La Partita» dove martedì si è materializzato il fantasista della Lazio, questa volta in veste di attore. Non è un corto qualunque, lo stesso Di Canio l'ha capito e ha accettato la partecipazione nella scena finale. Gli attori sono bambini del luogo, più di trenta, del tutto estranei al mondo del cinema, molti dei quali stranieri da poco giunti in Italia, e un cane, Chico, che fa da voce narrante. Ma la troupe è composta da professionisti: il regista, Federico Caramadre Ronconi, già autore di numerosi cortometraggi, e il direttore della fotografia Raul Gelsini, in prima linea, coadiuvati dai ragazzi del Cine Lab di Barbarano Romano, sotto la direzione di Marco Muller e Marco Bellocchio.
Una troupe underground ad uso e consumo dei bambini del Viterbese. Il tutto nato da una sceneggiatura scritta da Francesca Della Bona e Maura De Caris durante gli oltre quattro mesi di laboratorio cinematografico cui tutti bambini hanno partecipato. Un progetto in grande per un cortometraggio, girato in pellicola, con apparecchiature tecniche da grande film. A finanziarlo l'amministrazione comunale di Bassano, un'assoluta novità in fatto di produzione cui hanno creduto fermamente sia l'ex sindaco Ugo Sposetti sia l'attuale primo cittadino Carlo Piccialuti, che hanno dato il via al progetto dell'opera grazie alle legge 285/97, a tutela dei diritti dell'infanzia.
E così a cavallo delle vacanze di Pasqua un tranquillo paese si è trasformato in set, gli abitanti, improvvisati operatori del cinema, si sono affiancati ai professionisti dello spettacolo. I bambini, dai cinque ai quattordici anni, del tutto ignari del linguaggio cinematografico prima di questa esperienza, si sono fatti trasportare dall'entusiasmo in un mondo completamente nuovo.
Una vera e propria festa per il comune di Bassano in Teverina, dove in parte si sono svolte le riprese, che si è riempito di scenografi, costumisti, parrucchieri, truccatori, operatori, macchinisti. Forse è una delle prime volte in cui un piccolo comune produce un cortometraggio a scopo didattico, con l'intenzione di raggiungere fortemente un prodotto professionalmente superiore alla media e nello stesso tempo fare attività socio-didattica.
La storia, quasi come una favola, fonde i temi della lealtà, dell'amicizia, dalla lotta per superare i blocchi psicologici, prima con se stessi che con gli altri. Lo sport, la partita di calcio, che dà il titolo all'opera è il banco di prova finale. Ambientazioni bucoliche, a mezza strada tra la fantasia e la realtà, quasi una favola mitologica, in un’epoca appositamente non ben definita. Il percorso di un bimbo, Marco, accompagnato dal suo fedele cane, Chico, e da un sogno: il riscatto attraverso l'amicizia con un calciatore di serie A. Ma soprattutto dimostrare agli altri e a se stesso il proprio valore, vincendo le timidezze. Il bimbo si unisce al gruppo delle ragazze, chiamate «le streghe», che si oppone al gruppo dei maschi. Una lotta apparentemente banale, che è forse la prima «partita» che la vita impone ai suoi piccoli protagonisti.

archeologial'oppio? una creazione svizzera di 6500 anni fa

Corriere della Sera 27.3.05
L’oppio? E’ una specialità svizzera
Il Papaver somniferum compare 6.500 anni fa in una zona tra Berna e Zurigo

Viviano Domenici

E’ opinione diffusa che il papavero da oppio sia una pianta d’origine orientale. Ma non è così. Gli archeo-botanici, infatti, ci raccontano una storia del tutto diversa e ricca di sorprese. Eccola in sintesi. Il papavero da oppio (Papaver somniferum) è una pianta creata dall’uomo per selezione da piante selvatiche in Svizzera, nella zona tra Berna e Zurigo. Altre aree geografiche di possibile origine sono la Germania, la Spagna e la Grecia ma, per ora, la Svizzera rimane la sua patria più probabile. La creazione del Papaver somniferum risale a circa la metà del quinto millennio avanti Cristo, vale a dire circa 6500 anni fa. Autori della selezione furono agricoltori del tardo Neolitico e la pianta da cui partirono fu il Papaver setigerum, una delle circa 250 specie di papavero esistenti. Oggi in Italia vivono 13 specie di Papaver , tra cui il Papaver somniferum , che cresce sporadico in forma sub-spontanea. E di tanto in tanto qualcuno viene denunciato perché lo coltiva illegalmente.
I più antichi semi di papavero sono stati rinvenuti negli scavi del villaggio palafitticolo «La Marmotta», sul Lago di Bracciano, nel Lazio, e risalgono al 4300 avanti Cristo, ma gli archeo-botanici escludono che la prima selezione della pianta sia avvenuta in Italia. La data di origine è, quindi, ben più antica di quella indicata dai reperti trovati in Svizzera (3800 a.C.) e anche di quelli di Bracciano . Si ipotizza infatti un’origine svizzera attorno al 4500 avanti Cristo e una migrazione che fece arrivare la pianta nel Lazio già nel 4300 avanti Cristo.
Gli scavi archeologici dimostrano che la diffusione del papavero da oppio avvenne in più direzioni: nel 3800 a.C. è attestato in Gran Bretagna e di nuovo in Italia (villaggio palafitticolo di Lagozza, Varese), nel 3200 a.C. in Grecia, nel 2500 a.C. in Spagna; poi a Creta, Cipro, Medio ed Estremo Oriente, dove trovò un ambiente particolarmente favorevole.
A raccontarci i primi capitoli della storia dell’oppio è Giorgio Samorini, archeo-botanico del Museo Civico di Rovereto, Trento, un’autorità nel settore degli studi delle piante psicoattive e direttore della rivista «Eleusis», edita dal museo di Rovereto.
«Alcuni ricercatori ritengono che a spingere gli uomini del Neolitico a coltivare il papavero sia stata la possibilità di nutrirsi dei semi o di estrarne l’olio - spiega Samorini -. In questo caso, la scoperta delle proprietà psicoattive della pianta sarebbe una conseguenza della coltivazione. Ma io non credo che le cose siano andate così. La grande diffusione della coltivazione e l’attenzione posta nella selezione delle piante, denotano un impegno che travalica l’uso alimentare. Penso che inizialmente l’esigenza di produrre un alimento e la possibilità di sfruttare le proprietà psicoattive della pianta abbiano agito insieme, finché l’aspetto farmacologico ebbe il sopravvento. Non dobbiamo dimenticare che l’oppio è un potente antidolorifico, praticamente l’unico a disposizione degli uomini del tardo Neolitico, e per questo il Papaver somniferum divenne così prezioso da trasformarsi rapidamente in oggetto di culto».
L’esistenza di un culto del papavero da oppio presso alcune popolazioni antiche è testimoniata dalla scoperta di diversi oggetti raffiguranti la capsula del papavero. Il più noto è certamente la «Dea dei papaveri», una statuetta femminile scoperta a Ghazi, Creta, risalente al 1250 a.C. La dea a braccia alzate, porta sulla fronte una fascia dove sono infilati tre spilloni removibili a forma di capsule di papavero sulle quali sono evidenti le incisioni praticate per estrarne il latice, cioè l’oppio. La statuetta venne rinvenuta in un ambiente sotterraneo insieme ad altre quattro figure di forma simile portatrici di diverse simbologie caratteristiche della civiltà minoica.
Recentemente è stata accertata l’esistenza di un culto dell’oppio anche presso i Dauni, un popolo stanziato nella Puglia settentrionale tra l’VIII e il VI secolo a.C. . Le stele di pietra rinvenute a decine in una ristretta area delle campagne di Siponto, Foggia, raffigurano personaggi maschili e femminili coperti da elaborate vesti cerimoniali. Nella decorazione delle vesti femminili è stata riconosciuta la rappresentazione di diverse capsule di papavero che sono state ora interpretate come la prova dell’esistenza di un culto della pianta e del suo prodotto. Questa nuova lettura dell’iconografia delle stele, finora interpretate come monumenti funerari anche se non sono mai state rinvenute in corrispondenza di tombe, ha suggerito anche che questi monumenti siano in realtà raffigurazioni votive della principale coppia divina del pantheon dei Dauni. Autrice della ricerca è Laura Leone, studiosa di arte preistorica, che ha trovato conferme alla sua ipotesi anche in alcune immagini dipinte su vasi di ceramica contemporanei alle stele. In una di queste scene si vede un personaggio femminile, forse una sacerdotessa o una dea, in piedi davanti a una pianta di papavero, mentre offre una pianticella a un personaggio maschile che sembra in procinto di partire. Probabilmente una partenza verso il mondo ultraterreno di cui l’oppio, con la sua capacità di provocare uno stato soporoso e alleviare ogni dolore, è stato un simbolo fin quasi ai nostri giorni.

vittime insigni del cristianesimo

da ateismo.it

JACOPONE DA TODI

Da "Le Laude" : Contrasto - Quando t'aliegre...


Jacopone da Todi è stato uno dei maggiori poeti del Medioevo. Autore dello Stabat Mater e di altri inni e laudi. Nel 1297 scrisse un manifesto ostile a Papa Bonifacio VIII, considerandolo eletto illegalmente. Jacopone fu catturato, scomunicato e imprigionato per cinque anni. In carcere scrisse molte delle sue più famose poesie. In questo contrasto un uomo dialoga con un cadavere che giace nella tomba.

Quando t'aliegre, omo d'altura
va' puni mente a la seppultura;
e loco puni lo to contemplare,
e ppensate bene che tu di' tornare
en quella forma che tu vidi stare
l'omo che iace en la fossa scura.

- Or me respundi, tu, om seppellito,
che cusì ratto d'esto monno èi 'scito:
o' so' li be' panni de que eri vestito,
cà ornato te veio de molta bruttura?-

- O frate meo, non me rampugnare,
cà 'l fatto meo te pòte iovare!
Poi che parenti me fero spogliare,
de vil celizio me dèr copretura.-

- Or ov'è 'l capo cusì pettenato?
Con cui t'aregnasti, che 'l t'à sì pelato?
Fo acqua bullita, che 'l t'à sì calvato?
Non te ci à opporto più spicciatura!-

- Questo meo capo, ch'e' abi sì biondo,
cadut'è la carne e la danza dentorno:
no'l me pensava, quanno era nel mondo!
Cantanno, ad rota facìa saltatura!-

- Or o' so' l'occhi cusì depurati?
For de lor loco sì se so' iettati;
credo che vermi li ss'ò manecati,
del tuo regoglio non n'àber pagura.-

- Perduti m'ò l'occhi, con que già peccanno,
aguardanno a la gente, con issi accennando.
Oi me dolente, or so' nel malanno,
cà 'l corpo è vorato e l'alma è 'n ardura.-

- Or uv'è lo naso, c'avì' pro odorare?
Quigna enfertate el n'à fatto cascare?
Non t'èi potuto da vermi adiutare,
molt'è abassata esta tua grossura.-

- Questo meo naso, c'abi pro oddore,
caduto m'ène en multo fetore;
nol el me pensava quann'era enn amore
del mondo falso, plen de vanura.-

- Or uv'è la lengua cotanto tagliente?
Apri la bocca, se ttu n'ài neiente.
Fòne truncata oi forsa fo 'l dente,
che te nn'à fatta cotal rodetura?-

- Perdut'ho la lengua, co la qual parlava
e mmolta descordia con essa ordenava:
no'l me pensava, quann'eo manecava,
el cibo e 'l poto oltra mesura.-

- Or cludi le labra pro denti coprire,
ché par, chi te vede, che 'l vogli schirnire.
Pagura me mitti pur del vedere;
càionte denti sanza trattura.-

- Co' cliudo le labra, ch'e' unqua no l'aio?
Poco 'l pensava de questo passaio.
Oi me dolente, e como faraio,
quann'eo e l'alma starimo enn arsura?-

- Or o' so' le braccia con tanta fortezza
menacciando a la gente, mustranno prodezza?
Raspat' el capo, se tt'è ascevelezza,
scrulla la danza e ffa portadura.-

- La mea portadura si ià' 'n esta fossa;
cadut'è la carne, remase so' l'ossa
et onne gloria da me ss'è remossa
e d'onne miseria 'n me a rempietura.-

- Or lèvat' en pede, ché molto èi iaciuto,
acònciate l'arme e tòite lo scuto,
ch'en tanta viltate me par ch'èi venuto,
non po' comportare plu questa afrantura.-

- Or co' so' adasciato de levarme en pede?
Chi 'l t'ode dicere mo 'l te sse crede!
Molto è l'om pazzo, chi non provede
ne la sua vita 'n la so finitura.-

- Or clama parenti, che tte veng' aiutare,
che tte guardin da vermi, che tte sto a ddevorare;
ma fòr plu vivacce venirte a spogliare,
partèrse el podere e la tua amantatura.-

- No i pòzzo clamare, cà sso' encamato,
ma fàime venire a veder meo mercato;
che me veia iacere colui ch'è adasciato
a comparar terra e far gran clusura.-

-Or me contempla, oi omo mundano;
mentr'èi 'n esto mondo, non essar pur vano!
Pènsate, folle, che a mmano a mmano
tu sirai messo en grann'estrettura.-

domenica 27 marzo 2005

domenica 27.3 è uscito, con Liberazione

Liberazione della domenica

Ingrao il disobbediente

Otto pagine su
I novanta anni di Pietro
nel racconto Di Gagliardi, Bertinotti, Lombardo Radice, Bassolino, Macaluso, Curzi, De Palma
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PIETRO INGRAO

L'Unità 26 Marzo 2005
Orizzonti
compleanni
I 90 anni di Pietro Ingrao
Storia di un ragazzo che voleva fare il poeta e che il Novecento trascinò al comunismo

Bruno Gravagnuolo

«Sono stato trascinato alla politica rompendo con tanti amori. Volevo fare dei film, occuparmi di poesia. Amavo Chaplin, Leopardi, Ungaretti, Montale. Ed ero tutto proiettato verso quel mondo. Poi è arrivata la bufera del Novecento. Il secolo mi ha preso per il collo e mi ha consegnato alla politica. E andata così e non me ne pento affatto». Sono giorni di vigilia in casa Ingrao. In attesa di mercoledì 30 marzo, allorché il grande dirigente del Pci compirà i suoi primi 90 anni, tra cerimonie ufficiali e l’affetto dei figli suoi e di Laura, «che gli ha insegnò a capire i carcerati». Quei figli rispetto ai quali, confessa divertito, «d’essere senza dubbio e a tutt’oggi più a sinistra». E allora, a distanza di un anno dall’ultima volta (quando parlammo degli 80 anni dell’Unità e di Ingrao «inventore» de l’Unità moderna) torniamo di nuovo a casa sua. Nell’appartamento luminoso di Via Balzani a Roma, tra i dipinti di Vespignani, Chagall e Guttuso, così «in rima» col suo ’900. E per un’occasione ancora più speciale. Perché si tratta di parlare di una vita intera. Delle sue scelte di fondo. Dei crocevia esistenziali. Delle cose fatte bene, e di quelle fatte male o non fatte. E tra le cose ben fatte per Ingrao c’è senz’altro la milizia nel Pci, il partito a cui ha dedicato l’esistenza. Del quale dice: «È stato un grande partito di popolo che ha guidato la Resistenza e ci ha resi più liberi». Benché poi per Ingrao quello stesso partito sia stato «colpevole di ritardi ed errori. Che hanno contribuito alla sua fine nel 1989. E indirettamente anche alla deriva moderata, da cui è uscito Berlusconi». Ma c’è una parola chiave che è la sintesi dell’avventura umana di Pietro Ingrao: comunismo. Ecco, nel festeggiare questo compleanno con lui, vogliamo chiedergli proprio questo, a mo’ di filo conduttore: che senso ha per lui quella parola? Perché non intende abbandonarla? E perchè anzi la rilancia, dopo il crollo di un’intera tradizione? Sentiamo.
Vorrei cominciare da una questione «biografica» ineludibile: il tuo rapporto con il comunismo. Ebbene, la tua recente adesione a Rifondazione è una riconferma, oppure è una revisione del tuo essere comunista?
«Mi pare indubbio che sia una riconferma. Fino a prova contraria Rifondazione si definisce comunista, o no? Del resto non ho mai avvertito dentro di me una rottura con l’ideale e la prospettiva comunista, benché sia convinto di aver commesso molti errori nella mia vita. Così come sono persuaso che il comunismo marxista, leninista e stalinista - quello del ’900 di cui sono figlio - abbia commesso tanti sbagli. Al punto da sfociare in una palese sconfitta storica. Nondimeno io resto legato all’ideale comunista».
Rivendichi piena coerenza con la tua milizia nel Pci, variante del comunismo novecentesco?
«Certo che la rivendico. E tuttavia vedo oggi con chiarezza non solo gli errori commessi dal comunismo leninista, ma anche quelli di cui porto la responsabilità personale...».
Quali furono all’interno del Pci gli errori più gravi e le scelte mancate che rimpiangi?
«Uno su tutti: il 1956. Allora vennnero alla luce i crimini e le deviazioni di Stalin e dello stalinismo. Ma in quel momento mancarono, sia da parte del Pci sia da parte mia, l’autocritica e la correzione necessaria»
Se non sbaglio tu distingi tra leninismo e stalinismo. Ma ravvisi ancora nell’Ottobre 1917 una data spartiacque. Non credi però che già il leninismo contenesse in sé tante tragiche deviazioni?
«Senza dubbio la Rivoluzione d’Ottobre è un grande spartiacque storico mondiale. Culminato nella conquista del potere da parte di due partiti comunisti: sovietico e cinese. E addirittura nella fondazione di un impero. È altresì vero però che l’errore di fondo non sta solo nello stalinismo, ma risiede già nel leninismo. E a tale conclusione sono arrivato tardi, diciamo alla fine degli anni 60. E ci sono arrivato ragionando sulla libertà. Sulla libertà come pratica politica di confronto e di dibattito dentro il partito. Nell’organizzazione leninista infatti, già ai tempi di Lenin, non era prevista libertà di ricerca e di confronto tra posizioni diverse o contrapposte».
Cos’è che a un certo punto hai avvertito come insostenibile: il modello di società? La violenza di partito? La dittatura del proletariato o che altro?
«Da un certo momento in poi tutto ciò ha rappresentato per me un serio problema. Qualcosa di inaggirabile. Anche perché la dittatura del proletariato nella versione di Marx era l’indicazione di una tendenza generale del mondo. Di un processo di socializzazione democratica della politica. Viceversa, nell’accezione leninista e russa, essa conteneva una tara di fondo sulla questione della libertà. Un vizio legato all’oppressione e alla repressione esercitata dal partito concepito da Lenin».
La tua critica investe dunque la Terza Internazionale. Hai mai pensato che si potesse ricostruire un altro filo muovendo da un’altra tradizione, cioè dal socialismo europeo?
«Ci ho pensato, specie dalla seconda metà degli anni 70 in poi. Posso raccontarti a riguardo un episodio preciso, che concerne la mia vita, risalente al 1978-79. Ero stato presidente della Camera sino al termine della legislatura interrotta dalla morte di Moro. In quel frangente viene riconfermato l’impegno per una presidenza comunista della Camera, anche per la legislatura sucessiva. Il partito mi chiede perciò di ricoprire ancora quell’incarico, ma io rifiuto. Ricordo aspre discussioni in direzione, per indurmi ad accettare. Con Pecchioli che si alza e mi intima di obbedire, in nome della disciplina di partito. Tenni duro e dissi ancora di no. Tanti anni dopo ebbi la soddisfazione di sentirmi dire dallo stesso Pecchioli che era stato lui a sbagliare, anche se egli ribadì di non comprendere le ragioni del mio rifiuto. E adesso lo dico a te il motivo. Sentivo il bisogno di rileggere l’accaduto di tutti quegli anni. E la questione che più mi stava a cuore era proprio quella a cui tu alludevi: capire quel che era stato il socialismo europeo. Avvertivo infatti la crisi che attraversava non solo il comunismo europeo, ma anche quello italiano. E volevo capire quanta parte di verità c’era in quel socialismo continentale, che storicamente era stato oggetto di forte condanna da parte del Pci».
Ti interessavano i padri - Kautsky, Bernstein, Adler - oppure i moderni eredi della Spd e delle altre socialdemocrazie?
«Gli uni e gli altri. Con particolare attenzione alla socialdemocrazia di allora: Brandt e Palme prima di tutto. Naturalmente distinguevo tra la destra socialdemocratica e la sinistra. In particolare mi interessava la sinistra giovanile tedesca degli Yusos. Ad ogni modo io rifiutai di ridiventare presidente della Camera, da un lato perché avvertivo l’esigenza di riflettere sui comunismo leninista e stalinista. E dall’altro per riprendere contatto con quelle forze socialdemocratiche con le quali pensavo si dovesse stabilire un rapporto, dopo la sconfitta ormai annunciata e incipiente del comunismo sovietico».
Mentre il Pci rifluisce e s’arrocca nella riproposizione del compromesso storico, tu scopri la Riforma dello Stato. Quello poteva essere un terreno di incontro con i socialisti italiani. E invece...
«I socialisti italiani in quel momento sono Craxi. Tuttavia c’era ancora a quel tempo un socialismo al quale resto molto legato. Quello di Riccardo Lombardi e della sinistra del Psi. Con loro mantenevo un dialogo aperto. Per costruire assieme una saldatura tra culture che avrebbe potuto impedire l’egemonia craxiana. Ma era una realtà, quella del socialismo europeo, con la quale noi del Pci non avevamo un vero rapporto.
Perciò volevo conoscere i tedeschi, gli austriaci, gli svedesi. Per vedere se esisteva un mondo del socialismo con il quale ci si potesse intendere. Ma tutto questo è finito in una sconfitta. Una sconfitta comune».
Veniamo al fatidico 1989. All’anno della svolta Pds che ti ha visto contrario al punto di uscire poi dal partito. Non si poteva anticipare quella svolta? Condizionarla e spingerla in direzione di quel socialismo di cui parlavi? E non è stato infecondo dire soltanto no da parte tua?
«No. Non erano possibili altre strade. Io ho detto di no, ma sono rimasto a lungo nel partito a combattere come minoranza, mentre una parte se ne andava. Occhetto aveva in testa un approdo radicalmente diverso da quello di un partito socialista di sinistra. E non solo lui. Anche D’Alema. Dal mio punto di vista poi i Ds, sebbene aderiscano al socialismo europeo, rappresentano ormai una forza moderata e di centro. Personalmente lo compresi quasi subito. Certo, ho sperato all’inizio che la posizione di D’Alema fosse diversa. Che con lui fosse possibile sviluppare una discussione. Ma ho dovuto rendermi conto che anche lui aveva in mente un modello ben lontano dai partiti socialisti. Insomma, erano e sono molto più moderati di Brandt. E i fatti lo hanno confermato. Meglio prenderne atto. Quanto a me mi riconosco in altri valori. I valori della sinistra, del movimento operaio, della liberazione del lavoro».
E invece, al di là della tradizione, da dove ricomincia per te la sinistra?
«Il partito della Rifondazione al quale mi sono iscritto mi pare rilanci proprio il grande obiettivo della liberazione del lavoro. Quello della lotta contro lo sfruttamento. In nome della riappropriazione da parte dei lavoratori del loro destino e del loro “fare”. Su questo si innesta oggi una grande e ulteriore idealità, che in passato non era così centrale: la pace. Non a caso Bertinotti parla oggi di non-violenza».
La non-violenza senza specificazioni non rischia di cristallizzarsi in qualcosa di mistico e persino di religioso?
«La non-violenza è un definirsi in rapporto alla storia e a quel che siamo stati. Ebbene, il marxismo metteva al centro un’idea di rivoluzione non solo sociale e di valori, ma anche armata di forza. Il potere andava preso materialmente. Con le armi. Di qui il mito di una rivoluzione che si impadroniva dei punti chiave dello stato ed estrometteva i borghesi. C’era in questo un’idea di naturale violenza, ribadita da Marx e poi da Lenin. Oggi viceversa si ipotizza la possibilità di prendere, o meglio, di raggiungere il potere. Senza ricorrere all’urto armato e cioè ad una logica che la mia generazione politica non ha mai escluso dal suo orizzonte».
Eppure già il Pci nuovo di Togliatti non contemplava più la violenza dello scontro armato. Propugnava anzi la via pacifica ed escludeva la violenza rivoluzionaria....
«Non sono d’accordo con te. Tanta parte del quadro comunista nel dopoguerra pensava ancora all’ora X. Almeno fino agli anni 60. Prova ne sia che negli anni 70 è emersa una componente, quella del brigatismo rosso, che aveva addentellati nel Pci...».
Un parentela sovversiva molto alla lontana. Quelli erano gli eredi di un estremismo che fu subito battuto e sconfitto da Togliatti nell’immediato dopoguerra.
«Ma alcuni di quegli estremisti erano comunisti. A Reggio Emilia c’era una quota di brigatisti che provenivano dal ceppo comunista. E poi Togliatti non ha mai detto che il socialismo non si doveva fare con le armi. Trovami una pagina in cui lo escluda in linea di principio. Io stesso, che pure non sono mai stato un estremista, ho pensato a lungo che sarebbe scattato un momento in cui gli altri ci avrebbero costretto allo scontro armato. Del resto non è un mistero come a a più riprese nel dopoguerra ci sia venuto dal partito l’ordine di andare a dormire fuori casa».
D’accordo, il Piano Solo e la strategia della tensione. Ma davvero sostieni che la presa violenta del potere fosse tra gli obiettivi del Pci? Francamente a me non pare affatto.
«Si supponeva seriamente che l’avversario potesse spostare il terreno dello scontro. E la storia ci dà conferma di tentativi e trame di questo tipo. Come che sia, per tornare alla non-violenza, essa vuole esprimere la distanza da un’intera epoca nella quale la violenza era considerata inseparabile dalla politica. Il che non significa che i comunisti debbano starsene inerti a subire la violenza, che non occuperanno più le terre in Brasile, o che non intraprenderanno più azioni organizzate di massa, anche energiche. L’importante - ecco il punto - è disinnescare il rapporto fino ad oggi ineluttabile e necessario tra la politica e la violenza. Un nesso tipico della politica novecentesca, e non solo della politica comunista. Consentimi infine di ricordare che è proprio l’accento messo oggi da Bush sulla guerra preventiva - e sulla violenza necessaria ad affermare i valori e il predominio Usa - a rendere attuale su scala planetaria il tema della non-violenza. In una con i diritti civili, democratici e sociali contro ogni forma di oppressione e di gerarchia imperiale fondata sulla guerra».
Torniamo più da vicino alla tua biografia. Ai Littoriali e al tuo fascismo giovanile, in passato oggetto di polemiche. Come avvenne il tuo passaggio al comunismo?
«Sono stato avanguardista, e poi nei Guf. E ho condiviso almeno una parte dell’ideologia fascista. Scrissi nel 1934 a diciannove anni una poesia, brutta in verità, dedicata alla fondazione di Littoria. E partecipavo del clima di allora. Ma proprio ai Littoriali di Firenze e di Roma conobbi dei coetanei, che mi aiutarono a a rifiutare il fascismo. Vuoi qualche nome? Antonio Amendola, uno dei figli di Giovanni Amendola - nonché fratello di Pietro e Giorgio - che era già un antifascista scatenato. Gli anni decisivi della svolta per me furono quelli tra il 1934 e il 1937, quando a Roma si formò un gruppo di giovani, già antifascisti o divenuti tali da poco. E il capofila era Bruno Sanguinetti, figlio del proprietario dell’Arrigoni, a cui devo molto».
Quando giunse per te il momento preciso della rottura politica col fascismo e su quale punto?
«Con la guerra di Spagna, nel 1936. Quando arrivai alla conclusione che non solo non ero più fascista, ma che intendevo combattere a fondo il regime. Compresi allora la natura violenta, irrazionale e bellicista del fascismo, impegnato a rovesciare la democrazia spagnola. Cambiano così il clima e i discorsi. Prima, con Amendola, parlavamo di ragazze, di libri e di film, girando a piedi in quella Roma e senza una lira in tasca. Dopo, la politica diviene assolutamente centrale. Del resto con Hitler ormai al potere, era iniziata la persecuzione di tanti intellettuali in Germania. Di quelli che amavo di più. Ad esempio stravedevo per Rudolph Arnheim, il grande teorico del cinema, costretto poi ad emigrare. Lo incontravo a Villa Torlonia, alla rivista Cinema diretta da Vittorio Mussolini. Proprio Arnheim mi raccontava della tragedia nazista e contribuì ad orientarmi verso l’antifascismo. Il mio fu un cammino lento. Lungo il quale fui aiutato anche da uomini come Alicata, Trombadori, Bufalini, Lucio Lombardo Radice, già schierati contro il fascismo e che facevano opera di proselitismo e di cospirazione, contro le indicazioni di Benedetto Croce. Quel Croce al quale essi avevano scritto, e che li aveva invitati a studiare. Fu così che anche io divenni un cospiratore».
Cospiratore per amore o per forza?
«Amavo la poesia e il cinema, ieri come oggi. Ho studiato al Centro Sperimentale per un anno. Nato in un borgo di provincia ero appassionato all’espressione estetica, all’incastro delle parole. Poi qualcuno mi ha detto: “non se ne parla, sei nato in un’altro secolo!” Chi? Quei coetanei di cui ti raccontavo. Che mi dicevano: “fai pure le tue poesie, ma non vedi la guerra, quell’operaio sfruttato, quelli che soffrono?” Sono loro che mi hanno tirato dentro la politica, le bufere del secolo e il comunismo»
E a chi ti chiede se ne valesse la pena, visti i tragici prezzi del comunismo, che rispondi?
«Rispondo che malgrado gli errori che lo hanno portato alla sconfitta il comunismo ha evocato la grande questione di questo secolo: la liberazione del lavoro. Ci sono milioni e milioni persone nel mondo che subiscono e soffrono in ginocchio. E liberarle è ancora la questione del mio tempo».

La biografia

Pietro Ingrao è nato a Lenola (Latina) il 30 marzo 1915. Laureato in Legge partecipa all’antifascismo romano ed entra nel Partito Comunista. Lavora alla stampa clandestina de «l’Unità» e ne diviene direttore dal 1948 al 1957. Sposa Laura Lombardo Radice dalla quale ha cinque figli.E della quale parla «Soltanto una vita» (Baldini e Castoldi Dalai) libro a cura della terzogenita Chiara. Membro della segreteria del Pci dal 1956. Deputato per la prima volta nel 1948. Nel 1968 è presidente del gruppo parlamentare Pci. Nel 1972 è responsabile del Coordinamento Regioni della Direzione Pci. Presidente del «Centro per la Riforma dello Stato» è Presidente della Camera dal 1976 al 1979. Non si è più ricandidato dal 1992, dopo essere uscito dal Pds, Autore di saggi di poesia e cinema, e libri come «Masse e potere» (Editori Riuniti) ha aderito a Rifondazione comunista. Tra i libri che parlano di lui, «Le cose impossibili», con Nicola Tranfaglia (Editori Riuniti) e il recente «Pietro Ingrao», a cura di Antonio Gallo, (Sperling & Kupfer).

La febbre di Pietro
la febbre della sinistra
Gianni D'Elia

Pietro commuove, verso di lui si sente solo un moto d’amore. L’affetto verso Pietro credo che sia comune a molti compagni della sinistra italiana, nuova e vecchia. E pare un affetto molto più lungo della diretta conoscenza di Pietro, che per me risale al 1998. Una Festa dell’Unità, a Bologna, dove si parlava dell’attualità della poesia leopardiana. Dirlo in un’Italia così, sembra quasi assurdo. Dietro la nostra Costituzione, che oggi la destra sconcia a quel modo, c’è la grande cultura italiana, umiliata da questa politica vergognosa. Una cultura, che facendo politica, non ha mai dimenticato l’unità dell’essere umano; una cultura che vorrebbe ritornare a contare qualcosa, dentro la politica, a cominciare dall’educazione dei giovani, che devono essere strappati alla idiozia imperante. Ecco, Pietro è stato ed è anche poeta, perché quella sua generazione, e anche quella classe politica d’opposizione a cui appartiene, non ha mai abiurato dall’umanesimo, perché non ha mai abiurato dall’umano, e dalla giustizia umana.
L’alta febbre del fare, così il poeta Ingrao; bastano i suoi titoli illuminanti, dopo questo, che resta un contrassegno dell’azione poetica e politica, disegnate in un’utopia concreta, esistenziale: la condivisione, il comunismo spirituale, sui nodi marxiani di storia e natura, per una liberazione possibile dalla necessità e dal dominio dell’uno su tutti. Questo affetto comune verso di lui, è dunque qualcosa di politico e di poetico insieme; è la nostra cultura migliore, nell’unità del fare e del dire, del trovare, che noi amiamo in lui.
Il compagno disarmato è un trovare ideologico, che ci serve oggi, nella lotta di adesso, come ieri. Per i compagni giovani del decennio dopo il ’68, Ingrao resta la sinistra del Pci, l’alternativa che non c’è stata, il disarmo come antico nodo del suo pensiero politico: il disarmo militare, europeo e mondiale, non certo il disarmo ideologico e organizzativo della democrazia di base, antifascista e repubblicana, non repubblichina!
Il cinema, la poesia, la politica viva, non sono stati forse anche gli amori dei nuovi compagni, dopo Ingrao? Come in una sequenza di Bertolucci, padre e figli, lui è giovane per intuito, per aspettativa, per consonanza con chi è venuto dopo, con gli stessi sogni e le stesse passioni: la pace. Chi ha gridato più forte con la ragione, in questi anni brutti, contro la guerra, sono stati in Italia due poeti diversi: Pietro Ingrao e Mario Luzi. E se altri facessero altrettanto?
Diciamo grazie a Pietro Ingrao, per avere tenuto unite, da sempre, la cultura alla politica, la poesia alla sinistra.
Abbiamo bisogno di entrambe, per sconfiggere i barbari...

Perché lo scontro con Amendola
Reichlin e Macaluso raccontano
b.gr.

Che cos’è stato e che cosa rappresenta oggi Pietro Ingrao, nella percezione e nel giudizio di chi nel Pci lo ha conosciuto bene, e magari anche contrastato, pur dentro un legame fortissimo di fraternità e stima? Lo abbiamo chiesto a due ex dirigenti comunisti, Alfredo Reichlin ed Emanuele Macaluso. Il primo, «ingraiano» di formazione, e redattore capo al tempo de l’Unità di Ingrao. Il secondo di ascendenza amendoliana e riformista, e anche lui come Reichlin ex direttore de l’Unità. Due amici di Pietro, di collocazione e storia diversa, all’insegna della comune matrice togliattiana.
«Ingrao - dice Reichlin - è stato il simbolo di un legame generazionale decisivo, quello tra il partito di Togliatti e una nuova leva di intellettuali italiani nel dopoguerra. In questo senso proprio l’Unità moderna, che lui ha inventato, non più classico giornale di partito, è stata una vera scuola di formazione culturale. Il terreno d’elezione di una classe dirigente per l’Italia, come era negli intendimenti di Togliatti». Un’operazione innovativa e contrastata, che suscitò «gelosie», culminata con l’ingresso di Ingrao in segreteria nel 1956. Perché? «Perché - dice Reichlin - eravamo accusati di essere frivoli, evasivi, di non celebrare l’Urss e di fare un giornale borghese». Ecco, uno come Ingrao non era «un burocrate, ma un grande organizzatore di cultura e di opinione e si vedeva nella passione con cui faceva il giornale». E le sfide politiche di Ingrao? La disfida con Amendola e «l’ingraismo»? «Il punto centrale - spiega Reichlin - fu la battaglia all’XI congresso del 1966 sul “modello di sviluppo”, da cui uscì sconfitto». Lì, oltre a porre la questione della democrazia interna Pietro «pose il problema delle grandi trasformazioni del capitalismo italiano, non più arretrato, come diceva Amendola, ma bisognoso d’essere guidato e governato lungo l’asse di un inedito sviluppo, a partire dai punti alti già raggiunti in quell’Italia in movimento, e che fosse in linea con la modernizzazione necessaria del sistema-paese». Insomma, erano gli anni del centro-sinistra, della nuova classe operaia, dei consumi di massa, del neocapitalismo. E Ingrao per Reichlin intercettava tutto questo, con largo anticipo sui tempi. Ma come? «Proponendo di cambiare il tipo di sviluppo economico, superando i bassi salari, allargando il mercato e il ventaglio dei bisogni, fuori dai rivoli corporativi della protesta, e imprimendo un segno democratico al meccanismo dell’accumulazione». In altri termini, una visione programmatoria di sinistra, dove per Reichlin «era Ingrao il riformista e non Amendola, fermo invece alla arretratezza e alla democrazia mancata in Italia». Queste in sintesi per Reichlin le tre sfide di Ingrao, che restano: «Pluralismo e democrazia interna nel Pci; strategia di alternativa economica; e la riforma istituzionale, un tema che intravide tra i primi, quando il sistema politico italiano entrò in crisi irreversibile». E oggi che cosa manda a dire Reichlin al compagno Ingrao: «Gli mando gli auguri ovviamente, e gli ripeto che sono stato felice quando mi ha inviato un biglietto nel quale, a proposito di un mio articolo sull’Unità, mi scrisse che malgrado tutti i dissensi lui “capisce la mia lingua”. Sì, non siamo d’accordo su nulla oggi, ma ci capiamo. E abbiamo ancora in comune una vecchia passione: cambiare le cose del mondo».
Tocca a Macaluso, che non condivide la visione programmatoria attribuita da Reichlin a Ingrao: «Ingrao fu un’anima chiave del Pci, ma non la sola. E fu forza e debolezza del Pci. Ha attratto infatti verso la legalità il sovversivismo movimentista, ma ha anche infiacchito la vocazione di governo del Pci». E il modello di sviluppo? «Il programmatore era Amendola. Ingrao viceversa contrapponeva al capitalismo un modello alternativo, un po’ come Riccardo Lombardi. La sua ipotesi politica poggiava sull’alternativa secca di sinistra al centrosinistra. E Pietro non accettava la sfida e le possibilità intrinseche al centrosinistra, al contrario di Amendola e di un certo Togliatti». E la democrazia interna al Pci e nel paese? «Fornì a riguardo un grande contributo, ma fu condizionato come tutti noi dal rito dell’unità di partito, come sul Manifesto. Quanto alle riforme istituzionali, le mise a fuoco con merito. Ma il limite fu un impasto di decisionismo e radicalismo democratico». E infine, presente e futuro di Ingrao per Macaluso: «Mi addolora che sia uscito dal Pds. Doveva restare, anche se in minoranza. Ma è un bene che abbia trovato in Rifondazione una comunità politica per esprimersi. Gli auguro con tutto il mio affetto che possa continuare a essere se stesso. A riflettere, e a combattere».

Mercoledì all’Auditorium di Roma una giornata intera in suo onore: da Scola a Castellina, da Veltroni a Lerner
Musica, cinema e poesia, una festa tutta per lui
Francesca De Sanctis


Festa grande all’Auditorium Parco della Musica di Roma per i novant’anni di Pietro Ingrao. Il Comune e la Fondazione Musica per Roma hanno programmato una giornata all’insegna della storia della sinistra e di piccole grandi sorprese. «Auditorium e Comune hanno voluto questa festa perché Pietro Ingrao non è solo una grande personalità della Sinistra italiana, ma una grande personalità della Repubblica italiana ed è stato un grande presidente della Camera dei Deputati in anni molto difficili - ricorda Goffredo Bettini, presidente di Musica per Roma -. D’altra parte la stessa Camera dei Deputati dedica a lui una giornata di studio e di approfondimento. Dunque, era doveroso che il Comune di Roma festeggiasse un uomo che ha combattuto il nazifascismo a Roma». E l’Auditorium Parco della Musica non poteva essere lo spazio migliore per ospitare gli invitati di questa festa. «Per me poi - continua Bettini - Pietro Ingrao è stato molto importante dal punto di vista della formazione politica. Da trent’anni mi lega a lui un’amicizia molto salda, per questo ho detto subito sì a questa festa».
La giornata di mercoledì 30 marzo non sarà formale o istituzionale, piuttosto, come tutte le feste di compleanno, sarà piena di amici che vorranno festeggiarlo. «Sarà un incontro scandito da alcuni eventi, per esempio le testimonianze e gli auguri dei suoi amici e di persone che gli vogliono bene e lo stimano (il sindaco Walter Veltroni, il regista Ettore Scola, Luciana Castellina, Gianni D’Elia, presentati da Gad Lerner, ore 18). Poi, sulla base di una intervista sul cinema che ama Ingrao fatta un paio di settimane fa, faremo un piccolo regalo a Pietro. Da questa intervista abbiamo tratto un breve filmato che gli regaleremo mercoledì in cui Pietro parla degli autori che ha amato, Chaplin in particolare, e in cui ci sono delle immagini di film che cita e delle immagini di Pietro stesso, sarà una sorpresa per lui. Questo è il regalo che il Comune di Roma e l’Auditorium gli faranno per il suo novantesimo compleanno. Il film è realizzato da Mario Sesti».
Toccherà ad un giovane pianista, Michelangelo Carbonara, dare avvio al concerto conclusivo della serata. Eseguirà al pianoforte le musiche che ama Ingrao, quelle di Bach e di Vivaldi. «Un’altra piccola chicca di questa festa riguarda Luca Zingaretti - prosegue Bettini - che ha registrato una lunga lettera inedita scritta da Ingrao nel ’92 in risposta ad un articolo che io scrissi su Paese sera e nella quale tracciavo il profilo politico e intellettuale di Ingrao. Lui mi rispose con una lettera che sarà pubblicata in un libriccino assieme alla mia risposta a quella lettera. È un modo di proseguire quel dialogo iniziato allora». Il libro uscirà mercoledì e s’intitola Una lettera di Pietro Ingrao. Una risposta di Goffredo Bettini (Alberto Olivetti, Cadmo).
«Nel foyer Santa Cecilia - aggiunge Bettini - verrà inaugurata anche una mostra di quadri di Alberto Olivetti ispirati da Ingrao e dipinti a Lenola nell’estate del 1984, nella casa di famiglia. Questi dipinti sono raccolti in un catalogo la cui prefazione è stata scritta da Rossana Rossanda. Infine, nello spazio Risonanze che ci è stato concesso da Santa Cecilia, ci sarà una esposizione a cura dell’Archivio Ingrao con alcuni carteggi inediti di Pietro».
Dalle 17.30, in poi, dunque, la festa prenderà il via con l’apertura delle mostre e proseguirà fino a sera.