sabato 24 settembre 2005

al Palalottomaticaquesto pomeriggio

aprileonline.info 24.9.05
Il sabato rosso del candidato Bertinotti
Sinistra. Oggi, a Roma, chiude la Festa nazionale di Liberazione con una manifestazione politica e di spettacolo al Palaottomatica. Al via le primarie del leader di Rifondazione
C. C.

Un meeting per rafforzare la candidatura di Fausto Bertinotti alle primarie dell'Unione del 16 ottobre. Ma non solo. La manifestazione prevista per oggi al Palalottomatica di Roma era già in cantiere prima ancora che venissero strutturate le modalità di svolgimento delle primarie: sarà infatti la manifestazione di chiusura di Liberafesta, la Festa Nazionale di Liberazione ospitata agli ex Mercati generali dell'Ostiense, che dal primo settembre ha accolto migliaia di partecipanti in più di cento incontri con movimenti, comitati, sindacati, altri partiti dell'Unione, per discutere di beni comuni, guerra, diritti, salute, scuola, laicità. E' stata una festa in cui la partecipazione, lo scambio e il confronto hanno contribuito alla riflessione sul programma per l'alternativa. L'appuntamento al Palaottomatica è dunque un momento utile per conoscere ancora meglio il profilo programmatico del candidato Bertinotti.
Tra gli ospiti, saranno presenti Pietro Ingrao e Haidi Giuliani, primi firmatari dell'appello per la candidatura di Bertinotti alle primarie, il direttore di "Liberazione" Piero Sansonetti e il presidente della Linke (il partito della nuova sinistra tedesca di Lafontaine e Gysi), Lothar Bisky, che aderisce alla Sinistra europea. Quest'ultima partecipazione darà spunto, dopo il successo elettorale ottenuto da questo partito in Germania, a una riflessione sulla necessità che le socialdemocrazie abbiano la capacità e il coraggio di guardare a sinistra.
L'appuntamento del Palaottomatica si profila denso di contenuti, partecipazione, domande e alcune risposte, ma anche di divertimento. E' infatti prevista, dopo l'intervento del segretario di Rifondazione comunista, una grande festa musicale che vedrà l'esibizione di Max Gazzè, Bandabardò e la dance hall con il direttore artistico di Mtv, Luca De Gennaro. Sarà dunque una kermesse in sostegno della candidatura di Bertinotti per soddisfare qualche curiosità politica ma anche per manifestare contro questo governo allo sbando e per indicare una politica alternativa.
La kermesse sarà aperta dalla Municipale Balcanica, cui faranno seguito alcuni "voglio" letti da alcune tra le decine di migliaia di persone che hanno inviato messaggi al sito www.faustobertinotti.it, quindi verrà proiettato il video "Altra velocità" di Alessandro Piva. L'intervento di Bertinotti è previsto per le 17,30.

Liberazione: sulla prima pagina di oggi

Liberazione 24.9.05
I sondaggi sono con Bertinotti:
il suo programma piace
di Cristada Musacchio

Un programma che convince, un leader che "piace". Soprattutto a chi «si sente di sinistra». Gli ultimi sondaggi elaborati dall'Ispo di Renato Mannheimer su 400 persone - che per sesso, età, titolo di studio, professione e area geografica rappresentano un campione rappresentativo - confermano e confortano. Confermano una popolarità ormai acquisita da Bertinotti soprattutto - come detto - tra chi si sente «davvero» di sinistra, e confortano perché a pochi giorni dalle primarie quel confronto e quel percorso di partecipazione attiva e diffusa, sostenuto e voluto con forza da Rifondazione, si fa a questo punto serrato. Una vera competizione democratica non per diventare l'"assopigliatutto" della coalizione ma per contribuire alla costruzione di quel programma fatto con tutte le forze, «comprese - come sottolinea il leader del Prc - quelle sociali, politiche, culturali che non sono rappresentate dai partiti».

Ed ecco perché quel programma convince. A ben sondare l'elettorato si scopre per esempio che il segretario di Rifondazione piace soprattutto agli elettori di sinistra ( dove ha un indice di popolarità del 63%) ma anche a chi «si sente di centrosinistra» (49%) e soprattutto tra i laureati (48%), e tra gli impiegati e gli insegnanti (48%). Un pubblico che si dice essere molto interessato a Rifondazione comunista in un "mercato elettorale" in cui la porzione che spetta a Rifondazione oscilla tra il 7% il 20%. Il 7 per cento sono gli elettori molto probabili ma gli elettori possibili sono uno su cinque rispetto all'intero elettorato.

Piace il leader, ma soprattutto convince il programma. Per esempio "favorevoli a controlli severi e alla lotta all'evasione fiscale" si sono detti il 75% degli intervistati, l'11% contrari, il 14% degli indifferenti. Ancora: dice sì alla "riduzione del lavoro flessibile" il 64% del campione, il 23% dice no il 13% si dice indifferente. E si scopre che chi è assolutamente d'accordo con la riduzione del lavoro flessibile sono soprattutto i residenti al nord-est (il 70%) e naturalmente l'elettorato di sinistra (l'80%). Ma a chiedere di porre fine alla precarietà del lavoro sono ancora i lavoratori dipendenti con qualifiche meno elevate (72%) e soprattutto i giovani (18-24enni). Un potenziale elettorato diffuso che ancora sostiene l'utilità anzi la indispensabile necessità di tassare le ricchezze finanziarie e patrimoniali più consistenti (il 55%) e gli investimenti in Bot e Cct superiori ai 100/150mila euro (il 49%). E ancora chiede: l'eliminazione dell'Ici (il 61% a fronte del 28% dei contrari e del 17% di chi si dice indifferente).

Opinioni che pesano e che inducono ad altre riflessioni. Sul fenomeno dei migranti per esempio. Un fenomeno - sostiene il 59% degli intervistati contro il 31% che non è d'accordo - «inevitabile al quale prima o poi tutti si dovranno adeguare». ma adeguare come? Il 70% degli intervistati si dice d'accordo sul fatto che dovrebbero poter entrare in Italia «solo coloro che hanno già in tasca un contratto di lavoro» e questo dato porta Mannheimer a sostenere che c'è una società che verso i migranti si mostra ancora "sfavorevole" per il 47% delle persone intervistate.

La campagna per le primarie è ormai entrata nel vivo. E Rifondazione si presenta sempre più come un partito protagonista attivo dell'Unione che ancora ieri è tornata a chiedere le elezioni anticipate.

Una situazione - sostiene Bertinotti - che sta diventando «paradossale». Con un «governo che esce formalmente da una crisi accentuandola», un motivo in più per far sì che l'opposizione si dia l'obiettivo di farlo cadere.

La corsa comunque è lanciata e la campagna per le primarie - «una libera scelta» sostiene ancora il segretario del Prc - è entrata ormai nel vivo. Anche con qualche episodio spiacevole e da sottolineare. Come quello che ieri ha visto protagonisti i giovani comunisti denunciati - si pensi - per "vilipendio alle tombe" perché in giro per la Capitale a sostegno della campagna "io voglio" intendevano con una piccola azione dimostrativa attaccare appunto un "post-it" gigante con su scritto "Voglio ritirare le truppe dall'Iraq" sull'altare della patria. «Incredibile», dice Michele De Palma. «Se non fosse vero ci verrebbe da ridere».

Comunque si moltiplicano le azioni dimostrative a sostegno delle primarie. Ieri, a Siena, un altro "posti-it" ha turbato una conferenza del capo dei vescovi italiani camillo Ruini. Sul post-it c'era scritto: «Voglio fare un "pacs" avanti».

Oggi al Palalottomatica romano, a conclusione di "Liberafesta" - cioè la festa nazionale di "Liberazione" -, è atteso l'"evento" d'eccezione: quel meeting in cui ancora si avrà la possibilità di discutere di programma, sinistra e politica insieme a Fausto Bertinotti, Pietro Ingrao, Haidi Giuliani, Lothar Bisky (DieLinke. Pds-Germania) e con il direttore di "Liberazione". Un meeting che vuole essere soprattutto occasione di festa e in cui si alterneranno video, voci e musica con concerto finale di Max Gazzè e Bandabardò. Per "liberare" la politica.

CITATO AI SEMINARI

il sondaggio Demos-Eurisko sulla "Repubblica" di martedì 20 settembre
che accredita il partito di
Fausto Bertinotti di un risultato elettorale, alle prossime elezioni politiche, pari al
9.5% dei voti e a 64 seggi
_____________

è in libreria
"L'Europa delle passioni forti"
di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni
Edizioni Ponte alle Grazie

pagg. 221, € 14.50

l'intelligenza socialee bravi i senesi!

segnalazioni di Gianluca Cangemi

Ansa.it 23.6.05

SCOPERTA L'INTELLIGENZA SOCIALE
Tipica delle donne, vale più di quella numerica

(ANSA) - ROMA, 23 SET - Non esiste solo l'intelligenza numerica o fisica, quella calcolata con i classici test, ma anche una intelligenza sociale. E' la capacità del cervello di mettersi nei panni degli altri e di prevederne il comportamento. Lo hanno dimostrato studi condotti al King's College di Londra, all'Università di Los Angeles, a quella tedesca di Bochum e a quella romana di Tor Vergata. L'intelligenza sociale, dicono, e' superiore a quella numerica e ne sono dotate soprattutto le donne.

Corriere della Sera 23.9.05
Il cardinale stava ricevendo un premio dalla Fondazione Liberal
Ruini fischiato dai contestatori a Siena
Nella sala del palazzo Saracini esposti cartelli con la scritte «Siamo tutti omosessuali» e «Vogliamo fare un Pacs avanti nei diritti»

SIENA - Fischi e il grido «vergogna» hanno accompagnato la premiazione del cardinal Camillo Ruini da parte della Fondazione Liberal a Siena, in Palazzo Chigi Saracini. La contestazione ha impedito al cardinale di intervenire e l'iniziativa della Fondazione Liberal è stata momentaneamente sospesa. La contestazione è arrivata proprio nel momento in cui Ferdinando Adornato stava consegnando il premio «Liberal Siena 2005».
La sala del palazzo Chigi Saracini era gremita di invitati, ma un gruppo di giovani aveva preso posto sullo scalone e nella sala adiacente. Al termine della relazione del presidente della Fondazione Liberal Fernando Adornato, mentre lo stesso presidente stava consegnando il premio al card. Ruini, si è sentito ripetere più volte la parola «vergogna» e si sono levate salve di fischi. Adornato a questo punto ha provato ad ironizzare ricordando che «in America i fischi equivalgono agli applausi», ma alcuni striscioni comparsi all'improvviso tra i giovani hanno smentito questa interpretazione. «Vogliamo fare un pacs avanti nei diritti», «siamo tutti omosessuali», «Libero amore in libero stato». La manifestazione è stata quindi interrotta per qualche minuto.
I contestatori, una cinquantina in tutto, hanno poi lasciato volontariamente Palazzo Chigi Saracini. Adornato è tornato al microfono per chiedere scusa al cardinal Ruini sottolineando che c'è libertà di dissentire dalle posizioni di chiunque, ma che occorre farlo con educazione. Il presidente della Cei, imperturbabile, ha iniziato a leggere la sua relazione non senza una battuta di spirito fatta sorridendo per sdrammatizzare la situazione: «Riprendo - ha detto - dopo questa inattesa e anche piacevole interruzione».

articoli del 24.9.05s

sinistra
Corriere della Sera 24.9.05
Bertinotti: presidente della Camera, perché no? «Gli attacchi da sinistra non mi spaventano, ora lotto per l’egemonia»
di Aldo Cazzullo

la Carta di Venezia/1
Corriere della Sera 24.9.05
Studiosi, politici, economisti: 250 firme per una Authority indipendente Alleanza per la scienza, nasce la Carta di Venezia
di Mario Pappagallo

la Carta di Venezia/2
il manifesto 21.9.05
CONFERENZE
La carta della santa alleanza
A Venezia prove di incontro tra religione e scienza
LU. TO.

antifecondativo maschile
Corriere della Sera 24.9.05
Bologna
L’annuncio: 50 italiani provano il «pillolo»


pirati marxisti?
Corriere della Sera 24.9.05
Ma i Pirati non sono Marxisti
di Giorgio De Rienzo

anticlericalismo (e buona educazione?)
Corriere della Sera 24.9.05
Preti Bacarozzi e Geologi dell’Odio
di Pierluigi Battista

Scienza Einstein e fantasia
Il Tempo 21.9.05

«Festival della Scienza» La star è la fantasia
di Massimo Tosti

quello che aveva scambiato sua moglie per un cappello...
Corriere della Sera 24.9.05
Oliver Sacks: la genetica curerà le malattie della mente
Il neurologo a BergamoScienza: sì ai farmaci, ma conta la storia del paziente

una segnalazione di Gianluca Cangemi
Ansa.it 23.9.05
Depressione post-parto maschile
Colpisce un padre su 25, secondo uno studio inglese


venerdì 23 settembre 2005

AL PALALOTTOMATICA: il 24 SETTEMBRE

Comunicato Stampa
ricevuto da Simona Maggiorelli

Primarie
Bertinotti sabato al Palalottomatica di Roma

Un meeting per rafforzare la candidatura di Fausto Bertinotti alle Primarie dell’Unione del 16 ottobre. Un appuntamento per far conoscere ancora meglio il profilo programmatico del candidato Bertinotti. Si svolgerà sabato 24 settembre al Palalottomatica di Roma, con inizio alle 15,30, e vedrà tra gli ospiti, tra gli altri, il presidente della Linkespartei Lothar Bisky, Haidi Giuliani, Piero Sansonetti. La kermesse sarà aperta dalla Municipale Balcanica, cui faranno seguito alcuni “voglio” letti da alcune tra le decine di migliaia di persone che hanno inviato messaggi al sito www.faustobertinotti.it, quindi il video “Altra velocità” di Alessandro Piva. L’intervento di Fausto Bertinotti è previsto per le 17,30. Successivamente, la serata andrà avanti con una grande festa musicale che vedrà l’esibizione di Max Gazzè, Bandabardò e la dance hall con il direttore artistico Mtv Luca De Gennaro.
Dopo il suo intervento, Fausto Bertinotti è a disposizione di stampa e fotografi per eventuali interviste.
Giornalisti e fotografi sono pregati di ritirare l’accredito nella sala stampa appositamente allestita.


Roma 21 settembre 2005

Ufficio Stampa Prc

DOMANI
Palalottomatica. Ingrao per la candidatura di Bertinotti


Un meeting per rafforzare la candidatura di Fausto Bertinotti alle Primarie dell'Unione del 16 ottobre. Un appuntamento per far conoscere ancora meglio il profilo programmatico del candidato Bertinotti. Si svolgerà sabato 24 settembre al Palalottomatica di Roma, con inizio alle 15,30, e vedrà ospiti, tra gli altri, Pietro Ingrao.

Liberazione, 23 settembre 2005

preti pedofili:il papa imputato negli Usa per aver ostacolato il corso della giustizia, è poi sfuggito ai giudici

aprileonline.info
Benedetto XVI, tutto quello che l'Italia non dice
Vaticano. La procedura giudiziaria contro Ratzinger è stata stralciata. Il Pontefice, accusato di aver coperto abusi sessuali di membri del clero, gode di immunità come Capo di Stato
di Paolo Giorgi

(ma... chi ha visto com'è il suo segretario particolare bavarese?)
Ci sono due notizie molto gravi che la stampa italiana, persa dietro alle mille polemiche sui Pacs, le coppie gay e quant’altro, ha quasi totalmente ignorato. La prima, che papa Benedetto XVI è stato imputato da un tribunale del Texas per aver coperto, da prefetto per la Dottrina della fede, membri del clero responsabili di abusi sessuali su minori. La seconda, che la sua posizione processuale è stata stralciata su richiesta del governo americano, in quanto Capo di Stato. La storia dietro queste due notizie è drammatica, e ha inizio a metà degli anni ’90: a Houston, Texas, tre ragazzini denunciano di essere stati violentati da un seminarista colombiano assegnato alla chiesa San Francesco di Sales. Il suo nome è Juan Carlos Patino Arango, e insegnava loro, con tragica ironia, orientamento psicopedagogico. All’inizio di quest’anno il relativo processo è entrato nel vivo, con un clamoroso colpo di scena. L’avvocato delle giovani vittime, Daniel Shea (ex seminarista a sua volta) presenta alla Corte distrettuale di Harris County un documento esplosivo, scoperto e pubblicato già nel 2003 dal quotidiano americano Worcester Telegram&Gazette. Si tratta di una lettera “strettamente confidenziale” inviata nel maggio 2001 da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici, nella quale si affermava che la Chiesa non intendeva rendere pubbliche le proprie indagini sui preti pedofili per oltre 10 anni dal momento in cui le vittime avessero raggiunto l’età adulta. Essa prevedeva inoltre che i resoconti delle ‘indagini preliminari’ su ogni singolo caso di abuso dovevano essere inviati all’ufficio di cui Ratzinger era a capo. Il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali privati, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici. “Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio”, concludeva la lettera del futuro papa. L’infrazione del segreto in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la scomunica. In pratica, il classico principio dei panni sporchi che vanno lavati in famiglia. Con buona pace delle vittime degli abusi, che sono migliaia in tutto il mondo, e che hanno diritto a un regolare processo dello Stato. È evidente che questo documento, come ha dichiarato Shea in tribunale, “è un’ostruzione al normale corso della giustizia”. Una tesi confermata involontariamente anche dal cardinal Bertone, cofirmatario della lettera ratzingeriana, che ammise: “Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata”. Più chiaro di così… L’ordine è di impedire ai legittimi organi investigativi di far luce: “Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci – sottolinea Shea - i responsabili la faranno franca”. Per questo gli avvocati hanno chiesto l’imputazione di Ratzinger per ostacolo al normale corso della giustizia. Si imputa all’ex prefetto, inoltre, di aver deliberatamente allungato i tempi di “secretazione” delle indagini, per guadagnare vantaggio sui termini di prescrizione in vigore negli States. Non a caso lo stesso processo di Houston è civile e non penale, proprio perché in svolgimento oltre dieci anni dopo i fatti. Ora, la cosa più grave è che il Vaticano non intende contestare queste accuse. Un portavoce della Santa Sede si è limitato a dire “non commentiamo documenti non pubblici”, mentre l’unica strategia di difesa è stata la richiesta ufficiale di immunità diplomatica per Benedetto XVI, appunto in quanto capo non della Chiesa ma del minuscolo stato Vaticano. Nessun accenno anche all’ipotesi di un minimo risarcimento morale, che potrebbe essere il ritiro di queste scandalose disposizioni che di fatto hanno salvato oltre 4.000 sacerdoti solo in America da una condanna penale. Ma il punto è che tutta la politica di Ratzinger al Sant’Uffizio è stata improntata alla copertura del fenomeno. Basti ricordare lo scandaloso insabbiamento del caso di padre Maciel, fondatore degli ultrareazionari ‘Legionari di Cristo’, accusato da ben otto ex discepoli di abusi sessuali. Nel 1998 il dossier sulla scrivania di Ratzinger fu praticamente sepolto, e al vescovo messicano Talavera Ramirez, che chiedeva conto di questo comportamento, il prefetto rispose (lo ha detto lo stesso Ramirez) che “si tratta di materia molto delicata, dato che padre Maciel ha fatto molto per la Chiesa e in più è molto amico del papa”. Meno clemenza il Sant’Uffizio ha dimostrato nel caso di don Franco Barbero, sacerdote piemontese animatore di una comunità di base, favorevole al matrimonio dei preti e persino alle unioni gay. Per lui, naturalmente, la cacciata da Santa Madre Chiesa è stata immediata e inappellabile, senza neanche un’audizione dell’”imputato”. (...)

articoli del 23.9.05

sinistra
il manifesto 23.9.05
BERTINOTTI
«Dobbiamo agire subito»
L'opposizione deve allargare il conflitto nel paese
di Carla Casalini

evoluzione e cervello
il manifesto 23.9.05
Cosa ci dice il cervello sui segreti della natura umana?
La scoperta del genetista di Chicago è una prova del fatto che l'essere umano civilizzato non ha perso la sua animalità. La tesi contraria, che trova ancora largo consenso, si fonda su un dualismo che va superato: perché siamo, piuttosto, sistemi «ibridi» il cui portato culturale è incarnato nella virtualità biologica
Alcune note a partire dalla scoperta di Lahn, pubblicata su Science, che dimostra come il cervello si sia evoluto anche dopo la comparsa di Homo sapiens. A conferma del fatto che la crescita culturale non sostituisce quella naturale, poiché non è indipendente dalla biologia degli umani. Detto altrimenti: non siamo angeli disincarnati
di Francesco Ferretti

creazionismo
il manifesto 23.9.05
C'è chi parla ancora di creazionismo

crimini cattolici
Gazzetta del Sud 23.9.05
I tribunali dell'Inquisizione
Un museo storico della pena e della tortura nel castello di Brolo
Ingegnosi strumenti di dolore e morte
di Salvatore Di Fazio

il futuro della scienza
il manifesto 22.9.05
Quando gli scienziati promettono miracoli
«La necessità di convincere i finanziatori ha un peso enorme».
Parla il genetista Kenneth Weiss che interviene oggi alla «Prima conferenza mondiale sul futuro della scienza».
di Luca Tomassini


articoli del 21/22.9.05

crimini cattolici
Liberazione 22.9.05
Gotovina, Chiesa e Tpi. Meglio tardi che mai
I cattivi non erano solo serbi. La lista dei criminali è ancora lunga. E il Vaticano svolse un ruolo fondamentale per il nazionalismo croato
di Giancarlo Lannutti

sinistra
Il Tempo 21.9.05

Fausto e Romano, l’idillio è già finito
Il segretario del Prc rimarca le differenze che lo distinguono dal leader del centrosinistra

sinistra
Il Tempo 21.9.05

Soglia al 50%, Prodi rivede le sue stime
Il Professore spera di superare la metà dei voti alle primarie. Prima dell’estate puntava al 70%
Il vincitore designato ondeggia e cala nei consensi. Cresce invece Bertinotti che punta al 25%, tra il 2 e il 5% gli altri candidati
di Silvia Santarelli

sinistra
AGI Roma, 22 settembre 2005 - 11:10

SINISCALCO: BERTINOTTI, SOLA SOLUZIONE LE DIMISSIONI DEL GOVERNO

cattolici: se li conosci li eviti
La Stampa 22.9.05
LA LEGITTIMAZIONE RELIGIOSA UNA SUGGESTIONE PERSINO PER GLI ATEI DICHIARATI
E tra i politici spuntano cattolici di tutti i colori

storie dell'ateismo
La Stampa 22.9.05
RIBELLI SANGUINARI E ROMANTICI: UN SAGGIO SIMPATIZZANTE
I pirati del Settecento
marxisti senza saperlo
di Andrea Scanzi

linguaggi
il manifesto 22.9.05
Molte lingue per dire l'Europa
Tre convegni - a Firenze, a Cluj in Transilvania, e a Venezia - si interrogano sulle strategie per alimentare una composita identità linguistica. Centrale è il contributo della letteratura, non solo in quanto costruttrice critica di miti, ma perché è da sempre il luogo privilegiato di rappresentazione dei limiti interni a ogni pretesa di dominio delle grandi narrazioni, che vorrebbero spiegare tutto
di REMO CESERANI

BergamoScienza
Corriere della Sera 22.9.05
L’OPINIONE Bisogna lottare contro i «diavoli della mente»
di GIOVANNI CAPRARA

Repubblica Bologna 22.9.05
LA CITTÀ DEI SAPERI
Dal 29 in S. Lucia convegno di tre giorni con dialoghi-spettacolo e lezioni magistrali
Quando antichisti e scienziati incrociano Platone e Ippocrate
ILARIA VENTURI

il manifesto 22.9.05
Aborto, la pillola che non va giù
Il ministro della Salute, Francesco Storace, blocca la sperimentazione della RU486.
I medici: «Andremo avanti lo stesso»
di IAIA VANTAGGIATO


mercoledì 21 settembre 2005

dopo l'intervento di Ruini,
HANNO DETTO:

Fausto Bertinotti:
«Quella della Chiesa è un'inammissibile ingerenza integralista sulla Repubblica Italiana, perchè interferisce sulla potestà legislativa dello Stato».


Piero Fassino:
«È del tutto legittimo che la Chiesa esprima un suo punto di vista che deriva da ragioni di dottrina e di fede che noi naturalmente rispettiamo (...).

Si tratta di sviluppare un confronto, una ricerca sulle soluzioni migliori»

ricordiamocene il 16 ottobre!

su "Liberazione" del 20.9.05Ateologia

Ateologia, ovvero
decristianizzare il mondo

Parla Michel Onfray, ateo, materialista e libertario in prima fila contro la rinascita della teocrazia
in Occidente come in Oriente. E mette in guardia: "il nostro unico vero bene: la vita terrena".


intervista di Claudio Jampaglia

Ateologia, un ateismo ateo postmoderno che non ha bisogno di nominare Dio. Un termine figlio di Georges Bataille che la definì «disciplina che riguarda il più generale degli interdetti: Dio, di cui la forma più divina è la negazione» ovvero «la negazione di un Dio perfetto» per porre «l'uomo davanti all'assenza di Dio». Un concetto ripreso da Giorgio Caproni nei suoi Versicoli: «Dall'isola di Bargeggi / a Capo Noli foschia. / Stamani il mare è piatto / come la mia ateologia» (Meteorologia, 1969). E ora ripreso e ampliato da Michel Onfray, filosofo libertario, autore di una trentina di testi tradotti in quattordici lingue e fondatore della Università popolare di Caen, che propone in Italia (Fazi Editore) il suo Trattato di ateologia dopo 150mila copie vendute in Francia e una infinita coda di polemiche. Un ritratto al vetriolo degli orrori teologici, denso di citazioni erudite e animato da una domanda di fondo: «Come salvarsi da Dio» se non si può uccidere «un soffio, un vento, un odore, un'aspirazione, un sogno»? Decristianizzando la vita, andando verso un'etica post cristiana (e ovviamente post islamica e post giudaica, ma anche post nichilista) dove il corpo non sia più visto come negativo, il piacere un peccato, l'intelligenza una presunzione, il godimento dei sensi una strada verso la dannazione e la terra una valle di lacrime in attesa del meglio post mortem.

Eppure Dio non è affatto morto, ma è in piena rinascita in Occidente e in Oriente, nasce da qui l'esigenza di un nuovo ateismo politico?
Semplicemente oso sperare di non dover scegliere tra la Bibbia e il Corano, rifiuto lo schema proposto perché ce n'è un altro materialista e libertario. Nel 1989 le librerie non erano invase da testi religiosi, i primi ministri alla Raffarin non si facevano fotografare a messa e i "caffè teologici" erano impensabili a Parigi. Dall'11 settembre è successo qualcosa nelle nostra società. Il mondo sembra dipinto in bianco nero, in un conflitto inevitabile tra il cristianesimo di Bush e l'islam di Bin Laden che ci rimanda a una lettura rovesciata tra bene e male simile alla Guerra fredda.

E quindi non ci resta che la decristianizzazione della nostra vita?
Nonostante nel diciannovesimo secolo sembrasse venuto il tempo per dire che Dio era morto, le energie religiose sono riprese sotto molteplici forme nell'islam come nel cristianesimo. Ora la nostra società sembra decristianizzata ma in realtà viviamo in un mondo pieno di cristianesimo, nell'architettura come nella medicina. Dio non è così morto, basta osservare l'attuale pedagogia per vedere come ancora oggi apprendiamo nella punizione, nel dolore. Oppure osservare l'idea di giustizia impregnata di valori cristiani rispetto a una dichiarata impostazione laica. Al fondo c'è sempre un'idea di bene e male per regolare persecuzioni e condanne e il libero arbitrio rimane un'invenzione per giustificare la punizione e la carcerazione. Un criminale nella nostra società è tale indipendentemente dalle sue condizioni di vita e la frequentazione dei tribunali dimostra tutti i giorni il determinismo sociale delle condanne. Pochi scelgono quello che sono nella vita. Mentre ci vorrebbe un'idea di giustizia per salvare le persone, per offrire a ciascuno la possibilità di scegliere. Nella nostra società non c'è nessuna libera scelta. Si potrebbe fare lo stesso ragionamento sulle scuole o sugli ospedali, perché il nostro pensiero è rimasto cristiano nella morale e nella ideologia.

Come dire "l'oppio dei popoli" di Marx contro il "cristianesimo dei senza Dio"?
La differenza con Marx non c'è, la religione rimane l'oppio dei popoli. L'incertezza, la paura, la mancanza di alternative fanno la religione e tutti i giorni abbiamo occasioni per rendercene conto. Mentre tutte le logiche cristiane che suppongono di mobilizzare Kant o Heidegger per verniciare la filosofia cristiana sono la stessa cosa, un epifenomeno rispetto al nocciolo duro, l'esistenza di Dio. La teologia negativa è una delle forme della teologia. L'ontologia e la metafisica sono a servizio della fede e della sua continuità e la teologia negativa fa parte di queste perché è sempre una descrizione del cielo e del perché Dio esiste. Qualunque definizione di Dio presuppone l'esistenza di Dio.

Allo stesso tempo lei condanna il nichilismo?
Il nichilismo è un'opzione filosofica che presuppone la perdita del senso, perché non c'è più nulla a cui potersi rivolgere. L'assenza di senso caratterizza la nostra epoca di rottura tra una fase di civilizzazione chiusa e un'altra che stenta ad aprirsi; e nel periodo dell'incertezza trionfa il niente. Ma il nichilismo, l'immobilità, sono miei nemici sia sul terreno sociale che sul terreno della metafisica. C'è un'altra strada per il mondo del futuro.

Ovvero l'uomo, la materia, la ragione, e un'ateologia che non sia solo negazione, ma proposta?
Credo che ciò di cui ha bisogno il nostro tempo sia la ridefinizione del materialismo, aggiornato grazie alle scienze moderne come la neuro-biologia. Il nostro tempo, ad esempio, ha tutta la forza per deideologizzare la questione del corpo, per coniugare materialismo e edonismo. La nuova logica non si fonda sull'opposizione donna/uomo o corpo/fede, ma sulla soggettività materialista. Le individualità sono costituite da materia ma ancora devono essere integrate da una definizione del corpo. Bisogna decristianizzare il corpo, la sua materia, i suoi flussi neuronali. L'identità non è solo nel cervello, ma nella scrittura di migliaia di piste nervose e di percorsi possibili tra corpo e mente. Nel cervello a priori non c'è nulla e la rieducazione del materialismo politico credo debba partire da questa idea come in una genealogia del corpo faustiano. L'educazione e la pedagogia sono lo strumento fondamentale della ridefinizione del materialismo e non a caso l'Università popolare di Caen introdurrà quest'anno un corso intitolato "queer".

Cosa è l'Università popolare di Caen?
E' un luogo di insegnamento dei saperi completamente gratuito, libero, senza diploma e senza controllo. Un modo di diffondere il sapere alternativo e per un sapere distribuito alternativamente, perché la cultura serva a una lettura critica del mondo e alla formazione dell'individuo. Ventimila persone all'anno seguono i nostri corsi di psicanalisi, arte, jazz, filosofia per bambini, studi femministi… In un'ora si propone un contenuto e in quella seguente si commenta, si critica, si argomenta. Tutto qui.

Tornando al tema del libro, nessun compromesso possibile tra religione e materialismo?
Non credo sia possibile convivere con religioni che ci dicono di maltrattare il corpo e mutilare la vita. L'essenza della religione è dirci che questa vita non conta nulla e credo non ci sia composizione possibile con una visione materialista del mondo, ovvero tra chi crede in una ricompensa altrove e chi crede che questo mondo valga l'ottimismo e la volontà di cambiare le cose. L'antinomia mi sembra totale e bisogna scegliere il proprio campo.

Decostruire i monoteismi per difendere "il nostro unico vero bene: la vita terrena"?
Si non abbiamo che questo.

citati al Lunedì

una segnalazione di Claudia Calesini
l'Unità 18 Settembre 2005

Su una terrazza principesca, con l’artigiano scamiciato
di Adele Cambria

La terrazza era principesca, se con l'aggettivo si può ancora alludere al lusso aristocratico estremo che consiste (consisteva?) nel godimento esclusivo di una bellezza nata dall'intreccio secolare di natura ed arte. Questo infatti è il lusso della terrazza condivisa dalle sorelle Simona e Carla Marchini, a due passi da Piazza del Popolo: la vista panoramica si apre sull'ingresso monumentale a Villa Borghese da Piazzale Flaminio, sorvola la cupola neoclassica di Santa Maria del Popolo, naviga nel verde cupo dei pini romani, per approdare a Villa Medici accarezzata dalla luna di un tiepido settembre… Si festeggiava a casa Marchini un artista molto amato, m'è parso di capire, da quella sinistra che, in un tempo lontano e non scortese, si definiva radical-chic. In tempi più recenti e men gentili, valgono le semplicistiche categorie individuate dalla giovanissima protagonista di "Caterina va in città": quando, appena iscritta al Liceo Visconti, scopre che i comunisti sono ricchi e colti, i fascisti poveri e analfabeti. Ora a me sembra che Pillo (Pierluigi) Manetti, nativo di San Miniato, ma sposato con la Calabria per via di una moglie, Dora Zagari, che gliene ha trasmesso il gusto, sia una creatura immune come poche dal peccato di snobismo… E quindi si affaccendava, l'altra sera, scamiciato come un vecchio simpatico artigiano, tra le sue moderne Madonne pisane in papier maché colorato e i teatrini scaturiti dall'evocazione dell'Opera dei Pupi: davanti ad uno dei quali Lella Bertinotti e Carla Sepe (che l'aveva appena acquistato) si contendevano affettuosamente una qualche priorità nel collezionismo "manettiano". E non mancavano, alla Mostra inscenata sulla divina terrazza, le testoline in cartapesta gessata dei nipotini di Fausto e Lella. Simona Marchini era a Todi, ma figurava compatto il manipolo bertinottiano, reduce direttamente dal Piccolo Eliseo, dove il leader di Rifondazione aveva appena esposto il suo programma per le primarie: «Finalmente qualcuno che si fa carico della sofferenza umana, in tempi di assoluto cinismo», commentava Carla Sepe, (assistente giuridica della Presidenza della Repubblica).
E Citto Maselli, richiesto di lumi sulla contaminazione "fagiolina" dal candidato numero due dell'Unione, ammetteva che negli anni Settanta i seminari dello psicoanalista Massimo Fagioli avevano sottratto un gran numero di giovani alla lotta armata e alla droga.
E infatti alla famosa assemblea di Villa Piccolomini, nello scorso autunno, coerentemente Fausto Bertinotti si era augurato una politica dove «la non-violenza sia l'inizio della costruzione di un sogno». Come diceva il vecchio Marx, «un giorno, al regno della necessità subentrerà il regno della felicità».
«Ma Fausto non é mai stato marxista, lui era socialista…», si rassicuravano intanto due degli invitati affrontando un piatto di capicollo calabrese.


Liberazione 18.9.05
Le donne il capitalismo e Dio
Le contraddizioni del sistema del pensiero unico fanno riemergere la religione come stabilizzatore sociale. Mentre le sue difficoltà di autoriproduzione spingono alla riscoperta dei valori della famiglia
Emiliano Brancaccio e Graziella Durante

Feuerbach e Marx "cani morti"? Dal punto di vista del loro dichiarato ateismo si direbbe proprio di sì. L'ateismo va infatti annoverato tra i grandi assenti del dibattito culturale - e quindi inevitabilmente politico - di questi anni. Al contrario, una multiforme revanche religiosa si diffonde nell'Occidente capitalistico, manifestandosi non solo nelle oceaniche adunate della gioventù cristiana, ma anche e soprattutto in una rinnovata, crescente influenza del potere religioso sulle istituzioni politiche. Una influenza tale da far dubitare della tesi, pressoché indiscussa fino a pochi anni fa, secondo cui la secolarizzazione della vita civile, e la conseguente riduzione della religione ad "affare privato", si sarebbero imposte col passare del tempo.

Molte spiegazioni sono state date del prepotente ritorno della religione nel linguaggio e nelle strategie politiche delle leadership occidentali. L'interpretazione più influente, come è noto, sottolinea la necessità, dopo gli attentati dell'11 settembre, di individuare nel cristianesimo una comune radice identitaria da contrapporre all'islam, vale a dire al collante ideologico di un insorgente mondo arabo. Per quanto efficace e suggestiva, a nostro avviso questa lettura coglie soltanto elementi superficiali dell'intera questione. Invece, come cercheremo di mostrare, dalle categorie del materialismo storico è forse possibile trarre una più adeguata e profonda chiave di interpretazione per l'apparente "fame di trascendenza" dei giorni nostri. In particolare, sosterremo che la rinnovata apertura alla religione e alle sue istituzioni riflette il tentativo di proteggere le punte più alte dello sviluppo capitalistico contemporaneo da una delle sue più acute contraddizioni interne: quella relativa al ruolo della famiglia tradizionale all'interno del processo di riproduzione sociale. Si tratta di una contraddizione che nel corso del Novecento è riuscita ad imporsi nell'arena politica solo in rare circostanze: per pochi anni dopo la rivoluzione bolscevica, e in seguito tra il '68 e l'affermarsi del movimento femminista. Per quanto fugaci, tuttavia, quelle occasioni sono risultate più che sufficienti per segnalare il potenziale eversivo della contraddizione interna alla famiglia, la "distruzione creatrice" insita in essa. Il problema che si pone ora è di comprendere per quale motivo proprio oggi si costituiscano le condizioni per il riproporsi di quella contraddizione in termini di "problema politico", rispetto al quale l'istituzione religiosa potrebbe candidarsi quale possibile rimedio.

Il riemergere della crisi capitalistica risponde sotto vari aspetti a questo primo interrogativo. Tra la dissoluzione sovietica e la fine degli anni '90, un capitalismo autoreferenziale e totalizzante aveva potuto dispiegare le sue forze quasi senza incontrare ostacoli. Si è trattato di un capitalismo al massimo della sua potenza, che si reggeva sulle proprie gambe, e che quindi definiva al suo interno le condizioni di riproduzione sia della vita materiale che di quella, per così dire, spirituale. E' stato insomma un capitalismo che non necessitava di puntelli ideologici esterni. Le sue parole d'ordine: "crescita per la crescita, competizione per la competizione", hanno rappresentato esse stesse delle lampanti dimostrazioni di forza, di totale autosufficienza ideologica.

Più di recente, tuttavia, le contraddizioni interne sono riaffiorate alla coscienza collettiva, e la potenza riproduttiva del sistema, materiale e ideologica, è iniziata a scemare. La disoccupazione e la precarietà di massa, la crescente sperequazione della ricchezza tra le classi, e più in profondità l'alienazione di un lavoro subordinato, incosciente, sempre più assoggettato - sia nella erogazione che nella fruizione - al dominio capitalistico sulla tecnica e sui desideri, rappresentano solo alcuni dei più vistosi e irriducibili segnali della crisi dei nostri tempi. La produzione "interna" di ideologia è dunque divenuta insufficiente e la religione si è proposta, di nuovo, quale necessario fattore di stabilizzazione sociale. Con ciò naturalmente non si vuol negare il carattere intrinsecamente duale della religione, da sempre in lotta, al suo interno, tra istanze di conservazione e istanze di trasformazione del mondo (e al limite di vera e propria eversione). Al tempo stesso, però, occorre prendere atto della sempre maggiore capacità del potere religioso di assorbire, e quindi neutralizzare, le rivendicazioni sociali che disperatamente cercano nella parola di Dio un sostegno anziché un freno. Dalla censura praticata dall'Impero romano sui Vangeli, alla pretesa dell'attuale pontefice di riconoscere nel suo Dio preconciliare l'unica vera rivoluzione, fino alle procedure di delegittimazione di qualsiasi forma di radicalismo religioso in ambito sociale, gli esempi storici in tal senso abbondano. Ed è proprio a causa di questa incessante, sempre più sottile e minuziosa opera di neutralizzazione che la religione, per dirla con Marx, sembra oggi più che mai assumere i tratti del "sospiro di una creatura affranta", dello "spirito dei tempi privi di spirito". Insomma, dell'oppio dei popoli.

Ma è nel richiamo sempre più insistente ai valori tradizionali della famiglia, e quindi in ultima istanza al ruolo sociale della donna, che la missione conservatrice della religione pare emergere in tutta evidenza. Questo continuo rinvio alle "virtù del passato" costituisce, come è noto, uno dei sintomi più significativi della crisi di consenso della cosiddetta "modernità" capitalistica. Al di là dell'ambito religioso esso trova ampi riscontri anche in alcune frange della cultura di sinistra: tra gli ambientalisti meno avveduti, ad esempio, così come tra i fautori di improbabili forme di micro-comunitarismo economico. Tuttavia, mentre questi fenomeni culturali non appaiono assolutamente in grado di retroagire sul funzionamento effettivo del sistema, nella rinnovata pressione esercitata dal potere religioso sulla donna è invece possibile individuare un tentativo concreto di rimediare alle crescenti difficoltà di auto-riproduzione del capitalismo. Stiamo parlando, in tal caso, di riproduzione sociale nel senso più stretto del termine, vale a dire di tutte le attività finalizzate alla crescita, all'educazione e all'inserimento sociale dei figli.

Il problema è che, proprio su questa attività primaria di riproduzione, le trasformazioni recenti del capitalismo esercitano una serie di spinte contraddittorie. Da un lato, infatti, il movente del profitto incorpora la donna, al pari dell'uomo, nel processo di "astrazione" del lavoro e di valorizzazione del capitale. I dati sulla crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro e sulla lenta ma inesorabile riduzione dei differenziali salariali tra i sessi costituiscono tuttora le più tangibili determinanti della crisi dei valori tradizionali e delle connesse, storiche discriminazioni di genere. I tempi di vita della donna, pertanto, vengono sempre più scanditi per un verso dai ritmi di lavoro e per l'altro dal desiderio di tradurre l'ingresso nella "società che conta" in una più generale occasione di emancipazione dai vincoli sessuali e relazionali di un tempo. Queste tendenze, si badi, sono esplose in modo dirompente durante gli anni Settanta, ma dopo di allora non si sono certo esaurite. I numeri ci dicono infatti che esse proseguono nascoste, covando al di sotto del tessuto sociale. Dall'altro lato, tuttavia, le sconfitte del movimento operaio e la relativa compressione dello stato sociale hanno accresciuto lo sfruttamento, hanno abbattuto la quota di reddito destinata al lavoro subordinato e l'hanno pure resa più instabile, dal momento che oggi più che in passato il capitale può assorbire ed espellere manodopera dai processi produttivi - soprattutto donne, si badi - a seconda dell'andamento della congiuntura. La conseguenza è che l'emancipazione sociale della donna, in quanto appartenente alla classe lavoratrice, risulta più che mai soggetta alle bizzarrie del ciclo capitalistico. Inoltre, la classe lavoratrice non si trova più nelle condizioni di disporre di "tempo liberato per i bambini e per i ragazzi", e al tempo stesso non è in grado di acquistare sul mercato ciò che prima produceva in famiglia, vale a dire "servizi" per l'infanzia e per l'adolescenza. Tali tendenze contrastanti lasciano così in sospeso la questione cruciale: chi si occupa dei figli?

Bisogna ammettere che ancora oggi questo interrogativo non ricade sui generi in modo simmetrico. Esso infatti si insinua soprattutto nel profondo psichico della donna, ingabbiata nel ruolo di responsabile storica della riproduzione sociale. La contraddizione capitalistica irrisolta cioè si tramuta, in ambito individuale, in un vissuto nevrotico e al limite schizofrenico. La religione interviene pertanto come una sorta di richiamo all'ordine, e l'appello al recupero dei valori tradizionali della famiglia si eleva al rango di "soluzione razionale". La donna, si dice, nella piena partecipazione al lavoro sociale si rende vittima di una emancipazione solo apparente, viziata da insanabili contraddizioni e insoddisfazioni. La sua vera libertà risiederebbe invece nel ripristino dell'antico ruolo di sposa e di madre, e solo al limite di lavoratrice "a tempo parziale" (vale a dire una lavoratrice marginale e quindi ancor più subalterna). Si tratta di un ruolo che l'istituzione religiosa reputa "naturale", ma che a ben vedere potrebbe in quest'ottica definirsi addirittura "efficiente", in grado cioè di risolvere problemi che il mero sviluppo capitalistico finirebbe soltanto per aggravare. Siamo insomma di fronte ad un vero e proprio tentativo pianificato di chiudere i conti con i processi materiali che sono sempre stati alla base del movimento femminista. Ed è innegabile che la decantata linearità di questo tentativo, la sua apparente coerenza, esercitino oggi un notevole influsso "razionalizzante" su molte donne ed uomini, e su gran parte della classe lavoratrice.

Ma il discorso non termina qui. L'odierna connection tra potere capitalistico e religioso trova infatti giustificazioni non solo nei fallimenti della meccanica del capitale, ma pure nella stessa ansia di affermazione che muove quest'ultimo. La questione si pone ancora una volta riguardo alla riproduzione sociale della popolazione. Benché infatti non costituisca assolutamente una causa diretta di sviluppo, la crescita della popolazione rende abbondante il lavoro disponibile. Essa pertanto costituisce, nel lungo periodo, le condizioni per il contenimento delle rivendicazioni sociali e dunque, indirettamente, per la valorizzazione del capitale. Il problema è che nei paesi capitalistici avanzati la dinamica della popolazione è estremamente debole. Va tenuto presente che il rapporto di riproduzione stazionaria della popolazione corrisponde approssimativamente a due figli per donna, ed è ben noto che nell'Occidente industrializzato da tempo si fatica a mantenerlo. Si potrebbe obiettare che l'immigrazione è in grado di risolvere la questione, almeno dal punto di vista delle esigenze del capitale. Tuttavia, almeno in Europa, i tassi di immigrazione necessari a compensare la fiacca dinamica interna della popolazione tendono ad alimentare disordini e pulsioni xenofobe, ed appaiono pertanto scarsamente compatibili con gli obiettivi di stabilità e di pax sociale ai quali il capitale medesimo mira. A ciò si aggiunga che la domanda di riproduzione sociale del capitale si presenta in termini non solo quantitativi ma anche e soprattutto qualitativi. Basti in proposito ricordare i sempre più frequenti richiami alla crisi dei principi di obbedienza e disciplina in seno alle giovani generazioni, e i relativi appelli al ripristino della centralità degli antichi valori familiari al fine di rimettere un po' d'ordine tra di esse. Si tratta di appelli che ormai si insinuano persino nella cultura borghese "illuminata", e che trovano nelle esigenze materiali di sviluppo capitalistico il loro principale fondamento. In definitiva, l'imperativo categorico è che occorre far figli "all'interno", ed occorre più che mai educarli alla "compatibilità", alla non contraddittorietà con il funzionamento complessivo del sistema. Se si considera l'impegno profuso dalle istituzioni ecclesiastiche su entrambi questi versanti, si comprenderà che siamo ancora una volta di fronte ad una necessità materiale, sia nel senso quantitativo che qualitativo, dalla quale emergono in tutta evidenza ragioni ulteriori per il consolidamento di un'alleanza di lungo periodo tra potere capitalistico e potere religioso, e per la relativa crescita e istituzionalizzazione delle erogazioni monetarie dal primo al secondo.

Di fronte a queste colossali sovrapposizioni di potenza, materiale e ideologica, appaiono francamente patetici, nella loro assoluta inadeguatezza, i richiami al carattere "laico" delle istituzioni da parte di numerosi politici e opinionisti di sinistra.

Come abbiamo cercato di mostrare, l'odierna pervasività del messaggio religioso sembra poggiare su un solido fondo, materiale e razionale. Non saranno quindi dei timidi appelli alla laicità dello Stato a mutare il corso degli eventi. Il problema, del resto, è di interpretazione prima ancora che di mutamento. A questo riguardo, sarebbe forse utile tornare a gettare uno sguardo ateo, cristallino e impietoso, sulla contemporaneità. L'ateismo costituisce infatti il "corpo estraneo" per eccellenza rispetto alla connessione capitalistico-religiosa dei nostri tempi. Ed è proprio grazie alla sua estraneità, alla sua irriducibilità, che si potrebbe attraverso di esso comprendere che dietro la grandezza di quella connessione potrebbe celarsi, in fondo, un atto disperato. E' possibile infatti che proprio nell'ambito della riproduzione sociale, e dei relativi rapporti familiari, stia montando una delle più alte e irreversibili contraddizioni capitalistiche della Storia. La ferrea volontà di tante giovani donne di conquistare a tutti i costi l'indipendenza economica, lo sviluppo impetuoso dei divorzi, delle coppie di fatto e delle cosiddette "famiglie atipiche", le inevitabili contraddizioni economiche e organizzative cui esse danno luogo, la diffusione anche in ambito popolare di reazioni al monopolio maschile della sperimentazione sessuale e relazionale, e più in generale la crisi simbolica e di fatto delle stesse identità di genere; questi ed altri fenomeni rappresentano degli evidenti e in fondo affascinanti segnali di instabilità sociale, e soprattutto di refrattarietà al "grande balzo all'indietro", ossia al ripristino di un ordine sociale fondato sugli antichi valori religiosi. Il tentativo del sistema di riesumare questi valori al fine di ripristinare i ruoli e le forme - pur aggiornate - del vecchio "focolare domestico" rappresenta dunque una strategia sì razionale, ma che potrebbe alla lunga rivelarsi totalmente fallimentare.

Quali potrebbero essere gli esiti di un simile fallimento? Nel manifesto del 1848 Marx ed Engels scrissero: "Abolizione della famiglia! ", nella sua accezione borghese e filistea. La loro stravolgente predizione, associata ad un orizzonte politico di trasformazione comunista della società, è stata in seguito approfondita e ulteriormente sviluppata. Grazie soprattutto al movimento femminista, molti passi avanti sono stati compiuti e molte altre analogie tra alienazione capitalistica e familiare, e negli squilibri di potere tra le classi e tra i generi, sono venute alla luce. L'ultima generazione, tuttavia, sembra aver perso memoria di questo gigantesco accumulo di conoscenza teorica e di esperienza storica. Il rigetto degli schemi di vita imposti, il rifiuto dei sentieri esistenziali preordinati dai poteri capitalistico e religioso appare tuttora ostinato, ma anche fragile, privo di sostegni. La causa di questa debolezza, ovviamente, deve essere in primo luogo ricercata nelle condizioni materiali in cui i più giovani si trovano ad operare, e in particolare nel fatto che i processi restaurativi degli ultimi decenni hanno agito principalmente su di essi, trasformandoli in vere e proprie cavie per degli esperimenti in vitro di capitalismo puro. Sarebbe ingenuo non riconoscere proprio in questo destino, apparentemente inesorabile, la causa prima del ritorno dell'afflato religioso, e di un certo conservatorismo culturale, tra le giovani generazioni. Chissà allora se, assieme all'esigenza prioritaria di riorganizzarsi collettivamente, proprio la doccia fredda e rigenerante dell'ateismo marxiano non costituisca per i piu' giovani una condizione preliminare per superare la stasi mistica di questi anni. Occorre insomma tornare a comprendere che le forme dell'organizzazione e della riproduzione sociale, e con esse le relazioni familiari e più in generale affettive, non rappresentano assolutamente un prodotto della "Natura" o della "legge di Dio", ma della Storia e quindi del mutamento: un prodotto delle contraddizioni capitalistiche e dei relativi meccanismi di repressione, ma anche dell'agire coordinato, delle lotte, delle forze liberate della emancipazione sociale. Rilanciare l'ateismo marxiano, dunque, per suggerire un sentiero alternativo alla connessione capitalistico-religiosa dei nostri tempi, e per riprendere fiducia nella possibilità collettiva di trasformare il mondo, di piegarlo al desiderio.

Liberazione 18.9.05
«Perché la Cina vincerà la sfida con il pensiero occidentale»
di Tonino Bucci

Modena. Secondo il filosofo e sinologo francese François Jullien, i cinesi concepiscono il reale «come un processo in continuo mutamento. Ciò che per noi sono gli eventi, per loro altro non sono che piccole, sottili pellicole alla superficie del continuo lavoro di trasformazione. Questo è all'origine della grande efficacia della politica internazionale di Pechino»

La Cina è destinata ad essere oggetto di controversie: a volte lontana, dipinta come un paese esotico; altre volte così vicina da rappresentare la minaccia del XXI secolo. Chi ne elogia i ritmi di crescita economica e tecnologica, superiori a quelli di tutte le altre nazioni, chi punta il dito sullo smantellamento del comunismo. Eppure, nonostante gli scenari geopolitici ne accrescano l'importanza, la realtà cinese rimane un oggetto poco studiato. Poco indagata è anche la cultura di questo paese, forse per effetto dello stereotipo che qui da noi ha sempre considerato lo spirito orientale come incapace di pensare filosoficamente.

L'occasione inconsueta d'ascoltare una voce d'eccezione l'ha data il Festival di filosofia - in chiusura oggi a Modena, Carpi e Sassuolo - con la presenza di François Jullien, filosofo e sinologo, autore di Elogio dell'insapore, Trattato dell'efficacia e Il saggio è senza idee pubblicati in Italia da Einaudi.

L'idea fondamentale è che lo studio dell'Altro, della cultura cinese, possa meglio far conoscere la strada intrapresa dalla filosofia occidentale e le possibilità che sono state escluse dalla nostra storia. Agli antipodi del nostro modo di pensare si staglia il modello alternativo della saggezza cinese, fondata non sulla divisione e il primato dell'intelletto sui sensi, ma sulla non-esclusione, sul lasciare tutte le possibilità aperte.

In Occidente la filosofia nasce nel momento in cui stabilisce una differenza tra il mondo dei sensi e l'intelletto. Qual è invece la via della saggezza cinese?
Il "senso" è, da un lato, pura percezione e, dall'altra, al singolare, senso intellettuale, significazione. L'Occidente ha finito per pensare questi due aspetti distinti e contraddittori tra loro. Noi diciamo, ad esempio, che qualcosa ha un "sapore pronunciato", è un modo di dire. Nella cultura cinese, invece, non ci si deve mai pronunciare, l'arte e la saggezza cinese evitano di "pronunciare con forza". Al senso pronunciato dell'Occidente si contrappone un senso che resta sulla soglia, che non esce ma resta nell'indifferenziato. Un senso "insipido", senza sapore, senza una caratteristica marcata e predominante rispetto alle altre, che si tiene distante dai sapori pronunciati come il dolce e il salato. E' non solo un fatto gastronomico, è anche un rituale culturale, anche il Thao è insipido. E' un'esperienza globale, un sapore che non esclude, che non è pronunciato e mantiene tutti i sapori disponibili. Entriamo in un sistema di percezioni e idee che privilegia non la distinzione, bensì l'allusione, l'elusione, la compossibilità. Se scelgo uno, perdo il due, questa è la cifra della cultura cinese. Ed ecco perché, a differenza della cultura occidentale dove tra sensi e significato c'è opposizione e contraddizione (A non è B), in quella cinese c'è invece congiunzione. Come si può pensare senza le categorie della tradizione occidentale? Non voglio dare un'immagine esotica e irrazionale della Cina, voglio soltanto dire che questo paese ha sviluppato una forma di saggezza alternativa al nostro pensiero e che consiste nella scelta di non scegliere, di tenersi in bilico tra le esperienze senza separare il vero da ciò che si ritiene falso. Per lo stesso motivo, il pensiero cinese ha lasciato nell'ombra il politico. La politica è un luogo di opposizione e di conflitto dove non c'è spazio per la compossibilità.

Qual è la differenza più rilevante tra l'idea cinese di politica e la politica così come la intendiamo noi?
Noi europei abbiamo costruito la politica sulla categoria di efficacia, sulla ricerca dei modi in cui una singola azione può inserirsi nella realtà e realizzare il fine. Le scelte e le azioni sono pensate a partire dal risultato. In Cina è completamente diverso: l'inserzione della mia azione nella realtà deve cogliere e seguire gli eventi fin dalla loro origine, deve appoggiarsi e assecondarli, farli crescere finché la situazione non diventa matura e precipita. Il momento più importante non è il risultato finale, ma l'inizio. Semmai l'efficacia cinese consiste nel cogliere al momento della nascita il percorso che poi condurrà la realtà alla maturazione. Nella mentalità cinese non troveremo mai l'elogio del soggetto, del "principe" per dirla con Machiavelli: quando un processo arriva a maturazione scompare anche lo stratega. Il soggetto non si vede. Stratega è colui che ha saputo tanto bene utilizzare la situazione e farla crescere, da scomparire egli stesso. E' la situazione in quanto tale a maturare, che va da sé. Ecco perché la Cina è l'unica grande civiltà che non ha sviluppato l'epopea e non ha il concetto di eroe. Prendiamo il caso di Deng-Xiao Ping: è chiamato il "piccolo timoniere" anche se in trent'anni ha portato la Cina a un regime di mercato capitalistico.

Ma così l'individuo è relegato a un ruolo marginale?
Intanto bisogna distinguere tra soggetto e individuo. Il pensiero del soggetto è stato lento anche in Occidente, è arrivato con la svolta del Cristianesimo, attraverso Agostino, fino alla psicoanalisi. In Cina, il soggetto non è pensato. Nella lingua cinese manca il soggetto, è solo implicito. E nel pensiero cinese non c'è la riflessività che, passando per Kant, ha portato in Occidente alla scissione tra soggetto e oggetto e da qui alla costituzione della scienza. In Cina, questa opposizione tra soggetto e oggetto non è stata sviluppata. Ma è stato pensato l'individuale e, soprattutto, il rapporto tra individuale e collettivo.

Lei vede nella cultura cinese un modello di saggezza alternativa alla filosofia occidentale. Eppure oggi tutto lascia pensare che sia la Cina ad avvicinarsi all'Occidente e all'economia capitalistica. Cosa resta di quella saggezza alternativa?
Fino al XIV secolo le tecniche erano più sviluppate in Cina che in Occidente. A partire dalla rivoluzione scientifica l'Europa decolla sulla spinta dell'innovazione galileiana. La possibilità di applicare la matematica alla natura apre la strada alla scienza. E' un'idea folle e feconda che ha divaricato lo sviluppo dell'Occidente rispetto a quello della Cina. Tutto il linguaggio della scienza da quel momento in poi sarà europeo e la Cina continuerà con uno scarto notevole a rimanere ferma per secoli e sarà lei a dover imparare dall'Occidente e a prendere le due cose che le mancavano: la scienza e la politica. Oggi siamo in un momento in cui la Cina sta superando l'Occidente. Ma il capitalismo importato non è l'unica cultura alla quale tutte le altre devono uniformarsi. Come diceva Mao, la Cina deve camminare su due gambe: il linguaggio della scienza e del capitalismo, e la tradizione cinese, una saggezza elusiva depositata in una cultura letteraria, molto più complessa da accostare di quanto si pensi. Deng-Xiao Ping, di nuovo, rappresenta questa compossibilità. Era stato in Europa ma continuava ad agire alla cinese, non si è mai opposto a Mao, in altri momenti si ritirava prima di farsi avanti, agiva come uno stratega cinese con le proprie risorse.

Qual è, allora, il ruolo specifico che spetta alla Cina nello scenario mondiale?
La Cina partecipa a tutti i dibattiti internazionali, siede in tutti i tavoli e cerca di trarre profitto in ogni situazione. Come? Per propria cultura la Cina dissolve ogni nozione di evento. Mi spiego. Per la mentalità cinese non potrebbe esistere qualcosa come l'11 settembre che per noi è diventata una data simbolica che sdoppia la storia in un prima e in un dopo. In Cina non ci sono eventi, la realtà è fatta piuttosto di una sottile, silenziosa trasformazione continua. Ciò che per noi sono gli eventi, per la cultura cinese altro non sono che piccole, sottili pellicole alla superficie di questo continuo lavoro di trasformazione. Il reale è concepito come processo in continuo mutamento. Questo è all'origine della grande efficacia della politica internazionale della Cina. Ad esempio, i cinesi si installano a Parigi, aprono i negozi, ma è un'emigrazione silenziosa, graduale, non spettacolare e non suscita, perciò, reazioni contrarie. La Cina non viene intercettata perché sfugge ai nostri riferimenti concettuali che sono quelli di "evento" e "fine". La cultura cinese dissolve l'evento e la finalità in una processualità continua che le dà la chance d'imporsi senza trovare alcuna reazione. Non ci si può opporre a qualcosa che non ha forma d'evento.

«Freud è un imbecille»

una segnalazione di Annalina Ferrante e di Licia Pastore

DOMENICALE SOLE 24 ORE PAG 34 PAGINA
SCIENZA E FILOSOFIA
di Alessandro Pagnini

Fino ad oggi la Francia, insieme all'Argentina, rimaneva «il Paese più freudiano del mondo». Ma dopo la pubblicazione di Le Livre noir de la psychanalise (a cura di C. Meyer, Editions des Arenes, Parigi 2005, pagg. 832, euro 29.80) forse anche i francesi, come suggerisce il sottotitolo, non resterà che «vivere, pensare e stare meglio senza Freud»! Il libro non spicca per originalità. E' un compendio di tutte le critiche che psiconalisi ha subito negli ultimi trent'anni e più e che attingono a una consolidata storiografia reviosinista, a una critica epistemologica delle sue credenziali scientifiche, e a quella che in America è stata battezzata pop history, a metà tra il gossip dissacratore e la scoperta di «bugie» asservite in malafede al sostegno di tante teorie freudiane. Il lettore vi trova anche interessanti confronti (e tutti sfvorevoli alla psicoanalisi) tra terapia psicoanalitica , per esempio, le terapie cognitive; o tra la «metapsicologia» freudiana e gli esisti recenti delle neuroscienze. Insomma: letterati, scienziati. storici, filosofi di rinomanza internazionale (ma con qualche inspiegabile assenza come quella di Adolf Grunbaum e con colpevoli lacune bibliografiche) si affannano a raccontarci, non senza un pizzico di inutile malizia scandalistica, quello che persino in Italia sappiamo già che con la fine del «secolo della psicoanalisi» è finita anche la sua credibilità scientifica.

articoli del 21.9.05

la ricerca
La Stampa TuttoScienze 21.9.05

Biologia
Pubblicata la mappa del DNA dello scimpanzé
Quell’1,23 per cento che ci rende «umani»
Il problema è ora identificare quei geni che determinano le caratteristiche dell'Homo Sapiens
di Marta Paterlini, Rockefeller University, Usa

crimini cattolici
Corriere della Sera 21.9.05

Il Tribunale dell'Aja:
«Il Vaticano aiuta un criminale croato»
Il procuratore Del Ponte: il generale Gotovina è nascosto in un monastero

crimini cattolici
Corriere della Sera 21.9.05

L'ex vescovo della diocesi sapeva tutto del suo passato ma l'ha protetto
Francia: prete pedofilo condannato a 12 anni
Denis Vadeboncoeur era già stato in carcere per violenza su minori in Canada: la Chiesa gli aveva dato una parrocchia in Normandia

crimini cattolici
Corriere della Sera 21.9.05

Boss nella cripta, il caso in Parlamento Lumìa (Ds): il Vaticano tolga dalla basilica le spoglie del capo della Magliana
di Andrea Garibaldi

cultura cristiana: q.b.
Corriere della Sera 21.9.05

L'ha curata il vescovo anglicano Michael Hinton
La Bibbia in 100 minuti: ecco la soluzione
Un riassunto delle Sacre Scritture per stimolare alla loro lettura. E' l'ennesimo tentativo inglese per tappare l'emorragia di fedeli
di Simone Bertelegni

ateismo
La Stampa 21.9.05

DIBATTITO
IL CROCIATO DELL’ATEISMO DIFESO DAL PUBBLICO AL CARIGNANO

Le «tesi eretiche» di Onfray
scuotono la Torino spirituale
di Giovanna Favro

sinistra
il manifesto 21.9.05

«Fu giusto far cadere Prodi»
Bertinotti prende le distanze dal professore.
di SA. M.

ammore!
Corriere della Sera 21.9.05

«Che non si muore per amore, è una gran bella verità», ...

l'arguto cinese
Corriere della Sera 21.9.05
L'azienda già sta distribuendo 100.000 profilattici gratuitamente
Sesso sicuro? Con Clinton e Lewinsky
La compagnia cinese Guangzhou Rubber Group metterà in commercio preservativi con i nomi del Sexgate


martedì 20 settembre 2005

citati al Lunedì

una segnalazione di Claudia Calesini

l'Unità 18 Settembre 2005
Su una terrazza principesca, con l’artigiano scamiciato
di Adele Cambria


La terrazza era principesca, se con l'aggettivo si può ancora alludere al lusso aristocratico estremo che consiste (consisteva?) nel godimento esclusivo di una bellezza nata dall'intreccio secolare di natura ed arte. Questo infatti è il lusso della terrazza condivisa dalle sorelle Simona e Carla Marchini, a due passi da Piazza del Popolo: la vista panoramica si apre sull'ingresso monumentale a Villa Borghese da Piazzale Flaminio, sorvola la cupola neoclassica di Santa Maria del Popolo, naviga nel verde cupo dei pini romani, per approdare a Villa Medici accarezzata dalla luna di un tiepido settembre… Si festeggiava a casa Marchini un artista molto amato, m'è parso di capire, da quella sinistra che, in un tempo lontano e non scortese, si definiva radical-chic. In tempi più recenti e men gentili, valgono le semplicistiche categorie individuate dalla giovanissima protagonista di "Caterina va in città": quando, appena iscritta al Liceo Visconti, scopre che i comunisti sono ricchi e colti, i fascisti poveri e analfabeti. Ora a me sembra che Pillo (Pierluigi) Manetti, nativo di San Miniato, ma sposato con la Calabria per via di una moglie, Dora Zagari, che gliene ha trasmesso il gusto, sia una creatura immune come poche dal peccato di snobismo… E quindi si affaccendava, l'altra sera, scamiciato come un vecchio simpatico artigiano, tra le sue moderne Madonne pisane in papier maché colorato e i teatrini scaturiti dall'evocazione dell'Opera dei Pupi: davanti ad uno dei quali Lella Bertinotti e Carla Sepe (che l'aveva appena acquistato) si contendevano affettuosamente una qualche priorità nel collezionismo "manettiano". E non mancavano, alla Mostra inscenata sulla divina terrazza, le testoline in cartapesta gessata dei nipotini di Fausto e Lella. Simona Marchini era a Todi, ma figurava compatto il manipolo bertinottiano, reduce direttamente dal Piccolo Eliseo, dove il leader di Rifondazione aveva appena esposto il suo programma per le primarie: «Finalmente qualcuno che si fa carico della sofferenza umana, in tempi di assoluto cinismo», commentava Carla Sepe, (assistente giuridica della Presidenza della Repubblica).
E Citto Maselli, richiesto di lumi sulla contaminazione "fagiolina" dal candidato numero due dell'Unione, ammetteva che negli anni Settanta i seminari dello psicoanalista Massimo Fagioli avevano sottratto un gran numero di giovani alla lotta armata e alla droga.
E infatti alla famosa assemblea di Villa Piccolomini, nello scorso autunno, coerentemente Fausto Bertinotti si era augurato una politica dove «la non-violenza sia l'inizio della costruzione di un sogno». Come diceva il vecchio Marx, «un giorno, al regno della necessità subentrerà il regno della felicità».
«Ma Fausto non é mai stato marxista, lui era socialista…», si rassicuravano intanto due degli invitati affrontando un piatto di capicollo calabrese.


Liberazione 18.9.05
Le donne il capitalismo e Dio
Le contraddizioni del sistema del pensiero unico fanno riemergere la religione come stabilizzatore sociale. Mentre le sue difficoltà di autoriproduzione spingono alla riscoperta dei valori della famiglia
Emiliano Brancaccio e Graziella Durante

Feuerbach e Marx "cani morti"? Dal punto di vista del loro dichiarato ateismo si direbbe proprio di sì. L'ateismo va infatti annoverato tra i grandi assenti del dibattito culturale - e quindi inevitabilmente politico - di questi anni. Al contrario, una multiforme revanche religiosa si diffonde nell'Occidente capitalistico, manifestandosi non solo nelle oceaniche adunate della gioventù cristiana, ma anche e soprattutto in una rinnovata, crescente influenza del potere religioso sulle istituzioni politiche. Una influenza tale da far dubitare della tesi, pressoché indiscussa fino a pochi anni fa, secondo cui la secolarizzazione della vita civile, e la conseguente riduzione della religione ad "affare privato", si sarebbero imposte col passare del tempo.

Molte spiegazioni sono state date del prepotente ritorno della religione nel linguaggio e nelle strategie politiche delle leadership occidentali. L'interpretazione più influente, come è noto, sottolinea la necessità, dopo gli attentati dell'11 settembre, di individuare nel cristianesimo una comune radice identitaria da contrapporre all'islam, vale a dire al collante ideologico di un insorgente mondo arabo. Per quanto efficace e suggestiva, a nostro avviso questa lettura coglie soltanto elementi superficiali dell'intera questione. Invece, come cercheremo di mostrare, dalle categorie del materialismo storico è forse possibile trarre una più adeguata e profonda chiave di interpretazione per l'apparente "fame di trascendenza" dei giorni nostri. In particolare, sosterremo che la rinnovata apertura alla religione e alle sue istituzioni riflette il tentativo di proteggere le punte più alte dello sviluppo capitalistico contemporaneo da una delle sue più acute contraddizioni interne: quella relativa al ruolo della famiglia tradizionale all'interno del processo di riproduzione sociale. Si tratta di una contraddizione che nel corso del Novecento è riuscita ad imporsi nell'arena politica solo in rare circostanze: per pochi anni dopo la rivoluzione bolscevica, e in seguito tra il '68 e l'affermarsi del movimento femminista. Per quanto fugaci, tuttavia, quelle occasioni sono risultate più che sufficienti per segnalare il potenziale eversivo della contraddizione interna alla famiglia, la "distruzione creatrice" insita in essa. Il problema che si pone ora è di comprendere per quale motivo proprio oggi si costituiscano le condizioni per il riproporsi di quella contraddizione in termini di "problema politico", rispetto al quale l'istituzione religiosa potrebbe candidarsi quale possibile rimedio.

Il riemergere della crisi capitalistica risponde sotto vari aspetti a questo primo interrogativo. Tra la dissoluzione sovietica e la fine degli anni '90, un capitalismo autoreferenziale e totalizzante aveva potuto dispiegare le sue forze quasi senza incontrare ostacoli. Si è trattato di un capitalismo al massimo della sua potenza, che si reggeva sulle proprie gambe, e che quindi definiva al suo interno le condizioni di riproduzione sia della vita materiale che di quella, per così dire, spirituale. E' stato insomma un capitalismo che non necessitava di puntelli ideologici esterni. Le sue parole d'ordine: "crescita per la crescita, competizione per la competizione", hanno rappresentato esse stesse delle lampanti dimostrazioni di forza, di totale autosufficienza ideologica.

Più di recente, tuttavia, le contraddizioni interne sono riaffiorate alla coscienza collettiva, e la potenza riproduttiva del sistema, materiale e ideologica, è iniziata a scemare. La disoccupazione e la precarietà di massa, la crescente sperequazione della ricchezza tra le classi, e più in profondità l'alienazione di un lavoro subordinato, incosciente, sempre più assoggettato - sia nella erogazione che nella fruizione - al dominio capitalistico sulla tecnica e sui desideri, rappresentano solo alcuni dei più vistosi e irriducibili segnali della crisi dei nostri tempi. La produzione "interna" di ideologia è dunque divenuta insufficiente e la religione si è proposta, di nuovo, quale necessario fattore di stabilizzazione sociale. Con ciò naturalmente non si vuol negare il carattere intrinsecamente duale della religione, da sempre in lotta, al suo interno, tra istanze di conservazione e istanze di trasformazione del mondo (e al limite di vera e propria eversione). Al tempo stesso, però, occorre prendere atto della sempre maggiore capacità del potere religioso di assorbire, e quindi neutralizzare, le rivendicazioni sociali che disperatamente cercano nella parola di Dio un sostegno anziché un freno. Dalla censura praticata dall'Impero romano sui Vangeli, alla pretesa dell'attuale pontefice di riconoscere nel suo Dio preconciliare l'unica vera rivoluzione, fino alle procedure di delegittimazione di qualsiasi forma di radicalismo religioso in ambito sociale, gli esempi storici in tal senso abbondano. Ed è proprio a causa di questa incessante, sempre più sottile e minuziosa opera di neutralizzazione che la religione, per dirla con Marx, sembra oggi più che mai assumere i tratti del "sospiro di una creatura affranta", dello "spirito dei tempi privi di spirito". Insomma, dell'oppio dei popoli.

Ma è nel richiamo sempre più insistente ai valori tradizionali della famiglia, e quindi in ultima istanza al ruolo sociale della donna, che la missione conservatrice della religione pare emergere in tutta evidenza. Questo continuo rinvio alle "virtù del passato" costituisce, come è noto, uno dei sintomi più significativi della crisi di consenso della cosiddetta "modernità" capitalistica. Al di là dell'ambito religioso esso trova ampi riscontri anche in alcune frange della cultura di sinistra: tra gli ambientalisti meno avveduti, ad esempio, così come tra i fautori di improbabili forme di micro-comunitarismo economico. Tuttavia, mentre questi fenomeni culturali non appaiono assolutamente in grado di retroagire sul funzionamento effettivo del sistema, nella rinnovata pressione esercitata dal potere religioso sulla donna è invece possibile individuare un tentativo concreto di rimediare alle crescenti difficoltà di auto-riproduzione del capitalismo. Stiamo parlando, in tal caso, di riproduzione sociale nel senso più stretto del termine, vale a dire di tutte le attività finalizzate alla crescita, all'educazione e all'inserimento sociale dei figli.

Il problema è che, proprio su questa attività primaria di riproduzione, le trasformazioni recenti del capitalismo esercitano una serie di spinte contraddittorie. Da un lato, infatti, il movente del profitto incorpora la donna, al pari dell'uomo, nel processo di "astrazione" del lavoro e di valorizzazione del capitale. I dati sulla crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro e sulla lenta ma inesorabile riduzione dei differenziali salariali tra i sessi costituiscono tuttora le più tangibili determinanti della crisi dei valori tradizionali e delle connesse, storiche discriminazioni di genere. I tempi di vita della donna, pertanto, vengono sempre più scanditi per un verso dai ritmi di lavoro e per l'altro dal desiderio di tradurre l'ingresso nella "società che conta" in una più generale occasione di emancipazione dai vincoli sessuali e relazionali di un tempo. Queste tendenze, si badi, sono esplose in modo dirompente durante gli anni Settanta, ma dopo di allora non si sono certo esaurite. I numeri ci dicono infatti che esse proseguono nascoste, covando al di sotto del tessuto sociale. Dall'altro lato, tuttavia, le sconfitte del movimento operaio e la relativa compressione dello stato sociale hanno accresciuto lo sfruttamento, hanno abbattuto la quota di reddito destinata al lavoro subordinato e l'hanno pure resa più instabile, dal momento che oggi più che in passato il capitale può assorbire ed espellere manodopera dai processi produttivi - soprattutto donne, si badi - a seconda dell'andamento della congiuntura. La conseguenza è che l'emancipazione sociale della donna, in quanto appartenente alla classe lavoratrice, risulta più che mai soggetta alle bizzarrie del ciclo capitalistico. Inoltre, la classe lavoratrice non si trova più nelle condizioni di disporre di "tempo liberato per i bambini e per i ragazzi", e al tempo stesso non è in grado di acquistare sul mercato ciò che prima produceva in famiglia, vale a dire "servizi" per l'infanzia e per l'adolescenza. Tali tendenze contrastanti lasciano così in sospeso la questione cruciale: chi si occupa dei figli?

Bisogna ammettere che ancora oggi questo interrogativo non ricade sui generi in modo simmetrico. Esso infatti si insinua soprattutto nel profondo psichico della donna, ingabbiata nel ruolo di responsabile storica della riproduzione sociale. La contraddizione capitalistica irrisolta cioè si tramuta, in ambito individuale, in un vissuto nevrotico e al limite schizofrenico. La religione interviene pertanto come una sorta di richiamo all'ordine, e l'appello al recupero dei valori tradizionali della famiglia si eleva al rango di "soluzione razionale". La donna, si dice, nella piena partecipazione al lavoro sociale si rende vittima di una emancipazione solo apparente, viziata da insanabili contraddizioni e insoddisfazioni. La sua vera libertà risiederebbe invece nel ripristino dell'antico ruolo di sposa e di madre, e solo al limite di lavoratrice "a tempo parziale" (vale a dire una lavoratrice marginale e quindi ancor più subalterna). Si tratta di un ruolo che l'istituzione religiosa reputa "naturale", ma che a ben vedere potrebbe in quest'ottica definirsi addirittura "efficiente", in grado cioè di risolvere problemi che il mero sviluppo capitalistico finirebbe soltanto per aggravare. Siamo insomma di fronte ad un vero e proprio tentativo pianificato di chiudere i conti con i processi materiali che sono sempre stati alla base del movimento femminista. Ed è innegabile che la decantata linearità di questo tentativo, la sua apparente coerenza, esercitino oggi un notevole influsso "razionalizzante" su molte donne ed uomini, e su gran parte della classe lavoratrice.

Ma il discorso non termina qui. L'odierna connection tra potere capitalistico e religioso trova infatti giustificazioni non solo nei fallimenti della meccanica del capitale, ma pure nella stessa ansia di affermazione che muove quest'ultimo. La questione si pone ancora una volta riguardo alla riproduzione sociale della popolazione. Benché infatti non costituisca assolutamente una causa diretta di sviluppo, la crescita della popolazione rende abbondante il lavoro disponibile. Essa pertanto costituisce, nel lungo periodo, le condizioni per il contenimento delle rivendicazioni sociali e dunque, indirettamente, per la valorizzazione del capitale. Il problema è che nei paesi capitalistici avanzati la dinamica della popolazione è estremamente debole. Va tenuto presente che il rapporto di riproduzione stazionaria della popolazione corrisponde approssimativamente a due figli per donna, ed è ben noto che nell'Occidente industrializzato da tempo si fatica a mantenerlo. Si potrebbe obiettare che l'immigrazione è in grado di risolvere la questione, almeno dal punto di vista delle esigenze del capitale. Tuttavia, almeno in Europa, i tassi di immigrazione necessari a compensare la fiacca dinamica interna della popolazione tendono ad alimentare disordini e pulsioni xenofobe, ed appaiono pertanto scarsamente compatibili con gli obiettivi di stabilità e di pax sociale ai quali il capitale medesimo mira. A ciò si aggiunga che la domanda di riproduzione sociale del capitale si presenta in termini non solo quantitativi ma anche e soprattutto qualitativi. Basti in proposito ricordare i sempre più frequenti richiami alla crisi dei principi di obbedienza e disciplina in seno alle giovani generazioni, e i relativi appelli al ripristino della centralità degli antichi valori familiari al fine di rimettere un po' d'ordine tra di esse. Si tratta di appelli che ormai si insinuano persino nella cultura borghese "illuminata", e che trovano nelle esigenze materiali di sviluppo capitalistico il loro principale fondamento. In definitiva, l'imperativo categorico è che occorre far figli "all'interno", ed occorre più che mai educarli alla "compatibilità", alla non contraddittorietà con il funzionamento complessivo del sistema. Se si considera l'impegno profuso dalle istituzioni ecclesiastiche su entrambi questi versanti, si comprenderà che siamo ancora una volta di fronte ad una necessità materiale, sia nel senso quantitativo che qualitativo, dalla quale emergono in tutta evidenza ragioni ulteriori per il consolidamento di un'alleanza di lungo periodo tra potere capitalistico e potere religioso, e per la relativa crescita e istituzionalizzazione delle erogazioni monetarie dal primo al secondo.

Di fronte a queste colossali sovrapposizioni di potenza, materiale e ideologica, appaiono francamente patetici, nella loro assoluta inadeguatezza, i richiami al carattere "laico" delle istituzioni da parte di numerosi politici e opinionisti di sinistra.

Come abbiamo cercato di mostrare, l'odierna pervasività del messaggio religioso sembra poggiare su un solido fondo, materiale e razionale. Non saranno quindi dei timidi appelli alla laicità dello Stato a mutare il corso degli eventi. Il problema, del resto, è di interpretazione prima ancora che di mutamento. A questo riguardo, sarebbe forse utile tornare a gettare uno sguardo ateo, cristallino e impietoso, sulla contemporaneità. L'ateismo costituisce infatti il "corpo estraneo" per eccellenza rispetto alla connessione capitalistico-religiosa dei nostri tempi. Ed è proprio grazie alla sua estraneità, alla sua irriducibilità, che si potrebbe attraverso di esso comprendere che dietro la grandezza di quella connessione potrebbe celarsi, in fondo, un atto disperato. E' possibile infatti che proprio nell'ambito della riproduzione sociale, e dei relativi rapporti familiari, stia montando una delle più alte e irreversibili contraddizioni capitalistiche della Storia. La ferrea volontà di tante giovani donne di conquistare a tutti i costi l'indipendenza economica, lo sviluppo impetuoso dei divorzi, delle coppie di fatto e delle cosiddette "famiglie atipiche", le inevitabili contraddizioni economiche e organizzative cui esse danno luogo, la diffusione anche in ambito popolare di reazioni al monopolio maschile della sperimentazione sessuale e relazionale, e più in generale la crisi simbolica e di fatto delle stesse identità di genere; questi ed altri fenomeni rappresentano degli evidenti e in fondo affascinanti segnali di instabilità sociale, e soprattutto di refrattarietà al "grande balzo all'indietro", ossia al ripristino di un ordine sociale fondato sugli antichi valori religiosi. Il tentativo del sistema di riesumare questi valori al fine di ripristinare i ruoli e le forme - pur aggiornate - del vecchio "focolare domestico" rappresenta dunque una strategia sì razionale, ma che potrebbe alla lunga rivelarsi totalmente fallimentare.

Quali potrebbero essere gli esiti di un simile fallimento? Nel manifesto del 1848 Marx ed Engels scrissero: "Abolizione della famiglia! ", nella sua accezione borghese e filistea. La loro stravolgente predizione, associata ad un orizzonte politico di trasformazione comunista della società, è stata in seguito approfondita e ulteriormente sviluppata. Grazie soprattutto al movimento femminista, molti passi avanti sono stati compiuti e molte altre analogie tra alienazione capitalistica e familiare, e negli squilibri di potere tra le classi e tra i generi, sono venute alla luce. L'ultima generazione, tuttavia, sembra aver perso memoria di questo gigantesco accumulo di conoscenza teorica e di esperienza storica. Il rigetto degli schemi di vita imposti, il rifiuto dei sentieri esistenziali preordinati dai poteri capitalistico e religioso appare tuttora ostinato, ma anche fragile, privo di sostegni. La causa di questa debolezza, ovviamente, deve essere in primo luogo ricercata nelle condizioni materiali in cui i più giovani si trovano ad operare, e in particolare nel fatto che i processi restaurativi degli ultimi decenni hanno agito principalmente su di essi, trasformandoli in vere e proprie cavie per degli esperimenti in vitro di capitalismo puro. Sarebbe ingenuo non riconoscere proprio in questo destino, apparentemente inesorabile, la causa prima del ritorno dell'afflato religioso, e di un certo conservatorismo culturale, tra le giovani generazioni. Chissà allora se, assieme all'esigenza prioritaria di riorganizzarsi collettivamente, proprio la doccia fredda e rigenerante dell'ateismo marxiano non costituisca per i piu' giovani una condizione preliminare per superare la stasi mistica di questi anni. Occorre insomma tornare a comprendere che le forme dell'organizzazione e della riproduzione sociale, e con esse le relazioni familiari e più in generale affettive, non rappresentano assolutamente un prodotto della "Natura" o della "legge di Dio", ma della Storia e quindi del mutamento: un prodotto delle contraddizioni capitalistiche e dei relativi meccanismi di repressione, ma anche dell'agire coordinato, delle lotte, delle forze liberate della emancipazione sociale. Rilanciare l'ateismo marxiano, dunque, per suggerire un sentiero alternativo alla connessione capitalistico-religiosa dei nostri tempi, e per riprendere fiducia nella possibilità collettiva di trasformare il mondo, di piegarlo al desiderio.

Liberazione 18.9.05
«Perché la Cina vincerà la sfida con il pensiero occidentale»
di Tonino Bucci

Modena. Secondo il filosofo e sinologo francese François Jullien, i cinesi concepiscono il reale «come un processo in continuo mutamento. Ciò che per noi sono gli eventi, per loro altro non sono che piccole, sottili pellicole alla superficie del continuo lavoro di trasformazione. Questo è all'origine della grande efficacia della politica internazionale di Pechino»

La Cina è destinata ad essere oggetto di controversie: a volte lontana, dipinta come un paese esotico; altre volte così vicina da rappresentare la minaccia del XXI secolo. Chi ne elogia i ritmi di crescita economica e tecnologica, superiori a quelli di tutte le altre nazioni, chi punta il dito sullo smantellamento del comunismo. Eppure, nonostante gli scenari geopolitici ne accrescano l'importanza, la realtà cinese rimane un oggetto poco studiato. Poco indagata è anche la cultura di questo paese, forse per effetto dello stereotipo che qui da noi ha sempre considerato lo spirito orientale come incapace di pensare filosoficamente.

L'occasione inconsueta d'ascoltare una voce d'eccezione l'ha data il Festival di filosofia - in chiusura oggi a Modena, Carpi e Sassuolo - con la presenza di François Jullien, filosofo e sinologo, autore di Elogio dell'insapore, Trattato dell'efficacia e Il saggio è senza idee pubblicati in Italia da Einaudi.

L'idea fondamentale è che lo studio dell'Altro, della cultura cinese, possa meglio far conoscere la strada intrapresa dalla filosofia occidentale e le possibilità che sono state escluse dalla nostra storia. Agli antipodi del nostro modo di pensare si staglia il modello alternativo della saggezza cinese, fondata non sulla divisione e il primato dell'intelletto sui sensi, ma sulla non-esclusione, sul lasciare tutte le possibilità aperte.

In Occidente la filosofia nasce nel momento in cui stabilisce una differenza tra il mondo dei sensi e l'intelletto. Qual è invece la via della saggezza cinese?
Il "senso" è, da un lato, pura percezione e, dall'altra, al singolare, senso intellettuale, significazione. L'Occidente ha finito per pensare questi due aspetti distinti e contraddittori tra loro. Noi diciamo, ad esempio, che qualcosa ha un "sapore pronunciato", è un modo di dire. Nella cultura cinese, invece, non ci si deve mai pronunciare, l'arte e la saggezza cinese evitano di "pronunciare con forza". Al senso pronunciato dell'Occidente si contrappone un senso che resta sulla soglia, che non esce ma resta nell'indifferenziato. Un senso "insipido", senza sapore, senza una caratteristica marcata e predominante rispetto alle altre, che si tiene distante dai sapori pronunciati come il dolce e il salato. E' non solo un fatto gastronomico, è anche un rituale culturale, anche il Thao è insipido. E' un'esperienza globale, un sapore che non esclude, che non è pronunciato e mantiene tutti i sapori disponibili. Entriamo in un sistema di percezioni e idee che privilegia non la distinzione, bensì l'allusione, l'elusione, la compossibilità. Se scelgo uno, perdo il due, questa è la cifra della cultura cinese. Ed ecco perché, a differenza della cultura occidentale dove tra sensi e significato c'è opposizione e contraddizione (A non è B), in quella cinese c'è invece congiunzione. Come si può pensare senza le categorie della tradizione occidentale? Non voglio dare un'immagine esotica e irrazionale della Cina, voglio soltanto dire che questo paese ha sviluppato una forma di saggezza alternativa al nostro pensiero e che consiste nella scelta di non scegliere, di tenersi in bilico tra le esperienze senza separare il vero da ciò che si ritiene falso. Per lo stesso motivo, il pensiero cinese ha lasciato nell'ombra il politico. La politica è un luogo di opposizione e di conflitto dove non c'è spazio per la compossibilità.

Qual è la differenza più rilevante tra l'idea cinese di politica e la politica così come la intendiamo noi?
Noi europei abbiamo costruito la politica sulla categoria di efficacia, sulla ricerca dei modi in cui una singola azione può inserirsi nella realtà e realizzare il fine. Le scelte e le azioni sono pensate a partire dal risultato. In Cina è completamente diverso: l'inserzione della mia azione nella realtà deve cogliere e seguire gli eventi fin dalla loro origine, deve appoggiarsi e assecondarli, farli crescere finché la situazione non diventa matura e precipita. Il momento più importante non è il risultato finale, ma l'inizio. Semmai l'efficacia cinese consiste nel cogliere al momento della nascita il percorso che poi condurrà la realtà alla maturazione. Nella mentalità cinese non troveremo mai l'elogio del soggetto, del "principe" per dirla con Machiavelli: quando un processo arriva a maturazione scompare anche lo stratega. Il soggetto non si vede. Stratega è colui che ha saputo tanto bene utilizzare la situazione e farla crescere, da scomparire egli stesso. E' la situazione in quanto tale a maturare, che va da sé. Ecco perché la Cina è l'unica grande civiltà che non ha sviluppato l'epopea e non ha il concetto di eroe. Prendiamo il caso di Deng-Xiao Ping: è chiamato il "piccolo timoniere" anche se in trent'anni ha portato la Cina a un regime di mercato capitalistico.

Ma così l'individuo è relegato a un ruolo marginale?
Intanto bisogna distinguere tra soggetto e individuo. Il pensiero del soggetto è stato lento anche in Occidente, è arrivato con la svolta del Cristianesimo, attraverso Agostino, fino alla psicoanalisi. In Cina, il soggetto non è pensato. Nella lingua cinese manca il soggetto, è solo implicito. E nel pensiero cinese non c'è la riflessività che, passando per Kant, ha portato in Occidente alla scissione tra soggetto e oggetto e da qui alla costituzione della scienza. In Cina, questa opposizione tra soggetto e oggetto non è stata sviluppata. Ma è stato pensato l'individuale e, soprattutto, il rapporto tra individuale e collettivo.

Lei vede nella cultura cinese un modello di saggezza alternativa alla filosofia occidentale. Eppure oggi tutto lascia pensare che sia la Cina ad avvicinarsi all'Occidente e all'economia capitalistica. Cosa resta di quella saggezza alternativa?
Fino al XIV secolo le tecniche erano più sviluppate in Cina che in Occidente. A partire dalla rivoluzione scientifica l'Europa decolla sulla spinta dell'innovazione galileiana. La possibilità di applicare la matematica alla natura apre la strada alla scienza. E' un'idea folle e feconda che ha divaricato lo sviluppo dell'Occidente rispetto a quello della Cina. Tutto il linguaggio della scienza da quel momento in poi sarà europeo e la Cina continuerà con uno scarto notevole a rimanere ferma per secoli e sarà lei a dover imparare dall'Occidente e a prendere le due cose che le mancavano: la scienza e la politica. Oggi siamo in un momento in cui la Cina sta superando l'Occidente. Ma il capitalismo importato non è l'unica cultura alla quale tutte le altre devono uniformarsi. Come diceva Mao, la Cina deve camminare su due gambe: il linguaggio della scienza e del capitalismo, e la tradizione cinese, una saggezza elusiva depositata in una cultura letteraria, molto più complessa da accostare di quanto si pensi. Deng-Xiao Ping, di nuovo, rappresenta questa compossibilità. Era stato in Europa ma continuava ad agire alla cinese, non si è mai opposto a Mao, in altri momenti si ritirava prima di farsi avanti, agiva come uno stratega cinese con le proprie risorse.

Qual è, allora, il ruolo specifico che spetta alla Cina nello scenario mondiale?
La Cina partecipa a tutti i dibattiti internazionali, siede in tutti i tavoli e cerca di trarre profitto in ogni situazione. Come? Per propria cultura la Cina dissolve ogni nozione di evento. Mi spiego. Per la mentalità cinese non potrebbe esistere qualcosa come l'11 settembre che per noi è diventata una data simbolica che sdoppia la storia in un prima e in un dopo. In Cina non ci sono eventi, la realtà è fatta piuttosto di una sottile, silenziosa trasformazione continua. Ciò che per noi sono gli eventi, per la cultura cinese altro non sono che piccole, sottili pellicole alla superficie di questo continuo lavoro di trasformazione. Il reale è concepito come processo in continuo mutamento. Questo è all'origine della grande efficacia della politica internazionale della Cina. Ad esempio, i cinesi si installano a Parigi, aprono i negozi, ma è un'emigrazione silenziosa, graduale, non spettacolare e non suscita, perciò, reazioni contrarie. La Cina non viene intercettata perché sfugge ai nostri riferimenti concettuali che sono quelli di "evento" e "fine". La cultura cinese dissolve l'evento e la finalità in una processualità continua che le dà la chance d'imporsi senza trovare alcuna reazione. Non ci si può opporre a qualcosa che non ha forma d'evento.